Studio biblico di Giosuè 14: l’eredità di Caleb e la fedeltà al Signore

Giosuè 14 descrive l’inizio della spartizione del paese di Canaan a occidente del Giordano e mostra come l’eredità fosse assegnata secondo il comando del Signore, sotto la supervisione del sacerdote Eleàzaro, di Giosuè e dei capifamiglia delle tribù d’Israele. Il capitolo dedica particolare attenzione a Caleb, che riceve Ebron perché aveva seguito pienamente il Signore e aveva confidato nella promessa ricevuta attraverso Mosè.

Il messaggio centrale del capitolo è che la fede perseverante riconosce la promessa di Dio, rimane salda durante l’attesa e affronta con coraggio anche le difficoltà più grandi. Caleb ha ottantacinque anni, ma conserva la stessa fiducia e lo stesso vigore con cui aveva esplorato la terra quarantacinque anni prima: per questo chiede proprio il territorio montuoso abitato dagli Anakiti e caratterizzato da città grandi e fortificate.

Struttura di Giosuè 14

  • Giosuè 14,1-5: la distribuzione del paese di Canaan a occidente del Giordano.
  • Giosuè 14,6-12: il ricordo della promessa fatta a Caleb e la sua richiesta del territorio montuoso.
  • Giosuè 14,13-15: l’assegnazione di Ebron a Caleb e la cessazione della guerra nel paese.

1. La spartizione del paese a occidente del Giordano

Questo è quanto ebbero in eredità gli Israeliti nella terra di Canaan: lo assegnarono loro in eredità il sacerdote Eleàzaro e Giosuè, figlio di Nun, e i capifamiglia delle tribù degli Israeliti. L’eredità fu stabilita mediante sorteggio, come aveva comandato il Signore per mezzo di Mosè, per le nove tribù e per la mezza tribù.

Mosè aveva già assegnato l’eredità alle due tribù e alla mezza tribù che si erano stabilite a oriente del Giordano. Ai leviti, invece, non era stata assegnata una porzione territoriale autonoma in mezzo alle altre tribù. I figli di Giuseppe formavano due tribù, Manasse ed Èfraim, e così il numero delle tribù che ricevevano un territorio rimaneva completo.

Come aveva comandato il Signore a Mosè, così fecero gli Israeliti e si divisero la terra. La distribuzione non fu quindi il risultato di iniziative individuali o di una semplice scelta politica, ma seguì un ordine stabilito dal Signore.

GruppoSituazione nell’eredità
Due tribù e mezzaAvevano ricevuto il territorio a oriente del Giordano.
Nove tribù e mezzaRicevettero l’eredità a occidente del Giordano.
LevitiNon ricevettero una parte territoriale autonoma, ma città e pascoli.
Figli di GiuseppeFormavano due tribù: Manasse ed Èfraim.

Il ruolo di Eleàzaro, Giosuè e dei capifamiglia

Gli artefici di questa grande faccenda furono Giosuè, il magistrato supremo, Eleàzaro, il sacerdote, e i capifamiglia delle tribù che dovevano ricevere la loro eredità. La partecipazione dei rappresentanti delle tribù rendeva visibile un’amministrazione ordinata e permetteva a ogni gruppo di essere rappresentato nella distribuzione.

Eleàzaro era figlio di Aronne e gli succedette nel sacerdozio. Giosuè era il successore di Mosè nella guida d’Israele. La loro presenza univa quindi la responsabilità spirituale e quella civile nell’amministrazione della terra.

Il significato del sorteggio

Il sorteggio con cui veniva assegnato il territorio era considerato un’azione sacra, perché avveniva secondo il comando del Signore. La sorte esprimeva il riconoscimento della sapienza e della sovranità di Dio nella determinazione dell’eredità.

Nel dividere per sorte, gli Israeliti si riferivano a Dio, alla sua sapienza e alla sua sovranità, credendo che egli fosse più adatto a determinare per loro che loro stessi. Allo stesso tempo professavano la volontà di attenersi alla sua decisione.

La sorte non indicava casualità priva di significato, ma un modo solenne per affidare a Dio una decisione che avrebbe potuto generare rivalità e insoddisfazione. La distribuzione della terra veniva così presentata come compimento di un ordine divino.

