La celebrazione eucaristica allo stesso altare: significato, orientamento e partecipazione della comunità

La celebrazione eucaristica allo stesso altare esprime che Cristo e la Chiesa compiono un’unica azione liturgica: il sacerdote presiede, mentre l’intera assemblea partecipa all’offerta, alla preghiera e alla comunione. L’altare è il centro della Liturgia Eucaristica, simbolo di Cristo, unica offerta gradita al Padre, mensa dell’Ultima Cena e luogo sacramentale dell’unico sacrificio del Calvario.

L’orientamento della celebrazione non può essere ridotto alla contrapposizione tra “verso il popolo” e “verso l’altare”. Se l’altare è centrale, tutti sono orientati verso di esso: chi presiede e il popolo sono insieme circumstantes e circumeuntes, cioè stanno e si muovono intorno all’altare. La celebrazione allo stesso altare manifesta quindi l’unità dell’assemblea, la centralità di Cristo e la partecipazione comune al mistero eucaristico.

Il significato della Liturgia Eucaristica

La Liturgia Eucaristica si introduce con le parole che tutti possono leggere in PNMR al numero 48: “Cristo infatti prese il pane e il calice, rese grazie, spezzò il pane e li diede ai suoi discepoli dicendo: Prendete, mangiate, bevete: questo è il mio Corpo; questo è il calice del mio Sangue. Fate questo in memoria di me”.

Perciò la Chiesa ha disposto tutta la celebrazione della Liturgia Eucaristica in vari momenti, che corrispondono a queste parole e gesti di Cristo. Infatti:

  1. Nella Preparazione dei Doni, vengono portati all’altare pane e vino con acqua, cioè gli stessi elementi che Cristo prese tra le Sue mani.
  2. Nella Preghiera Eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l’opera della salvezza, e le offerte diventano il Corpo e il Sangue di Cristo.
  3. Mediante la frazione di un unico pane si manifesta l’unità dei fedeli, e per mezzo della Comunione i fedeli si cibano del Corpo e del Sangue del Signore, allo stesso modo con il quale gli Apostoli li hanno ricevuti dalle mani di Cristo stesso.

Nell’Ultima Cena, Gesù Cristo istituì il sacrificio e convito pasquale per mezzo del quale è reso continuamente presente nella Chiesa il sacrificio della croce, allorché il sacerdote, che rappresenta Cristo, compie ciò che il Signore fece e affidò ai discepoli, perché lo facessero in memoria di lui.

La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza.

Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e «si effettua l’opera della nostra redenzione».

Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti.

Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente. Questa è la fede, di cui le generazioni cristiane hanno vissuto lungo i secoli.

Un unico atto di culto

La celebrazione consiste di due parti principali: la Liturgia della Parola e la Liturgia eucaristica; esse sono così strettamente congiunte tra loro da formare un unico atto di culto.

Nella messa viene imbandita tanto la mensa della parola di Dio quanto la mensa del Corpo di Cristo e i fedeli ne ricevono istruzione e ristoro. Ci sono inoltre alcuni riti che iniziano e altri che concludono la celebrazione.

La celebrazione eucaristica può essere definita con questa espressione conciliare “per ritus et preces id (misterium eucaristicum) bene intelligentes” (cfr. SC 48).

La liturgia è la intelligenza del mistero eucaristico attraverso i riti e la preghiera che tutta la Chiesa celebra, radunandosi nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

La Celebrazione Eucaristica ha quattro significati principali, che sono anche stati riassunti nell’unica categoria di sacrificio, con le quattro specificazioni latreutico, eucaristico, propiziatorio, impetratorio:

  • il sacrificio, riproposizione incruenta del sacrificio di Cristo sul Calvario;
  • il memoriale, ricordo e presenza di Cristo nell’attesa del suo ritorno;
  • il convito, segno di unione fra Cristo e la Chiesa, come l’Ultima cena;
  • il ringraziamento, per i doni ricevuti da Dio, chiamati anche “pace”.

Questi quattro significati principali sono intimamente legati fra loro e sono richiamati da diverse parti della liturgia.

Nell’eucaristia l’attore principale è Cristo, presente attraverso il Sacramento. È infatti Cristo l’offerta che la Chiesa attraverso lo Spirito Santo presenta al Padre in virtù della comunione che la rende «un solo Corpo» con Cristo.

L’offerta di Cristo è presentata dal sacerdote, che agisce «in persona Christi» e dall’assemblea che partecipa alla celebrazione.

Tuttavia, la celebrazione non è a esclusivo vantaggio dell’assemblea, ma i frutti spirituali dell’Eucaristia, che è il sacrificio di Cristo per la redenzione del mondo, sono per tutta la Chiesa, non solo per tutti i vivi, ma anche per le anime dei defunti che si trovano in Purgatorio.

Gli Angeli e i Santi si uniscono alla liturgia terrena che è prefigurazione della liturgia celeste con cui la Chiesa trionfante adora Dio.

L’altare come centro della celebrazione

“Prima di tutto si prepara l’Altare, o Mensa del Signore, che è il centro di tutta la Liturgia Eucaristica, ponendovi sopra il corporale, il purificatoio, il messale e il calice, se non viene preparato alla credenza”. (PNMR 49)

L’Altare non è semplicemente una mensa attorno alla quale radunarsi a mangiare e sulla quale appoggiare l’occorrente per la celebrazione.

L’Altare, e ce lo ricorda molto bene San Tommaso D’Aquino (Somma Teologica, III, quest. 83), è simbolo di Cristo, unica offerta gradita al Padre.

Gli altari dell’Antico Testamento saranno visti successivamente come prefigurazione dell’altare cristiano, che rappresenta Cristo.

Ambrogio vede nella persona di Cristo il sacerdote, la vittima e l’altare. L’altare è il corpo di Cristo.

