Papa Francesco e i santi: la santità come dono, cammino e amore quotidiano

Per Papa Francesco, i santi non sono superuomini, eroi irraggiungibili o persone nate perfette, ma uomini e donne come noi che hanno conosciuto l’amore di Dio e lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie. Sono amici di Dio, persone che hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze, spendendo la propria esistenza al servizio degli altri.

La santità è un dono ricevuto da Dio e, nello stesso tempo, un cammino da percorrere ogni giorno. È una vocazione per tutti, fondata sul Battesimo, sull’accoglienza della grazia e sulla disponibilità a lasciarsi trasformare dall’amore, servendo il prossimo con umiltà, misericordia, gioia e spirito di riconciliazione.

Che cosa significa la santità per Papa Francesco

“La santità è un dono e un cammino”: lo afferma Papa Francesco all'Angelus nella Solennità di Tutti i Santi. Un dono, qualcosa quindi che non si può comprare, che va accolto, spiega, e il cammino va fatto insieme aiutandoci a vicenda. E i santi sono “ottimi compagni di cordata”.

La santità, afferma il Papa, è un dono ricevuto da Dio, “non si può comprare”, un dono che, se lo lasciamo crescere, può illuminare e dare gioia alla nostra vita. Sottolinea che questo dono è per tutti e precisa:

I santi non sono eroi irraggiungibili o lontani, sono persone come noi, nostri amici, il cui punto di partenza è lo stesso dono che abbiamo ricevuto noi, il Battesimo. Anzi, se ci pensiamo, sicuramente ne abbiamo incontrato qualcuno, qualche santo quotidiano, qualche persona giusta, qualche persona che vive la vita cristiana sul serio, con semplicità… questo che a me piace chiamare “i santi della porta accanto”, che abitano normalmente.

La santità è un dono del Signore che può trasformare l'esistenza in una vita felice. E del resto, quando riceviamo un dono, qual è la prima reazione? È proprio che siamo felici, perché vuol dire che qualcuno ci vuole bene; e il dono della santità ci fa felici perché Dio ci vuole bene.

Una vocazione per tutti

Francesco ricorda, citando una frase della Costituzione conciliare Lumen gentium, che tutti i battezzati sono chiamati a “mantenere e perfezionare con la loro vita la santità che hanno ricevuto”. Si tratta di intraprendere un cammino, “da fare insieme”, sottolinea il Papa, “aiutandoci a vicenda”, in compagnia dei santi.

Altro tema particolarmente a cuore a Jorge Mario Bergoglio è “l’universale vocazione alla santità”. A questo dedica l’udienza generale del 19 novembre 2014. “Tutti i cristiani, in quanto battezzati - sottolinea - hanno uguale dignità davanti al Signore e sono accomunati dalla stessa vocazione che è quella alla santità”. Questa, afferma il Papa, “è un dono che viene offerto a tutti, nessuno escluso, per cui costituisce il carattere distintivo di ogni cristiano”. E aggiunge che “per essere Santi, non bisogna per forza essere vescovi, preti o religiosi”, “tutti siamo chiamati a diventare Santi”.

La Chiesa “a tutti offre la possibilità di percorrere la strada della santità, che è la strada del cristiano” verso l’incontro con Gesù. La Chiesa, osserva, “non rifiuta i peccatori”, li accoglie e invita loro a lasciarsi “contagiare dalla santità di Dio”.

Al termine di quella catechesi, il Papa cita dunque lo scrittore francese Léon Bloy che affermava, negli ultimi giorni della sua vita, che “c’è solo una tristezza nella vita, quella di non essere santi”.

I santi sono amici di Dio e compagni di speranza

I Santi, sottolinea nella prima Festa di Ognissanti da Papa, il primo novembre 2013, sono “gli amici di Dio”, perché nella loro vita “hanno vissuto in comunione profonda con Dio”. Francesco traccia dunque un identikit dei Santi che, avverte subito, “non sono superuomini, né sono nati perfetti”.

I Santi, ribadisce, “sono come noi, come ognuno di noi”, hanno vissuto “una vita normale”, ma hanno “conosciuto l’amore di Dio” e lo hanno “seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie”. Da che cosa dunque si riconosce questa Santità? “I Santi - risponde il Papa - sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri”.