2. L’eredità dei leviti e la particolare posizione di Giuseppe

Ai leviti non fu data una parte del paese come alle altre tribù, tranne le città dove abitare e le campagne circostanti per il loro bestiame e i loro averi. Alla tribù di Levi Mosè non aveva assegnato alcuna eredità: il Signore, Dio d’Israele, era la loro eredità, come aveva detto loro.

La mancata assegnazione di una provincia non significava che i leviti fossero esclusi dalla terra. Essi avrebbero ricevuto città distribuite nel territorio delle altre tribù, insieme ai pascoli necessari per il bestiame.

La loro posizione era diversa perché erano stati separati per il servizio sacro. Non dovevano essere assorbiti completamente negli affari ordinari della vita territoriale, ma dovevano essere presenti in mezzo al popolo per svolgere la loro funzione spirituale.

I figli di Giuseppe formavano due tribù, Manasse ed Èfraim. Per questo, anche se Levi non riceveva una provincia, il numero delle tribù territoriali restava completo.

3. Caleb si presenta davanti a Giosuè

Vennero allora da Giosuè a Gàlgala i figli di Giuda, e Caleb, figlio di Iefunnè, il Kenizzita, gli disse: «Tu conosci la parola che ha detto il Signore a Mosè, uomo di Dio, riguardo a me e a te a Kades-Barnea».

Caleb non si presenta da solo, ma insieme ai figli di Giuda. La loro presenza esprime il consenso della tribù e mostra che la sua richiesta non era un tentativo di usare privatamente la propria autorità per ottenere un vantaggio personale.

Caleb era stato scelto dalla tribù di Giuda per partecipare alla distribuzione della terra. Proprio per evitare che la sua posizione di responsabile apparisse come uno strumento per favorire se stesso, egli si presenta con i rappresentanti della propria tribù e richiama Giosuè alla parola pronunciata dal Signore attraverso Mosè.

Caleb è chiamato Kenizzita, o Chenizeo. Il suo clan, originario del sud della Palestina, fu messo in relazione con Israele e in modo particolare con Giuda fin dal soggiorno a Kades. I calebiti furono infine assimilati a Giuda.

4. Il ricordo dei quarant’anni

Caleb ricorda a Giosuè il tempo in cui aveva quarant’anni e Mosè lo aveva mandato da Kades-Barnea a esplorare il paese. Egli afferma di aver riferito con sincerità di cuore ciò che aveva visto e ciò che pensava.

«Avevo quarant’anni quando Mosè, servo del Signore, mi inviò da Kades-Barnea a esplorare la terra e io gli riferii con sincerità di cuore. I compagni che vennero con me scoraggiarono il popolo, io invece seguii fedelmente il Signore, mio Dio».

Caleb non presenta il proprio rapporto come una strategia per compiacere Mosè o per contraddire gli altri esploratori. Egli aveva parlato secondo la convinzione del suo cuore, confidando nella potenza di Dio e nella promessa di dare Canaan a Israele.

Due modi di interpretare la stessa realtà

Tutte le dodici spie avevano visto gli stessi benefici e gli stessi ostacoli nella terra di Canaan. Avevano visto la fertilità del paese, ma anche la forza dei suoi abitanti, le città fortificate e la presenza degli Anakiti.

Dieci delle spie videro soprattutto le difficoltà che li attendevano. Poiché non confidavano nel Signore, ebbero paura di seguire il suo comandamento di entrare nella terra.

Caleb e Giosuè, invece, sapevano che, se gli Israeliti avessero avuto fede, il Signore avrebbe potuto consegnare loro il paese. Caleb aveva consigliato: «Saliamo pure e conquistiamo il paese; poiché possiamo benissimo soggiogarlo».

Le altre dieci spie avevano risposto: «Noi non siamo capaci di salire contro questo popolo, perché è più forte di noi». Avevano descritto gli abitanti della terra come uomini di alta statura e avevano detto che davanti a loro gli Israeliti sembravano locuste.

I dieci esploratori misurarono i giganti contro la propria forza. Giosuè e Caleb misurarono invece i giganti contro la forza di Dio.

La fedeltà di Caleb in mezzo all’incredulità

Caleb ricorda che i suoi compagni scoraggiarono il popolo, mentre lui seguì pienamente il Signore. La sua fedeltà risalta proprio perché fu vissuta in un contesto di paura, mormorazione e ribellione.

