Gli Inni sulla Natività di sant’Efrem il Siro meditano il mistero dell’Incarnazione attraverso immagini bibliche, paradossi e inviti concreti alla riconciliazione, alla pace e alla carità. Per Efrem, la nascita di Cristo non è soltanto un evento da contemplare, ma una grazia che trasforma i rapporti umani e coinvolge l’intera creazione.
Il mistero dell’Incarnazione del Verbo, insieme al mistero della Passione, Morte e Risurrezione del Signore è il cuore della fede cristiana, e perciò al centro della teologia poetica di Efrem condensata negli Inni sulla Natività e sull’Epifania. Nello specifico, si tratta di una raccolta di ventotto inni sulla Natività, di cui sedici di sicura autenticità e tredici sull’Epifania.
Sant’Efrem il Siro, poeta e teologo dell’Incarnazione
Medita così il mistero di Dio che si fa carne sant’Efrem il Siro (306-373), diacono e asceta vissuto nell’antica Mesopotamia nel IV secolo e morto a Edessa dopo aver contratto la peste mentre curava gli ammalati. Arguto polemista, Efrem è un poeta teologo, appellato a buon diritto “cetra dello Spirito Santo” proprio per la sua produzione innodica, che testimonia un’intensa attività di catechesi svolta anche attraverso la recita e il canto di tali componimenti sacri durante la liturgia.
Sant’Efrem ci ha lasciato una grande eredità teologica. La sua considerevole produzione si può raggruppare in quattro categorie: opere scritte in prosa ordinaria (le sue opere polemiche, oppure i commenti biblici); opere in prosa poetica; omelie in versi; infine gli inni, sicuramente l’opera più ampia di Efrem.
Egli è un autore ricco e interessante per molti aspetti, ma specialmente sotto il profilo teologico. La specificità del suo lavoro è che in esso si incontrano teologia e poesia. Volendoci accostare alla sua dottrina, dobbiamo insistere fin dall’inizio su questo: sul fatto cioè che egli fa teologia in forma poetica.
La poesia gli permette di approfondire la riflessione teologica attraverso paradossi e immagini. Nello stesso tempo la sua teologia diventa liturgia, diventa musica: egli era infatti un grande compositore, un musicista. Teologia, riflessione sulla fede, poesia, canto, lode di Dio vanno insieme; ed è proprio in questo carattere liturgico che nella teologia di Efrem appare con limpidezza la verità divina.
Nella sua ricerca di Dio, nel suo fare teologia, egli segue il cammino del paradosso e del simbolo. Le immagini contrapposte sono da lui largamente privilegiate, perché gli servono per sottolineare il mistero di Dio.
Insieme agli Inni Pasquali, gli Inni sulla Natività e sull'Epifania, di Efrem il Siro sono da annoverarsi tra i massimi capolavori della letteratura innografica cristiana. Il grande poeta e teologo, vissuto nel terzo secolo dell'era cristiana, canta il mistero natalizio con immagini intense e suggestive che prende a prestito dal testo biblico e dalla natura.
La struttura della raccolta
Le due collezioni complete, curate da Ignazio De Francesco e tradotte ora per la prima volta in italiano dai testi originali, comprendono i 28 inni sulla Natività, di cui 16 di sicura autenticità, e i 13 inni sull'Epifania. L'opera è un contributo importante alla riscoperta di uno dei massimi poeti della prima cristianità.
Il testo è arricchito da un saggio introduttivo che documenta, tra l'altro, le origini della festa liturgica del Natale e dell'Epifania. Un'opera importante per gli studiosi di letterature antiche, significativa anche come contributo alla riflessione sul ruolo del teologo e sulle forme di trasmissione di contenuti dottrinali.
Il primo Inno sulla Natività: la notte della riconciliazione
Il primo inno presenta il Natale come una notte nella quale ogni ostilità deve cessare. La venuta di Dio chiede di abbandonare l’ira, la durezza, la superbia e la violenza.
