La figura di Giuseppe nella Bibbia: significato e storia

Nella Bibbia il nome Giuseppe indica soprattutto due figure: Giuseppe, figlio di Giacobbe e protagonista della parte conclusiva della Genesi, e Giuseppe di Nazaret, sposo di Maria e padre putativo di Gesù. Il primo attraversa una storia di fraternità ferita, schiavitù, prigionia, riscatto e riconciliazione; il secondo è un uomo silenzioso, giusto e obbediente, al quale viene affidata la protezione di Maria e del bambino Gesù.

Giuseppe di Nazaret è certamente una figura importante nella storia di Gesù. Si tratta tuttavia di un personaggio del quale non è riportata alcuna parola nel Nuovo Testamento. La sua importanza emerge non dai discorsi, ma dalle decisioni e dalle azioni: prendere con sé Maria, proteggere il bambino, fuggire dai pericoli, ritornare nella terra d’Israele, stabilire la famiglia a Nazaret e insegnare a Gesù un mestiere necessario per vivere.

I due Giuseppe della Bibbia

Il primo Giuseppe è il figlio di Giacobbe e di Rachele, venduto dai fratelli e condotto in Egitto. La sua vicenda, narrata in Genesi 37-50, è il più lungo racconto della Genesi, con accenti romanzeschi, ed è ancora una storia di fratelli: una fraternità distrutta e poi ricostruita attraverso vicende spesso penose, ma anche la storia dei rapporti del piccolo gruppo di Ebrei con il grande impero d’Egitto.

Il secondo Giuseppe è il carpentiere di Nazaret, uomo appartenente alla dinastia del re Davide, sposo di Maria e ritenuto padre di Gesù. Di lui parlano soprattutto i Vangeli di Matteo e Luca, nei racconti dell’infanzia di Gesù; dopo il ritorno della famiglia a Nazaret, Giuseppe scompare dalla narrazione evangelica.

Il nome Giuseppe deriva dall’ebraico Yohsèf, forma abbreviata di Yohsifyàh, e significa «Iah aggiunga», «aumenti», oppure «Iah ha aggiunto», «aumentato».

Giuseppe figlio di Giacobbe: la storia nella Genesi

La nascita e la famiglia

Giuseppe è il primo dei due figli che Giacobbe ebbe dalla diletta moglie Rachele. Alla nascita di questo figlio, Rachele, poiché era stata sterile, esclamò: «Dio ha tolto il mio biasimo!». Quindi lo chiamò Giuseppe, dicendo: «Geova mi aggiunge un altro figlio», vale a dire un altro figlio oltre Dan e Neftali, che Rachele aveva riconosciuto come figli suoi benché fossero stati partoriti dalla sua serva Bila.

All’epoca Giacobbe aveva 91 anni. Sei anni dopo Giacobbe, con tutta la famiglia, lasciò Paddan-Aram per fare ritorno al paese di Canaan. Saputo che suo fratello Esaù gli veniva incontro con 400 uomini, Giacobbe divise i figli, le mogli e le concubine, mettendo Rachele e Giuseppe in coda, il posto più sicuro.

Dopo il ritorno in Canaan, Giuseppe dimorò con la famiglia a Succot, a Sichem e a Betel. Durante il viaggio da Betel a Efrat, cioè Betlemme, sua madre Rachele morì nel dare alla luce Beniamino.

Il giovane pastore e il prediletto di Giacobbe

Giuseppe aveva diciassette anni quando, insieme ai figli che Giacobbe aveva avuto da Bila e Zilpa, badava alle pecore. Benché fosse il più giovane, non prendeva parte alle loro cattive azioni, anzi riferiva fedelmente al padre quello che facevano.

Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica con maniche lunghe. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non riuscivano a parlargli amichevolmente.

L’amore di Giuseppe per la giustizia può avere contribuito a renderlo particolarmente caro a suo padre. Giacobbe fece fare per lui una lunga veste a righe, forse simile a quelle indossate da persone di alto rango.

I sogni di Giuseppe

Giuseppe fece un sogno e lo raccontò ai fratelli: «Noi stavamo legando covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni si posero attorno e si prostrarono davanti al mio».

I fratelli gli dissero: «Vuoi forse regnare su di noi o ci vuoi dominare?». Lo odiarono ancora di più a causa dei suoi sogni e delle sue parole.

Giuseppe fece ancora un altro sogno e lo narrò ai fratelli: «Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me». Lo narrò dunque al padre e ai fratelli. Ma il padre lo rimproverò: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io, tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?».

I suoi fratelli perciò divennero invidiosi di lui, mentre il padre tenne per sé la cosa. Il fatto che Giuseppe parlasse dei suoi sogni non significa necessariamente che si sentisse superiore. Semplicemente riferiva quello che Dio gli aveva rivelato.

Può darsi che Giacobbe abbia riconosciuto la natura profetica dei sogni, poiché «osservò la parola». I sogni anticipano infatti il rovesciamento della condizione di Giuseppe: colui che sarà umiliato dai fratelli finirà per occupare una posizione di autorità, davanti alla quale essi dovranno inchinarsi.

La vendita ai mercanti

Un giorno Giacobbe mandò Giuseppe a vedere se il gregge e i suoi fratelli, che si trovavano nelle vicinanze di Sichem, stavano bene. Vista la loro animosità, questo non dovette essere un incarico piacevole per Giuseppe. Eppure senza esitazione disse: «Eccomi!».