Accresce molto la lode di seguire Dio quando ci si unisce a lui mentre gli altri disertano e si allontanano da lui. Caleb rimase fedele quando la maggioranza preferì credere al rapporto degli esploratori increduli.

La mancanza di fede del popolo ebbe conseguenze profonde. Gli Israeliti si rifiutarono di entrare nella terra promessa, mormorarono contro Mosè e contro Dio e arrivarono a desiderare di tornare in Egitto.

Giosuè e Caleb cercarono di aiutare il popolo a confidare nel Signore: «Se il Signore ci è favorevole, ci introdurrà in quel paese e ce lo darà: è un paese dove scorre il latte e il miele. Soltanto, non vi ribellate al Signore e non abbiate paura del popolo di quel paese; il Signore è con noi».

Gli Israeliti non vollero ascoltare Giosuè e Caleb e cercarono invece di ucciderli. A causa della loro ribellione, il popolo vagò nel deserto per quarant’anni. Delle dodici spie, solo Giosuè e Caleb entrarono nella terra promessa.

5. La promessa fatta da Mosè

Caleb ricorda il giuramento pronunciato da Mosè: «La terra che il tuo piede ha calcata sarà eredità tua e dei tuoi figli per sempre, perché hai seguito fedelmente il Signore, il mio Dio».

La promessa ricevuta da Caleb costituiva la base principale della sua richiesta. La sorte doveva essere usata nei casi che non erano stati già determinati; nel suo caso, invece, il Signore aveva già espresso la propria volontà attraverso Mosè.

Caleb non stava cercando di ottenere una parte migliore per ambizione personale. Egli chiedeva che fosse rispettata una promessa fatta molti anni prima, quando aveva seguito il Signore in mezzo alla generale incredulità.

La promessa era stata pronunciata dopo che Caleb aveva esplorato proprio la regione che ora chiedeva. Egli aveva visto le difficoltà di quel territorio e, invece di evitarlo, era disposto ad affrontarle.

La promessa e l’attesa

Tra la promessa e il suo compimento passarono quarantacinque anni. Durante questo periodo Caleb condivise il cammino del popolo, le peregrinazioni nel deserto e le conseguenze del peccato della generazione incredula.

Caleb dovette attendere anche se non aveva partecipato alla ribellione. Egli aveva creduto, ma fu comunque costretto a vivere nel deserto insieme a una generazione che non aveva creduto.

La sua attesa non trasformò la promessa in una semplice memoria del passato. Quando giunse il momento della distribuzione, Caleb ricordò la parola ricevuta e si presentò per chiederne l’adempimento.

La fede di Caleb vede e osa nel giorno della difficoltà schiacciante, aspetta pazientemente attraverso i ritardi causati dai fallimenti degli altri e agisce con coraggio nel giorno dell’opportunità.

6. «Il Signore mi ha conservato in vita»

Caleb dichiara: «Ora ecco, il Signore mi ha conservato in vita, come aveva detto: sono cioè quarantacinque anni da quando disse questa parola a Mosè, mentre Israele camminava nel deserto, e oggi ecco che ho ottantacinque anni».

Caleb interpreta la propria sopravvivenza come un atto della bontà e della fedeltà di Dio. Non attribuisce la propria vita alla fortuna, alla forza personale o alla semplice resistenza fisica.

Mentre viviamo, è Dio che ci mantiene in vita; con la sua potenza ci protegge dalla morte e con la sua munificenza ci fornisce continuamente i sostegni e le comodità della vita.

Più a lungo viviamo, più dovremmo essere sensibili alla bontà di Dio nel mantenerci in vita, alla sua cura nel prolungare le nostre fragili esistenze e alla sua pazienza nel prolungare le nostre vite perdute.

La morte di molte altre persone intorno a noi dovrebbe renderci più grati a Dio per averci risparmiato e per averci tenuti in vita. Questi favori distintivi ci impongono forti obblighi di obbedienza singolare.

7. Caleb a ottantacinque anni

Caleb dice: «Io sono ancora oggi come quando Mosè mi inviò: come il mio vigore allora, così il mio vigore ora, sia per la battaglia sia per ogni altro lavoro».

La sua affermazione non è una vanteria. È un’espressione di gratitudine e di lode, posta come fondamento della richiesta che sta per fare.

Caleb è un esempio di una persona che invecchia senza diventare più debole nella fede. A ottantacinque anni non chiede una vita di comodità, ma si dichiara pronto ad affrontare una nuova battaglia.