Ignazio di Antiochia parla del radunarsi attorno allo stesso altare che è Cristo: l’altare è punto di unità e fonte di ogni grazia.

Anche Agostino dice che per tempio e altare si intende Cristo stesso. E’ lui che santifica il tempio e le offerte sull’altare.

Dionigi l’Areopagita dice: “Il divinissimo nostro altare è Cristo”.

L’altare è prima di tutto la mensa del Signore. La sua funzione richiama quella della mensa del Cenacolo, dove Gesù celebrò la sua Pasqua o quella tavola nella casa di Emmaus (Lc.24,27-31), dove i discepoli riconobbero il Signore nello spezzare il pane.

Partecipare alla mensa del Signore significa avere comunione con lui (1Cor.10,16-21) e, per mezzo di lui, con il Padre. Radunarsi attorno alla mensa vuol dire radunarsi attorno a Cristo e attingere alla sorgente della vita.

L’altare è una mensa attorno alla quale la famiglia di Dio si raccoglie per prendere il cibo, pane della vita e calice della salvezza.

Il Padre ha unto Cristo con lo Spirito Santo per compiere l’opera della salvezza. La Chiesa unge col Crisma l’altare perché rappresenta Cristo.

Per questo motivo l’altare è fatto oggetto di molti segni di venerazione, come l’inchino, il bacio, l’incensazione, l’omaggio floreale e altri.

Lui, Cristo, è l’unico altare dei cristiani, perciò l’altare non può essere che unico e di pietra, “la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo” (Atti 4,11).

L’altare è generatore dell’architettura: da esso parte e ad esso ritorna tutto l’itinerario sacramentale. Il presbiterio viene a configurarsi quasi come uno spazio di dilatazione dell’altare.

L’altare “versus popolum” è il fatto emblematico della riforma conciliare, unitamente all’introduzione della lingua viva.

“L’altare è il punto centrale per tutti i fedeli, è il polo della comunità che celebra” (PNC 8).

Non può essere quindi un semplice arredo, un oggetto utile alla celebrazione, ma è segno permanente della presenza di Cristo sacerdote e vittima, mensa del sacrificio e del convito pasquale (PNC8; ACRL 17).

Per questo è necessario che sia ben visibile da tutti, affinché tutti si sentano in rapporto con esso.

La centralità dell’altare di cui parla l’Istruzione, però, non va intesa “in senso letterale e statico, ma sacramentale e dinamico e quindi l’altare non va collocato nel centro geometrico dell’aula, ma in uno dei suoi punti spazialmente eminenti” (ACRL 15).

La sua collocazione deve essere strategica, poiché ad esso e attorno ad esso devono essere pensati e disposti i diversi spazi significativi, pertanto ogni chiesa richiede soluzioni concrete diverse a seconda dell’insieme architettonico e dello spazio a disposizione.

Caratteristiche dell’altare liturgico

L’assemblea è polarizzata attorno all’altare (OGMR 303), che deve quindi essere:

  • unico e collocato nell’area presbiteriale;
  • rivolto verso il popolo e praticabile tutto intorno;
  • proporzionato all’area presbiteriale;
  • fisso e preferibilmente di pietra naturale, comunque mai di materiali trasparenti, che compromettono l’evidenza dell’altare e ne rendono evanescente il segno (ACRL 17).

L’unicità gli restituisce tutta la sua forza simbolica. Le sue facce devono essere tutte egualmente importanti.

La sua posizione centrale deve essere evidente e non deve essere oscurata né dalla sede, né dall’ambone o da suppellettili varie poste sopra di esso.

Altare cattolico centrale con croce ceri

La celebrazione allo stesso altare

Dal 1999 una decisione sinodale ha cercato di risolvere un conflitto interno alla Chiesa siro-malabarese del Kerala, con una decisione salomonica.

Essendoci in quella chiesa due usi nell’orientamento della celebrazione (che sinteticamente vengono chiamati “verso il popolo” e “verso l’altare”) la decisione è stata quella di proporre una celebrazione fifty:fifty, ossia 50/50, nella quale si celebra la prima parte della messa “verso il popolo” e la seconda “verso l’altare”.

Ciò che colpisce, in tutta questa diatriba, è che la quasi totalità delle prese di posizione ufficiali (sia da parte delle autorità Syro-malabaresi, sia da parte del Vaticano) si limitano ad un linguaggio funzionale, diplomatico o formale, senza toccare le vere questioni teologiche e liturgiche in gioco.

La nuova comprensione della liturgia implica anche una nuova comprensione dell’essere chiesa, di che cosa significa ascoltare la parola, celebrare il culto e vivere la carità.

In questo ambito possono sorgere questioni nel passaggio tra “diverse forme” di orientamento nel culto, rispetto a cui occorre salvaguardare anzitutto le grandi scelte qualificanti del cammino post-conciliare.

Una riformulazione teologica della questione oggi può essere in grado di offrire una soluzione anche alle contrapposizioni più radicali.

La centralità dell’altare e l’unità dell’assemblea

La liturgia non è più la “cerimonia affidata ai chierici”, ma il linguaggio di tutto il popolo di Dio.

Nella celebrazione liturgica, in particolare nella messa, i primi soggetti sono Cristo e la Chiesa, non il prete o il vescovo.

La Chiesa è soggetto come popolo di Dio, sotto la presidenza di un ministro qualificato, vescovo o presbitero, e con la funzione ministeriale che è più ampia della presidenza.

Questa nozione allargata di liturgia implica un cambiamento di prospettiva e di sguardo: la celebrazione non è atto di qualcuno, ma di tutti.

Per questo si deve parlare di “actuosa participatio”, come di una realtà che la riforma liturgica ha il compito di ricostruire.

Quando si celebra la messa, “tutti celebrano”, anche se uno solo presiede e molti sono i ministri.

