La terza domenica di Quaresima presenta Gesù come la sorgente dell’acqua viva, capace di placare la sete più profonda dell’uomo e di donare la vita eterna. Il Vangelo secondo Giovanni racconta l’incontro di Gesù con una donna samaritana presso il pozzo di Sicar: un incontro che conduce dalla sete materiale alla fede, dalla vergogna alla dignità e dal desiderio di essere dimenticata all’annuncio del Salvatore.
La liturgia invita a riconoscere che soltanto Cristo può colmare il vuoto interiore e trasformare una vita arida in una fonte d’acqua viva. Come la Samaritana, anche noi siamo chiamati a chiedere: «Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete».
La terza domenica di Quaresima
La terza domenica di Quaresima ci presenta la “samaritana”, la donna di Samaria che incontra Gesù al pozzo di Sicar; ella non ha un nome, perciò assume una valenza simbolica per tutti quelli che cercano l’incontro con Gesù: è una sconosciuta che diventerà credente.
La Domenica della Samaritana, terza Domenica di Quaresima, pone al centro dell’esperienza di conversione il dono della fede e il tema battesimale dell’acqua. Il grido del popolo assetato nel deserto provoca la fede di Mosè e la misericordia di Dio, così come la Samaritana con la sua sete di fede e verità provoca la rivelazione di Gesù al pozzo di Sicar.
Il tema della liturgia di oggi è la Vita vera. Ne è immagine l’acqua, segno centrale del rito del Battesimo, il Sacramento che ci rende partecipi della vita divina del Figlio.
La liturgia di questa terza Domenica di Quaresima è esperienza comunitaria e personale del senso ecclesiale e spirituale dell’udito. La Chiesa, come ogni discepolo di Cristo, è capace di ascoltare Dio e l’umanità, perché il Signore stesso si è messo in ascolto del grido del popolo provato dalla sete nel deserto, si è lasciato attrarre dalla sete della Samaritana al pozzo di Giacobbe e ha ascoltato la sua invocazione di verità e di fede.
La celebrazione liturgica del 12 marzo
| Indicazione | Testo |
|---|---|
| Giorno liturgico | III Domenica di Quaresima |
| Anno liturgico | Anno A |
| Colore liturgico | Viola |
| Prima lettura | Es 17,3-7 |
| Salmo responsoriale | Sal 94 (95) |
| Seconda lettura | Rm 5,1-2.5-8 |
| Vangelo | Gv 4,5-42 |
Il 12 marzo è celebrata la III Domenica di Quaresima dell’anno A. La liturgia propone il racconto della Samaritana, il popolo d’Israele assetato nel deserto e l’annuncio di san Paolo sull’amore di Dio riversato nei cuori per mezzo dello Spirito Santo.
Non si dice il Gloria. Si dice il Credo.
Il filo conduttore: l’acqua che dona la vita
La conversazione di Gesù con la Samaritana si svolge sul tema dell’“acqua viva”. Quest’acqua è indispensabile alla vita, e non è sorprendente che, nelle regioni del Medio Oriente dove regna la siccità, essa sia semplicemente il simbolo della vita e, anche, della salvezza dell’uomo in un senso più generale.
Questa vita, questa salvezza, si possono ricevere solo aprendosi per accogliere il dono di Dio. È questa la convinzione dell’antico Israele come della giovane comunità cristiana.
L’autore dei Salmi parla così al suo Dio: “È in te la sorgente della vita” (Sal 036,10). Ecco la sua professione di fede: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio” (Sal 042,2).
La salvezza che Dio porta viene espressa con l’immagine della sorgente che zampilla sotto l’entrata del tempio e diventa un grande fiume che trasforma in giardino il deserto della Giudea e fa del mar Morto un mare pieno di vita (Ez 47,1-12).
Gesù vuole offrire a noi uomini questa salvezza e questa vita. Per calmare definitivamente la nostra sete di vita e di salvezza. “Io, sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

La prima lettura: l’acqua dalla roccia
Il popolo assetato nel deserto
Nella prima lettura, tratta dal libro dell’Esodo, il popolo d’Israele soffre la sete per mancanza d’acqua e mormora contro Mosè: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?».
