Il canto della preghiera del pellegrino russo

Il canto della preghiera del pellegrino russo è l’invocazione continua del nome di Gesù: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore». È la preghiera interiore perpetua, chiamata anche preghiera di Gesù, preghiera del cuore o, più tecnicamente, esicasmo.

Il pellegrino russo cammina e prega senza separarsi dalla realtà esterna: la sua preghiera nasce dal desiderio di obbedire al comando paolino «Pregate senza posa» e diventa un rapporto vivo con Cristo, presente nelle circostanze, negli incontri, nelle prove e nella storia personale.

Il pellegrino russo e la domanda sulla preghiera incessante

«Racconti di un pellegrino russo» furono stampati la prima volta a Kazan nel 1881; oggi sono già divenuti il libro più conosciuto e diffuso della spiritualità russa. Si tratta di un libro delizioso che racconta, in quattro relazioni fatte al padre spirituale, i pellegrinaggi di uno strannik attraverso l’immensità della steppa e la campagna siberiana.

Il libro consiste in vari racconti che trattano il tema della preghiera continua. Sebbene sia un classico della tradizione ortodossa, il libro è adatto anche a cattolici romani in quanto tratta di una preghiera anteriore alla scisma e lo fa in un modo pienamente accettabile da questi ultimi.

La immediatezza del loro linguaggio parlato, il procedere confuso della narrazione, l’assenza di ogni ombra di letteratura e insieme la ricchezza delle scene e delle osservazioni, la ingenuità fresca e saporosa del racconto, la vivacità popolare, la sincerità della testimonianza di una esperienza rara di vita mistica, la pienezza di gioia che tutto lo pervade e l’illumina, fanno di questo libro un libro forse unico in tutte le lingue del mondo.

Chi scrive, e sembra davvero che parli tanta è la freschezza e la vivacità del racconto, è un paesano della Russia centrale che si è consacrato alla vita ascetica del pellegrinaggio, così frequente e caratteristica nella russia di allora: tutti i romanzi di Tolstoj, di Dostojeswsky, di Turghenev, di Ljeskov conoscono questi tipi di pellegrini.

Il vocabolario, la sintassi, le immagini sono quelle di un mugik, ma il libro anche se non ha pretese letterarie, è ritenuto ormai un classico della letteratura. È certo che il documento più prezioso e interessante della religiosità popolare russa di un tempo che sembra ormai remoto.

Avventure succedono ad avventure, incontri a incontri: in poche pagine il pellegrino ci dà un quadro quasi completo e perfetto - anche se un po’ idealizzato - della Russia di un secolo fa: briganti e soldati, guardaboschi sperduti nel deserto delle immense foreste siberiane, scrivani increduli e motteggiatori, ragazze che fuggono alla vigilia del matrimonio, giudici ubriachi, polacchi cattolici, contadini, signori ospitali, nobili, pii sacerdoti, monache.

Il pellegrino nelle sue soste ora fa l’eremita col guardaboschi, ora, col sagrestano in una piccola cappella, fa la lettura della Filocalia ai devoti, ora insegna a scrivere al figlio di un contadino. Derubato dai briganti, viene giudicato poi come seduttore di ragazze; per alcuni è un matto, altri lo ritengono un santo e un taumaturgo.

Viene bastonato, cade nell’acqua ghiacciata, si sperde nelle foreste, è tentato da una donna: attraverso tutti i suoi casi, egli continua a lodare Dio e il suo cuore trabocca di una gioia senza fine. È uno dei più grandi libri di avventure: fantastico, vario, avvincente e, quello che più conta, vero.

Libro strano, senza riscontro, di cui non sai dire con precisione né dove, né quando fu scritto, né che l’abbia composto. Il libro fu stampato la prima volta a Kazan nel 1881 da Paissio, abate del monastero di S. Michele Arcangelo, il quale aveva ricopiato un manoscritto veduto molti anni prima in un monastero del Monte Athos.

Quanto raccogliamo dalla lettura è tuttavia sufficiente a determinare pressappoco la data della sua composizione. Sembra di dover fissare questo tempo fra la guerra di Crimea 1853-54 e la liberazione dei servi avvenuta nel 1862.

Il libro infatti da una parte reca le tracce dell’epoca di Alessandro I (primi decenni dell’ottocento) e forse del romanticismo occidentale, dall’altra ha caratteristiche che sembrano proprie invece degli scritti monastici russi degli ultimi decenni del secolo scorso.

D’altra parte sembra che il manoscritto l’abbia avuto fra mano il celebre starets Ambrogio di Optina verso il 1860 e fosse di proprietà di un sua penitente. Lo starets Ambrogio credeva anzi di aver conosciuto l’autore delle relazioni: un certo mercante Nemytov che era stato discepolo per qualche tempo dello starets Macario di Optina.

«Pregate senza posa»

«Per grazia di Dio io sono un uomo e cristiano, per azioni gran peccatore, per condizione un pellegrino senza terra, della specie più misera, sempre in giro da paese a paese. Per ricchezza ho sulle spalle un sacco con un po’ di pane secco, nel mio camiciotto la santa Bibbia, e basta.»

«La ventiquattresima domenica dopo la Trinità sono entrato in chiesa per pregare mentre si recitava l’Ufficio; si leggeva l’Epistola dell’Apostolo ai Tessalonicesi, in quel passo dove è detto: “Pregate senza posa”.»