Questo implica una “coscienza ecclesiale” che esce dalle tentazioni clericali e affida la identità ecclesiale all’intero popolo di Dio.

A noi interessa però comprendere che il ruolo specifico della liturgia è quello di esprimere e di far sperimentare questa identità ecclesiale nello spazio e nel tempo, per ritus et preces.

Se partecipazione attiva significa che “tutti compiono l’unica azione comune”, anche se a diverso livello di autorità, è evidente che le “mediazioni corporee” di questa azione diventano molto importanti.

La riforma liturgica ha molto lavorato sul “tempo” e sullo “spazio”. La rinnovata struttura dell’anno liturgico e il ripensamento della architettura delle chiese fa parte di questo importante sviluppo del rapporto tra azione visibile e fede nella grazia invisibile, che sempre caratterizza la tradizione liturgica e sacramentale cristiana.

Le norme sull’altare separato dalla parete

Per affrontare questa sfida di “riforma” la Chiesa cattolica si è data subito, già nel 1964, una norma chiara.

Leggiamo infatti in Inter oecumenici 91 “Praestat ut altare maius exstruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit”.

La ragione dell’altare “separato dalla parete” è che “vi si possa stare/andare intorno” e renda possibile la “celebrazione verso il popolo”.

Al testo del 1964 corrisponde quasi letteralmente il testo dell’Institutio Generalis Messalis Romani, edizione del 2002, che dice al numero 299 “Altare exstruatur a pariete seiunctum, ut facile circumiri et in eo celebratio versus populum peragi possit, quod expedit ubicumque possibile sit”.

Questo indica un orizzonte che si dischiude a partire dal testo di SC, che non parla concretamente della trasformazione dello spazio celebrativo, ma della azione celebrativa stessa.

La riscoperta post-conciliare della “missa versus populum” non è a scapito dell’altare, ma recupera la necessità di unificare, in un solo atto, il duplice ma non contraddittorio orientamento all’altare e al popolo.

Verso il popolo e verso l’altare

E’ evidente che, sulla base della intenzione del testo la “missa versus populum” e la “missa versus altare” non si possono considerare come letture contrapposte.

Certo nel dibattito postconciliare hanno assunto un valore simbolico e costituiscono un modo di identificare, anche con forzature, due mondi e due forme di celebrazione e di vita ecclesiale.

Se esaminiamo bene, la espressione del “versus” non è affatto esclusiva, se non nel caso dell’altare.

Dire “versus altare” significa escludere “versus populum”. Non è vero il contrario.

Quando infatti si dice “versus populum” si include anche “versus altare”, perché l’altare sta “tra” chi presiede e il popolo.

Chi si rivolge all’altare e dà le spalle al popolo, è costretto, di tanto in tanto, a voltarsi.

Chi si rivolge all’altare, al di là del quale sta il popolo, vive la realtà dei “circumstantes”! E’ contemporaneamente versus altare e versus populum.

Potremmo allora dire che occorre teologicamente uscire dalla alternativa, creata surrettiziamente utilizzando un linguaggio ancora approssimativo, tra due possibilità.

Se l’altare può essere “circondato” dall’atto di culto, ecco che l’orientamento all’altare e l’orientamento al popolo si possono dare nello stesso atto.

La tensione tra versus populum e versus altare deriva da una polarizzazione che è esterna rispetto alle intenzioni del testo del 1964 e del 2002.

La vera domanda da porre è: se è davvero l’altare il centro, allora può avere senso che la alternativa sia se si sta “davanti” o “intorno” all’altare.

Se la posizione dell’altare è centrale, come prescritto dalle norme, l’orientamento “verso l’altare” è di tutti. Di chi presiede e del popolo.

La alternativa non è versus populum o verso altare, ma nel modo di intendere il “versus altare”.

Se l’altare è centrale, saranno tutti “verso l’altare”! Perché saranno tutti “circumstantes” e “circumeuntes”, tutti stanno e si muovono intorno all’altare.

La croce, la tovaglia e i ceri dell’altare

L’altare è ordinariamente corredato da tre principali segni in rapporto ai tre aspetti dogmatici dell’Eucaristia:

  • la croce, “sopra l’altare o accanto ad esso” (OGMR, 308), che ricorda il Sacrificio pasquale di Cristo che si celebra sull’altare in modo sacramentale;
  • la “tovaglia di colore bianco” (OGMR, 304), che richiama la santa Cena, forma rituale per la celebrazione dell’Eucaristia;
  • “i candelabri … in segno di venerazione e di celebrazione festiva” (OGMR,307), ma anche richiamo alla Presenza reale del Signore risorto e dell’azione del suo Santo Spirito.

La tovaglia, la croce e almeno i due ceri proclamano le tre parti indissolubili dell’evento eucaristico: la reale Presenza, il Sacrificio e il Convito.

Distendere sull’altare una tovaglia di colore bianco significa affermare che su di esso si compie il Convivio sacramentale secondo le parole del Signore “Prendete e mangiate…prendete e bevetene tutti”.

Disporre ai lati dell’altare due ceri o due gruppi di ceri significa richiamare la reale Presenza, che si attua nelle parole di Cristo, uomo-Dio: “Questo è il mio Corpo…Questo è il mio Sangue”.

Porre sull’altare la croce significa riconoscere che lì si attualizza l’unico Sacrificio del Calvario, secondo le stesse parole del Redentore “Corpo offerto in sacrificio… Sangue versato in remissione dei peccati”.

Gli arredi liturgici allora rendono visibile l’intero mistero nei suoi tre aspetti teologici essenziali e indivisibili: Presenza, Sacrificio, Convito.

Preparare l’altare con la tovaglia, la croce e i ceri significa descrivere con segni visibili gli aspetti invisibili dell’evento sacrificale e conviviale, che il Signore stesso realizza, rendendosi presente in modo “vero, reale e sostanziale”.