Dal bassopiano di Ebron si incamminò alla volta di Sichem. Informato da un uomo che i suoi fratelli erano partiti per Dotan, Giuseppe proseguì. Quando i fratelli lo scorsero da lontano, cominciarono a tramare contro di lui dicendo: «Ecco, viene quel sognatore».

Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono contro di lui per farlo morire. Si dissero l’un l’altro: «Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in una cisterna! Poi diremo: “Una bestia feroce l’ha divorato!”. Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!».

Ruben, volendo salvarlo dalle loro mani, disse: «Non togliamogli la vita». Poi propose di gettarlo in una cisterna vuota, intendendo salvarlo e ricondurlo a suo padre.

Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica con le maniche lunghe che egli indossava, lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua.

Poi sedettero per prendere cibo. Quand’ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, balsamo e laudano, che andavano a portare in Egitto.

Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c’è a uccidere il nostro fratello e a coprire il suo sangue? Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne».

I suoi fratelli gli diedero ascolto. Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto.

Momento della storiaSignificato nella vicenda di Giuseppe
La tunicaSegno dell’amore particolare di Giacobbe e causa dell’invidia dei fratelli
La cisternaUmiliazione, abbandono e apparente fine dei sogni
La venditaPassaggio forzato dalla famiglia alla schiavitù e dall’innocenza alla prova
L’EgittoLuogo dell’esilio, ma anche dello sviluppo della missione di Giuseppe
Il potereStrumento per salvare la vita durante la carestia e ricostruire la fraternità

Il dolore di Giacobbe

Quando Ruben tornò alla cisterna, Giuseppe non c’era più. Allora si stracciò le vesti, tornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c’è più; e io, dove andrò?».

I fratelli presero la tunica di Giuseppe, sgozzarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. Poi la mandarono al padre con queste parole: «Abbiamo trovato questa; per favore, verifica se è la tunica di tuo figlio o no».

Giacobbe la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato». Si stracciò le vesti, si pose una tela di sacco attorno ai fianchi e fece lutto sul suo figlio per molti giorni.

Tutti i figli e le figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: «No, io scenderò in lutto da mio figlio negli inferi». E il padre suo lo pianse.

Giuseppe in Egitto: lo schiavo fedele

I Madianiti vendettero Giuseppe in Egitto a Potifar, eunuco del faraone e comandante delle guardie. I mercanti portarono Giuseppe in Egitto e lo vendettero a Potifar, capo della guardia del corpo del faraone.

Come era stato diligente nel promuovere gli interessi di suo padre, così anche da schiavo Giuseppe si dimostrò industrioso e fidato. Con la benedizione di Geova tutto quello che faceva aveva successo.

Perciò Potifar gli affidò tutti gli affari della sua famiglia. «Così egli lasciò tutti i suoi averi nelle mani di Giuseppe e non gli domandava conto di nulla, se non del pane che mangiava».

Giuseppe mise il suo talento al servizio della sua nuova patria. Potifar si rese conto rapidamente del suo valore e lo fece diventare una sorta di sovrintendente della casa.

La tentazione e la calunnia

Giuseppe era diventato un uomo molto bello. Di conseguenza la moglie di Potifar s’invaghì di lui. Ripetutamente gli chiese di avere rapporti sessuali con lei.

Giuseppe, addestrato nella via della giustizia, rifiutò dicendo: «Come potrei dunque commettere questo grande male e peccare realmente contro Dio?».

Questo però non pose fine alle sue difficoltà. Alla fine la moglie di Potifar approfittò di quella che secondo lei era una buona occasione. Mentre non c’erano altri uomini in casa e Giuseppe si stava occupando degli affari domestici, gli afferrò la veste dicendo: «Giaci con me!».

Ma Giuseppe le lasciò la veste in mano e fuggì. Allora lei cominciò a gridare facendo credere che Giuseppe le avesse fatto proposte immorali.

La moglie di Potifar, fascinata da Giuseppe, nel suo furore lo rigettò proiettando su di lui le proprie mancanze e chiese per sé l’innocenza della sua vittima. Quando raccontò la vicenda a Potifar, suo marito adirato fece gettare Giuseppe nel carcere dove erano detenuti i prigionieri del re.

Il vestito di Giuseppe diventa così un segno ricorrente della sua storia. La tunica sottratta dai fratelli aveva rappresentato il privilegio familiare; la veste lasciata alla moglie di Potifar rappresenta invece la scelta della fedeltà e la rinuncia a salvarsi attraverso il compromesso.

Giuseppe in prigione

Sembra che inizialmente in prigione Giuseppe fosse trattato col massimo rigore: «Afflissero con i ceppi i suoi piedi, la sua anima entrò nei ferri».

In seguito, vista la condotta esemplare di Giuseppe in circostanze avverse e la benedizione di Geova, il comandante della prigione gli affidò la sorveglianza degli altri prigionieri.

In tale incarico di fiducia Giuseppe, sebbene prigioniero, dimostrò ancora una volta di essere un abile amministratore, disponendo che tutto il lavoro venisse fatto.

Il successo di Giuseppe non dipende quindi dalle circostanze esteriori. Prima nella casa di Potifar e poi nella prigione, egli continua a svolgere con serietà il compito che gli viene affidato.

I sogni del coppiere e del panettiere

Due funzionari del faraone, il capo coppiere e il capo panettiere, furono messi nella stessa prigione. Giuseppe fu incaricato di servirli.