Questa è notte di riconciliazione, non vi sia chi è adirato o rabbuiato. In questa notte, che tutto acquieta, non vi sia chi minaccia o strepita. Questa è la notte del Mite, nessuno sia amaro o duro. In questa notte dell’Umile non vi sia altezzoso o borioso.
In questo giorno di perdono non vendichiamo le offese. In questo giorno di gioie non distribuiamo dolori. In questo giorno mite non siamo violenti. In questo giorno quieto non siamo irritabili.
Il Natale diventa così criterio di comportamento: chi contempla l’Umile è chiamato a rinunciare all’altezzosità; chi celebra il giorno del perdono non può coltivare la vendetta; chi accoglie la gioia non deve distribuire dolore.
In questo giorno della venuta di Dio presso i peccatori, non si esalti, nella propria mente, il giusto sul peccatore. In questo giorno della venuta del Signore dell’universo presso i servi, anche i signori si chinino amorevolmente verso i propri servi.
La logica dell’Incarnazione rovescia le gerarchie fondate sull’orgoglio. Il Signore dell’universo si avvicina ai servi e il ricco è invitato a condividere la propria tavola con il povero.
In questo giorno, nel quale si è fatto povero per noi il Ricco anche il ricco renda partecipe il povero della sua tavola. Oggi si è impressa La divinità nell’umanità, affiché anche l’umanità fosse intagliata nel sigillo della divinità.
In questa immagine conclusiva è concentrato il centro della teologia natalizia di Efrem: Dio imprime la propria divinità nell’umanità e l’umanità viene trasformata, come un’immagine incisa, dal contatto con il sigillo divino.
Il Natale come dono e responsabilità
Tutta la Creazione beneficia degli effetti salvifici della Redenzione operata da Cristo: «Limpida fu la notte nella quale si levò il Limpido venuto a renderci limpidi». Di qui l’invito per i fedeli a custodire la purezza e la pace del cuore, e soprattutto a operare con fervente carità.
«In questo giorno, nel quale si è fatto povero per noi il Ricco, anche il ricco renda partecipe il povero della sua tavola. In questo giorno è venuto fuori per noi il dono, anche se non l’avevamo domandato. Noi allora diamo elemosine a coloro che ce le domandano a piena voce».
Perciò Efrem esorta a riconciliarsi con i propri fratelli, deponendo ogni inimicizia: «Questo è il giorno che ha aperto per noi la porta dell’alto alle nostre preghiere. Anche noi apriamo le porte a quelli che chiedono, che hanno sbagliato e poi hanno supplicato».
La nascita di Cristo produce una responsabilità concreta: la pace ricevuta deve diventare riconciliazione, il dono accolto deve diventare condivisione, la misericordia ricevuta deve diventare misericordia verso gli altri.
Il terzo Inno sulla Natività: una lode responsoriale
Il terzo inno è costruito come una grande sequenza di benedizioni, grazie e acclamazioni. L’inizio celebra il Bambino nato a Betlemme e la sua capacità di rinnovare l’umanità.
Benedetto il bimbo, che oggi ha fatto esultare Betlemme. Benedetto l’infante, che oggi ha ringiovanito l’umanità. Benedetto il frutto, che ha chinato se stesso verso la nostra fame.
Benedetto il buono che in un istante ha arricchito tutta la nostra povertà e ha colmato la nostra indigenza. Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità.
Il responsorio prosegue ricordando i benefici dell’intera opera di Cristo:
Sia benedetta la tua nascita, mio Signore, che ha innalzato la nostra insipienza. Siano rese grazie alla fonte inviata per la nostra propiziazione. Siano rese grazie a colui che congedò il sabato compiendolo.
Siano rese grazie a colui che sgridò la lebbra, ed essa non [poté] rimanere. Anche la febbre lo vide e fuggì. Siano rese grazie al clemente che ha portato la nostra pena. Gloria alla tua venuta che ha riportato alla vita gli uomini.