«Quella parola penetrò profondamente nel mio spirito, e mi chiesi come sarebbe stato possibile pregare senza posa dal momento che ognuno di noi deve occuparsi di tanti lavori per sostenere la propria vita.»

«Ho cercato nella Bibbia e ho letto coi miei occhi proprio quel che avevo inteso: Bisogna pregare senza posa, pregare con lo spirito in ogni occasione, pregare in ogni luogo alzando mani pure.»

«Avevo un bel riflettere, non sapevo proprio cosa decidere. “Che fare?”, pensavo. Dove trovare qualcuno che mi possa spiegare quelle parole?»

«Andrò nelle chiese dove predicano uomini di gran fama, e forse là troverò quel che cerco. E mi misi in cammino.»

Il pellegrino ascolta molte prediche sulla preghiera, ma non trova la risposta che cerca.

«Erano però istruzioni sulla preghiera in generale; che cosa è la preghiera, perché è necessario pregare veramente, su questo, nemmeno una parola.»

«Ho sentito una predica sulla preghiera in spirito e sulla preghiera perpetua; ma non mi si diceva come fare per giungere a questa preghiera.»

«Così, frequentando le prediche non sono riuscito ad avere quel che desideravo. Allora ho smesso di andare alle prediche e ho deciso di cercare con l’aiuto di Dio un uomo sapiente ed esperto, che mi sapesse spiegare quel mistero dal quale il mio spirito era rimasto invincibilmente attratto.»

Il suo viaggio nasce quindi da una domanda semplice e radicale: come può un uomo pregare incessantemente mentre lavora, cammina, dorme e affronta le necessità quotidiane?

La ricerca di una guida spirituale

«Quanto tempo ho camminato! Leggevo la Bibbia e chiedevo se non si potesse trovare in qualche luogo un maestro spirituale o una guida saggia e piena di esperienza.»

Una volta gli viene indicato un uomo che vive in un villaggio, possiede una cappella, prega continuamente e legge libri spirituali.

«A queste parole non camminai più, ma mi misi addirittura a correre verso il villaggio; vi giunsi e mi diressi subito alla casa di quel signore.»

«Ho sentito dire che siete un uomo pio e saggio; per questo vi chiedo in nome di Dio di spiegarmi che cosa vuol dire questa espressione dell’Apostolo: “Pregate senza posa”, e come sia possibile pregare in questo modo.»

L’uomo gli risponde: «La preghiera perpetua è lo sforzo incessante dello spirito umano per giungere a Dio.»

«Per riuscire in questo benefico esercizio, conviene chiedere spesso al Signore di insegnarci a pregare senza posa. Prega di più, e con più zelo; la preghiera ti farà capire da sé come può diventare perpetua; per questo ci vuole molto tempo.»

Il pellegrino però non è soddisfatto.

«Dopo queste parole mi fece servir da mangiare, mi diede qualche moneta per il viaggio e mi congedo. Ma non aveva saputo spiegare nulla.»

Successivamente arriva in un monastero e incontra il superiore, al quale domanda come salvare l’anima e come pregare senza posa.

«Ecco: vivi secondo i comandamenti, prega Dio e sarai salvo!»

«Ho sentito dire che bisogna pregare senza posa, ma non so come fare a pregare senza posa e non posso nemmeno comprendere che cosa significhi la preghiera perpetua. Vi prego, Padre, spiegatemi questo.»

Il superiore gli consegna un testo di san Dimitri, dove legge: «Le parole dell’Apostolo: Bisogna pregare senza posa si applicano alla preghiera fatta con l’intelligenza; l’intelligenza, infatti, può essere sempre immersa in dio e pregarlo senza posa.»

Il pellegrino chiede ancora: «Vi prego, spiegatemi come l’intelligenza può rimanere sempre immersa in Dio senza distrarsi e pregarlo senza posa.»

«È molto difficile, se Dio non avrà concesso questo dono», disse il superiore. Ma anche questa risposta non gli permette di comprendere il modo concreto della preghiera.

«Ero triste per la mia incapacità di capire, e per consolazione leggevo la santa Bibbia.»

L’incontro con lo starets

Dopo cinque giorni di cammino, il pellegrino incontra un vecchio monaco che lo invita nell’eremo.

«Da noi, mi disse, si ricevono i pellegrini, li alloggiamo e diamo loro da mangiare nella nostra foresteria.»

Il pellegrino risponde: «Il mio riposo non dipende da un alloggio, ma da un insegnamento spirituale; non cerco un pasto, ho abbastanza pane nel mio sacco.»

Il monaco gli domanda quale insegnamento cerchi e gli parla degli starets dell’eremo, esperti nella guida spirituale.

«Vedete, padre, è un anno ormai che, ascoltando leggere l’Ufficio, ho inteso questo comando dell’apostolo: Pregate senza posa.»

«Non sapendo come interpretare questa espressione, mi sono messo a leggere la Bibbia. E anche in essa, in molti passi, ho trovato il comando di Dio: bisogna pregare senza posa, sempre, in ogni occasione, in ogni luogo, non solo durante il lavoro quotidiano, non solo quando si è svegli, ma anche nel sonno: Io dormo ma il mio cuore è desto.»