Allora Mosè grida al Signore e riceve l’ordine di prendere il bastone con cui aveva percosso il Nilo e di battere sulla roccia dell’Oreb. Dalla roccia scaturisce acqua e il popolo può bere.
Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà».
Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
Massa e Meriba: la prova e la contesa
Il luogo viene chiamato Massa e Meriba per ricordare la prova e la contesa del popolo con Dio. La sete fisica diventa così il segno di una crisi più profonda: Israele dubita della presenza del Signore proprio mentre sperimenta la sua cura.
Quel luogo assume un nome indicativo, Massa, ossia “prova” e Meriba, “contesa”. Il popolo, come ogni uomo, non può vivere senza l’acqua: è elemento essenziale, ma esso evoca anche una sete più profonda, un bisogno più radicale che abita il cuore umano.
Una prova che può generare un contenzioso, un alterco, con Dio e tra il popolo. Riconoscere la sete che abita nel cuore dell’uomo, in primis di amore, di fiducia in sé stesso e soprattutto in Dio su cui poggiare la propria vita come su di una roccia, permette di trasformare una vita arida in fonte d’acqua.
La vita che Dio dona non deriva da nessun esperimento scientifico e da nessuna invenzione umana, è un prodigio, un dono gratuito dell’Unico Vivente, e sgorga anche in mezzo all’ingratitudine dell’uomo.
La roccia e il dono gratuito di Dio
Il miracolo dell’acqua scaturita dalle rocce avviene senza che vi fossero sorgenti, là dove gli Israeliti avevano mormorato contro Dio e contro Mosè a causa dell’arsura e della sete.
Egli ha risposto con la misericordia: la vita che Dio dona non deriva da nessun esperimento scientifico e da nessuna invenzione umana, è un prodigio, un dono gratuito dell’Unico Vivente, e sgorga anche in mezzo all’ingratitudine dell’uomo.
Come quella roccia è stata “spaccata” dal bastone di Mosè, così avverrà nel contesto della crocifissione, quando la roccia, Cristo, sarà ferita, e sgorgherà dal costato l’acqua che disseta e purifica, come viene spesso inteso questo brano dai padri della Chiesa.
La prova può inaridire il cuore del credente attivando un processo di confronto con Dio, anche acceso. Solo il riconfermare la fiducia in lui permette di riconoscere che la cura amorevole di un Dio che è Padre non abbandona mai i suoi figli.
Il Salmo responsoriale: non indurite il vostro cuore
Il Salmo 94, proposto come salmo responsoriale, invita ad ascoltare oggi la voce del Signore e a non indurire il cuore come a Massa e Meriba.
Ritornello: Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza. Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti. È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
All’episodio dell’Esodo fa eco il Salmo 94: solo Dio è «roccia di salvezza», e a Lui è bello «rendere grazie».
Il salmo 94 (95) così recita su questa esperienza: È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce. Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Meriba, come nel giorno di Massa nel deserto, dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
La seconda lettura: l’amore riversato nei cuori
Nella Lettera ai Romani, san Paolo richiama il senso della vita cristiana: siamo vivi perché Gesù è morto e risorto per noi.
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio.
La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona.
Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
«Nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi»: Dio è Vita e dona la vita con larghezza alle sue creature, a ciascuno di noi, peccatore, che troppe volte non ne è neanche grato.
La Vita non si trova se non in Cristo, che ha vinto la morte ed è Signore della storia: il tempo che viviamo non è caso, ma sempre dono, kairòs, momento favorevole; anche il dolore e la prova sono opportunità di vita, conversione, salvezza.
Il Vangelo della Samaritana
Gesù al pozzo di Sicar
Il Vangelo di Giovanni racconta che Gesù giunge a una città della Samaria chiamata Sicar, vicino al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio. Qui si trova il pozzo di Giacobbe.
Gesù, affaticato per il viaggio, siede presso il pozzo. È circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.
L’episodio evangelico si svolge in Samaria, presso un pozzo, ove nella Bibbia avvengono gli incontri tra futuri sposi: al pozzo si trova l’acqua, simbolo della vita, che nasce in modo visibile dall’incontro sponsale.