La differenza con il resto dell'umanità consiste nel fatto che “quando hanno conosciuto l'amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni o ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità, senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace”.

“I Santi sono testimoni e compagni di speranza”. Su questo il Papa parla nell’udienza generale del 21 giugno 2017. E in tale occasione, sottolinea che per essere Santi “non bisogna pregare tutta la giornata”. La santità è anche “nella malattia e nella sofferenza”, nel lavoro e “nel custodire i figli”.

“Che il Signore ci dia la speranza di essere Santi - è la sua invocazione - e non pensiamo che è una cosa difficile, che è più facile essere delinquenti che Santi! No. Si può essere Santi perché ci aiuta il Signore”.

La santità della porta accanto

«Non aver paura» della «santità della porta accanto» è l’imperativo che fa da sfondo alla terza esortazione apostolica di papa Francesco - dopo l’Evangelii Gaudium e l’Amoris Laetitia - Gaudete et Exsultate, resa pubblica oggi.

«Per un cristiano non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità», scrive il Papa, spiegando che i santi non sono solo «quelli già beatificati e canonizzati», ma il «popolo» di Dio, cioè ognuno di noi, che può vivere la santità come un itinerario fatto di «piccoli gesti» quotidiani.

«La santità è il volto più bello della Chiesa», afferma Francesco, che sulla scorta di san Giovanni Paolo II ricorda che «anche fuori della Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti lo Spirito suscita segni della sua presenza», come dimostra la testimonianza dei martiri, «divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti».

«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente - scrive il Papa -. Nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante».

È questa la «santità della porta accanto», la tesi del Papa, che elogia anche il «genio femminile» che «si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo».

«Anche oggi è importante scoprire la santità nel popolo santo di Dio: nei genitori che crescono con amore i figli, negli uomini e nelle donne che svolgono con impegno il lavoro quotidiano, nelle persone che sopportano una condizione di infermità, negli anziani che continuano a sorridere e offrire saggezza. La testimonianza di una condotta cristiana virtuosa, vissuta nell’oggi da tanti discepoli del Signore, è per tutti noi un invito a rispondere personalmente alla chiamata ad essere santi. Sono dei santi della porta accanto, che tutti conosciamo».

La santità nella vita concreta

Francesco cita Ildegarda di Bingen, Brigida, Caterina da Siena, Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux, Edith Stein, per sottolineare che «anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa».

Ma la storia della Chiesa, sottolinea il Papa, la fanno anche «tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza».

“Ogni stato di vita - è la sua esortazione - porta alla santità, sempre!”. La santità non è riservata a una condizione particolare, ma può maturare nella famiglia, nel lavoro, nella vita consacrata, nella malattia, nella sofferenza e nelle responsabilità quotidiane.

La santità “non si può comprare e non si vende”. È un dono da accogliere. “La santità - sottolinea Francesco - è un cammino alla presenza di Dio” e “non può farlo un altro nel mio nome”. “Un cammino - dice ancora - che si deve fare con coraggio, con la speranza e con la disponibilità di ricevere questa grazia”.

La santità “non è fatta di pochi gesti eroici, ma di tanto amore quotidiano”. Sei una consacrata o un consacrato? - ce ne sono tanti, oggi, qui - Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato o sposata? Sii santo e santa amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.

Sei un lavoratore, una donna lavoratrice? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli, e lottando per la giustizia dei tuoi compagni, perché non rimangano senza lavoro, perché abbiano sempre lo stipendio giusto. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.

Dimmi, hai autorità? - e qui c’è tanta gente che ha autorità - Vi domando: hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali. Questa è la strada della santità, così semplice! Sempre guardare Gesù negli altri.

Il primato della grazia sull’eroismo personale

Durante l’omelia in occasione della Celebrazione Eucaristica e il Rito della Canonizzazione per dieci nuovi Santi in Piazza San Pietro, Papa Francesco ha spiegato la ‘sua idea di santità’.