Col tempo questi uomini fecero entrambi dei sogni, che Giuseppe, dopo averne attribuito l’interpretazione a Dio, spiegò loro.

Il sogno del coppiere indicava che di lì a tre giorni egli sarebbe stato riabilitato. Giuseppe gli chiese di ricordarsi di lui e di parlare al faraone affinché potesse essere liberato di prigione.

Spiegò che era stato rapito «dal paese degli ebrei» e che non aveva fatto nulla per cui dovesse essere detenuto. Poi interpretò il sogno del panettiere spiegando che di lì a tre giorni egli sarebbe stato messo a morte.

Entrambi i sogni si adempirono tre giorni dopo, in occasione del compleanno del faraone. Questo senza dubbio convinse Giuseppe del sicuro adempimento dei suoi stessi sogni e lo aiutò a perseverare.

Il coppiere, tuttavia, si dimenticò di Giuseppe. Erano ormai passati circa undici anni da quando era stato venduto dai fratelli.

Giuseppe interprete dei sogni del faraone

Passati altri due anni, il faraone fece due sogni che nessuno dei sacerdoti che praticavano la magia e nessuno dei saggi d’Egitto riuscì a interpretare.

Il sogno del faraone riguardava il Nilo, fonte della prosperità dell’Egitto. Vacche magre divoravano vacche grasse e spighe magre inghiottivano spighe sane. Il destino economico del paese sembrava minacciato.

Fu allora che il coppiere menzionò Giuseppe al faraone, che lo mandò a chiamare immediatamente. Secondo la consuetudine egiziana, Giuseppe prima di presentarsi al faraone si rase e si cambiò d’abito.

Anche in questo caso non si attribuì alcun merito, ma disse che l’interpretazione apparteneva a Dio. «Quello che Dio fa lo mostra al faraone».

Giuseppe spiegò che entrambi i sogni indicavano sette anni di abbondanza seguiti da sette anni di carestia. Inoltre suggerì le misure da adottare per alleviare la futura carestia.

Giuseppe non si accontentò quindi di spiegare il sogno del faraone, ma propose soluzioni pratiche per risolvere la crisi annunciata. Governare significa prevenire.

Il governatore d’Egitto

Il faraone riconobbe nel trentenne Giuseppe un uomo abbastanza saggio da amministrare ogni cosa in tempo di abbondanza e in tempo di carestia. Perciò lo costituì secondo governante d’Egitto.

Il faraone gli diede il proprio anello con sigillo, vesti di lino fine e una collana d’oro. Lo fece salire sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: «Abrech».

Il faraone chiamò Giuseppe Safnat-Panèach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliopoli.

Giuseppe partì per visitare l’Egitto. Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni di abbondanza e li ripose nelle città.

Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile.

Prima che venisse l’anno della carestia, nacquero a Giuseppe due figli, partoriti da Asenat. Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, «perché Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre».

Il secondo lo chiamò Efraim, «perché Dio mi ha reso fecondo nella terra della mia afflizione».

La discesa in Egitto e il rovesciamento della storia

Con l’arrivo di Giuseppe in Egitto comincia un nuovo capitolo della storia di Israele. Due mondi si incontrano e Israele rimarrà segnato profondamente da questo incontro.

Il versetto di Genesi 39,1 merita attenzione: «Giuseppe fu fatto scendere in Egitto», dice il testo. Questo brano espresso al passivo significa che Giuseppe fu forzato a scendere in Egitto.

La discesa significò un’umiliazione, perché Giuseppe fu venduto come schiavo. Il Midrash Tanhuma propone tuttavia una lettura originale: «Non leggere “fu fatto scendere”, ma fece scendere suo padre e le tribù in Egitto».

Giuseppe è quello che ha provocato l’esilio del suo popolo. In Genesi 46,4 Dio rassicura Giacobbe, che non voleva scendere in Egitto: «Io scenderò con te in Egitto e ti farò risalire».

Secondo questa interpretazione, Giuseppe fa scendere in Egitto non solo la sua famiglia, ma anche la storia della promessa. Uno schiavo fu capace di dare un orientamento rigeneratore alla civiltà. Le divinità egiziane furono vinte. La mitologia lasciò il posto alla storia.

Un’ultima lettura viene proposta dal Talmud, Sota 13a: «Non leggere “Giuseppe fu fatto scendere”, ma fece scendere dal loro piedistallo gli astrologi del faraone, perché fu più forte di loro».

La carestia e l’arrivo dei fratelli

Poi giunse la carestia. Poiché si estese ben oltre i confini d’Egitto, molti vennero dai paesi circostanti per comprare viveri da Giuseppe.

Alla fine arrivarono anche i suoi dieci fratellastri, che si prostrarono davanti a lui, adempiendo in parte i due precedenti sogni di Giuseppe. Essi però non lo riconobbero, perché indossava abiti regali e parlava loro per mezzo di un interprete.

Fingendo di non conoscerli, Giuseppe li accusò di essere spie. Essi dichiararono di essere dieci fratelli che avevano lasciato a casa il padre e il fratello minore, mentre un altro fratello non era più.

Giuseppe li fece arrestare e poi disse loro: «Io temo il vero Dio. Se siete retti, uno dei vostri fratelli sia tenuto legato nella vostra casa di custodia, ma voi altri andate, prendete cereali per la carestia nelle vostre case. Quindi condurrete da me il vostro fratello più giovane, perché le vostre parole siano trovate degne di fede; e non morirete».