Gesù, nell’ora più calda del giorno, quando nelle culture antiche avvengono le teofanie, come in Genesi 18, incontra al pozzo di Giacobbe una donna: Egli è lo Sposo.
Il brano ha come sfondo il pozzo di Sicar e rimanda ad una storia di incontri e di contese, come ricorda l’annotazione iniziale del brano evangelico con i riferimenti a Gen 29,9-12, l’incontro al pozzo tra Giacobbe e Rachele.
Una donna ferita e isolata
Questa donna, provata dalla vita, delusa da relazioni che l’hanno svuotata, non vuole incontrare nessuno: per questo va al pozzo a quell’ora, desiderosa di passare inosservata e di non innamorarsi di nuovo, perché nessuno la inganni ancora.
Ordinariamente una donna non si reca al pozzo per attingere acqua a mezzogiorno a motivo del caldo; l’anomalia è legata, probabilmente, alla situazione della donna che non desiderava incontrare nessuno.
Questa donna, a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta a uscire per strada a quest’ora per non imbattersi in quanti la disprezzano.
Nessuno conosce il suo nome. Il Vangelo racconta soltanto la sua situazione: ha avuto cinque mariti e l’uomo con cui vive non è suo marito.
Non vuole che la veda l’ennesimo pretendente che, come i cinque mariti precedenti e l’attuale compagno, le ruberà vita invece di darle vita.
«Dammi da bere»
Gesù le chiede da bere. Questa richiesta, che serve a soddisfare una necessità di Gesù, che come uomo soffre il caldo e la sete, è una provocazione.
Giovanni sottolinea che il Signore parla per primo alla donna peccatrice: non ha orrore di lei, non la disprezza e, rompendo il silenzio e facendosi mendicante presso di lei le dice: «Dammi da bere».
La donna, stupita da tale richiesta, risponde: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
Di fatto il dialogo si apre con la richiesta di acqua da parte del Signore che suscita meraviglia nella Samaritana a causa della diversa etnia di Gesù.
Questa risposta, ostile o perlomeno diffidente, non scoraggia il Signore.
Il Maestro non è giudicante nei confronti di questa donna, ma si pone sullo stesso piano del bisogno di essere dissetato.
«Se tu conoscessi il dono di Dio»
Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».
La donna, inizialmente, “non sa”, perché non conosce il dono di Dio e non conosce l’identità di Colui che lo offre; se ella sapesse, lei stessa avrebbe chiesto e Lui le avrebbe dato «acqua viva».
C’è un malinteso tra Gesù e la donna: Gesù fa riferimento all’acqua «viva» che dà la vita, lei pensa all’acqua «viva» corrente; la donna interpreta le parole di Gesù alla lettera e fatica a entrare nella “logica” trascendente di quelle parole.
Sogna un’acqua miracolosa, che la sollevi dalla fatica di venire al pozzo: quanto è simile a noi.
Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».
La sete materiale e la sete spirituale
Il Messia vuol farle capire che la sete delle cose di quaggiù non ci darà mai la felicità perché essa non potrà mai bastare a riempire l’ampiezza del cuore umano: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete».
Esiste, dunque, un’altra acqua, un’altra felicità: più piena, più vera, più autentica.
Gesù, infatti, proseguendo il discorso, promette una gioia inedita: «chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
Si ha un passaggio sostanziale: dall’essere assetato al donare acqua, dal chiedere acqua per dissetarsi ad offrire un’acqua che disseta in eterno al punto da rendere sorgente.
Il cammino di fede che il credente è chiamato a compiere parte sempre da un bisogno, da una mancanza, da una incompletezza.
Il Signore ci fa riflettere sulla nostra sete, una sete che sembra non estinguersi mai, anche se abbiamo provato a dissetarci in molti modi e da tante fonti diverse.
In questa continua ricerca di vane soddisfazioni, il Signore ci fa capire che stiamo sbagliando nel voler vivere a modo nostro e vuole mostrarsi come Salvatore, arrivando ai nostri affetti e al nostro peccato.
Lui è lì al pozzo, è qui davanti a noi, è l’acqua che disseta, la risposta che cerchiamo e che dona la salvezza e la vita.