«Questo mi ha molto sorpreso e non ho potuto comprendere come si possa compiere tal cosa e quali sono i mezzi per arrivarvi; si è destato in me un desiderio vivo e un’ardente curiosità: queste parole non mi hanno più dato pace né di giorno né di notte.»

«Così mi sono messo a frequentare le chiese, ho ascoltato le prediche sulla preghiera; ma ascolta ascolta, non ho mai sentito dire come si fa a pregare senza posa.»

«Si parlava sempre della preparazione alla preghiera o dei suoi frutti, senza che fosse insegnato come pregare senza posa e quel che significa una simile preghiera.»

Lo starets riconosce nella ricerca del pellegrino una chiamata.

«Ringrazia Dio, fratello caro, perché ti ha rivelato un’attrazione così viva in te verso la preghiera interiore perpetua.»

«Vedi in questo la chiamata di Dio e calmati, pensando che così l’accordo tra la tua volontà e la volontà divina è stato giustamente provato; egli ti ha dato di comprendere che né la saggezza di questo mondo, né un desiderio vano di conoscenza possono guidare alla luce celeste - la preghiera perpetua - ma la povertà di spirito e l’esperienza attiva nella semplicità del cuore.»

Secondo lo starets, il problema non consiste soltanto nel conoscere la definizione della preghiera, ma nell’apprenderla attraverso una pratica reale.

«In verità si predica molto sulla preghiera e ci sono molti lavori recenti su questo argomento, ma tutti i giudizi dei loro autori sono basati sulla speculazione intellettuale, sui concetti della ragione naturale e non sull’esperienza nutrita dall’azione, parlano più di quel che è accessorio alla preghiera che non della sua essenza.»

«Uno spiega magnificamente perché è necessario pregare; un altro parla della potenza e degli effetti benefici della preghiera; un terzo delle condizioni necessarie per pregare bene, ossia lo zelo, l’attenzione, il fervore del cuore, la purità di spirito, l’umanità, il pentimento, tutti sentimenti necessari per accingersi a pregare.»

«Ma a che cosa sia la preghiera e a come si impari a pregare - problemi che pure sono essenziali e fondamentali - è raro trovare risposta nei predicatori di oggi; perché questo è più difficile di tutte le loro spiegazioni e richiede non una cultura scolastica, ma una conoscenza mistica.»

La preghiera come origine delle virtù

Lo starets contesta l’idea secondo cui prima si debbano raggiungere tutte le virtù e soltanto dopo si possa iniziare a pregare.

«Molti commettono un grande errore quando pensano che i mezzi preparatori e le buone azioni generano la preghiera, mentre in realtà la fonte delle opere e di tutte le virtù è proprio la preghiera.»

«Essi, erroneamente, scambiano i frutti o le conseguenze della preghiera con i mezzi per arrivarci, e così ne diminuiscono la forza.»

«È un punto di vista completamente opposto alla Scrittura, perché l’Apostolo Paolo così parla della preghiera: Vi scongiuro prima di tutto di pregare.»

«Così l’Apostolo pone la preghiera al di sopra di tutto: vi scongiuro prima di tutto di pregare.»

«Al cristiano si chiede di compiere molte opere buone, ma l’opera della preghiera è al di sopra di tutte le altre, perché senza di lei non si può trovare la via che conduce al Signore, conoscere la Verità, crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri, essere illuminato nel cuore dalla luce di Cristo e unirsi a lui nella salvezza.»

La preghiera perfetta non è presentata come una conquista ottenuta mediante la sola forza personale.

«Dico frequente, perché la perfezione e la correzione della nostra preghiera non dipendono da noi, come ancora dice l’Apostolo Paolo: Non sappiamo quel che bisogna domandare.»

«Solo la frequenza è lasciata in nostro potere come mezzo per raggiungere la purezza di preghiera, che è la madre di ogni bene spirituale.»

«Acquista la madre e avrai la discendenza, dice sant’Isacco il Siriaco, insegnando che bisogna acquistare prima la preghiera per poter mettere in pratica tutte le virtù.»

La preghiera continua, dunque, non è anzitutto una prestazione ascetica, ma una risposta perseverante alla grazia e una forma di disponibilità a Dio.

La formula della preghiera di Gesù

Finalmente lo starets conduce il pellegrino nella sua cella e gli spiega in modo diretto che cosa sia la preghiera interiore perpetua.

«La preghiera di Gesù, interiore e costante, è l’invocazione continua e ininterrotta del nome di Gesù con le labbra, con il cuore e con l’intelligenza, nella certezza della sua presenza in ogni luogo, in ogni tempo, anche durante il sonno.»

«Si esprime con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbiate pietà di me!”»

Una formulazione più ampia è: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».

La preghiera può essere pronunciata anche in forma più breve: «Signore Gesù, abbi pietà di me».

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «Il nome di Gesù contiene tutto: Dio e l’uomo e l’intera Economia della creazione e della salvezza. Pregare “Gesù” è invocarlo, chiamarlo in noi.»

«Il suo nome è il solo che contiene la presenza che esso significa. Gesù è risorto, e chiunque invoca il suo nome accoglie il Figlio di Dio che lo ha amato e ha dato se stesso per lui.»