A motivo di questi sviluppi i fratellastri di Giuseppe cominciarono a pensare che si trattava di una punizione divina perché anni prima l’avevano venduto schiavo.

Di fronte al fratello, che non avevano ancora riconosciuto, parlarono della loro colpa. Sentendo le loro parole, che manifestavano pentimento, Giuseppe si commosse tanto che gli venne da piangere e dovette allontanarsi.

Fece legare Simeone e lo trattenne finché non fossero tornati con il fratello minore.

Il ritorno con Beniamino

Quando i fratelli raccontarono a Giacobbe cosa era accaduto in Egitto e scoprirono che il denaro era di nuovo nei loro sacchi, tutti si spaventarono moltissimo.

Solo la gravità della carestia, insieme all’assicurazione di Giuda che Beniamino sarebbe tornato sano e salvo, indussero Giacobbe a lasciare che il figlio minore accompagnasse gli altri in Egitto.

Al loro arrivo ritrovarono Simeone e, con grande sorpresa, furono tutti invitati a pranzare con l’amministratore annonario.

Quando Giuseppe entrò, essi gli offrirono un dono, si prostrarono e, dopo aver risposto alle sue domande circa il loro padre, s’inchinarono di nuovo davanti a lui.

Vedendo suo fratello Beniamino, Giuseppe rimase così turbato che se ne andò dalla loro presenza per dare libero sfogo alle lacrime.

Gli undici fratelli furono fatti sedere secondo l’età, e a Beniamino furono date porzioni cinque volte maggiori che agli altri. Probabilmente Giuseppe voleva vedere se i fratelli nutrivano ancora gelosia. Ma essi non si mostrarono gelosi.

La prova del calice

Come la volta precedente, Giuseppe fece rimettere il denaro di ciascuno nel suo sacco e fece mettere il suo calice d’argento nel sacco di Beniamino.

Dopo che si erano incamminati, li fece inseguire e li accusò di avere rubato il suo calice d’argento. Quando il calice fu trovato nel sacco di Beniamino, la costernazione dei fratelli dovette essere grande.

Con gli abiti strappati tornarono a casa di Giuseppe e si inchinarono davanti a lui. Giuseppe disse loro che potevano partire tutti tranne Beniamino.

Essi però non vollero partire, dimostrando di non avere più lo spirito invidioso che circa ventidue anni prima li aveva indotti a vendere il fratello.

Giuda perorò con eloquenza la loro causa, offrendosi di prendere il posto di Beniamino affinché il loro padre non morisse dal dolore se Beniamino non fosse tornato.

Il perdono e la riconciliazione

Giuseppe fu così commosso dalla supplica di Giuda che non poté più trattenersi. Dopo avere ordinato a tutti gli estranei di uscire, si fece riconoscere dai suoi fratelli.

Pur essendo stato trattato duramente da loro, non covava rancore, e disse: «Ora non vi addolorate e non vi adirate con voi stessi per avermi venduto qui; perché Dio mi ha mandato davanti a voi per la conservazione della vita».

Giuseppe continuò: «Questo è il secondo anno della carestia in mezzo alla terra, e ci saranno altri cinque anni nei quali non ci sarà né aratura né mietitura. Di conseguenza Dio mi ha mandato davanti a voi affinché abbiate sulla terra un rimanente e per mantenervi in vita mediante un grande scampo».

E aggiunse: «Or dunque non foste voi a mandarmi qui, ma fu il vero Dio». Il perdono di Giuseppe era sincero, poiché pianse e li baciò tutti.

Giuseppe decise di accogliere i suoi fratelli insieme al vecchio padre Giacobbe. Il tema della Genesi era insegnare agli uomini a diventare fratelli.

I fratelli nemici sono ora uniti da vincoli di reciproca solidarietà nella cura amorevole per il loro anziano padre. L’amore fraterno ha rimosso l’odio. L’operatore di questo miracolo fu Giuseppe.

La storia si ripete: la pietra scartata dai costruttori è diventata pietra d’angolo.

Giuseppe figlio di Giacobbe come figura messianica

Melitone di Sardi, nella sua lettura tipologica della Bibbia, considera Giuseppe, venduto in Egitto dai suoi fratelli, come una prefigurazione di Cristo.

Questa lettura messianica è radicata nella tradizione della storia di Giuseppe. L’antagonismo tra Giuseppe e Giuda appare nel racconto di Genesi 37-50.

In Genesi 37,27 Giuda propone di vendere Giuseppe; nei Vangeli, è anche Giuda che consegna Gesù per trenta sicli d’argento.

In Genesi 37 la decisione di vendere Giuseppe è seguita da un pasto per i fratelli; nei Vangeli, è durante l’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli che Giuda si rivela come un avversario di Gesù.

In alcuni ambienti ebraici era stata sottolineata l’apertura di Giuseppe al mondo pagano: egli esercita il potere in Egitto e sposa la figlia del sacerdote di On.

Nascerà così l’idea di due messia: il messia di Giuda e il messia di Giuseppe. Il figlio di Giuseppe cerca di realizzare il suo progetto aprendosi all’Egitto, simbolo delle nazioni, mentre Giuda, pensando al benessere della sua famiglia, diventa il modello del messia che irradia da Israele.