«Signore, dammi quest’acqua»
La domanda che Gesù aveva fatto alla donna diviene domanda della donna a Gesù: «Signore, dammi quest’acqua».
«Signore - gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
A questo punto la domanda che Gesù aveva fatto alla donna diviene domanda della donna a Gesù: «Signore, dammi quest’acqua».
La Samaritana comincia a intuire che Gesù non sta parlando soltanto dell’acqua del pozzo. La sua domanda esprime il desiderio di liberarsi dalla fatica, dalla solitudine e da una vita che non riesce a colmare la propria sete.
Solamente Gesù può riempire il nostro vuoto interiore, con la sua Parola e con la sua Misericordia: la fine di ogni arsura e di ogni sete.
La verità sulla vita della donna
Di fronte a questa richiesta Gesù le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui».
Gesù sapeva benissimo che la donna viveva una situazione anomala: «hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito».
Avrebbe potuto umiliarla, avrebbe potuto buttarle in faccia i suoi peccati, ma non lo fa. La porta invece a capire la sua situazione: le fa toccare con mano il fallimento della sua vita.
Egli vuole liberarla: Egli desidera regalarle la felicità vera.
La conoscenza di Dio passa attraverso l’esperienza umana che però è riscattata dalla grazia e dalla misericordia di Dio.
La donna samaritana si rende perfettamente conto che ormai la sua vita non potrà più essere quella di prima ed è pronta a diventare ella stessa portatrice dell’annuncio di salvezza; ha sperimentato di persona cosa significhi incontrare Gesù, nella possibilità di un riscatto vero della propria vita.
Gesù ha letto il cuore della donna e ne ha scoperto una profonda positività ed un desiderio vero di quell’acqua non materiale che è il segno efficace della conversione.
Adorare in spirito e verità
Dal luogo del culto alla relazione con Dio
La donna, attraverso il racconto fattole da Gesù, scopre che egli è un profeta, e gli chiede dov’è possibile adorare il Dio vivente: a Gerusalemme o sul Garizim?
Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Ed ecco il grande annuncio: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre […] Ma viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità».
La donna fa riferimento all’adorare, Gesù sposta l’attenzione da un luogo geografico ad una relazione vitale con Dio che presenta come Padre.
«Ma viene l’ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Il tempio dello Spirito
Adorare in spirito e verità significa adorare nello Spirito Santo e in Gesù Cristo che è la verità.
Il luogo del culto non è più un tempio di pietre ma la nostra persona, corpo di Cristo e tempio dello Spirito.
Si adora, si entra in una relazione intima, un portare alla bocca la mano per fare silenzio, quasi in un bacio silenzioso, ma anche un rivolgere la preghiera a Dio, ma solo grazie allo Spirito Santo e a Cristo, via verità e vita.
Quella donna, di fatto, rivela un vulnus, un bisogno profondo di intimità che solo in Dio poteva trovare la fonte da cui attingere il vero amore.
«Sono io, che parlo con te»
Sentendosi accolta, la donna confessa la propria sete profonda dicendo: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo».
A questa domanda segue la risposta di Gesù che le dice: «Sono io, che parlo con te».
Gesù si rivela come il Messia, con una dichiarazione esplicita, di grande portata per la fede. «Gli rispose la donna: “So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa”. Le dice Gesù: “Sono io, che parlo con te”».
La donna finalmente comprende che l’uomo incontrato al pozzo non è soltanto un giudeo, un profeta o un maestro. Egli è il Messia atteso, colui che conosce la sua vita e non la rifiuta.
L’anfora abbandonata e l’annuncio
In quel momento giungono i discepoli e si meravigliano che Gesù parli con una donna. La donna intanto lascia la sua anfora, va in città e dice alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».
Trovata da Lui, la donna abbandona l’anfora: non ha più bisogno di cercare acqua che non disseta e non dà vita.
Quella donna andrà via, nel villaggio, senza la sua anfora: ormai ha trovato quella fonte da cui può attingere e diventa anche lei credente e apostola, messaggera, fontana di acqua viva per i suoi concittadini.