Il paradosso dell’Incarnazione
Efrem contempla il mistero di Cristo attraverso una serie di contrasti: il Silente parla, l’Invisibile diventa visibile, il Grande si fa piccolo, il Vivente accetta la morte e la potenza divina assume una figura umana.
Gloria a Colui che è venuto presso di noi mediante il suo primogenito. Gloria a quel Silente che ha parlato mediante la sua voce. Gloria a quel Sublime divenuto visibile mediante il suo Levante.
Gloria a quello Spirituale compiaciutosi che divenisse corpo il proprio figlio, affinché, mediante esso, la sua potenza divenisse tangibile, e potessero vivere, grazie a quel corpo, i corpi della sua stessa stirpe.
Gloria a quell’Invisibile il cui figlio divenne visibile. Gloria a quel Vivente il cui figlio morì. Gloria a quel Grande il cui figlio scese e si rimpicciolì.
Gloria a quella potenza [divina] che si è modellata una figura della propria maestà e un’immagine della propria invisibilità. Con l’occhio e l’intelletto, con entrambi lo vediamo.
Gloria a quell’invisibile che persino con l’intelletto non può essere minimamente toccato da quelli che lo vogliono scrutare, e fu toccato, per sua grazia, in virtù della [sua] umanità.
La natura che mai fu palpata, fu legata e avvinta per le mani, trafitta e crocifissa per i piedi. Di sua propria volontà prese un corpo per coloro che lo afferrarono.
Benedetto, lui che la [nostra] libertà ha potuto crocifiggere poiché egli gliel’ha concesso. Benedetto, lui che anche il legno ha potuto portare perché egli gliel’ha permesso. Benedetto, lui che anche il sepolcro ha potuto rinchiudere perché egli si è circoscritto
Benedetto, lui la cui volontà ha condotto all’utero e alla nascita, al seno e alla crescita. Benedetto, lui le cui trasformazioni hanno dato vita a noi uomini.
Benedetto, lui che ha segnato la nostra anima, l’ha adornata e l’ha sposata a sé. Benedetto, lui che ha fatto del nostro corpo una tenda della sua invisibilità. Benedetto, lui che nella nostra lingua ha tradotto i suoi segreti.
La voce, la luce e il corpo
Nel linguaggio di Efrem la voce del Figlio rende udibili i segreti divini e la luce rende visibile ciò che rimane invisibile. La nascita del Verbo comunica la vita ai corpi e rende il corpo umano luogo della presenza divina.
Siano rese grazie a quella voce, di cui è cantata la gloria sulla nostra cetra, e la potenza sulla nostra arpa I popoli si sono radunati e sono venuti ad ascoltare i suoi canti.
Gloria al figlio del Buono, disprezzato dai figli del maligno. Gloria al figlio del Giusto, crocifisso dai figli dell’empio. Gloria a colui che ci ha slegati ed è stato legato al nostro posto.
Gloria a colui che si è fatto garante [per noi] e poi ha pagato il debito. Gloria al bello che ci ha modellati a sua somiglianza. Gloria al limpido che non ha guardato alle nostre macchie.
Gloria a colui che ha seminato la sua luce nella tenebra - fu condannata per le sue azioni odiose, essa che aveva nascosto i propri segreti e che ci ha spogliato dal vestito di sozzura.
Gloria al celeste, che ha mescolato il suo sale nel nostro intelletto, il suo caglio nelle nostre anime. Il suo corpo è divenuto pane per dar vita alla nostra mortalità.
Il debito, la liberazione e il giudizio
La poesia di Efrem interpreta l’opera di Cristo anche attraverso le immagini del debito, della garanzia e della liberazione. Il ricco si fa debitore per salvare chi non può pagare e il giogo di Cristo spezza le catene del predatore.
Siano rese grazie al ricco che ha pagato il debito per tutti noi ciò che non aveva preso a prestito; lui sottoscrisse e divenne anche nostro debitore. Mediante il suo giogo ha spezzato [gettando] via da noi le catene del nostro predatore.