I Vangeli conoscono l’idea dei due messia e cercano di dimostrare che Gesù unisce in sé gli aspetti dei due messia.

Nelle genealogie di Luca e Matteo, Gesù discende da Giuda e da Davide, ma suo padre si chiama Giuseppe. Gesù viene da Nazaret, situata nella Galilea delle genti, ma è nato a Betlemme di Giudea, luogo di origine di Davide.

Giuseppe di Nazaret nei Vangeli

Una figura silenziosa e decisiva

Giuseppe era un carpentiere di Nazaret, uomo che apparteneva alla dinastia del re Davide, sposo di Maria e ritenuto padre di Gesù.

Del suo mestiere parla l’evangelista Matteo (13,55) e vi allude indirettamente anche l’evangelista Marco (6,3), qualificando Gesù stesso come un carpentiere, lavoro che aveva certamente appreso nella bottega di suo padre.

Si tratta di un personaggio silenzioso. Qualcuno direbbe enigmatico. Di lui si parla poco, eppure opera in modo risolutivo: la vita di Gesù e di sua madre Maria non si sarebbe potuta svolgere, come di fatto si svolse, senza il suo ruolo.

Tutti i Vangeli tranne quello di Marco lo menzionano esplicitamente, ma solo quelli di Matteo e di Luca narrano alcune sue gesta precise, legate all’infanzia di Gesù, per poi farlo scomparire dalla scena.

Le azioni di quest’uomo sono però strategiche: prendere con sé Maria, giovane donna in attesa di un bambino; occuparsi della madre e del bambino; fuggire con loro per evitare pericoli di morte; stabilire una residenza per la famiglia a Nazaret in Galilea; insegnare a Gesù un mestiere necessario per vivere.

Le poche informazioni biografiche

Non sappiamo nulla dell’infanzia di Giuseppe. Non sappiamo bene chi fossero i suoi genitori, se non il probabile nome del padre, sul quale Matteo e Luca neppure concordano: Giacobbe, secondo Matteo 1,16, oppure Eli, secondo Luca 3,23.

Non sappiamo neppure l’età di Giuseppe al momento della sua entrata in scena nei racconti evangelici, ma dagli episodi che lo vedono protagonista è verosimile che fosse un uomo ancora piuttosto giovane e pieno di energie.

Anche le persone giovani potevano contrarre matrimonio e per la società ebraica la maggiore età era collocata ai tredici anni, a partire dai quali si assumeva l’impegno di osservare la legge di Mosè.

A motivare l’interesse verso Giuseppe non è dunque la sua origine, quanto piuttosto il suo ruolo, certamente essenziale.

Giuseppe nei Vangeli di Luca e Giovanni

Il Vangelo di Luca

In Luca Giuseppe è nominato per la prima volta in occasione dell’annunciazione a Maria: «Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria».

Luca racconta in un certo senso la nascita e l’infanzia di Gesù attraverso lo sguardo di Maria. Giuseppe sembra avere un ruolo meno centrale, ma il fatto che appartenga alla casa di Davide è certamente un dato essenziale.

Giuseppe compare di nuovo in Luca 2,4, in occasione del censimento di Quirinio che lo porterà a Betlemme. In Luca 2,16 è accanto a Maria quando i pastori vengono a contemplare Gesù bambino.

In occasione della presentazione al tempio, Giuseppe e Maria sono insieme e condividono lo stupore per le cose che vengono dette del bambino.

Anche in occasione della perdita e del ritrovamento di Gesù è Maria a parlare e di Giuseppe non abbiamo alcuna parola.

La genealogia e Nazaret

Giuseppe ricompare nella genealogia di Gesù, che in Luca si trova subito dopo il battesimo al Giordano.

La genealogia di Luca è una genealogia inversa che elenca i nomi dal più recente al più antico: parte quindi da Gesù per risalire fino ad Adamo: «Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni ed era figlio, come si riteneva, di Giuseppe, figlio di Eli…».

Questo «come si riteneva» significa chiaramente che Giuseppe non era il padre biologico di Gesù.

L’ultima volta in cui Giuseppe è nominato in Luca è nella sinagoga di Nazaret: «Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”».

Il Vangelo di Giovanni

Nel Vangelo di Marco Giuseppe non è mai nominato. In Giovanni il suo nome compare due volte.

Nel primo passo Filippo presenta Gesù a Natanaele come figlio di Giuseppe e come proveniente da Nazaret: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazaret».

Nel secondo passo Giuseppe è nominato in una mormorazione contro Gesù: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come, dunque, può dire: “Sono disceso dal cielo?”».

Anche in questi casi la figura di Giuseppe è soltanto accennata e di lui non viene detto niente.

Giuseppe nel Vangelo di Matteo

La genealogia e l’adozione

Il Vangelo canonico che ci fa incontrare più da vicino lo sposo di Maria è quello di Matteo.

Matteo comincia con la sua genealogia partendo da Abramo per arrivare fino a Gesù: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo».

Da questa formula comprendiamo che Giuseppe non è il padre biologico di Gesù. Il racconto che segue serve a mostrare che proprio attraverso l’adozione di Giuseppe Gesù diverrà figlio di Davide e figlio di Abramo.

La genealogia acquista il suo senso quando Giuseppe accoglie Maria e, obbedendo all’angelo, chiama il bambino Gesù. In questo modo egli trasmette al bambino l’eredità umana e legale della discendenza davidica.