La croce dell’altare

L’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) afferma: “Vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato”. (OGMR, 308).

La regola classica della croce, che sta sopra l’altare, rimane sempre valida come prima modalità che il novus ordo ha sempre previsto.

La disposizione classica della croce al centro e dei candelabri ai lati sull’altare è certamente quella che assicura meglio la loro natura di insegne proprie dell’altare, in quanto fanno corpo con esso.

Una croce fuori dall’altare bipolarizza l’attenzione, la croce al centro dell’altare crea un unico polo di attrazione: l’altare, il cui titulus è la croce.

“Conviene che questa croce rimanga vicino all’altare anche al di fuori delle celebrazioni liturgiche, per ricordare alla mente dei fedeli la salvifica Passione del Signore” (OGMR, 308).

I candelabri dell’altare

“I candelabri, richiesti per le singole azioni liturgiche, in segno di venerazione e di celebrazione festiva, siano collocati o sopra l’altare, oppure accanto ad esso, tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare” (OGMR, 307).

Come si può vedere rimane sempre valida la norma di collocare i candelabri sopra l’altare, anzi è proposta come prima forma.

E’ quindi erroneo affermare che i candelabri non debbano mai stare sulla mensa dell’altare, ma sempre e solo accanto ad esso.

Disporre i due candelabri o ceri o i due gruppi di essi sui due lati della mensa delinea un’identità esclusiva e tipica dell’altare, sottolinea la centralità della croce, se questa si erge nel mezzo, e il popolo cristiano, subito, ne coglie l’originalità nella continuità della tradizione liturgica.

I ceri dell’altare quindi non sono semplicemente come quelli che allietano una cena di gala, ma devono poter proclamare la presenza viva di Cristo e del suo Spirito e muovere i cuori dei presenti alla venerazione.

La preparazione dei doni

La Liturgia Eucaristica si sviluppa in tre momenti: l’offertorio, la preghiera eucaristica e la comunione.

Durante l’ultima cena, Gesù ha voluto dare un senso speciale ad alcuni gesti che di solito si fanno durante un pranzo ordinario.

Il “questo” che Gesù ha comandato di fare e che la Chiesa ha capito di dover fare in memoria di lui si può ricondurre a quattro gesti significativi che compiuti da Gesù nell’ultima cena:

  1. prese il pane e il vino;
  2. rese grazie a Dio suo Padre;
  3. spezzò il pane;
  4. diede ai discepoli il pane da mangiare e il calice da bere.

Queste quattro azioni formano l’ossatura della liturgia eucaristica:

  1. Preparazione dei doni simbolici del pane e vino;
  2. Preghiera eucaristica in cui i simboli vengono assunti nell’offerta di Gesù al Padre;
  3. Frazione del pane in cui i doni vengono preparati per essere offerti all’assemblea;
  4. Comunione: accoglimento dei doni da parte dell’assemblea.

Si realizza, in questo modo, un doppio movimento di andata e ritorno che manifesta il “mistero dell’offrire”, dello scambio: dall’assemblea all’altare, per l’offerta; dall’altare all’assemblea, per la condivisione e la comunione.

La preparazione dell’altare

Fin dall’inizio della Celebrazione, sull’Altare, ricoperto di tovaglia bianca, decorosamente pulita, viene posto il Libro dei Vangeli, l’Evangeliario, magari le lampade accese, o le candele, e i fiori: e null’altro.

Ora esso diventa il centro della Liturgia Eucaristica: quindi gli Accoliti, cioè i ministri dell’Altare, preparano opportunamente la Mensa del Signore.

Dalla credenza, posta a lato del presbiterio, e sulla quale prima dell’inizio della celebrazione si era preparato tutto l’occorrente, portano e dispongono sull’Altare il corporale e il purificatoio, il calice e il messale.

Il presidente della Celebrazione, seduto alla sede, attende che sia conclusa la preparazione dell’Altare; quindi accoglie i doni: il pane, il vino e il frutto della sollecitudine di carità dei fedeli, che vengono portati in processione.

La processione dei doni

“Poi si portano le offerte: i fedeli - cosa lodevole - presentano il pane e il vino; il sacerdote o il diacono, in un luogo adatto, li riceve e li depone sull’Altare, recitando le formule prescritte”. (PNMR 49)

“Quantunque i fedeli non portino più, come un tempo, il loro proprio pane e vino destinati alla Liturgia, tuttavia il rito di presentare questi doni conserva il suo valore e il significato spirituale”. (PNMR 49)

“Si possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa, portati dai fedeli o raccolti in Chiesa. Essi vengono deposti in luogo adatto, fuori dalla Mensa Eucaristica”. (PNMR 49)

Il corteo di chi reca i doni, viene chiamato “processione offertoriale”: che, insieme alla preghiera dei fedeli, è uno dei momenti più significativi della messa perché entrambi esprimono l’esercizio effettivo del sacerdozio battesimale dei fedeli.

Nella processione vengono coinvolti alcuni fedeli, grandi e piccini, in rappresentanza di tutta la comunità, i quali, partendo da un tavolino a metà chiesa, vanno verso l’altare e presentano al Sacerdote i doni preparati, che alla Consacrazione diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo per noi.

Il canto di offertorio accompagna la processione e si protrae fino a quando i doni sono deposti sull’altare.

E’ possibile accompagnare i riti dell’offertorio col canto anche se non si svolge la processione con i doni.

L’offerta del pane e del vino richiama l’offerta di sé, delle gioie, speranze, timori, sofferenze, ecc., che ognuno è chiamato a deporre spiritualmente sull’altare.

“Cosa presento al Signore in questa Messa?”.