Il Santo Padre ha invitato a una conversione sull’idea che spesso abbiamo di santità. A volte, insistendo troppo sul nostro sforzo di compiere opere buone, abbiamo generato un ideale di santità troppo fondato su di noi, sull’eroismo personale, sulla capacità di rinuncia, sul sacrificarsi per conquistare un premio.

È una visione a volte troppo pelagiana della vita, della santità. Così abbiamo fatto della santità una meta impervia, l’abbiamo separata dalla vita di tutti i giorni invece che cercarla e abbracciarla nella quotidianità, nella polvere della strada, nei travagli della vita concreta e, come diceva Teresa d’Avila alle consorelle, ‘tra le pentole della cucina’.

Essere discepoli di Gesù e camminare sulla via della santità è anzitutto lasciarsi trasfigurare dalla potenza dell’amore di Dio. Non dimentichiamo il primato di Dio sull’io, dello Spirito sulla carne, della grazia sulle opere. A volte noi diamo più peso, più importanza all’io, alla carne e alle opere. No: il primato di Dio sull’io, il primato dello Spirito sulla carne, il primato della grazia sulle opere.

“Non siamo giustificati dalle nostre opere o dai nostri sforzi, ma dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa”. Nella Gaudete et Exsultate il Papa cita i padri della Chiesa per mettere in guardia dall’altra eresia antica che, insieme allo gnosticismo, minaccia ancora oggi la vita della Chiesa: il pelagianesimo.

I nuovi pelagiani, spiega Francesco, sono coloro che credono nella «giustificazione mediante le proprie forze», dando luogo a un «autocompiacimento egocentrico ed elitario» e si manifesta «in molti atteggiamenti apparentemente diversi tra loro: l’ossessione per la legge, il fascino di esibire conquiste sociali e politiche, l’ostentazione nella cura della liturgia, della dottrina e il prestigio della Chiesa, la vanagloria legata alla gestione di faccende pratiche, l’attrazione per le dinamiche di auto-aiuto e di realizzazione autoreferenziale».

La santità non è perfezione senza passato

Francesco mette in guardia da un’idea dei Santi con “la faccia da immaginetta”. E’ qualcosa di molto più profondo ed è alimentata da gesti, “tanti piccoli passi”, che ognuno può compiere laddove vive e lavora.

Nel 2016 torna più volte sul tema nelle Messe a Casa Santa Marta. Il 19 gennaio, incentrando l’omelia su Davide, annota che anche nella vita dei Santi ci sono tentazioni e peccati. La vita del re d’Israele è eloquente al riguardo: Santo e peccatore.

Aveva i suoi peccati, “é stato anche un assassino”, ma alla fine li riconosce e chiede perdono. Una storia, conclude il Papa, che fa pensare che “non c’è alcun Santo senza passato, neppure alcun peccatore senza futuro”.

Altra caratteristica dei Santi è l’umiltà. Nell’omelia mattutina a Casa Santa Marta, il 9 maggio 2014, Francesco si sofferma sulla figura di San Giovanni Paolo II. E osserva che “il grande atleta di Dio” finisce “annientato dalla malattia. Umiliato come Gesù”.

La testimonianza di Karol Wojtyla, rammenta, mostra che la regola della santità “è diminuire perché il Signore cresca” e per questo occorre “la nostra umiliazione”. Nulla di più lontano dunque dall’immagine di persone con “superpoteri”.

“La differenza tra gli eroi e i Santi - spiega ancora in quella omelia - è la testimonianza, l’imitazione di Gesù Cristo: andare sulla via di Gesù”.

Gioia, umiltà e senso dell’umorismo

La gioia è un tratto distintivo dei santi, in contrapposizione a quella “faccia da funerale” che, lo dice tante volte, hanno alcuni cristiani che non vivono bene la loro fede.

“Il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, tracciando un identikit della santità cristiana nel quotidiano.

«Il malumore non è segno di santità», spiega Francesco citando l’esempio di san Tommaso Moro, san Vincenzo de Paoli o san Filippo Neri: quella del cristiano «è una sicurezza interiore, una serenità piena di speranza, che offre una soddisfazione spirituale incomprensibile secondo i criteri mondani».