«Questa invocazione di fede estremamente semplice è stata sviluppata, nella tradizione della preghiera, sotto varie forme in Oriente e in Occidente.»

«La formulazione più abituale, trasmessa dai monaci del Sinai, di Siria e dell’Athos, è l’invocazione: “Gesù, Cristo, Figlio di Dio, Signore, abbi pietà di noi, peccatori!”.»

«Essa coniuga l’inno cristologico di Fil 2,6-11 con l’invocazione del pubblicano e dei mendicanti della luce. Mediante essa il cuore entra in sintonia con la miseria degli uomini e con la misericordia del loro Salvatore».

Il significato del nome di Gesù

La preghiera del cuore non consiste nella ripetizione di una parola priva di contenuto, ma nell’invocazione di una Persona.

«È un incontro con una Persona specifica: Gesù Cristo. Si invoca il Nome di Gesù, credendo che esso contenga la sua Presenza e la sua Grazia.»

«E’ una pratica antica che mira a stabilire un dialogo vivo e ininterrotto con il Signore.»

«La dinamica della preghiera comporta una domanda di Misericordia. La formula “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me (peccatore)” è un grido di aiuto e riconoscimento della propria dipendenza da Dio.»

«È un atto di fede e umiltà.»

Le parole della preghiera mettono il cuore in rapporto con Cristo e riconducono continuamente alla coscienza della propria condizione.

«Siamo niente, o meglio un niente, capace di Dio, con l’aggravante di non reggere la grandezza di questa capacità, siamo dei poveri peccatori.»

Questa coscienza non viene presentata come disperazione o disprezzo di sé.

«Come è importante questa coscienza, che non è per niente ‘depressiva’, pessimista! È una preghiera realista: confidare totalmente in Dio, “tutto posso, in Colui che è la mia forza” dice san Paolo.»

Il pellegrino può così attraversare le difficoltà senza attribuire a se stesso la forza necessaria per superarle.

«Questa è precisamente la forza del pellegrino russo, che gli permette di attraversare le più disparate peripezie come l’abbraccio amoroso di Dio, le tentazioni come prove di un più profondo e sincero amore a Dio.»

La preghiera che diventa spontanea

Lo starets spiega che l’invocazione, praticata con perseveranza, può diventare una presenza stabile.

«Chi si abitua a questa invocazione ne riceve gran consolazione e prova il bisogno di dire sempre questa preghiera; dopo un po’ di tempo, non può più vivere senza ed essa scorre in lui da sola.»

In un’altra formulazione si legge: «E chi si sarà abituato a quest’invocazione sperimenterà una grande consolazione e la capacità di fare questa preghiera sempre, tanto che non potrà più vivere senza preghiera, ed essa stessa risuonerà da sola in lui.»

Questa preghiera che risuona spontaneamente è descritta come una preghiera che diventa automovente, una corrente interiore non più limitata ai momenti formalmente riservati alla devozione.

Il testo mostra come la ripetizione costante e fiduciosa delle parole pronunciate dal pellegrino porti la preghiera a diventare auto-movente, cioè una preghiera che si ripete spontaneamente nel cuore anche durante le attività quotidiane e il sonno.

Il canto del pellegrino durante il cammino

Dopo aver ricevuto l’insegnamento dello starets, il pellegrino continua il suo viaggio con la preghiera sulle labbra e nel cuore.

«E ora eccomi pellegrino, recitando senza posa la preghiera di Gesù che mi è più cara e più dolce di ogni altra cosa al mondo.»

«Talvolta percorro più di settanta verste in un giorno e non mi accorgo di camminare; sento soltanto che recito la preghiera.»

«Quando un freddo violento mi colpisce, recito la preghiera con maggiore attenzione e ben presto mi sento caldo e confortato.»

«Se la fame si fa troppo insistente, invoco più spesso il nome di Gesù Cristo e non mi ricordo più di aver avuto fame.»

«Se mi sento male e la schiena o le gambe mi dolgono, mi concentro nella preghiera e non sento più dolore.»

«Quando qualcuno mi insulta, non penso che alla preghiera benefica di Gesù; immediatamente collera o pena svaniscono e dimentico tutto.»

«Il mio spirito è diventato semplice, veramente. Non mi do pena di nulla, nulla mi occupa, nulla di quanto è esteriore mi trattiene; vorrei essere sempre in solitudine.»

«Per abitudine, non ho che un bisogno solo: recitare senza posa la preghiera, e quando lo faccio divento allegro. Dio sa che cosa si compie in me.»

Il cammino esterno non viene cancellato dalla preghiera: viene attraversato nella luce di una presenza continua. Il pellegrino incontra la fame, il freddo, la fatica, la malattia, l’insulto e l’incertezza, ma ogni esperienza diventa occasione per tornare al nome di Gesù.

La preghiera che non separa dalla realtà

La preghiera del pellegrino russo non è fuga dal mondo. La preghiera non separava mai il pellegrino russo dalla realtà esterna.

Per comprendere questa affermazione, la preghiera viene descritta come contemplazione del volto di Gesù che ricompone la nostra umanità.

«La preghiera come rapporto con Cristo.»

«E infatti Cristo è tutto in tutto attraverso il Suo Spirito, che Egli dona con generosità; Cristo è alla radice della realtà creata dopo la Resurrezione e l’Ascensione.»