La donna samaritana si rende perfettamente conto che ormai la sua vita non potrà più essere quella di prima ed è pronta a diventare ella stessa portatrice dell’annuncio di salvezza.
La samaritana trova nel Messia la sua pace, la risposta ai suoi problemi esistenziali più profondi.
Mai nessuno è escluso dal Signore, anche chi appare meno adatto a seguirlo e ad essere suo messaggero: agli occhi di Dio è idoneo chi apre il suo cuore ad una relazione autentica.
La fede che diventa testimonianza
Non sappiamo se la samaritana si converta, perché il Vangelo non lo dice: sappiamo che capisce qualcosa di sé e del mistero di Cristo e, a suo modo, se ne fa annunciatrice.
E sappiamo che, per la sua parola, per quanto imperfetta, tanti vanno da Gesù, e comprendono che Lui è «il salvatore del mondo».
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».
E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni.
Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Il cibo di Gesù e la mietitura
Intanto i discepoli pregano Gesù di mangiare. Ma egli risponde loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».
I discepoli si domandano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?».
Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera».
I discepoli lo intendono come la donna in senso materiale e Gesù ne parla in termini esistenziali e spirituali.
Fare la volontà di Dio spesso è intesa in senso obbligante, come un peso, una catena che ci blocca. La logica di Gesù è dell’ordine del nutrimento: il volere di Dio è il suo cibo, donato dal Padre, colui che lo ha inviato per compiere così la sua opera di salvezza, la riconciliazione dell’umanità.
Cristo si nutre della relazione con Dio, da lui proviene, da lui è inviato, nel suo nome compie la sua opera.
Gesù continua: «Voi non dite forse: ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura».
Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete.
Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica.
I discepoli sono associati a questa missione, a mietere quanto altri, i profeti e lui, hanno seminato, subentrando nella fatica.
Il cammino battesimale della Quaresima
L’acqua, la luce, la vita sono i doni battesimali che, in queste tre ultime domeniche di Quaresima, rivelano la premura di Dio per noi, sue creature.
L’acqua è il dono che Dio fa al suo popolo assetato nel deserto. L’acqua che la donna di Samaria attinge al pozzo di Giacobbe rivela in lei una sete più profonda da placare, un vuoto interiore da colmare e un desiderio cocente di pienezza che rendono inquieta la sua esistenza.
Quest’acqua attinta ogni giorno le avrebbe procurato nuova sete: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete». Non così l’acqua viva attinta al “pozzo spirituale” che è Gesù: «Chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno».
È, questa, la promessa messianica fatta anche a tutti noi e realizzata nel dono dell’acqua viva del nostro battesimo, l’acqua che «ha riversato nei nostri cuori l’amore di Dio per mezzo dello Spirito».
Acqua, luce e vita
Attorno ai brani evangelici che ci sono proposti nelle tre ultime domeniche di Quaresima, III, IV e V del ciclo Anno A, la Chiesa antica modellava il cammino dei catecumeni, come erano chiamati coloro che si preparavano a ricevere il battesimo insieme con la cresima e l’eucaristia nella Notte di Pasqua.
Da una parte questi testi ci guidano alla comprensione del ricco simbolismo dei segni del nostro battesimo: l’acqua, nella terza domenica, con il Vangelo della Samaritana; la luce, nella quarta domenica, con il Vangelo della guarigione del cieco nato; la vita, nella quinta domenica, con il Vangelo della risurrezione di Lazzaro.
L’acqua è il segno della vittoria pasquale di Cristo sul peccato e sulla morte: è “l’acqua viva” in cui ci immerge il nostro battesimo.
La luce è l’ambito di Cristo risorto, simboleggiato nel Cero pasquale posto accanto al fonte battesimale, da dove illumina tutta l’esistenza del battezzato.
La vita ha origine dalla risurrezione di Cristo, che nel battesimo ci spoglia dell’uomo vecchio, il peccato, e ci riveste di lui, uomo nuovo.
Il percorso di fede
Dall’altra parte questi testi ci presentano un itinerario di fede che conduce gradualmente alla piena conoscenza di Gesù Figlio di Dio e Salvatore, come professiamo nel nostro battesimo.