«Non sto parlando della gioia consumista e individualista così presente in alcune esperienze culturali di oggi - precisa il Papa -. Il consumismo non fa che appesantire il cuore; può offrire piaceri occasionali e passeggeri, ma non gioia. Mi riferisco piuttosto a quella gioia che si vive in comunione, che si condivide e si partecipa».

“I Santi hanno seguito Dio con tutto il loro cuore”. I santi hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. La gioia cristiana nasce dalla certezza di essere amati da Dio e si esprime nella comunione, nel servizio e nella speranza.

Le Beatitudini come strada della santità

Tutti siamo chiamati a camminare sulla via della santità e questa via ha un nome e un volto, quello di Gesù. Lui nel Vangelo ci mostra la strada: quella delle beatitudini.

Il Regno dei cieli, infatti, è per quanti non pongono la loro sicurezza nelle cose ma nell'amore di Dio; per quanti hanno un cuore semplice, umile; non presumono di essere giusti e non giudicano gli altri; per quanto sanno soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce; per quanto non sono violenti e misericordiosi e cercano di essere artefici di riconciliazione e di pace.

Nel terzo capitolo della Gaudete et Exsultate, il Papa si sofferma ancora una volta sullo spirito delle beatitudini come la Magna Charta del cristiano, e traccia così l’identikit della santità: «Saper piangere con gli altri. Cercare la giustizia con fame e sete. Guardare e agire con misericordia. Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che sporca l’amore. Seminare pace intorno a noi. Accettare ogni giorno la via del Vangelo nonostante ci procuri i problemi».

Il Santo, la Santa è artefice di riconciliazione e di pace; aiuta sempre la gente a riconciliarsi e aiuta sempre affinché ci sia la pace. E così è bella la santità; è una bella strada!

Amare significa servire e dare la vita

“E poi dare la vita, che non è solo offrire qualcosa, come per esempio alcuni beni propri agli altri, ma donare sé stessi. A me piace domandare alle persone che mi chiedono consiglio: “Dimmi, tu dai l’elemosina?” - “Sì, Padre, io do l’elemosina ai poveri” - “E quando tu dai l’elemosina, tocchi la mano della persona, o butti l’elemosina e fai così per pulirti?”.

E diventano rossi: “No, io non tocco”. “Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi la persona che aiuti, o guardi da un’altra parte?” - “Io non guardo”. Toccare e guardare, toccare e guardare la carne di Cristo che soffre nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle. È molto importante, questo. Dare la vita è questo”.

Il Santo Padre aveva premesso: “Al centro non ci sono la nostra bravura, e i nostri meriti, ma l’amore incondizionato e gratuito di Dio, che non abbiamo meritato. All’inizio del nostro essere cristiani non ci sono le dottrine e le opere, ma lo stupore di scoprirsi amati, prima di ogni nostra risposta.

Mentre il mondo vuole spesso convincerci che abbiamo valore solo se produciamo dei risultati, il Vangelo ci ricorda la verità della vita: siamo amati. E questo è il nostro valore: siamo amati. Servire il Vangelo e i fratelli, offrire la propria vita senza tornaconto - questo è un segreto: offrire senza tornaconto -, senza ricercare alcuna gloria mondana: a questo siamo chiamati anche noi”.

In concreto, che cosa significa vivere questo amore? Prima di lasciarci questo comandamento, Gesù ha lavato i piedi ai discepoli; dopo averlo pronunciato, si è consegnato sul legno della croce. Amare significa questo: servire e dare la vita.

Servire, cioè non anteporre i propri interessi; disintossicarsi dai veleni dell’avidità e della competizione; combattere il cancro dell’indifferenza e il tarlo dell’autoreferenzialità, condividere i carismi e i doni che Dio ci ha donato. Nel concreto, chiedersi “che cosa faccio per gli altri?” Questo è amare, e vivere le cose di ogni giorno in spirito di servizio, con amore e senza clamore, senza rivendicare niente.

Il volto del fratello e la misericordia

Esiste una gerarchia delle virtù, che ci invita a cercare l’essenziale, scrive il Papa a proposito della «pienezza» della fede cristiana, che si può riassumere «in un solo precetto: Amerai il prossimo come te stesso».