Giuseppe uomo giusto

Matteo presenta Giuseppe con un’espressione decisiva: egli era un «uomo giusto».

Per un ebreo non è soltanto un complimento. Nella cultura biblica la giustizia è un attributo divino: solo Dio è giusto, insieme a poche altre persone.

Una di queste era Noè, «uomo giusto e senza difetti, e si comportava come piace a Dio». Anche Noè è un carpentiere: ascoltando la voce di Dio, salva l’umanità dalla distruzione totale costruendo un’arca di legno per mettere in salvo uomini e animali.

Chiamandolo «giusto», la Bibbia paragona Giuseppe a un patriarca. Il giusto è capace di distinguere il bene dal male senza terze opzioni o mezze misure.

Il giusto è un uomo che sa assumersi le proprie responsabilità, anche quando ciò richieda di sacrificarsi per gli altri. Il libro della Sapienza dice: «Hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini».

Il giusto, quindi, è un uomo profondamente umano. Questa definizione riassume bene la vita di Giuseppe, per quel poco che possiamo sapere dai racconti evangelici.

Il primo sogno: Maria e il bambino

Giuseppe, promesso sposo di Maria, si trova davanti a una gravidanza di cui non è responsabile. Non si dice espressamente che sospettasse dell’adulterio di Maria, né è chiaro se sapesse che la sua fidanzata era incinta per opera dello Spirito Santo.

La giustizia in Matteo è sinonimo di volontà di Dio. Giuseppe è giusto perché in ogni situazione si chiede cosa deve fare in obbedienza a Dio.

La volontà di Dio di norma è manifesta nella sua parola, ma nell’Antico Testamento non c’è nessun passo che dica cosa fare nel caso in cui la fidanzata sia incinta per opera dello Spirito Santo.

La Bibbia in alcuni casi non basta da sola per fare discernimento. Giuseppe, nel dubbio, pensa dunque di licenziare segretamente Maria e di tirarsi fuori da questa storia che sembra non riguardarlo.

In ogni caso egli non vuole esporre Maria né a una condanna né alla mormorazione. Si tratta di una situazione nella quale noi diremmo: «Come fai sbagli», non c’è via d’uscita.

Per questo motivo l’angelo compare in sogno e lo chiama: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua sposa; è vero che ciò che è concepito in lei viene dallo Spirito Santo, ma lei partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

L’angelo fa capire a Giuseppe che egli, essendo figlio di Davide, è essenziale in questa storia. Inoltre, chiamando Maria «la tua sposa», gli toglie ogni dubbio sull’appartenenza della giovane donna: Maria appartiene a Giuseppe anche se è incinta per opera dello Spirito Santo.

Giuseppe ha quindi il compito di custodire il mistero della verginità feconda di Maria e dell’origine divina di Gesù, per poi dargli l’eredità umana di figlio di Davide.

Giuseppe obbedisce e in questo si manifesta la sua giustizia. «Quando si destò dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo».

Giuseppe viene così generato come padre, pur non essendolo biologicamente, dando a Maria e a Gesù una famiglia e una storia.

I quattro sogni di Giuseppe

Il Vangelo di Matteo racconta quattro sogni di Giuseppe. Nella Bibbia i sogni erano considerati uno strumento attraverso cui Dio comunicava la sua volontà, oppure un espediente letterario per narrare l’incontro di qualcuno con la Parola di Dio.

Giuseppe di Nazaret compie sogni nei quali ascolta e decide. Sono decisioni difficili, che implicano rischi enormi, ma che egli affronta obbedendo, perché è un uomo giusto che esegue senza indugio i suggerimenti di Dio.

SognoOrdine ricevutoRisposta di Giuseppe
Primo sognoPrendere con sé MariaAccoglie Maria come sposa
Secondo sognoFuggire in Egitto con il bambino e sua madreParte nella notte e protegge la famiglia
Terzo sognoRitornare nella terra d’IsraeleRientra con il bambino e Maria
Quarto sognoStabilirsi in Galilea, a NazaretDevia il percorso e fissa la residenza familiare

Il secondo sogno: la fuga in Egitto

Il re Erode, dando credito ai Magi venuti da Oriente ad adorare il Messia appena nato, e visto che non erano più tornati a riferirgli dove fosse il bambino, ritenendolo una futura minaccia per il suo regno, decide di uccidere tutti i bambini al di sotto dei due anni.

Giuseppe si rende conto che il destino di Gesù, e in un certo senso del mondo intero, è in pericolo, ma non saprebbe dove andare.

Ed ecco un secondo sogno, nel quale l’angelo ordina a Giuseppe: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

Ancora una volta Giuseppe ascolta l’invito di Dio senza fare tante domande: «Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode».

Con tutta probabilità si tratta di una permanenza di qualche anno, durante la quale Giuseppe attende pazientemente l’avviso promesso dal messaggero divino.

Il terzo sogno: il ritorno

L’angelo si presenta a Giuseppe in un terzo sogno per informarlo della morte di Erode e per ordinargli: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».

Nuovamente Giuseppe dà ascolto senza esitare alle parole ricevute in sogno: «Si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele».

Il quarto sogno: Nazaret

Il viaggio di ritorno subisce una deviazione imprevista. Giuseppe viene a sapere che in Giudea era succeduto a Erode il figlio Archelao, evidentemente non più buono del padre.