Gloria al giudice che fu giudicato, ma che ha fatto sedere i suoi dodici per il giudizio delle tribù, e che per mezzo di idioti ha condannato gli scribi di quel popolo.
Gloria a colui che mai poté essere misurato da noi. Il nostro cuore è troppo piccolo per lui, e debole anche la nostra mente. La nostra piccolezza è disorientata dalla ricchezza dei suoi discernimenti.
Gloria a colui che sa tutto, e che si è sottomesso a domandare, per ascoltare e apprendere ciò che [già] sapeva, per rivelare, con le sue domande, il tesoro dei suoi benefici.
Adoriamo colui che ha illuminato la nostra mente con il suo insegnamento, e che ha tracciato nel nostro udito un sentiero per le sue parole.
Le immagini agricole e il pane della vita
Efrem ricorre spesso a immagini tratte dalla terra, dalla semina e dal raccolto. Il Verbo è il seme che feconda l’intelletto, il frutto che viene innestato nell’albero umano e il pane che comunica vita alla mortalità.
Rendiamo grazie a Colui che ha innestato il suo frutto nel nostro albero. Gratitudine verso Colui che mandò il suo erede per attirarci a sé mediante lui, e per farci eredi insieme a lui.
Gratitudine verso il Buono, causa di tutti i beni. Benedetto, lui che non ha biasimato, poiché è buono. Benedetto, lui che non ha guardato altrove, poiché è giusto.
Benedetto, lui che ha biasimato tacendo per salvare con entrambe le cose. Forte il suo silenzio, e pieno di biasimo. Mite la sua forza, anche quando metteva sotto accusa: biasimò il falso ma baciò il ladro.
Gloria all’operaio invisibile dei nostri pensieri. Il suo seme è caduto nella nostra terra e ha arricchito il nostro intelletto. Il suo prodotto è giunto al centuplo, per il granaio della nostra anima.
Adoriamo colui che si è seduto e riposa, lui che ha camminato per via, ed era la via sulla via, e la porta per chi entra, per coloro che entrano nel regno attraverso di lui.
Il pastore, l’Agnello e l’agricoltore
Le immagini di Efrem collegano la Natività alla Passione, all’Eucaristia e alla salvezza. Cristo è pastore e Agnello, tralcio e grappolo, agricoltore e chicco, architetto e torre del rifugio.
Benedetto il pastore divenuto Agnello per la nostra propiziazione. Benedetto il tralcio divenuto coppa della nostra salvezza. Benedetto il grappolo, fonte del farmaco della vita.
Benedetto anche l’agricoltore, lui che divenne il chicco seminato e il covone mietuto, l’architetto fattosi torre del nostro rifugio.
Benedetto colui che si è messo a punto i sensi delle nostre menti per cantare sulle nostre cetre ciò che non può cantare la bocca di un volatile nelle sue melodie.
Gloria a colui che vide quanto ci piaceva farci simili agli animali nella nostra ira e nella nostra avidità, e scese diventando uno di noi, affinché noi diventassimo celesti.
Gloria a colui che mai è stato bisognoso dei nostri rendimenti di grazie, ma bisognoso perché ci ama, e assetato perché ci vuol bene e ci ha domandato di dare a lui, perché lui potesse dare a noi molto di più.
Il suo frutto si è unito alla nostra umanità, affinché mediante esso fossimo attratti verso colui che si è piegato verso di noi. Mediante il frutto della radice egli ci innesterà nel suo albero.
Dalla nascita alla morte e alla risurrezione
D’altra parte la nascita e la morte di Cristo sono i due poli in cui trova senso e compimento l’intera storia della salvezza. A tal proposito Efrem scrive: «Tra la sua nascita e la morte ha messo il mondo in mezzo: mediante la nascita e la morte lo ha salvato».
Pertanto, «Tu ti sei rivestito del nostro corpo visibile, noi ci siamo rivestiti della tua potenza invisibile».
Rendiamo grazie a colui che fu colpito e che ci ha salvati per mezzo delle sue ferite. Rendiamo grazie a colui che ha tolto la maledizione mediante le sue spine.