«“Tutto consiste in Lui”, contempliamo nuovamente ogni anno nella Croce il Venerdì Santo; “tutto è stato creato per mezzo di Lui”, eterno Figlio del Padre, generato dall’eternità e incarnatosi nel tempo per opera dello Spirito Santo.»

«Allora la preghiera che non separa dalla realtà esterna, è quella che è ancorata al Volto di Cristo.»

La familiarità con Cristo si riconosce nel modo in cui la preghiera entra nella vita quotidiana.

«La familiarità con Cristo si percepisce dal primo pensiero che ci viene alla mente quando ci svegliamo al mattino, dallo sguardo che poniamo alle persone e alle cose che incontriamo.»

La preghiera non elimina la storia personale, ma la raccoglie e la orienta.

«Mi accorsi quel giorno pregando in ginocchio di fronte all’icona che tutta la realtà, ed anche la mia storia, le mie scoperte e le mie disfatte, gli incontri fatti, la bellezza del mondo e dei volti umani, la bruttezza e il dolore per il male nel mondo erano come misteriosamente, ma realmente portati dentro quel rapporto.»

«Scoprii così che la contemplazione non è fuga dalla realtà, ma la possibilità di portare in avanti la realtà verso il destino, verso il compimento tutta la realtà.»

Il volto di Cristo e la memoria della vocazione

La contemplazione del volto di Cristo ricompone l’unità della persona attraverso la memoria della chiamata.

«Ho cominciato così ad amare il silenzio, non perché mi potevo isolare dal mondo.»

«Nel silenzio trova così la sua forza, la sua fonte continua la vocazione sacerdotale.»

«La memoria di essere chiamati da Cristo fluisce dal di dentro di questo rapporto con Cristo.»

«La memoria del mio essere chiamato costituisce il contenuto ‘materiale’ della contemplazione del Volto di Cristo.»

La preghiera diventa memoria stupita di una vocazione sempre presente.

«La ‘materia’ del mio rapporto con Cristo è costituita dalla memoria stupita della vocazione che Tu, o Cristo mi hai dato e mi dai ora: Tu, o Cristo, mi hai scelto, mi scegli ora, mi hai chiamato, mi chiami ora.»

«Non ti ha fermato e non ti ferma tutta la mia indegnità, Tu gliel’hai data nuovamente, Tu ricomponi nuovamente in unità la mia umanità attraverso la memoria della mia vocazione.»

«Tu l’hai purificata e la purifichi da ogni bruttura di peccato attraverso il dono stupendo e inimmaginabile del perdono, della confessione.»

La confessione viene così vista come il luogo in cui la vocazione torna a vivere.

«Quale stupore per me nel tempo passato nel confessionale, quando vedi riprendere colore e consistenza la vocazione del penitente.»

Il silenzio orante

Il silenzio della preghiera non coincide con una semplice assenza di suoni.

«Il silenzio orante non è dunque un’evasione che nega il mondo intorno a noi.»

«Il silenzio non è negazione di qualcosa, non è un’assenza di voci e di suoni, ma al contrario, è la presenza della Voce che parla al mio cuore.»

«Il silenzio è la Voce del Mistero, ma se io non faccio silenzio, se non lascio tacere il rumore del mio io, non riuscirò ad ascoltare il Tu che mi parla.»

Il silenzio diventa quindi lo spazio dell’ascolto e della trasformazione. Non si tratta di cancellare la persona, ma di lasciare che Dio renda il cuore capace di ascoltare.

Questa dinamica è espressa nei versi di Vittorio Gassman:

«Eri, come ‘La lettera smarrita’ di Poe, nello spazio impensato perché scontato. Eri e Sei - forse ora ho capito - fra le parole che ho tanto usato e osato.»

«Purché Tu appaia, le fruste parole si faranno Parola, e col mio io sepolto finalmente parlerai, che mai è stato quel che era forse destinato ad essere, un io mancato, strangolato.»

«Parlami a perdifiato. Ti cedo Ogni suono o silenzio; e già ti vedo Emergere da quella pila di parole Inutilmente sparse nel cassetto, cancellarne rime e rumore, facendone linguaggio perfetto.»

«Cancella anche me, cambiami, conducimi, ritraducimi, parla Tu per sempre, Signore.»

«Dalla tua cima Su me sei balzato, mi hai stanato. Lo vedo e tutto Ti cedo. Sono io ora a tacere. E Tu raccontami, o Dio.»

Il Mistero reso vicino in Gesù Cristo

Il Dio che nel silenzio può sembrare assente è riconosciuto come una presenza più profonda di ogni presenza.

«Questo Dio, questo Mistero che può essere spesso tanto ‘assente’ e pur più presente di ogni presenza, - “chi sei tu che riempi della tua assenza tutto il mondo, tutto il mio essere?” si domandava il premio nobel Par Lagerkwist - si è reso vicinanza umana, si è fatto familiare in Gesù Cristo.»

La preghiera cristiana non si rivolge a un’energia impersonale, ma a Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

«Prima di prendere una decisione importante per la vita personale o sociale, pensiamo nell’intimo della nostra anima alla figura morale di Cristo, penetriamocene soprannaturalmente e chiediamoci: agirebbe Egli così?»