«In mezzo alla fitta selva di precetti e prescrizioni - l’immagine scelta da Francesco - Gesù apre una breccia che permette di distinguere due volti, quello del Padre e quello del fratello. Perché in ogni fratello, specialmente nel più piccolo, fragile, indifeso e bisognoso, è presente l’immagine stessa di Dio. Con gli scarti di questa umanità vulnerabile, alla fine del tempo, il Signore plasmerà la sua ultima opera d’arte».

«Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda, posso sentire che questo fagotto è un imprevisto che mi intralcia, un delinquente ozioso, un ostacolo sul mio cammino, un pungiglione molesto per la mia coscienza, un problema che devono risolvere i politici, e forse anche un’immondizia che sporca lo spazio pubblico.

Oppure posso reagire a partire dalla fede e dalla carità e riconoscere in lui un essere umano con la mia stessa dignità. Questo è essere cristiani!»

La grande regola di comportamento del cristiano, in base alla quale saremo giudicati, è quella racchiusa nel Vangelo di Matteo: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi».

Santità e attenzione ai poveri, ai migranti e agli esclusi

La situazione dei migranti non è «marginale», o «un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica». Ad affermarlo è il Papa, che nella Gaudete et Exsultate mette in guardia da «due errori nocivi».

Da una parte ci sono quei cristiani che riducono il cristianesimo a una «sorta di Ong», separando le esigenze del Vangelo «dalla propria relazione personale con il Signore». «Nocivo e ideologico - aggiunge però il Papa - è anche l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista.

O lo relativizzano come se ci fossero altre cose più importanti o come se interessasse solo una determinata etica o una ragione che essi difendono». Poi Francesco scende nei dettagli con un esempio concreto:

«La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo.

Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto».

«Che dica cose simili un politico preoccupato per i suoi successi si può comprendere, ma non un cristiano, a cui si addice solo l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli».

«Non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero», precisa Francesco, che cita l’Esodo sul forestiero: “Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi: tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto”.

L’invito da raccogliere è inoltre quello del profeta Isaia, che spiega come ciò che è gradito a Dio «consiste nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti».

Contemplazione, azione e servizio

«Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, in cui esorta a «vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione» e a fuggire «la tentazione di relegare la dedizione pastorale e l’impegno nel mondo a un posto secondario, come se fossero “distrazioni” nel cammino della santificazione e della pace interiore».

No, quindi, alla «ansietà», all’“«orgoglio», alla «necessità di apparire e di dominare»: in un mondo in cui «tutto si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori a una velocità sempre crescente», bisogna «fermare questa corsa febbrile» per recuperare, attraverso il silenzio, «uno spazio personale» e «guardare in faccia la verità di noi stessi, per lasciarla invadere dal Signore».

La Chiesa “a tutti offre la possibilità di percorrere la strada della santità, che è la strada del cristiano” verso l’incontro con Gesù. La Chiesa, osserva, “non rifiuta i peccatori”, li accoglie e invita loro a lasciarsi “contagiare dalla santità di Dio”.

I pericoli dello gnosticismo e del pelagianesimo

«Un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica». Un «elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare».

Così il Papa, nella Gaudete et Exsultate, definisce lo gnosticismo, pericolo da evitare insieme al suo opposto: il pelagianesimo. «Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana», precisa Francesco a proposito del «fascino ingannevole», intriso di «vanitosa superficialità», che caratterizza la prima eresia.

«Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione», che «assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti» e pretendono «di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto».

«Anche qualora l’esistenza di qualcuno sia stata un disastro, anche quando lo vediamo distrutto dai vizi o dalle dipendenze, Dio è presente nella sua vita - ammonisce il Papa -. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito più che dai nostri ragionamenti, possiamo e dobbiamo cercare il Signore in ogni vita umana».

«Non possiamo pretendere che il nostro modo» di intendere la verità «ci autorizzi a esercitare un controllo stretto sulla vita degli altri», denuncia il Papa ricordando che «nella Chiesa convivono legittimamente modi diversi di interpretare molti aspetti della dottrina e della vita cristiana che, nella loro verità, aiutano ad esplicitare meglio il ricchissimo tesoro della Parola».