Rendiamo grazie a colui che ha fatto morire la morte mediante la propria morte. Rendiamo grazie a colui che tacendo ci ha fatto vincere in giudizio.
Rendiamo grazie a colui che ha gridato nella morte che ci aveva inghiottito. Sia benedetto, lui i cui benefici hanno ridotto a nulla la sinistra.
Glorifichiamo colui che ha vegliato e ha fatto addormentare il nostro predatore. Glorifichiamo colui che si è addormentato e ha cacciato via il nostro torpore.
Cristo medico della natura umana
La salvezza è descritta come guarigione. Il Cristo nato è il medico che discende per curare le ferite umane senza violenza e che porta ai peccatori un farmaco di clemenza.
Gloria a Dio, medico della natura umana. Gloria a colui che, battezzato, ha sprofondato la nostra iniquità nell’abisso e annegato chi ci annegava.
Diamo gloria con ogni bocca al Signore di ogni risorsa. Benedetto il medico sceso per un’incisione senza dolore e per sanare piaghe con una medicazione senza violenza.
La sua nascita è il farmaco che ha clemenza dei peccatori. Sia benedetto, lui che ha dimorato nell’utero e lì ha edificato un tempio ove poter abitare, un santuario ove poter stare, un abito nel quale risplendere e un’armatura con la quale vincere.
La nascita nel grembo di Maria è descritta come la costruzione di un tempio, di un santuario, di un abito e di un’armatura. L’umanità assunta dal Verbo diventa il luogo nel quale Dio abita e attraverso il quale manifesta la propria gloria.
La povertà delle parole davanti al dono
La lode di Efrem riconosce che nessuna parola può essere proporzionata alla grandezza del dono ricevuto. Tuttavia il silenzio non è sufficiente: anche la debolezza umana deve diventare una melodia di ringraziamento.
Sia benedetto, lui che la nostra bocca non è all’altezza di rendergli grazie, poiché troppo grande è il suo dono per chi è dotato di parola. E neppure i sensi sono all’altezza di rendere grazie alla sua bontà.
Quanto più gli rendiamo grazie, è poca cosa. Ma poiché non c’è beneficio a tacere e patir danno, renda la nostra debolezza una melodia di ringraziamento.
O buono, che non pretendi al di là delle nostre forze, a quale giudizio sarà sottomesso il tuo servitore quanto a capitale e a interesse, poiché non ha dato quanto poteva, e ha frodato su quanto doveva?
Mare di gloria, che non manchi di nulla, accogli nella tua bontà una goccia di rendimento di grazie, di cui, per tuo dono, è umettata la mia lingua per renderti gloria.
Maria e il mistero della nascita verginale
Il legame tra la Vergine Maria e il Figlio occupa un posto essenziale nella poesia di Efrem. La maternità di Maria è contemplata come il luogo nel quale gli ordini consueti vengono capovolti: il Signore diventa servo, il Pastore diventa Agnello e colui che nutre tutti assume la fame.
Il poeta teologo siriaco illumina anche il legame tra la Vergine Maria e il Figlio: «Meraviglia di tua madre! Egli è entrato in lei Signore ed è divenuto servo. È entrato pastore dell’universo ed è diventato in lei agnello, uscendo belando.
L’utero di tua madre ha invertito gli ordini delle cose. È entrato colui che nutre l’universo e ha assunto la fame. È entrato colui che abbevera tutti e ha assunto la sete. Nudo e spoglio è uscito da lì colui che veste tutti».
In questo modo «la verità discese nell’utero, uscì e fece rotolare via l’errore». Di qui il responsorio invita a ripetere: «Benedetto colui che si è fatto piccolo senza misura per farci diventare grandi senza misura».
«Rendo grazie alla tua prima nascita (nel seno del Padre, ndr), invisibile e occulta a ogni creatura. E rendo grazie alla tua seconda nascita (nella carne dal grembo di Maria, ndr), visibile e più giovane di tutte le creature fatte dalle tue mani», canta Efrem evidenziando i motivi per glorificare il Padre per la vita del Figlio.