È l’itinerario della samaritana, che vede in Gesù prima un giudeo e uno più grande di Giacobbe, poi un profeta e infine lo riconosce come Messia e Salvatore.
È anche l’itinerario del cieco nato, che giunge alla piena fede in Gesù “Figlio dell’uomo” attraverso la gradualità della sua conoscenza, “un uomo di nome Gesù”, “un profeta”.
È l’itinerario che rispecchia la gradualità con cui il catecumeno giunge alla fede in Gesù. Ma è anche l’itinerario che ognuno di noi è chiamato a percorrere, sull’esempio dei personaggi proposti da questi brani evangelici.
La sete di Dio e la vita quotidiana
Il cammino di fede che il credente è chiamato a compiere parte sempre da un bisogno, da una mancanza, da una incompletezza.
L’andare ad attingere ad una fonte, quale può essere un momento spirituale, un percorso formativo, una esperienza di ascolto intimo della Parola, una celebrazione, offre al credente la possibilità di sentirsi atteso dal Signore al pozzo, a quel luogo di ristoro.
Talvolta anche degli incontri casuali e non previsti, come quello del pozzo di Sicar, diventano una esperienza di annuncio della fede, un incontro generativo di vita nuova, che apre uno spiraglio di luce nell’intimo, per chi si lascia interpellare e toccare da questi eventi.
Certi passaggi di vita sono soglie esistenziali, pasque esistenziali che permettono al credente di scorgere un di più, un mistero che si cela nell’intimo di se stessi offrendo una luce altra, una chiave di lettura della propria vita.
C’è sempre un pozzo dove incontrare il Signore: è la sua Parola, da cui attingere ristoro.
Gesù è seduto sullo stesso “pozzo” presso il quale ci ritroviamo quotidianamente, stancamente e con le nostre debolezze: è lì che lo possiamo incontrare.
Lui è lì ad attenderci e, riconosciutoLo, nell’avvicinarci rimaniamo a disagio, perché siamo consapevoli di non essere adeguati, siamo “impresentabili” a causa delle ripetute scelte sbagliate nella nostra vita.
Ma questo non impaurisce Gesù, non ne è disgustato e non si allontana da noi: ci conosce bene. Egli è la Misericordia e, anche per questo, ci cerca e viene a parlarci: ci perdona.
Cristo, acqua che disseta in eterno
Senza la fede in Dio il mondo avanza in un deserto arido, privo di speranza e di ogni possibilità di salvezza.
Gesù Cristo è l’acqua che ci disseta e che irriga i nostri deserti. Lui è la nostra salvezza e la nostra speranza.
Oggi siamo invitati a meditare sul nostro battesimo, il dono divino che è alla base della nostra dignità cristiana e che ci incorpora a Cristo.
La Samaritana mostra che l’acqua del pozzo non può rispondere alla sete dell’anima. Il desiderio umano cerca felicità, amore, fiducia e pienezza, ma nessuna realtà terrena riesce a colmare definitivamente il cuore.
Non così l’acqua che Gesù dona: essa diventa dentro l’uomo una sorgente che zampilla per la vita eterna.
Ebbene sì, dissetarsi con l’acqua donata da Gesù significa scoprire in sé una fonte inesauribile, perché quell’acqua è la lo Spirito Santo effuso da Gesù nei nostri cuori.
Anche a noi il Signore offre quest’acqua che disseta, il suo Spirito che ci rende liberi, ci fa figli, ci dà una dignità e una libertà che dobbiamo accogliere e conservare con tanta cura.
La sete di Gesù sulla croce
Il Signore che chiede da bere alla samaritana continua ad avere sete della nostra risposta, della nostra fede, del nostro amore.
Sulla croce egli grida: «Ho sete».
Dal suo costato trafitto, simboleggiato dalla roccia da cui scaturì acqua per gli ebrei nel deserto, escono sangue e acqua, dono definitivo del Signore per la nostra salvezza.
Come la roccia dell’Oreb fu colpita perché ne sgorgasse acqua, così il costato di Cristo diventa il luogo da cui fluisce il dono della salvezza.