No, allora, alla «pericolosa confusione» che consiste nel «credere che, poiché sappiamo qualcosa o possiamo spiegarlo con una certa logica, già siamo santi, perfetti, migliori della “massa ignorante”», ammoniva già Giovanni Paolo II, mettendo in guardia dalla «tentazione di sviluppare un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli».

La Chiesa non è possesso di pochi

«Molte volte, contro l’impulso dello Spirito, la vita della Chiesa si trasforma in un pezzo da museo o in possesso di pochi», la denuncia di Francesco, secondo il quale questo accade quando «alcuni gruppi cristiani danno eccessiva importanza all’osservanza di determinate norme proprie, di costumi o stili».

In questo modo, «gruppi, movimenti e comunità», che «tante volte iniziano con un’intensa vita nello Spirito, poi finiscono fossilizzati o corrotti».

La Chiesa ha bisogno di Santi, non di supereroi. Fin dai primi passi dopo l’elezione alla Cattedra di Pietro, Francesco si è soffermato sulla santità nella Chiesa e, in più occasioni, ha tracciato non solo un profilo di ciò che contraddistingue l’essere Santi, ma ha pure indicato cosa un Santo non è.

«La Chiesa non ha bisogno di burocrati e funzionari».

La santità e il rapporto con gli altri

«Non è sano evitare l’incontro con l’altro» «Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio.

«Il santo non spreca le sue energie lamentandosi degli errori altrui, è capace di fare silenzio davanti ai difetti dei fratelli ed evita la violenza verbale che distrugge e maltratta».

«Non ci fa bene guardare dall’alto in basso, assumere il ruolo di giudici spietati, considerare gli altri come indegni e pretendere continuamente di dare lezioni», il monito del Papa: «Questa è una sottile forma di violenza».

La violenza verbale e l’uso dei mezzi digitali

«Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale tramite internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale»: lo scrive il Papa nella Gaudete et Exsultate, in cui fa notare che «persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui».

Così, per Francesco, «si verifica un pericoloso dualismo, perché in queste reti si dicono cose che non sarebbero tollerabili nella vita pubblica, e si cerca di compensare le proprie insoddisfazioni scaricando con rabbia i desideri di vendetta».

«È significativo che a volte - aggiunge il Papa - pretendendo di difendere altri comandamenti, si passi sopra completamente all’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”, e così si distrugga l’immagine altrui senza pietà. Lì si manifesta senza alcun controllo che la lingua è “il mondo del male”».

«La fermezza interiore, che è opera della grazia, ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza che invade la vita sociale, perché la grazia smorza la vanità e rende possibile la mitezza del cuore».

Il consumismo come ostacolo alla vita spirituale

«Il consumismo edonista può giocarci un brutto tiro, perché nell’ossessione di divertirsi finiamo con l’essere eccessivamente concentrati su noi stessi, sui nostri diritti e sull’esasperazione di avere tempo libero per godersi la vita».

Ne è convinto il Papa, che nella Gaudete et Exsultate esorta a coltivare «una certa austerità» e a lottare «contro questa febbre che ci impone la società dei consumi per venderci cose, e che alla fine ci trasforma in poveri insoddisfatti che vogliono avere tutto e provare tutto».

«Anche il consumismo di informazione superficiale e le forme di comunicazione rapida e virtuale possono essere un fattore di stordimento che si porta via tutto il nostro tempo e ci allontana dalla carne sofferente dei fratelli», il grido d’allarme di Francesco: «In mezzo a questa voragine attuale, il Vangelo risuona nuovamente per offrirci una vita diversa, più sana e più felice».

I santi come modelli di vita cristiana

La santità “germoglia dalla vita concreta delle comunità cristiane. I Santi non provengono da un mondo parallelo. È importante che ogni Chiesa particolare sia attenta a cogliere e valorizzare gli esempi di vita cristiana maturati all’interno del popolo di Dio, che da sempre ha un particolare fiuto per riconoscere questi modelli di santità, testimoni straordinari del Vangelo.