«A tutti propongo questa verifica che non ingannerà. In tutti i casi dubbi, se vi è possibile riprendervi e riflettere, pensate a Cristo, immaginatelo vivo, come è in verità, e caricatelo di tutti i pesi dei vostri dubbi.»

Questo criterio non riguarda soltanto le situazioni eccezionali.

«Ma non solo nei casi dubbi, ma sempre, o almeno, spesso.»

La preghiera di Gesù e la comunione della Chiesa

La ripetizione del nome di Gesù conduce a una familiarità sempre più profonda con Cristo e, nello stesso tempo, con la Chiesa.

«Ma pensate a un uomo, un prete che ripeta dieci, cento, mille volte al giorno “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”: che razza di familiarità con Cristo ne nasce, con questa presenza personale e tenerissima.»

«Perché questo Cristo è mistero, irriducibile ai progetti umani, ma è, anche, inseparabile dal Suo Corpo la Chiesa, fatta dei volti concreti dei fedeli della comunità convocata da Dio in Gesù Cristo.»

«Allora questa preghiera “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”, mi rende più familiare la realtà di Cristo e, allo stesso tempo, cresce la familiarità con la comunione della Chiesa, indipendentemente dai nostri limiti personali.»

La preghiera interiore non chiude in un’esperienza individuale isolata, ma apre alla comunione ecclesiale e ai volti concreti degli altri.

L’adorazione eucaristica

Questa familiarità con Cristo nella comunione della Chiesa si approfondisce anche davanti al Santissimo Sacramento.

«Questa familiarità di rapporto con Cristo nella comunione della Chiesa la imparo sempre di nuovo durante il tempo che passo davanti al Santissimo Sacramento, - tendenzialmente ogni mattina prima della Santa Messa, quando non sono in visita alle comunità.»

«Quella Presenza dolcissima e tenerissima, assolutamente indifesa e potente allo stesso tempo, è il cuore del mondo, porta in sé tutta la realtà creata.»

San Giovanni Paolo II scriveva nella lettera Mane Nobiscum Domine del 2004:

«Restiamo prostrati a lungo davanti a Gesù presente nell’Eucaristia, riparando con la nostra fede e il nostro amore le trascuratezze, le dimenticanze e persino gli oltraggi che il nostro Salvatore deve subire in tante parti del mondo.»

«Approfondiamo nell’adorazione la nostra contemplazione personale e comunitaria.»

Preghiera, riposo e ritmo della vita

Parlare di adorazione, di silenzio, del silenzio orante e del rapporto con il Tu del Mistero di Dio nella Chiesa significa parlare anche del riposo.

«Perché contemplare il Volto di Cristo è riposo.»

«Ora et labora per dirla con San Benedetto.»

Il riposo non coincide con la semplice distrazione o con la moltiplicazione delle attività.

«Noi oggi manchiamo di riposo assai più che di lavoro. Il riposo è fratello del silenzio! Manchiamo di riposo come di silenzio.»

«Siamo infecondi per mancanza di riposo, più ancora che per mancanza di lavoro.»

«Che è dunque il riposo? Il riposo è la vita che si raccoglie e si ritempra alle sue sorgenti.»

«Il riposo per il corpo è il sonno; quel che avviene in esso lo sa Dio. Il riposo per la mente e l’anima è la preghiera.»

«Il riposo, morale ed intellettuale, è tempo di comunione con Dio e con le anime, e di gioia in questa comunione.»

Il riposo deve restituire alla vita la sua sorgente, non disperderla.

«Sta un fatto: noi del riposo abbiamo conservato solo immagini vuote nelle abitudini e nei piaceri della sera.»

«Tu dunque, che vuoi far parlare il silenzio e lavorare il sonno, rendi utile il tuo riposo.»

«Fa in modo che l’interruzione del lavoro sia veramente il riposo; rendi sacre le tue sere.»

«Una vita ben ordinata così renderà sacra la sera! Sacra anche la fine di ogni settimana, con un riposo santo, con un giorno di unione delle anime in Dio.»

«Ai miei preti, e anche per me nel limite del possibile, dico di riservarsi il lunedì per il riposo, per la preghiera, e anche per lo studio.»

Il pellegrinaggio come coscienza dell’uomo

Il pellegrinaggio non è soltanto uno spostamento nello spazio. È la coscienza di essere creatura, peccatore e uomo chiamato a camminare verso la verità.

«Mentre vi parlo, Dio dà a me l’esistenza. Esistere per un uomo, è essere in relazione con un Altro. Esistere è sempre essere in due.»

«In Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, la creazione materiale e spirituale, il passato, il presente e il futuro prendono tutta la loro consistenza.»

«Se passiamo dal desiderio alla certezza - è perché qualcuno è venuto a dirci chi è Dio e chi è l’uomo e fare di noi, e di tutti gli uomini di tutti i tempi, dei pellegrini verso la Verità che non è altro che l’incontro che faremo un giorno quando vedremo Dio faccia a faccia.»

«Allora potremo capire che il tempo umano, non è qualcosa che passa, ma qualcuno che viene.»

Il pellegrino russo possiede questa coscienza e la esprime con il movimento incessante della preghiera.

«Potremmo dire che il pellegrino russo ha questa coscienza; camminava in preghiera continua: questa è l’immagine di una preghiera che non separa dalla realtà esterna, camminare e pregare.»