Il pane e il vino

Le due preghiere di preparazione cominciano con una lode del creatore. Il pane e il vino vengono designati come suoi doni.

Anche qui vale la parola della Lettera di Giacomo: “Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce” (1,17).

Il pane è da secoli l’alimento base. Esso rende possibile la vita, è il primo tra i viveri; senza alimentazione l’uomo deve morire.

Così nel dono del pane c’è un riferimento a Dio come creatore, conservatore e amico della vita.

Lo stesso vale per il vino, il quale, nell’antico Israele, era insieme alimento, genere voluttuario e farmaco.

Le preghiere di preparazione rimandano tuttavia non solo al Dio creatore ma anche all’uomo, che con faticoso lavoro coltiva grano e uva, che raccoglie e lavora i loro frutti fino a che questi diventano alimenti che fanno bene.

Poiché nel pane e nel vino sono contenuti molta cura e molta fatica essi sono frutto del lavoro dell’uomo.

Per questo possono diventare anche simbolo dell’uomo stesso che con questi doni inserisce se stesso nel sacrificio di Cristo.

Gia la più antica tradizione cristiana vede nel pane e nel vino un simbolo di quella unione nella quale coloro che ricevono i doni, da uomini trasformati, crescono insieme come comunità di Cristo, anzi come suo Corpo.

Per quanto riguarda la qualità del pane e del vino ricordiamo PNMR.

Al numero 282, a proposito del pane, afferma: “Il pane per la celebrazione dell’Eucaristia deve essere di solo frumento, confezionato di recente e azzimo, secondo l’antica tradizione della Chiesa latina”.

Al numero 283 continua poi: “La materia della Celebrazione Eucaristica si presenti veramente come cibo. Esso deve essere confezionato in modo che il sacerdote nella Messa celebrata con il popolo possa spezzare davvero l’ostia in più parti da distribuire almeno ad alcuni fedeli. Le ostie piccole non sono comunque affatto escluse, quando il numero dei comunicandi o altre ragioni pastorali lo esigano”.

E, a proposito del vino, al numero 284 si richiede “che sia tratto dal frutto della vite, che sia naturale, cioè non misto a sostanze estranee”.

Le preghiere di azione di grazie

“Benedetto se tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane frutto della terra e del lavoro dell’uomo: lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna”.

“Benedetto nei secoli il Signore”.

“Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino frutto della vite e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te, perché diventi per noi bevanda di salvezza”.

“Benedetto nei secoli il Signore”.

Accolti i doni, ha luogo la “piccola elevazione”: il sacerdote alza leggermente la patena con l’ostia verso il cielo, simbolo della trascendenza di Dio, che non può essere legato a nessuno spazio.

Deposta la patena sull’altare, il sacerdote versa nel calice il vino con un po’ d’acqua e dice: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”.

Poi il sacerdote eleva al cielo il calice, come ha fatto per l’ostia.

Nelle due benedizioni è indicato il senso dell’offerta e il come sarà raggiunto il fine dell’unione con la vita divina: l’offerta è destinata a diventare quel cibo, che ci unirà a Dio in una vita beata, operando la nostra salvezza.

La mescolanza dell’acqua

Il testo del PNMR al numero 103 prescrive di aggiungere alcune gocce di acqua al vino, al momento dell’offertorio, pronunciando sottovoce l’apposita formula.

Questo rito breve e in sé povero è ricco di senso.

Si sa d’altra parte che nell’antichità il gusto forte del vino veniva rotto con dell’acqua e che questo avveniva principalmente nei paesi caldi.

Ma a questa usanza, diremmo di carattere dietetico e prudenziale, si sostituisce rapidamente un significato mistico, che è il solo che resta oggi, e non perché i nostri vini siano meno consistenti.

San Cipriano di Cartagine, lottando contro gli gnostici che rifiutavano il vino, è testimone del significato spirituale del rito: “Se qualcuno offrisse solo vino, il Sangue di Cristo si troverebbe ad essere senza di noi; se si desse solo dell’acqua, sarebbe il popolo ad essere senza Cristo”.

La teologia dell’“ammirabile scambio” ha poi trovato con Sant’Agostino la sua formulazione, espressa oggi nella formula del Messale: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra condizione umana”.

Con parole diverse è quanto si esprime nell’orazione della Messa di Natale: è cioè richiamo al mistero della Incarnazione.

Si può aggiungere che l’interpretazione della Liturgia orientale è ancora più cristologia della nostra: la mescolanza dell’acqua con il vino è il segno dell’unione dell’umanità e della divinità nella persona del Cristo.

Altri richiamano le “gocce di sangue e acqua” uscite dal costato di Cristo trafitto in Croce. (Gv 19,34)

Con l’acqua unita al vino è richiamato il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio che ha assunto la natura umana per unire la nostra a quella divina.

Questo rito è anche particolarmente esigente, perché indica anche che l’offerente dovrebbe dissolversi come una goccia d’acqua nel vino del sacrificio di Cristo.

Incensazione e purificazione

La donazione di sé simboleggiata nel pane e nel vino trova anche la sua espressione verbale nella preghiera che segue con la quale ci uniamo al sacrificio che Cristo ha fatto di se stesso.

Il sacerdote inchinato chiede ciò non solo per sé ma per tutti i partecipanti dicendo: “Umili e pentiti accoglici, o Signore: ti sia gradito il nostro sacrificio che oggi si compie dinanzi a te”.

Quindi si può compiere l’incensazione dei doni, dell’Altare, del sacerdote e dell’assemblea.

L’incenso crea una atmosfera gradevole e solenne attorno a noi; manifesta il nostro rispetto e la nostra riverenza verso un simbolo di Cristo, l’Altare, il pane e il vino, o verso una persona, sacerdote e fedeli; indica un profondo atteggiamento di preghiera e di adorazione.