Occorre, pertanto, tenere in giusta considerazione il consenso della gente attorno a queste figure cristianamente esemplari. La fama sanctitatis non proviene primariamente dalla gerarchia ma dai fedeli”.

Oggi - ha specificato il Pontefice - “l’accesso corretto ai mezzi di comunicazione può favorire la conoscenza del vissuto evangelico di un candidato alla beatificazione o alla canonizzazione. Tuttavia occorre un discernimento saggio e perspicace di tutti coloro che si occupano della qualità della fama di santità.

D’altro canto, un elemento che comprova la fama sanctitatis o la fama martirii è sempre la fama signorum. Quando i fedeli sono convinti della santità di un cristiano, fanno ricorso - anche massiccio e appassionato - alla sua intercessione celeste”.

Le canonizzazioni durante il pontificato di Francesco

Un richiamo e un’esortazione che riecheggia anche nelle 15 cerimonie di Canonizzazione celebrate da Francesco, a partire da quelle di Madre Teresa, di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Ma pure nella Beatificazione di Paolo VI, laddove Francesco sottolinea innanzitutto la sua umiltà, virtù propria dei testimoni e non dei “superuomini”.

Sul Sagrato della Basilica di San Pietro, Papa Francesco ieri ha presieduto la Celebrazione Eucaristica e il Rito della Canonizzazione per dieci nuovi Santi. Tra i nuovi santi, cinque italiani, tre francesi, un indiano e un olandese. Si tratta di sei uomini e quattro donne:

  • Titus Brandsma (1881-1942), Presbitero professo dell’Ordine Carmelitano, martire;
  • Lazzaro detto Devasahayam (1712-1752), laico, martire;
  • César de Bus (1544-1607), presbitero, Fondatore della Congregazione dei Padri della Dottrina Cristiana (Dottrinari);
  • Luigi Maria Palazzolo (1827-1886), Presbitero, Fondatore dell’Istituto delle Suore delle Poverelle - Istituto Palazzolo;
  • Giustino Maria Russolillo (1891-1955), Presbitero, Fondatore della Società delle Divine Vocazioni e della Congregazione delle Suore delle Divine Vocazioni;
  • Charles de Foucauld (1858-1916), Presbitero;
  • Marie Rivier (1768-1838), vergine, Fondatrice della Congregazione delle Suore della Presentazione di Maria;
  • Maria Francesca di Gesù Rubatto (1844-1904), vergine, Fondatrice delle Suore Terziarie Cappuccine di Loano;
  • Maria di Gesù Santocanale (1852-1923), vergine, Fondatrice della Congregazione delle Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes;
  • Maria Domenica Mantovani (1862-1934), vergine, Cofondatrice e prima Superiora Generale dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia.

Al momento della proclamazione un lungo applauso in Piazza e ovazione dalle migliaia di fedeli presenti.

Significativamente, Papa Francesco apre la via alla Beatificazione anche a chi, spinto dalla carità, ha offerto eroicamente la propria vita per il prossimo. Lo fa con un Motu proprio, intitolato Maiorem hac dilectionem, pubblicato nel luglio del 2017, che inizia con le parole di Gesù tratte dal Vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.

Ecco in definitiva la visione di Francesco sulla Santità: essere amici di Dio e del prossimo fino al dono della vita.

La festa di Tutti i Santi e l’Angelus

Nella giornata in cui si celebra la Solennità di Tutti i Santi non può che essere la santità al centro della riflessione di Papa Francesco all'Angelus. Il brano del Vangelo di Matteo della liturgia di oggi presenta le parole di Gesù note come il “Discorso della montagna” o delle Beatitudini.

Prima della recita dell’Angelus, il Pontefice tiene anche un breve discorso prendendo spunto dalle Letture del giorno. Seguono i saluti ai pellegrini.

L’Angelus è una preghiera recitata in ricordo del Mistero perenne dell’Incarnazione tre volte al giorno: alle 6 della mattina, a mezzogiorno e alla sera verso le 18, momento nel quale viene suonata la campana dell’Angelus.