Per Efrem, come non c’è redenzione senza Gesù, così non c’è incarnazione senza Maria. Le dimensioni divine e umane del mistero della nostra redenzione si trovano già nei testi di Efrem; in modo poetico e con immagini fondamentalmente scritturistiche, egli anticipa lo sfondo teologico e in qualche modo lo stesso linguaggio delle grandi definizioni cristologiche dei Concili del V secolo.
Il dialogo tra i Magi e Maria
Nel dialogo tra i Magi e Maria, la Natività viene presentata come manifestazione universale. La stella annuncia il re dei cieli, mentre Maria rivela ai Magi il mistero della nascita verginale e li invia a diffondere l’annuncio.
I magi: A noi una stella ha annunciato che Colui che è nato è il re dei cieli. Tuo figlio ha potere sugli astri, essi sorgono soltanto al suo ordine.
Maria: E io vi dirò un altro segreto, perché siate convinti: restando vergine, io ho partorito mio figlio. Egli è il figlio di Dio. Andate, annunciatelo!
I magi: Anche la stella ce l’aveva fatto conoscere, che figlio di Dio e Signore è il tuo figlio.
Maria: Altezze e abissi ne rendon testimonianza; tutti gli angeli e tutte le stelle: Egli è il figlio di Dio e il Signore. Portate l’annuncio nelle vostre contrade, che la pace si moltiplichi nel vostro paese.
I magi: Che la pace del tuo figlio ci conduca nel nostro paese, con sicurezza, come noi siamo venuti, e quando il suo potere dominerà il mondo, che Egli visiti e santifichi la nostra terra.
Maria: Esulti la Chiesa e canti la gloria, per la nascita del figlio dell’Altissirno, la cui aurora ha rischiarato cielo e terra. Benedetto Colui la cui nascita rallegra l’universo!
La notte di Natale nell’inno attribuito a sant’Ambrogio
Accanto agli inni di Efrem, la tradizione natalizia conserva anche l’inno latino attribuito a sant’Ambrogio. Il testo è una preghiera rivolta a Cristo, redentore dei popoli, e celebra la nascita verginale come un mistero conforme alla grandezza di Dio.
Ascolta, tu che governi Israele, che siedi sopra i cherubini; compari in faccia ad Efraim, scuoti la tua potenza, e vieni. Vieni, redentore dei popoli, vanta il parto da vergine; ne stupisca ogni tempo: parto che si conviene a Dio.
Non da seme maschile ma per mistico fiato si è fatto carne il Verbo di Dio e il frutto del ventre è fiorito. Il grembo della vergine si gonfia: chiostro permane di pudore.
Delle virtù risplendono i vessilli: in quel tempio si agita Dio. Dal suo talamo venga, regale sala del pudore, il gigante di duplice natura per correre animoso la sua strada: l’uscita sua dal Padre, il suo ritorno al Padre, la corsa fino agli inferi, e il suo ritorno alla divina sede.
Uguale al sommo Padre recingiti col trionfo della carne tu che rafforzi di valore eterno le debolezze della nostra carne. Già splende il tuo presepe e la notte respira la sua luce, che tenebra nessuna offuschi mai e d’incessante fede possa splendere.
La luce del presepe
La luce del presepe è una delle immagini centrali della poesia natalizia. La notte non viene semplicemente eliminata, ma viene attraversata e trasformata dalla presenza del Limpido, del Bello e del Verbo fatto carne.
«L’albero della vita fa giungere la speranza ai mortali. Oggi è nato un bimbo, il suo nome è Meraviglia. È proprio una meraviglia di Dio che si sia manifestato come un infante.
Una terra vergine aveva partorito Adamo, capo della terra. Una vergine oggi ha partorito l’Adamo del cielo. Benedetto il Vero venuto dal Padre di verità. Ha compiuto le parole dei veridici profeti che si adempirono nella loro verità».