L’incenso è soprattutto simbolo dell’atteggiamento di offerta e di sacrificio dei credenti davanti a Dio: come i grani dell’incenso vengono totalmente consumati dalla brace di fuoco effondendo un gradevole profumo così la vita cristiana è chiamata al dono totale di sé nella gratuità e nella benevolenza.

Ma dopo aver incensato le offerte e l’Altare vengono, abbiamo detto, incensate le persone, sacerdote e assemblea.

Sono esse infatti offerta e omaggio graditi a Dio: è per questo che, mentre viene incensata, l’assemblea si alza in piedi ad indicare, con il suo atteggiamento positivo e impegnato, l’unione alle offerte eucaristiche.

Così l’incenso unisce in qualche modo le persone con l’altare, i doni, ma soprattutto con Cristo che si offre in sacrificio.

Dopo aver usato l’incenso è prevista la lavanda delle mani del sacerdote per la quale, oltre al senso pratico di detergere le mani dal pulviscolo della cenere e dell’incenso, si è aggiunto il significato di purificazione interiore bene espresso anche dalla preghiera che accompagna tale gesto: “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”.

Qualunque possa essere stato il primo motivo che ha fatto introdurre nella Messa questo rito, oggi ha un carattere penitenziale.

Con esso il sacerdote esprime il desiderio di purificazione interiore, ripetendo la richiesta di perdono.

L’orazione sulle offerte

“Deposte le offerte sull’Altare e compiuti i riti che accompagnano questo gesto, il sacerdote invita i fedeli a unirsi a lui nella preghiera e pronunzia l’orazione sulle offerte: si conclude così la Preparazione dei Doni e si prelude alla Preghiera Eucaristica”. (PNMR 53)

L’invito del sacerdote avviene con la seguente o con una simile formula: “Pregate o fratelli (orate fratres), perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre onnipotente”.

L’assemblea risponde: “Il Signore riceva dalla tue mani questo sacrificio a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua santa chiesa”.

Segue la preghiera sulle offerte fatta dal Sacerdote, cui l’assemblea risponde con: “Amen”.

Nell’invito e nella risposta dei fedeli: “mio e vostro sacrificio”, “riceva dalle tue mani”, vengono sottolineate sia la partecipazione dei fedeli al sacrificio, sia nella sua celebrazione la funzione originale ed unica del sacerdote.

La preghiera sulle offerte è preghiera presidenziale, viene pronunciata a voce alta dal sacerdote, con le braccia allargate, a nome di tutta la comunità che, quindi, esprime la sua partecipazione stando in piedi e rispondendo “Amen”.

I motivi della preghiera sulle offerte sono soprattutto che i doni si trasformino in sacramento di salvezza, ci ottengano il premio della vita eterna, ci santifichino e diventino principio di vita nuova.

La Preghiera Eucaristica

Ha inizio il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione, cioè la preghiera di azione di grazie e di santificazione.

La preghiera eucaristica esige che tutti l’ascoltino con rispetto e in silenzio e vi partecipino con le acclamazioni previste nel rito (Principi e norme per l’uso del Messale Romano, 55).

Essenzialmente, la preghiera eucaristica è così costituita:

Il prefazio e l’azione di grazie

Il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della Festa o del Tempo.

L’acclamazione del Santo

L’assemblea, unendosi alle creature celesti, canta o recita il Santo.

Questa Acclamazione è pronunziata da tutto il popolo con il sacerdote.

L’epiclesi

Con l’invocazione dello Spirito Santo, la Chiesa implora la potenza divina, affinché i doni offerti dagli uomini vengano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e perché la vittima immacolata, che si riceve nella comunione, giovi per la salvezza di coloro che vi parteciperanno.

Il racconto dell’istituzione e la consacrazione

È il momento culminante della messa: mediante le parole e i gesti di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’Ultima Cena, quando offrì il suo Corpo e il Suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare tale mistero.

Il pane e il vino offerti diventano realmente il Corpo e il Sangue del Cristo stesso morto e risorto.

Chi può si inginocchia in adorazione.

L’anamnesi

L’intera storia dell’umanità è condensata in poche parole: la Chiesa celebra la memoria di Cristo, ricordando la Sua Beata Passione, la Gloriosa Risurrezione e l’Ascensione al cielo.

L’offerta della Chiesa

Nel corso di questa stessa memoria la Chiesa, in modo particolare quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre, nello Spirito Santo, la vittima immacolata.

La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma anche imparino a offrire se stessi e così portino a compimento, ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti.

Le intercessioni

In esse si esprime che l’Eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa, sia celeste che terrestre, e che l’offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti, che sono stati chiamati alla salvezza acquistata per mezzo del Corpo e Sangue di Cristo.

La preghiera eucaristica comprende anche il ricordo della Chiesa, del papa e del vescovo della comunità locale, il ricordo di tutti i defunti e la richiesta di “aver parte alla vita eterna, insieme con la beata Maria, Vergine e madre di Dio, con gli apostoli e tutti i santi”.

La dossologia finale

“Per Cristo, con Cristo e in Cristo” è la solenne glorificazione del Padre per mezzo di Cristo, l’unico mediatore tra Dio e l’umanità.

L’assemblea risponde “Amen”. E’ la solenne adesione di fede al Signore che dovrebbe essere gridato come gli urrà dei tifosi nello stadio.

Tutto viene dal Padre attraverso Cristo e tutto è destinato a ritornare a lui per la medesima via.

Tutte le preghiere eucaristiche in uso configurano un’unica azione eucaristica-sacrificale, espressa in parole, gesti e preghiere dal sacerdote.

L’assemblea è invitata a unirsi all’azione del celebrante, in quanto egli dice: “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”; “È cosa buona e giusta” e attende che essa ratifichi la propria preghiera con l’Amen.

I riti di Comunione

Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale.