Il nome Angelus deriva dal primo versetto della preghiera - Angelus Domini nuntiavit Mariae - che consiste nella lettura breve di tre semplici testi che vertono sull’Incarnazione di Gesù Cristo e la recita di tre Ave Maria.

Questa preghiera è recitata dal Papa a Piazza San Pietro a mezzogiorno la domenica e nelle Solennità. Dalla Pasqua fino a Pentecoste, al posto dell’Angelus viene recitato il Regina Coeli, che è una preghiera in ricordo della Risurrezione di Gesù Cristo, al termine della quale viene recitato il Gloria per tre volte.

Il messaggio dell’Angelus del primo novembre

La festa di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci ricorda che il traguardo della nostra esistenza non è la morte, è il Paradiso! Lo scrive l’apostolo Giovanni: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2).

I Santi, gli amici di Dio, ci assicurano che questa promessa non delude. Nella loro esistenza terrena, infatti, hanno vissuto in comunione profonda con Dio. Nel volto dei fratelli più piccoli e disprezzati hanno veduto il volto di Dio, e ora lo contemplano faccia a faccia nella sua bellezza gloriosa.

I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze.

Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace.

Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare.

I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l’amore è di Dio, ma l’odio da chi viene? L’odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri.

Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!

Fidarsi del Signore e andare controcorrente

Oggi, in questa festa, i Santi ci danno un messaggio. Ci dicono: fidatevi del Signore, perché il Signore non delude! Non delude mai, è un buon amico sempre al nostro fianco.

Con la loro testimonianza i Santi ci incoraggiano a non avere paura di andare controcorrente o di essere incompresi e derisi quando parliamo di Lui e del Vangelo; ci dimostrano con la loro vita che chi rimane fedele a Dio e alla sua Parola sperimenta già su questa terra il conforto del suo amore e poi il “centuplo” nell’eternità.

Il Papa parla di santità anche attraverso le Reti Sociali. Lo fa via Twitter il primo novembre dell’anno scorso quando sottolinea che “il mondo ha bisogno di santi e tutti noi, senza eccezioni, siamo chiamati alla santità”.

E non bisogna “temere” di camminare sulla via della santità. Che è degli umili, non degli arroganti.

I santi e la preghiera per i defunti

Con sapienza, la Chiesa ha posto in stretta sequenza la festa di tutti i Santi e la commemorazione di tutti i fedeli defunti: alla nostra preghiera di lode a Dio e di venerazione degli spiriti beati, ci unisce l'orazione di suffragio per quanti ci hanno preceduto nel passaggio da questo mondo alla vita eterna.

Questo è ciò che speriamo e domandiamo al Signore per i nostri fratelli e sorelle defunti. Affidiamo la nostra preghiera all’intercessione di Maria, Regina di Tutti i Santi.

Una preghiera e un minuto di silenzio “per i nostri fratelli e le nostre sorelle, uomini, donne, bambini, morti assaliti dalla sete e dalla fame e dalla fatica, nel tragitto per raggiungere una condizione di vita migliore”, vengono chieste da Papa Francesco ai fedeli in piazza San Pietro dopo la recita dell'Angelus, richiamando “le immagini viste nel crudele deserto”.

Per loro, il Papa annuncia che rivolgerà una preghiera speciale oggi pomeriggio, quando visiterà il cimitero monumentale del Verano a Roma, in occasione della celebrità di Ognissanti e in vista della commemorazione dei defunti nella giornata di domani.

Domande per vivere il rapporto con i santi

I santi ci sono di esempio, afferma il Papa, da loro riceviamo aiuto e amicizia, e con loro siamo uniti in un vincolo di amore fraterno. Francesco sollecita ciascuno di noi a porci alcune domande sul nostro rapporto con la santità e con i Santi:

  • Possiamo chiederci: mi ricordo di aver ricevuto in dono lo Spirito Santo, che mi chiama alla santità e mi aiuta ad arrivarci?
  • Io ringrazio lo Spirito Santo per questo, per il dono della santità?
  • Sento vicini i santi, parlo con loro, mi rivolgo a loro?
  • Conosco la storia di alcuni di essi?

Francesco conclude raccomandando di conoscere le vite dei santi e di rivolgerci a loro con la preghiera.

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