Non c’è ragione per cui dovremmo diminuire in utilità e fruttuosità con l’aumento degli anni; può accadere il contrario. Il logoramento degli anni può essere compensato dall’afflusso della grazia di Dio.

Caleb considera la vita miracolosamente prolungata come un vincolo a un servizio speciale. Non pensa che l’età gli dia il diritto di evitare ogni responsabilità, ma ritiene di poter ancora offrire le proprie energie al compimento della promessa.

8. «Dammi dunque questo monte»

Caleb rivolge a Giosuè una richiesta precisa: «Ora concedimi questi monti, di cui il Signore ha parlato in quel giorno, poiché tu hai saputo allora che vi sono gli Anakiti e città grandi e fortificate; spero che il Signore sia con me e io le conquisterò secondo quanto ha detto il Signore!»

Caleb non chiede il territorio più semplice da occupare. Chiede il monte dove si trovano gli Anakiti, gli stessi abitanti la cui presenza aveva spaventato gli altri esploratori.

Avrebbe potuto chiedere un luogo facile, ma sapeva che quei nemici dovevano essere affrontati. Non lasciò il lavoro a qualcun altro, sebbene avrebbe potuto farlo, soprattutto a causa della sua età.

I fattori usati dai dieci esploratori per scoraggiare Israele - la regione montuosa, gli Anakiti e le città grandi e fortificate - Caleb li vede come una sfida.

La fede non nega la difficoltà

Caleb non finge che il territorio sia privo di pericoli. Sa che gli Anakiti sono presenti e che le città sono fortificate. La sua fede non consiste nel negare la difficoltà, ma nel considerarla alla luce della presenza e della promessa del Signore.

È importante riconoscere l’esistenza degli ostacoli, ma bisogna affrontarli con fede. Giosuè e Caleb comprendevano le difficoltà che li attendevano, ma sapevano di poter confidare nel Signore.

La fede non significa ignorare i nemici, sottovalutare il lavoro o rifiutarsi di osservare i rischi. Significa non permettere che la grandezza degli ostacoli diventi più importante della fedeltà di Dio.

Caleb si riferisce più volte a ciò che Dio aveva detto. Era un uomo che si fidava della parola di Dio e credeva nella promessa di Dio.

La montagna come luogo di responsabilità

Caleb considera il monte una possibilità di servizio. La presenza di nemici temibili non lo porta a ritirarsi, ma a riconoscere che quella regione rappresenta il compito che gli è stato affidato.

La vecchiaia è generalmente più disposta a parlare delle vittorie passate che a combattere nuove battaglie. Caleb, invece, non si limita a ricordare ciò che aveva fatto quarantacinque anni prima: è pronto ad agire di nuovo.

La sua forza non è separata dalla fede. Caleb confida che il Signore sarà con lui e che potrà scacciare gli abitanti della regione secondo quanto Dio aveva detto.

La richiesta di Caleb contiene quindi due elementi inseparabili: la responsabilità umana di affrontare il territorio e la dipendenza dalla presenza divina per poterlo conquistare.

9. Giosuè assegna Ebron a Caleb

Giosuè lo benedisse e assegnò Ebron in eredità a Caleb, figlio di Iefunnè. Giosuè approvò la richiesta, riconobbe la fedeltà di Caleb e affidò a lui il territorio che aveva domandato.

La ricompensa finale di Caleb era stata a lungo rimandata, ma non era mai stata incerta. Il ritardo non significava che la promessa fosse stata dimenticata.

Caleb ricevette Ebron perché aveva seguito pienamente il Signore, Dio d’Israele. Il testo ripete così il motivo della sua eredità: non la semplice anzianità, il prestigio o la forza, ma la fedeltà.

Ebron si chiamava prima Kiriat-Arba; Arba era stato l’uomo più grande tra gli Anakiti. Il nome antico della città richiama dunque il popolo che aveva rappresentato una delle maggiori difficoltà per gli esploratori.

Il territorio che era stato associato ai giganti e alle città fortificate diventa l’eredità di colui che aveva creduto alla promessa.

10. Il significato di Ebron

Ebron occupa un posto significativo nella richiesta di Caleb perché era collegata al territorio degli Anakiti. Caleb non desidera soltanto un luogo da abitare, ma accetta una responsabilità coerente con la parola che aveva pronunciato molti anni prima.