Giuseppe è colto da timore e ritiene che non sia sicuro tornarvi. In un quarto sogno viene avvertito dall’angelo di deviare il percorso e di andare a stabilirsi in Galilea, a Nazaret.

Fu una decisione saggia, a conti fatti. La Galilea fu data a Erode Antipa, che instaurò un regno relativamente più pacifico e sicuro.

In questi quattro sogni Giuseppe ha saputo prendere decisioni giuste. Una decisione giusta si prende non solo con la testa, ma anche con il cuore, cioè con tutti noi stessi: in essa si combinano conscio e inconscio, paure e desideri, esperienza e obbedienza.

Il palcoscenico delle decisioni di Giuseppe è il sogno. Forse perché il sogno rappresenta uno spazio oltre la mera esperienza umana, uno spazio che rende possibile la vera giustizia, quella di chi non si fida solo di sé, ma ascolta, pondera e forse prega anche.

Giuseppe è giusto perché non solo compie o interpreta i sogni, ma li realizza, sapendoli tradurre nella pratica con bontà e grandezza di cuore, senza misurarsi troppo sui risultati, ma preoccupandosi soprattutto di amare.

Il mestiere di Giuseppe

Il Vangelo di Matteo ci fa sapere che Giuseppe era un falegname. Nel passo parallelo di Marco è Gesù stesso a essere chiamato falegname.

Riguardo al mestiere di Giuseppe e di Gesù, diversi esegeti hanno sostenuto che per «carpentiere» si intendesse un costruttore, non un semplice falegname.

La tradizione più antica, tuttavia, come testimonia Giustino Martire, dice che Gesù era un vero e proprio falegname che costruiva attrezzi agricoli, come aratri e gioghi.

Giuseppe avrà chiesto ai suoi clienti il giusto compenso per i suoi lavori di falegname, lavorando bene, con materiale buono e senza ingannare gli acquirenti.

Strumenti e interventi fatti secondo giustizia descrivono la professionalità di chi sa lavorare bene e così ha insegnato a fare a Gesù, a regola d’arte.

Per chi crede nella divinità di Gesù, vero Dio e vero uomo, è misterioso e attraente pensare che la perfezione divina sia passata anche attraverso l’istruzione umana ricevuta nella bottega di un lavoratore bravo e giusto come Giuseppe.

La paternità di Giuseppe

Giuseppe ha custodito e protetto la vulnerabilità e la fragilità di Gesù bambino e di sua madre e in questo modo ci ha mostrato cosa significhi essere padri.

Un padre non si sottrae alla responsabilità, alla fatica e al rischio per proteggere il proprio figlio e la propria moglie.

Gesù, da parte sua, pur essendo di natura divina, non si è vergognato di essere chiamato figlio di Giuseppe, perché Giuseppe è stato veramente un padre per lui, anche se non lo ha generato biologicamente.

Giuseppe non è il padre biologico di Gesù, ma attraverso l’accoglienza, la protezione, il lavoro e l’educazione assume una paternità reale.

Giuseppe viene così mostrato come custode del bambino e di sua madre. In ogni passaggio è guidato da un angelo che gli parla in sogno, obbedisce e non dice nulla.

È quindi modello di chi obbedisce docilmente, fidandosi di Dio nonostante le legittime obiezioni che potrebbero sorgere.

Giuseppe e le tradizioni apocrife

La nostra curiosità vorrebbe sapere di più su san Giuseppe. Vorremmo sapere se era sposato prima del fidanzamento con Maria, se ha avuto altri figli, se sono questi quelli chiamati fratelli e sorelle di Gesù e cosa avesse in mente di preciso quando l’angelo gli apparve in sogno.

A questa curiosità suppliscono i Vangeli apocrifi, che possiamo leggere con devozione senza però essere obbligati a credere quanto raccontano.

L’apocrifo più antico giunto fino a noi che fornisce particolari sulla vita di Giuseppe è quello chiamato Natività di Maria o più comunemente Protovangelo di Giacomo.

Si tratta probabilmente di un’opera della metà del II secolo d.C. che ebbe grande successo in Oriente. Da questo scritto derivano probabilmente tradizioni ampliate in altre opere, come la Storia di Giuseppe il falegname.

I Vangeli apocrifi hanno cercato di compensare l’estrema sobrietà dei Vangeli canonici aggiungendo tanti elementi, per lo più di natura fiabesca.

Anche a noi è lecito immaginare tutto quanto non ci è stato detto della vita di Giuseppe, ma più importante è ricordare la reale forza della sua intercessione paterna in ogni momento in cui la volontà di Dio ci conduce su sentieri apparentemente impraticabili.

Giuseppe e Asenat

Asenat è citata in Genesi 41,43 e in Genesi 41,50, dove si dice che generò a Giuseppe due figli, Manasse ed Efraim.

Il faraone diede a Giuseppe in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di Eliopoli. Giuseppe aveva trent’anni quando entrò al servizio del faraone.

Per gli Ebrei costituiva un problema il fatto che Giuseppe avesse sposato la figlia di un sacerdote pagano. Alcuni pensavano che per questo motivo il suo popolo avesse poi dovuto scontare la prigionia in Egitto.

Per risolvere il problema alcuni rabbini inventarono l’ipotesi che Asenat fosse in realtà la figlia illegittima di Dina, generata dalla violenza di Sichem.