I riti di Comunione hanno inizio con la recita o il canto della preghiera del Signore, il Padre nostro.

L’assemblea si rivolge al Padre con gli stessi sentimenti di Cristo.

Sono sette le richieste espresse, legate soprattutto alla necessità del cibo spirituale della Parola e dell’Eucaristia, che sostengono la nostra fedeltà nel rapporto con Dio.

La pace

Gesù risorto, la sera di Pasqua, offre la pace agli apostoli come primo dono.

Con il rito della pace i fedeli implorano la pace e l’unità per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, ed esprimono fra di loro l’amore vicendevole, prima di partecipare all’unico pane.

Questo gesto è segno del nostro proposito di dimenticare qualsiasi rancore.

La frazione del pane e l’Agnello di Dio

Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell’ultima Cena, sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica.

Questo rito non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane di vita, che è Cristo (1 Cor 10,17).

Il celebrante mette nel calice una piccola porzione dell’ostia.

Questa invocazione ha una forte dimensione eucaristica, perché pronunciata durante i riti della frazione del pane e dell’immistione, e perché riprende il cibarsi dell’agnello nella cena pasquale ebraica accostandolo alla vera cena dell’Agnello, la comunione eucaristica.

Mentre si compiono la frazione del pane e l’immixtio, i fedeli, consapevoli della propria inadeguatezza e indegnità a comunicarsi del Signore, chiedono ancora perdono con l’invocazione ripetuta due volte.

L’ultima invocazione termina con le parole “dona a noi la pace”.

La comunione al Corpo e al Sangue di Cristo

Il celebrante si prepara con una preghiera silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo stesso fanno i fedeli pregando in silenzio.

Il sacerdote presenta l’Eucaristia ai fedeli e li invita al banchetto di Cristo; poi, insieme con essi, esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle parole del Vangelo, ricordando che solo il Signore toglie i peccati del mondo, perché li ha presi su di sé inchiodandoli sulla croce.

Dopo una breve preghiera privata, l’ostensione del pane-corpo di Cristo e un atto di umiltà, i fedeli si avviano all’altare, solitamente cantando in raccoglimento, ove ricevono, sulla lingua o sul palmo della mano, per propria scelta, il corpo di Cristo, cibandosene.

Può essere accolta sulla mano, con il palmo cavo, dicendo “Amen” e inchinando il capo in segno di rispetto, e assumendola con devozione davanti al sacerdote.

Infatti i doni si ricevono, non si prendono.

In circostanze particolari anche i fedeli possono bere al calice, presentato con la formula “il Sangue di Cristo”, ma sussistono difficoltà che ne riducono la pratica, spesso limitandola a messe celebrate in piccole comunità di preghiera.

La comunione al sangue di Cristo può però avvenire anche per intinzione: l’ostia è immersa dal ministro della comunione nel calice del vino eucaristico e ricevuta dal fedele solo in bocca.

Il silenzio dopo la Comunione

Dopo la comunione, si lascia uno spazio di tempo in silenzio affinché in preghiera si possa assimilare, con riconoscenza, il dono ricevuto.

Il sacerdote raccoglie le suppliche e il ringraziamento dei fedeli e chiede che nella vita maturino i frutti del mistero celebrato.

Il popolo fa sua l’orazione con l’acclamazione “Amen”.

La partecipazione dell’assemblea

La nostra persona è interamente coinvolta nella Azione Liturgica in atto.

Con i gesti come alzarsi, sedersi, inginocchiarsi, battersi il petto, scambiarci il segno di pace, camminare, e con i sensi, siamo chiamati a dimostrare l’adesione piena all’incontro con il Signore Risorto che pronuncia ancora la Sua Parola e offre la Sua vita per noi.

Si celebra con arte quando i diversi elementi della liturgia, quelli visibili, udibili, toccabili, gustabili, odorabili, sono ordinati in modo dignitoso e armonico e permettono all’invisibile della fede e della grazia di essere manifestato.

Celebrare con arte significa mettere in buon ordine gli spostamenti, gli atteggiamenti e le posture, le parole e i gesti, le letture e i canti; e ancora: intervenire nei tempi e negli spazi adeguati, mantenere il tono giusto della comunicazione, in una buona coerenza con ciò che precede e ciò che segue, in una buona corrispondenza tra ciò che viene fatto e ciò che viene detto.

La liturgia non è una catechesi, per cui al centro dell’attenzione non c’è una trasmissione di contenuti, di idee; si tratta, piuttosto, di vivere un incontro.

La celebrazione non è un oggetto da comprendere intellettualmente, essa è piuttosto contatto, emozione, incontro.

È azione, è movimento, è un “esodo” continuo per incontrarsi con l’Invisibile a partire da elementi visibili.

La grazia di Dio ci raggiunge non “nonostante” ma proprio “attraverso” i gesti, i movimenti, i suoni, gli odori, i sapori.

Perché si partecipa alle celebrazioni in modo pieno, attivo e consapevole, non solo con la mente, ma con l’anima e il corpo, con tutti i cinque sensi, in sintonia con il mistero in atto nella celebrazione.

Il doppio movimento dell’offerta e della comunione

Tutti i fedeli sono sacerdoti. Essi offrono al Sacerdote ordinato i sacrifici spirituali, portano all’altare il Pane, il Vino e le loro intenzioni.

Di seguito il Sacerdote offre le nostre e le sue offerte per la consacrazione e per la commemorazione della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo.

Il pane e il vino che offriamo significano tutta la nostra vita, lavoro, pene, gioie, desiderio d’amare Dio e i fratelli, offerta in sacrificio al Signore.

Allo stesso modo, il nostro obolo in denaro, o elemosina, è la partecipazione concreta ai bisogni della comunità parrocchiale e dei poveri.