Il cuore come luogo dell’incontro con Dio

Il pellegrino che cerca Dio scopre gradualmente che il viaggio esterno conduce a un viaggio interiore.

«Il pellegrino che ha fame e sete di Dio e delle vie che conducono a Lui, finisce per scoprire che l’unica vera via da esplorare non è fuori, ma dentro, là dove il proprio cuore batte all’unisono con quello del Creatore, riflettendo in sé la luce che cercava all’esterno.»

«Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai! Ed ecco, tu eri dentro di me e io ti cercavo fuori. E là mi gettavo sulle cose belle da te create. Eri con me, e io non ero con te.»

«Dopo aver inseguito le tracce del Creatore nell’immensità del creato e nel fragore dei templi fatti da mano d’uomo, lo trova infine nel silenzio del suo intimo e nel volto di ogni compagno di viaggio.»

«In ognuno dei suoi viaggi impara che la fame non si sazia trovando Dio, ma riconoscendosi e diventando il luogo dove Lui riposa.»

«Non cerca più risposte razionali, ma il coraggio di fidarsi e di camminare anche quando la sua Parola è un sussurro, e il sentiero è avvolto nella nebbia del dubbio.»

La memoria continua di Dio

Il cuore è presentato dalla tradizione spirituale come il centro della persona, il luogo della memoria di Dio e dell’azione dello Spirito.

«Il cuore dell’uomo è il Tempio di Dio e una Casa di preghiera. Casa di preghiera è l’anima in cui la memoria di Dio è continua.»

«Se tutti i santi sono santificati dallo Spirito per divenire Templi dell’adorabile Trinità, ciò significa che lo Spirito Santo li santifica mantenendo vivo in loro il ricordo di Dio.»

«Infatti, la preghiera del cuore consiste nel ricordo continuo di Dio.»

«Allora, per mezzo di una preghiera incessante, i santi sono santificati divenendo la dimora in cui lo Spirito Santo agisce.»

«Ricordati sempre di Dio e la tua intelligenza sarà un cielo.»

Questa memoria di Dio, chiamata Memoria Dei, non è un semplice ricordo mentale, ma una presenza che orienta l’intelligenza, il cuore e le azioni.

La preghiera dello Spirito Santo

La preghiera del cuore non viene compresa come un esercizio compiuto esclusivamente dall’uomo.

«La preghiera si fa solo con lo Spirito Santo. È lui a insegnare all’anima come pregare.»

«Perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili.»

«Non occorre alcuno sforzo da parte nostra. Rivolgiamoci a Dio con il tono di un umile servo, con voce supplichevole e implorante.»

«Allora la nostra preghiera sarà gradita a Dio.»

«Stiamo con devozione davanti al Crocifisso e diciamo: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore”. Detto questo, è detto tutto.»

«Quando la mente dell’uomo si mette in moto per pregare, la grazia divina arriva in una frazione di secondo.»

«Allora l’uomo si riempie di grazia e guarda tutto con occhi diversi.»

La preghiera del cuore come viaggio interiore

La Preghiera del Cuore, o preghiera interiore, è una pratica mistica e contemplativa, originaria soprattutto della tradizione cristiana ortodossa, come la preghiera esicasta, ma presente, in diverse forme, in molte spiritualità.

Al suo centro c’è la ripetizione costante di una breve formula, in particolare l’Orazione di Gesù, o Preghiera del Nome: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore».

«E’ il grido che tanti disperati e ammalati del Vangelo rivolsero a Gesù quando incrociarono la sua strada, il suo Volto luminoso, la sua dolce tenerezza.»

«Non si tratta di una recitazione meccanica di formule ripetitive, ma di un tentativo di “far scendere la mente nel cuore”, trasformando la preghiera da atto occasionale a stato costante.»

«L’obiettivo è realizzare il consiglio di san Paolo: “Pregate incessantemente”, e questo non per raggiungere uno stato di perfezione spirituale o per obbedire a un dovere morale, ma per permettere a Colui che ci ama al di sopra di tutti, di entrare nella nostra dimora, colmandoci col suo Amore e con la sua Grazia.»

«Ma Dio attende che noi gli apriamo. Questo facciamo quando preghiamo col cuore.»

La preghiera diventa così un’apertura alla presenza di Dio, come una stanza che lascia entrare la luce.

«D’estate, quando al risveglio apriamo le imposte, un torrente di sole irrompe nella nostra camera. Questo è l’atteggiamento di apertura di fronte all’Amore di Dio.»

Respiro, attenzione e unità dell’essere

Per realizzare con facilità e costanza questa preghiera del cuore, i cristiani d’Oriente sono molto attenti all’unificazione di tutto l’essere nelle attività dello Spirito.

L’incontro con il respiro

«Inizialmente, la preghiera viene sincronizzata con il respiro (inspirando “Signore Gesù Cristo” ed espirando “abbi pietà di me”).»

«Questo aiuta a calmare il corpo e a focalizzare la mente, ancorando l’anima al momento presente.»

«Il respiro diviene il ritmo invisibile che riporta continuamente la coscienza alla Presenza divina.»

«Ora immagina: il respiro come un’onda dolce che trasporta il Nome di Gesù dalle labbra dove sussurri il Nome, fino al centro del petto, come un’ancora che si deposita pian piano sul fondo di un mare agitato.»