Il mistero del Verbo che si fa carne è così contemplato dal teologo di Nisibi: «Oggi si è impressa la divinità nell’umanità, affinché anche l’umanità fosse intagliata nel sigillo della divinità.
Gloria alla tua venuta che ha riportato alla vita gli uomini. Gloria al Bello che ci ha modellati a sua somiglianza. Gloria al Limpido che non ha guardato alle nostre macchie».
Il pane, la fonte e il grembo vergine
Le immagini dell’acqua, del pane e del seme permettono a Efrem di mostrare l’abbondanza della vita portata da Cristo. La nascita del Figlio è fonte che sazia, seme che germoglia e pane celeste che si moltiplica nel dono.
Dalla terra assetata è sgorgata la fonte che basta a saziare la sete dei popoli. Dal grembo vergine, come da una roccia, è germogliato il seme dal quale sono venuti i raccolti.
La sola vera Spiga diede pane, pane celeste illimitato. Quell’unico pane che spezzò ha vinto la creazione: quanto più viene diviso si moltiplica!
Era l’Altissimo e succhiava il latte di Maria, mentre tutte le creature succhiano le sue benedizioni. Aveva dato a Maria il latte come Dio; per converso ne succhiò da lei come uomo.
Ha gattonato tra i bambini, il figlio del Signore dell’universo. Le sue fasce hanno dato un vestito di gloria agli uomini. Gioisca Adamo poiché Tu sei la chiave del paradiso.
Teologia, liturgia e catechesi
Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico. Efrem si serve di questi inni per diffondere, in occasione delle feste liturgiche, la dottrina della Chiesa.
Nel tempo essi si sono rivelati un mezzo catechetico estremamente efficace per la comunità cristiana. È importante la riflessione di Efrem sul tema di Dio creatore: niente nella creazione è isolato, e il mondo è, accanto alla Sacra Scrittura, una Bibbia di Dio.
Usando in modo sbagliato la sua libertà, l’uomo capovolge l’ordine del cosmo. Per Efrem è rilevante il ruolo della donna. Il modo in cui egli ne parla è sempre ispirato a sensibilità e rispetto: la dimora di Gesù nel seno di Maria ha innalzato grandemente la dignità della donna.
La figura di Efrem è ancora pienamente attuale per la vita delle varie Chiese cristiane. Lo scopriamo in primo luogo come teologo, che a partire dalla Sacra Scrittura riflette poeticamente sul mistero della redenzione dell’uomo operata da Cristo, Verbo di Dio incarnato.
La sua è una riflessione teologica espressa con immagini e simboli presi dalla natura, dalla vita quotidiana e dalla Bibbia. Alla poesia e agli inni per la liturgia, Efrem conferisce un carattere didattico e catechetico; si tratta di inni teologici e insieme adatti per la recita o il canto liturgico.
Adamo, l’albero della vita e l’Eucaristia
La riflessione sulla Natività si apre anche verso il mistero eucaristico. Efrem collega la perdita del paradiso, l’albero della vita, la croce e il cibo offerto da Cristo.
Per esprimere il mistero di Cristo, Efrem usa una grande diversità di temi, di espressioni, di immagini. In uno dei suoi inni, egli collega in modo efficace Adamo (nel paradiso) a Cristo (nell’Eucaristia):
«Fu chiudendo con la spada del cherubino, che fu chiuso il cammino dell’albero della vita. Ma per i popoli, il Signore di quest’albero si è dato come cibo lui stesso nell’oblazione (eucaristica).
Gli alberi dell’Eden furono dati come alimento al primo Adamo. Per noi, il giardiniere del Giardino in persona si è fatto alimento per le nostre anime.
Infatti tutti noi eravamo usciti dal Paradiso assieme con Adamo, che lo lasciò indietro. Adesso che la spada è stata tolta laggiù (sulla croce) dalla lancia noi possiamo ritornarvi».