La sua richiesta dimostra che la fede biblica non è soltanto un atteggiamento interiore. Essa conduce a decisioni concrete, a responsabilità reali e alla disponibilità ad affrontare ciò che altri hanno ritenuto impossibile.

Caleb non considera la promessa come un pretesto per evitare l’impegno. Al contrario, la promessa lo rende pronto ad assumere il compito più difficile.

La terra che egli aveva esplorato con i propri piedi sarebbe diventata l’eredità sua e dei suoi figli. Il territorio della promessa viene ricevuto attraverso la perseveranza, l’obbedienza e il coraggio.

11. «La terra non ebbe più guerra»

Il capitolo termina con una dichiarazione di pace: «E la terra visse tranquilla, senza guerra». Dopo il lungo periodo della conquista e delle lotte, il paese entrò in una fase di riposo.

La quiete del paese non è presentata come il risultato dell’inerzia, ma come l’esito di un percorso nel quale il popolo aveva ricevuto l’eredità, affrontato i nemici e seguito l’ordine del Signore.

Il riposo segue il compimento della responsabilità. Prima della pace ci sono la promessa, l’attesa, la fedeltà e la battaglia.

Il capitolo conserva quindi insieme due realtà: Caleb riceve Ebron, una regione che richiede ancora coraggio, e la terra vive tranquilla, senza guerra. La fede affronta il compito assegnato e conduce al riposo secondo il tempo stabilito da Dio.

12. Temi principali di Giosuè 14

La fedeltà di Dio alla sua promessa

Uno dei temi principali del libro di Giosuè è la fedeltà di Dio nel mantenere la promessa di dare il paese ai discendenti di Abramo, Isacco e Giacobbe. Giosuè 14 mostra questa fedeltà nella vita di Caleb.

La promessa non viene cancellata dal tempo trascorso, dal deserto, dall’incredulità degli altri o dalla morte di una generazione. Dopo quarantacinque anni, la parola pronunciata attraverso Mosè rimane valida.

La perseveranza durante l’attesa

Caleb dovette aspettare a lungo. Era stato fedele a quarant’anni, ma ricevette la sua eredità a ottantacinque anni.

La sua esperienza mostra che una promessa può essere certa anche quando il suo compimento è lontano. L’attesa non è necessariamente un rifiuto; può diventare il periodo nel quale la fede viene preservata e maturata.

La fede della minoranza

Caleb e Giosuè rappresentarono la minoranza fedele di fronte ai dieci esploratori increduli e al popolo che aveva accolto il rapporto spaventoso.

La maggioranza non determina la verità della promessa. Il numero degli oppositori non cambia la fedeltà di Dio, anche se può rendere più difficile rimanere saldi.

La fedeltà completa

L’espressione «seguire pienamente il Signore» è ripetuta nel racconto di Caleb. Essa indica una fedeltà non divisa, che coinvolge il cuore, le decisioni e il comportamento.

Seguire pienamente il Signore significa rimanere dalla sua parte quando gli altri hanno paura, confidare nella sua parola quando le circostanze sembrano contraddirla e obbedire anche quando l’ubbidienza comporta un rischio.

La responsabilità personale

Caleb non usa la promessa per rimanere passivo. Egli chiede una parte specifica e si dichiara pronto a conquistarla.

La promessa divina non elimina la responsabilità umana. Al contrario, dà una base sicura al servizio e permette di affrontare l’opera senza essere dominati dalla paura.

La presenza di Dio

Caleb dice: «Spero che il Signore sia con me e io le conquisterò secondo quanto ha detto il Signore». La sua fiducia non si fonda soltanto sull’esperienza passata o sulla forza fisica.

La vera sicurezza di Caleb è la presenza del Signore. La sua forza a ottantacinque anni è importante, ma è subordinata alla convinzione che Dio sarà con lui.

13. Applicazioni per lo studio personale e comunitario

Come reagire davanti agli ostacoli

Proprio come gli Israeliti, anche noi affrontiamo ostacoli impressionanti. Questi ostacoli, però, non possono separarci dalle benedizioni che il Signore ha promesso se obbediremo ai suoi comandamenti.

Non è sbagliato riconoscere l’esistenza delle difficoltà, ma è importante affrontarle con fede. Giosuè e Caleb comprendevano gli ostacoli, ma non permisero che essi definissero il potere di Dio.