La sorgente dell’acqua viva non è soltanto un’immagine di consolazione, ma il segno dell’amore pasquale di Cristo, morto e risorto per donare la vita all’umanità.
La preghiera della Samaritana
La liturgia offre una semplice invocazione che riassume il desiderio della donna e quello di ogni credente:
Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete.
Come la donna di Samaria, oggi sarai anche tu grato per questo dono? Saprai chiedere con lei: «Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete»?
Il nostro incontro con Gesù sia anch’esso improntato dallo stesso desiderio. Chiediamo in questo tempo di grazia a predisporci con sentimenti giusti nell’incontro.
Cerchiamo, quindi con fiducia Dio, nella nostra vita quotidiana, fiduciosi nel porla nella mani del Signore.
Preghiera del mattino
Anche se fa notte, io so bene dove si apre la fonte eterna che scorre nascosta. Anche se fa notte, la fede mi mostra questa fonte fresca, chiarezza straordinaria nelle tenebre di questa vita.
Anche se fa notte, io so che qualsiasi luce non può che venire da essa, i suoi flutti scorrono nello splendore dell’eternità. Anche se fa notte, io so che la potenza della sua corrente è tale che essa irriga gli inferni, il cielo e i popoli.
Le principali preghiere della celebrazione
Antifona d’ingresso
I miei occhi sono sempre rivolti al Signore: egli libera dal laccio i miei piedi. Volgiti a me e abbi misericordia, perché sono povero e solo.
Oppure: Quando mostrerò la mia santità in voi, vi radunerò da ogni terra; vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati da tutte le vostre impurità e metterò dentro di voi uno spirito nuovo.
Colletta
O Dio, fonte di misericordia e di ogni bene, che hai proposto a rimedio dei peccati il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna, accogli la confessione della nostra miseria perché, oppressi dal peso della colpa, siamo sempre sollevati dalla tua misericordia.
Oppure: O Dio, sorgente della vita, che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia, concedi al tuo popolo di confessare che Gesù è il salvatore del mondo e di adorarti in spirito e verità.
Canto al Vangelo
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Signore, tu sei veramente il salvatore del mondo; dammi dell’acqua viva, perché io non abbia più sete.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Preghiera sulle offerte
Per questo sacrificio di riconciliazione, o Padre, rimetti i nostri debiti e donaci la forza di perdonare ai nostri fratelli. Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
«Chi berrà dell’acqua che io gli darò», dice il Signore, «avrà in sé una sorgente che zampilla per la vita eterna».
Oppure: Anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli, presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio. Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi.
Preghiera dopo la comunione
O Dio, che ci nutri in questa vita con il pane del cielo, pegno della tua gloria, fa’ che manifestiamo nelle nostre opere la realtà presente nel sacramento che celebriamo. Per Cristo nostro Signore.
Orazione sul popolo
Guida, o Signore, i cuori dei tuoi fedeli: nella tua bontà concedi loro la grazia di rimanere nel tuo amore e nella carità fraterna per adempiere la pienezza dei tuoi comandamenti. Per Cristo nostro Signore.
Preghiera dei fedeli
Fratelli e sorelle, chiediamo al Padre la sapienza dello Spirito, che sostiene il nostro cammino di rinnovamento. Preghiamo insieme e diciamo: Illumina i tuoi figli, o Padre.
- Per tutta la Chiesa: chiamata ad adorare Dio in spirito e verità, si manifesti al mondo come segno di riconciliazione e di amore fraterno. Preghiamo.
- Per coloro che professano la fede cristiana: animati dal desiderio di ascoltare docilmente la parola di vita, non rimangano sordi agli inviti che ogni giorno il Signore rinnova. Preghiamo.
- Per i popoli oppressi dalla violenza: nel cammino per ritrovare la loro dignità, siano sostenuti dalla testimonianza di chi si affida alla parola di Dio. Preghiamo.
- Per i malati nel corpo e nello spirito: sollevati dalla presenza consolante del Signore Gesù, ritrovino, anche nel tempo della prova, serenità e fiducia. Preghiamo.
- Per noi qui riuniti a celebrare l’Eucaristia: dissetati dall’acqua viva della grazia, offriamo a tutti una credibile testimonianza di fede e di carità. Preghiamo.