La brace e il fuoco della grazia
Per parlare dell’Eucaristia, Efrem si serve di due immagini: la brace o il carbone ardente e la perla. Il tema della brace è preso dal profeta Isaia (cfr 6,6).
E’ l’immagine del serafino, che prende la brace con le pinze, e semplicemente sfiora le labbra del profeta per purificarle; il cristiano, invece, tocca e consuma la Brace, che è Cristo stesso:
«Nel tuo pane si nasconde lo Spirito, che non può essere consumato; nel tuo vino c’è il fuoco, che non si può bere. Lo Spirito nel tuo pane, il fuoco nel tuo vino: ecco una meraviglia accolta dalle nostre labbra.
Il serafino non poteva avvicinare le sue dita alla brace, che fu avvicinata soltanto alla bocca di Isaia; né le dita l’hanno presa, né le labbra l’hanno inghiottita; ma a noi il Signore ha concesso di fare ambedue cose.
Il fuoco discese con ira per distruggere i peccatori, ma il fuoco della grazia discende sul pane e vi rimane. Invece del fuoco che distrusse l’uomo, abbiamo mangiato il fuoco nel pane e siamo stati vivificati».
La perla come simbolo della fede
La perla esprime la ricchezza, la purezza e l’unità della fede. Osservata da ogni lato, conserva un unico aspetto; così la ricerca del Figlio conduce verso una luce che non si divide e non perde la propria limpidezza.
Ed ecco ancora un ultimo esempio degli inni di sant’Efrem, dove egli parla della perla quale simbolo della ricchezza e della bellezza della fede:
«Posi (la perla), fratelli miei, sul palmo della mia mano, per poterla esaminare. Mi misi ad osservarla dall’uno e dall’altro lato: aveva un solo aspetto da tutti i lati.
(Così) è la ricerca del Figlio, imperscrutabile, perché essa è tutta luce. Nella sua limpidezza, io vidi il Limpido, che non diventa opaco; e nella sua purezza, il simbolo grande del corpo di nostro Signore, che è puro.
Nella sua indivisibilità, io vidi la verità, che è indivisibile».
La carità come forma della celebrazione
Gli inni natalizi di Efrem non separano mai la contemplazione dalla vita quotidiana. La celebrazione della nascita di Cristo è autentica quando genera pace, umiltà, perdono, condivisione e attenzione verso i poveri.
In questo giorno di perdono non vendichiamo le offese. In questo giorno di gioie non distribuiamo dolori. In questo giorno mite non siamo violenti. In questo giorno quieto non siamo irritabili.
In questo giorno della venuta di Dio presso i peccatori, non si esalti, nella propria mente, il giusto sul peccatore. In questo giorno della venuta del Signore dell’universo presso i servi, anche i signori si chinino amorevolmente verso i propri servi.
Tra le grazie che il Dio Bambino viene a donare agli uomini, il poeta teologo ricorda che «poiché è re ha dato a tutti la regalità; poiché è sacerdote ha dato a tutti il perdono; poiché è l’agnello distribuisce a tutti il cibo».
L’inno diventa quindi una forma di catechesi capace di raggiungere insieme l’intelligenza, la memoria, l’immaginazione e la volontà. La fede cantata non rimane una formula astratta, ma diventa un modo di guardare Dio, l’uomo e il mondo.
Efrem, diacono e servitore
Efrem, onorato dalla tradizione cristiana con il titolo di «cetra dello Spirito Santo», restò diacono della sua Chiesa per tutta la vita. Fu una scelta decisiva ed emblematica: egli fu diacono, cioè servitore, sia nel ministero liturgico, sia, più radicalmente, nell’amore a Cristo, da lui cantato in modo ineguagliabile, sia infine nella carità verso i fratelli, che introdusse con rara maestria nella conoscenza della divina Rivelazione.
La sua poesia nasce infatti dall’intreccio tra servizio liturgico, meditazione della Scrittura e attenzione concreta alla comunità. La Natività celebrata nei suoi inni rende visibile una fede che si fa canto, insegnamento, preghiera e carità.