Ogni difficoltà e ogni ostacolo che affrontiamo è un’opportunità per scegliere, come fecero Giosuè e Caleb, di confidare nel Signore.

Non lasciarsi dominare dalla paura

Le dieci spie videro la terra attraverso la lente della paura. Gli abitanti sembravano troppo forti, le città troppo fortificate e il compito troppo grande.

Caleb e Giosuè videro la stessa terra attraverso la lente della promessa. Non negarono l’esistenza dei giganti, ma rifiutarono di considerarli più grandi del Signore.

«Non vi ribellate e non abbiate paura» fu un buon consiglio per i figli d’Israele, ed è tutt’oggi un buon consiglio per ognuno di noi.

Rimanere fedeli nel tempo

Caleb non fu fedele soltanto nel momento iniziale della prova. Rimase fedele durante quarantacinque anni di attesa.

La fedeltà non si misura soltanto dalla decisione che prendiamo all’inizio, ma anche dalla perseveranza con cui continuiamo a confidare nel Signore quando la promessa sembra tardare.

Coloro che seguono pienamente Dio quando sono giovani ne avranno il merito e il conforto quando saranno vecchi, e la ricompensa di ciò per sempre nella Canaan celeste.

Invecchiare nella fede

Caleb mostra che l’età non deve essere considerata automaticamente come una ragione per smettere di servire. A ottantacinque anni egli è ancora disposto a impegnarsi.

Caleb è un esempio notevole di qualcuno che invecchiò nel modo migliore. Spiritualmente parlando, invecchiò ma non divenne mai più debole nel suo Dio.

La sua vita invita a non confondere il riposo con la passività. Anche dopo molte vittorie e una lunga attesa, Caleb rimane disponibile per il compito che Dio gli affida.

Trasmettere la memoria della fedeltà di Dio

Il libro di Giosuè presenta la distribuzione del paese come il compimento di promesse antiche. La memoria di ciò che Dio ha detto sostiene il popolo nel momento in cui deve agire.

Caleb conserva nella memoria la parola pronunciata da Mosè e la ripropone nel momento opportuno. Ricordare la fedeltà di Dio non significa vivere nel passato, ma trovare nel passato la forza per affrontare il presente.

14. Domande per lo studio biblico

  1. Quali persone partecipano alla distribuzione del paese secondo Giosuè 14,1?
  2. Perché l’eredità viene assegnata mediante sorteggio?
  3. Qual era la particolare situazione delle due tribù e mezza a oriente del Giordano?
  4. Perché i leviti non ricevettero una provincia come le altre tribù?
  5. Quale promessa ricorda Caleb a Giosuè?
  6. Che cosa aveva distinto il rapporto di Caleb da quello degli altri esploratori?
  7. Perché Caleb interpreta i quarantacinque anni trascorsi come una prova della bontà di Dio?
  8. Che cosa rivela la richiesta «Dammi dunque questo monte»?
  9. Perché la presenza degli Anakiti non scoraggia Caleb?
  10. Quale rapporto esiste tra la promessa di Dio e la responsabilità personale di Caleb?
  11. Che cosa significa seguire pienamente il Signore?
  12. In che modo Giosuè 14 incoraggia ad affrontare le difficoltà con fede?

15. Sintesi del messaggio del capitolo

Giosuè 14 presenta la distribuzione del paese come un atto ordinato sotto la guida di Dio. Eleàzaro, Giosuè e i capifamiglia delle tribù amministrano l’eredità; la sorte riconosce la sovranità del Signore; la particolare posizione dei leviti e dei figli di Giuseppe spiega la struttura della divisione.

Al centro del capitolo c’è Caleb, che ricorda la propria fedeltà a Kades-Barnea, la promessa ricevuta da Mosè, i quarantacinque anni trascorsi e la forza che ancora possiede a ottantacinque anni.

Caleb non chiede un territorio facile, ma il monte abitato dagli Anakiti e caratterizzato da città grandi e fortificate. Egli confida che il Signore sarà con lui e che potrà conquistare il territorio secondo la parola ricevuta.

Giosuè benedice Caleb e gli assegna Ebron. La sua eredità diventa il riconoscimento visibile di una fede rimasta salda attraverso la prova, l’attesa e la difficoltà.

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