Un racconto anonimo, intitolato Storia del bellissimo Giuseppe e della sua sposa Aseneth, immagina invece che Aseneth si converta per amore di Giuseppe al Dio del popolo ebreo.

Si tratta di una delle più poetiche storie imperniate sulla figura di Giuseppe, proliferate dalla tradizione biblica. L’opera è stata forse redatta nella comunità ebraica di Alessandria, nello stesso ambiente culturale che produsse la traduzione dei Settanta dell’Antico Testamento al greco.

La sua origine potrebbe risalire addirittura al primo secolo d.C. Il testo presenta corrispondenze con la cultura greca del tempo ed egiziana e potrebbe contenere anche influenze cristiane o giudeo-cristiane.

Aseneth, dopo aver rifiutato inizialmente la proposta del padre di andare in sposa a Giuseppe, si pente dopo averne visto la bellezza «come di un figlio di Dio», fa sette giorni di digiuno e pronuncia una lunga preghiera a Dio.

Nella preghiera affida Giuseppe a Dio: «A te mio Signore lo affido, poiché io lo amo più della mia vita. Proteggilo nella sapienza della tua grazia, e mettimi vicino a lui come tua ancella».

Dopo la sua confessione a Dio, Aseneth gioisce vedendo apparire in cielo la stella del mattino, che per lei significa una risposta di Dio, «perché questo astro è messaggero e araldo della luce del grande giorno».

Il racconto narra poi l’arrivo di un messaggero di Dio, che entra nella stanza di Aseneth, la chiama per nome e le dice: «Fatti animo Aseneth, non aver paura: alzati in piedi e io ti parlerò».

Il messaggero promette che andrà da Giuseppe e gli parlerà: «Fatti animo Aseneth: vedi, il Signore ti ha data a Giuseppe come sposa e lui sarà il tuo sposo».

Quando Giuseppe arriva, Aseneth gli va incontro. Giuseppe le dice: «Vieni qui da me, vergine santa, poiché dal cielo ho ricevuto un buon annunzio su di te: tutto quanto ti è successo mi è stato rivelato».

Giuseppe stende le mani e abbraccia Aseneth, e Aseneth abbraccia Giuseppe. Il giorno dopo Giuseppe va dal faraone e gli presenta Aseneth; poi vengono celebrate le nozze e nascono Manasse ed Efraim.

La differenza tra i due Giuseppe

I due Giuseppe appartengono a epoche e contesti diversi, ma la Bibbia li mette in relazione attraverso alcuni motivi ricorrenti: sogni, obbedienza, ingiusta sofferenza, protezione della vita, discesa e risalita, fedeltà e salvezza.

Giuseppe figlio di GiacobbeGiuseppe di Nazaret
È il figlio prediletto di GiacobbeÈ lo sposo di Maria
È venduto dai fratelliAccoglie Maria e il bambino
Scende in Egitto come schiavoFugge in Egitto per proteggere Gesù
Interpreta i sogni del faraoneRiceve nei sogni la guida dell’angelo
Salva dalla carestia la famiglia e l’EgittoSalva Gesù e Maria dalla violenza di Erode
Perdona i fratelliObbedisce e custodisce nel silenzio
Riconcilia la fraternità spezzataCostruisce una famiglia per Gesù

Il primo Giuseppe è l’uomo dei sogni profetici e dell’amministrazione della salvezza in mezzo alla carestia. Il secondo Giuseppe è l’uomo dei sogni obbedienti e della custodia concreta del mistero dell’incarnazione.

Nel primo caso la salvezza passa attraverso la capacità di governare, prevedere e perdonare. Nel secondo passa attraverso l’accoglienza, il rischio, la fuga, il ritorno e la protezione quotidiana.

Il significato biblico della figura di Giuseppe

La sobrietà dei Vangeli canonici è sufficiente per comprendere la grandezza di Giuseppe.

Per mezzo della sua docilità, della sua obbedienza e soprattutto della sua fede, Dio ha realizzato il suo disegno universale di salvezza promesso ad Abramo e a Davide.

Giuseppe mostra che il silenzio non è assenza di responsabilità. Al contrario, il personaggio non pronuncia parole nel Nuovo Testamento, ma compie azioni decisive.

La sua giustizia non consiste nell’applicare meccanicamente una norma, senza guardare le persone coinvolte. Consiste nel discernere, proteggere, assumersi il rischio e agire secondo la volontà di Dio.

Giuseppe è giusto perché non si sottrae davanti a una situazione incomprensibile. È padre perché protegge chi gli è affidato. È credente perché obbedisce anche quando non possiede tutte le spiegazioni.

La figura di Giuseppe insegna inoltre che la salvezza può passare attraverso persone apparentemente secondarie. Egli sembra avere soltanto un ruolo di comparsa, ma senza il suo consenso e la sua cura la storia di Maria e di Gesù non si sarebbe svolta nello stesso modo.

La storia di Giuseppe figlio di Giacobbe aggiunge un’altra dimensione: la sofferenza non cancella necessariamente la promessa. L’ingiustizia subita può diventare, senza essere giustificata, il luogo attraverso cui si apre una via di vita, di responsabilità e di riconciliazione.

Il primo Giuseppe trasforma la ferita della fraternità in perdono. Il secondo trasforma il timore davanti al mistero in custodia amorevole.

In entrambi i casi Giuseppe non vive per affermare se stesso. La sua grandezza consiste nel mettere ciò che è e ciò che sa fare al servizio della vita degli altri.

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