Infatti, non si può dire seriamente a Dio di amarlo, senza mostrare concretamente amore ai fratelli bisognosi.

Nell’offerta dei doni affermiamo che tutto ciò che abbiamo è dono gratuito di Dio.

Il Signore Gesù nella Comunione ci trasformerà in lui, senza però annullare la nostra specificità personale.

La Liturgia della Parola e l’ambone

Nella Liturgia della Parola, Dio parla al suo popolo per mezzo del suo Figlio, Cristo, Parola vivente.

Essa è costituita da brani tratti dalla Sacra Scrittura, dall’omelia del celebrante e dalla preghiera dei fedeli.

Nelle due letture bibliche, una nei giorni feriali, e nel salmo Dio parla al popolo, nell’omelia il celebrante spiega e attualizza la Parola, nella preghiera dei fedeli tale Parola si converte in invocazioni dei figli di Dio.

Quando nella Messa, un lettore sale all’ambone per proclamare la lettura e l’assemblea si mette seduta in atteggiamento di ascolto, l’esperienza non è semplicemente quella di leggere un testo scritto, ma di ascoltare una Parola viva, cioè Cristo stesso (SC 7).

La Parola che risuona nell’aula è la voce di Cristo stesso che parla al suo popolo riunito per celebrare i santi misteri.

La proclamazione è qualcosa in più rispetto alla lettura, porta con sé l’idea di un atto pubblico e solenne: non si legge un pezzo di Bibbia, ma si fa l’esperienza del Signore che parla.

Il lettore non è tanto chiamato a “leggere”, quanto a “dar voce” a Cristo affinché parli oggi al suo popolo.

Ciò comporta innanzitutto incaricare lettori capaci di far risuonare nel giusto modo la Scrittura.

Ci sia e si rispetti il luogo degno e specifico da cui proclamare la Parola; l’ambone è il luogo della Parola, e non delle parole, per cui dall’ambone vanno proclamate le letture, ed eventualmente, l’omelia e la preghiera dei fedeli, in quanto legate essenzialmente alla Parola ascoltata.

È importante distinguere il lettore dal salmista, in quanto si tratta di due mansioni diverse: il lettore è voce di Dio che parla al popolo; il salmista è voce dell’assemblea per rispondere a Dio.

Per sua natura il salmo andrebbe cantato.

La struttura complessiva della Messa

I riti introduttivi

I riti che precedono la Liturgia della Parola, cioè l’introito, il saluto, l’atto penitenziale, il Kyrie eleison, il Gloria e l’orazione di colletta, hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione.

Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio e a celebrare degnamente l’eucaristia.

L’assemblea si raccoglie, prende forma e si unisce con il canto alla processione introitale del sacerdote, che rappresenta il popolo di Dio in cammino verso Cristo.

Il celebrante, giunto all’altare, simbolo di Cristo, lo bacia in segno di venerazione.

Fatta nel nome della Trinità santa e indivisa, il segno della croce è memoria e professione di fede battesimale di tutta l’assemblea.

L’Amen dell’assemblea dei credenti vuol dire: “Sì! Credo che Cristo è tra noi. Ne sono certo!”.

Il saluto del celebrante esprime la presenza della Grazia: la comunione in Dio con i fratelli.

L’atto penitenziale è l’invito a riflettere sulla propria vita e a chiedere perdono a Dio dei peccati commessi.

Il Kyrie è un canto con il quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia.

Riscoperta la bontà e la misericordia del Signore, possiamo cantare con gioia l’inno iniziato dagli angeli la notte santa di Natale, che esprime adorazione, gioia, ringraziamento.

Nella pausa di silenzio, ogni fedele rivolge a Dio mente e cuore formulando le sue richieste.

Poi il celebrante raccoglie, da cui il nome colletta, i pensieri e i desideri di tutti.

La Liturgia della Parola

Dio, tramite la voce del lettore, istruisce il suo popolo con la sua Parola.

Le esortazioni finali “Parola di Dio” indicano che Dio stesso ha parlato ai suoi.

Per ascoltare la Parola bisogna creare il silenzio interiore.

Dopo la lettura dall’Antico Testamento, l’assemblea risponde con gioia, lodando con i versi che Dio stesso ci ha consegnato, attraverso scrittori da lui ispirati, per pregarlo nella maniera più degna.

Il Vangelo è Cristo risorto, rappresentato dal sacerdote o diacono, che adesso parla al suo popolo.

Il Vangelo si ascolta in piedi e in profondo silenzio.

L’omelia è la proclamazione, fatta con calore interiore, della Parola.

Il silenzio che segue dà modo alla Parola proclamata di penetrare in profondità ed acquistare efficacia.

Il Simbolo della fede è la risposta corretta alla Parola ascoltata e segno di riconoscimento tra i credenti nell’unico Signore e Salvatore.

La Preghiera dei fedeli è la risposta del popolo cristiano al Signore che ha parlato e in cui abbiamo detto di credere.

Chiamata anche “Preghiera universale”, è una supplica per le necessità di tutto il mondo: il popolo sacerdotale intercede per l’umanità intera, per implorare su di essa la benevolenza divina.

I riti di congedo

Come all’inizio il celebrante richiama la presenza del Signore, dono ricevuto, che ora i fedeli porteranno nel mondo.

Nel nome e con la benedizione della SS. Trinità, siamo inviati a donare a tutti l’amore di Dio.

Si scioglie l’assemblea, perché ognuno ritorni alle sue occupazioni lodando e benedicendo il Signore.

In realtà la messa continua; la testimonianza della vita è strettamente collegata all’Eucaristia perché non diamo qualcosa di nostro, ma comunichiamo il dono ricevuto: Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

Celebrazione Eucaristica dedicazione altare e saluto al Vescovo Roberto Busti

tags: #la #celebrazione #eucaristia #allo #stesso #altare