Padre di infinita misericordia, ascolta le nostre preghiere e donaci la tua luce; suscita in noi i gesti e le parole di un’autentica conversione. Per Cristo nostro Signore.
Una preghiera alternativa
Fratelli e sorelle, accostiamoci anche noi al pozzo e chiediamo al Signore l’acqua che sgorga e disseta per la vita eterna.
Preghiamo insieme: Dissetaci con la tua acqua, Signore!
- Per la Chiesa, chiamata ad essere nei deserti del mondo e dei cuori sorgente di acqua che zampilla per rinvigorire e dare speranza, noi ti preghiamo.
- Per i governanti, responsabili della buona amministrazione delle risorse e della cura per i più deboli e abbandonati, noi ti preghiamo.
- Per i catecumeni, che in questa Quaresima sostenuti dallo Spirito si dedicano alla preghiera e alla meditazione della Parola, noi ti preghiamo.
- Per i malati e i sofferenti che lottano contro il male, e per noi che siamo chiamati ad assisterli con la vicinanza e la cura, noi ti preghiamo.
- Per tutti i battezzati, chiamati ad essere veri adoratori del Padre in spirito e verità, e a riconoscere in Cristo il salvatore del mondo, noi ti preghiamo.
Signore Gesù, accogli la nostra preghiera, sostienici nella stanchezza, spegni la nostra sete. La tua Parola sia luce per i nostri passi sulla via del bene. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.
Una meditazione sulla sorgente
Percorrevamo il cammino della nostra vita nell’ignoranza e nell’incertezza quando, all’improvviso, ad Oriente è apparsa una sorgente d’acqua che non avremmo potuto sperare.
Mentre ci affrettavamo verso di essa, la voce di Dio s’è fatta udire dal centro della sorgente, venendoci incontro e dicendo: “Voi che avete sete, venite all’acqua!”.
Vedendoci avvicinare, carichi di pesanti bagagli, essa ha ricominciato: “Venite a me voi che siete affaticati e stanchi e io vi darò ristoro”.
E noi, quando abbiamo udito questa voce, abbiamo gettato a terra i nostri bagagli. Spinti dalla sete, ci siamo distesi al suolo per attingere avidamente alla fonte di acqua viva; abbiamo bevuto a lungo e ci siamo rialzati ristorati.
Dopo esserci rimessi in piedi, siamo rimasti là, stupefatti nell’eccesso della nostra gioia.
Guardavamo il giogo che avevamo trascinato faticosamente per la nostra strada, e quei bagagli che ci avevano stancati fino a morirne, ignoranti come eravamo.
Mentre ci trovavamo assorti nelle nostre considerazioni, la voce che veniva dalla fonte ci disse: “Caricatevi ora del mio giogo, venite alla mia scuola! Poiché io sono mite ed umile di cuore. Voi troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo è soave e il mio carico leggero”.
A queste parole ci siamo tutti detti l’un l’altro: “Abbiamo ritrovato la vita alla fonte di acqua viva! Abbiamo sentito la voce del Signore che ci chiama! Abbiamo ricevuto la Sapienza di Dio che ci invita alla cena!”.
Il Signore resta accanto alle nostre situazioni
Ricordiamoci che Gesù è seduto sull’orlo del pozzo, cioè accanto alle nostre situazioni.
Egli ci ricorda che esiste un’acqua viva, che è dono di Dio e ci invita a seguirlo.
Senza paure, senza esitazioni, seguiamo il Signore e non avremo più sete, perché Dio non è una goccia di gioia ma l’oceano infinito della gioia: la gioia, infatti, abita in Dio e soltanto in Dio.
«Chiunque tu sia Dio ti vede, individualmente. Egli ti chiama per nome. Ti vede e ti comprende come realmente ti ha fatto. Ti conosce internamente, conosce i tuoi sentimenti, i più riposti pensieri, conosce le tue inclinazioni, le tue preferenze, le tue forze e le tue debolezze. Ascolta la tua voce e i battiti del tuo cuore. Sente anche il tuo respiro. Tu non potresti amare te stesso, quanto lui ti ama».
Amen!