Il cuore come altare

«Per i Padri del Deserto e gli esicasti, il cuore non è solo l’organo fisico, ma il centro della persona, la sede dell’anima, della coscienza e della volontà: in poche parole il luogo dove l’uomo incontra Dio.»

«La preghiera cerca di risvegliare questo centro spirituale, purificandolo dalle passioni.»

«Ora immagina: il tuo cuore è una camera interna, buia e polverosa, che viene illuminata gradualmente da una piccola lampada a olio (il Nome di Gesù) fino a diventare un’unica luce radiosa.»

Il pellegrino russo

La popolarità moderna di questa pratica è dovuta in gran parte al racconto anonimo del XIX secolo «I Racconti di un pellegrino russo».

«Questo testo mostra come la ripetizione costante e fiduciosa delle parole pronunciate dal pellegrino, porti la preghiera a diventare auto-movente (autoparathen), cioè una preghiera che si ripete spontaneamente nel cuore anche durante le attività quotidiane e il sonno.»

«Ora immagina: un ruscello che scorre incessantemente in una valle, il cui mormorio monotono è la preghiera, che non si ferma mai, nutrendo e vivificando tutto ciò che incontra nel suo corso.»

La Preghiera del Cuore è un metodo ascetico e mistico per raggiungere la quiete, o hesychia, e la deificazione, o theosis, rendendo la presenza di Cristo il baricentro ininterrotto dell’esistenza.

È una via di purificazione e d’unione che parte dalla parola e giunge al silenzio del cuore.

La differenza tra preghiera del cuore e meditazione non cristiana

È fondamentale distinguere la Preghiera del Cuore cristiana dalle pratiche meditative, specialmente quelle non cristiane, per comprenderne lo scopo e la dinamica spirituale.

La differenza chiave risiede nell’obiettivo e nel soggetto o oggetto dell’atto spirituale.

La Preghiera del Cuore cristiana

  • È un incontro con una Persona specifica: Gesù Cristo.
  • Si invoca il Nome di Gesù, credendo che esso contenga la sua Presenza e la sua Grazia.
  • È una pratica antica che mira a stabilire un dialogo vivo e ininterrotto con il Signore.
  • Lo scopo finale è l’Unione con Dio, la Theosis.
  • Non è solo quiete mentale, ma l’ottenimento della Grazia divina che purifica il cuore e porta all’unione con Dio, la Trinità.
  • La quiete, o Hesyhia, è il mezzo, non il fine.
  • La formula è una domanda di misericordia e un atto di fede e umiltà.
  • Il cuore è il centro spirituale in cui Dio dimora e dove si realizza l’incontro con Cristo.

La meditazione trascendentale non cristiana

«E’ una tecnica basata sull’Induismo che mira a trascendere il pensiero per raggiungere uno stato di quiete e beatitudine interiore o “coscienza trascendentale”.»

«Spesso questo stato di pace intima si ottiene attraverso la ripetizione di un mantra, con l’obiettivo di benessere psicofisico e autorealizzazione.»

Somiglianze tecniche e differenza di significato

Sebbene l’obiettivo finale e il fondamento spirituale siano diversi, la Meditazione Trascendentale e la Preghiera del Cuore cristiana condividono alcune somiglianze tecniche, specialmente riguardo all’uso di un suono o di una frase e alla regolazione del respiro.

In sostanza, entrambe le tradizioni hanno riconosciuto che l’utilizzo di un suono focalizzante in combinazione con una respirazione rallentata e ritmica è un meccanismo efficace per rilassare il corpo e la mente.

Entrambe le pratiche portano a una riduzione del consumo di ossigeno e della frequenza respiratoria, che è un indicatore di profondo rilassamento.

Usare il mantra o la preghiera come oggetto di attenzione aiuta a fare pulizia dei pensieri dispersivi.

La differenza rimane nel significato del suono: da una parte un mantra senza significato, nella meditazione trascendentale, per trascendere il pensiero, dall’altra l’invocazione di un Nome Divino, nella Preghiera del Cuore, per l’incontro con una Persona che ha il potere di salvarci.

«Imprigiona la mente nella recitazione, affinché la preghiera e la mente diventino una cosa sola. Così il cuore, purificato dal continuo ricorso al Nome di Gesù, viene illuminato dalla Grazia.»

Il canto della preghiera nella vita quotidiana

La preghiera del pellegrino russo può accompagnare ogni situazione senza cancellare la concretezza dell’esistenza.

Il pellegrino cammina, lavora, incontra persone, affronta pericoli e attraversa le proprie debolezze, continuando a lodare Dio e a invocare il nome di Gesù.

«Una delle frasi che ci è piaciuta di più di questo libro è del nonno del protagonista che, ad un certo punto, dice: “Ringraziamo Dio. E preghiamolo più spesso.”»

Il ringraziamento dovuto a Dio non è la fine di un dialogo con Lui ma l’inizio.

La preghiera continua non significa pronunciare parole in modo ansioso o meccanico, ma custodire il rapporto con Cristo nel cuore, lasciando che lo sguardo sulla realtà venga progressivamente trasformato.

Il canto del pellegrino russo è quindi un movimento incessante verso Cristo: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».

noimgs

tags: #canto #della #preghiera #del #pellegrino #russo