Secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, l’ingiusta discriminazione consiste nel negare o limitare la dignità e i diritti fondamentali di una persona a motivo di caratteristiche come il sesso, la stirpe, il colore, la condizione sociale, la lingua o la religione. La giustizia sociale richiede invece di rispettare ogni persona, riconoscendola come «un altro se stesso» e garantendo condizioni che permettano a individui e associazioni di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione.
Nel caso delle persone omosessuali, il Catechismo distingue tra la dignità della persona, che deve essere sempre rispettata, e il giudizio morale sugli atti omosessuali, che il testo considera «intrinsecamente disordinati». Il principio esplicito è però inequivocabile: «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2358).
Il significato della giustizia sociale nel Catechismo
La società assicura la giustizia sociale allorché realizza le condizioni che consentono alle associazioni e agli individui di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo la loro natura e la loro vocazione. La giustizia sociale è connessa con il bene comune e con l'esercizio dell'autorità.
La giustizia sociale non si può ottenere se non nel rispetto della dignità trascendente dell'uomo. La persona rappresenta il fine ultimo della società, la quale è ad essa ordinata: «La difesa e la promozione della dignità della persona umana ci sono state affidate dal Creatore; di essa sono rigorosamente e responsabilmente debitori gli uomini e le donne in ogni congiuntura della storia».
Il rispetto della persona umana implica il rispetto dei diritti che scaturiscono dalla sua dignità di creatura. Questi diritti sono anteriori alla società e ad essa si impongono. Essi sono il fondamento della legittimità morale di ogni autorità: una società che li irrida o rifiuti di riconoscerli nella propria legislazione positiva, mina la propria legittimità morale.
Se manca tale rispetto, un'autorità non può che appoggiarsi sulla forza o sulla violenza per ottenere l'obbedienza dei propri sudditi. È compito della Chiesa richiamare alla memoria degli uomini di buona volontà questi diritti e distinguerli dalle rivendicazioni abusive o false.
Il principio: ogni persona deve essere considerata come «un altro se stesso»
Il rispetto della persona umana non può assolutamente prescindere dal rispetto di questo principio: «I singoli» devono «considerare il prossimo, nessuno eccettuato, come "un altro se stesso", tenendo conto della sua vita e dei mezzi necessari per viverla degnamente».
Nessuna legislazione sarebbe in grado, da se stessa, di dissipare i timori, i pregiudizi, le tendenze all'orgoglio e all'egoismo, che ostacolano l'instaurarsi di società veramente fraterne. Simili comportamenti si superano solo con la carità, la quale vede in ogni uomo un «prossimo», un fratello.
Il dovere di farsi il prossimo degli altri e di servirli attivamente diventa ancora più urgente quando costoro sono particolarmente bisognosi, sotto qualsiasi aspetto. «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).
Questo stesso dovere comprende anche coloro che pensano o operano diversamente da noi. L'insegnamento di Cristo arriva fino a chiedere il perdono delle offese. Estende il comandamento dell'amore, che è quello della Legge nuova, a tutti i nemici.
La liberazione nello spirito del Vangelo è incompatibile con l'odio del nemico in quanto persona, ma non con l'odio del male che egli compie in quanto nemico.
Uguaglianza fondamentale e differenze tra gli uomini
Tutti gli uomini, creati ad immagine dell'unico Dio e dotati di una medesima anima razionale, hanno la stessa natura e la stessa origine. Redenti dal sacrificio di Cristo, tutti sono chiamati a partecipare alla medesima beatitudine divina: tutti, quindi, godono di una eguale dignità.
L'uguaglianza tra gli uomini poggia essenzialmente sulla loro dignità personale e sui diritti che ne derivano: «Ogni genere di discriminazione nei diritti fondamentali della persona in ragione del sesso, della stirpe, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, deve essere superato ed eliminato, come contrario al disegno di Dio».
L'uomo, venendo al mondo, non dispone di tutto ciò che è necessario allo sviluppo della propria vita, corporale e spirituale. Ha bisogno degli altri. Si notano differenze legate all'età, alle capacità fisiche, alle attitudini intellettuali o morali, agli scambi di cui ciascuno ha potuto beneficiare, alla distribuzione delle ricchezze.
I «talenti» non sono distribuiti in misura eguale. Tali differenze rientrano nel piano di Dio, il quale vuole che ciascuno riceva dagli altri ciò di cui ha bisogno, e che coloro che hanno «talenti» particolari ne comunichino i benefici a coloro che ne hanno bisogno.
Le differenze incoraggiano e spesso obbligano le persone alla magnanimità, alla benevolenza e alla condivisione; spingono le culture a mutui arricchimenti.
Esistono anche disuguaglianze inique che colpiscono milioni di uomini e di donne. Esse sono in aperto contrasto con il Vangelo: «L'eguale dignità delle persone richiede che si giunga ad una condizione più umana e giusta della vita. Infatti le troppe disuguaglianze economiche e sociali, tra membri e tra popoli dell'unica famiglia umana, suscitano scandalo e sono contrarie alla giustizia sociale, all'equità, alla dignità della persona umana, nonché alla pace sociale ed internazionale».
Che cosa significa «discriminazione» e quando è «ingiusta»
Il termine «discriminare» può indicare, nella sua accezione originaria, l'azione di distinguere e di rilevare differenze tra soggetti distinti. Tuttavia, nel linguaggio morale e sociale, la discriminazione diventa ingiusta quando colpisce la persona nella sua dignità o nei suoi diritti fondamentali, quando nasce da pregiudizio, disprezzo o esclusione e quando non è collegata a una ragione oggettiva proporzionata.
Una società è giusta e, al di là delle procedure formali, sostanzialmente democratica, quando garantisce a tutti i cittadini i diritti fondamentali, senza alcuna discriminazione di sesso, razza, lingua e religione. Si tratta di beni originari che derivano dalla natura e da Dio, non dal consenso della maggioranza.
Rispettare la dignità della persona significa in pratica riconoscere, difendere e promuovere alcuni diritti universali, inviolabili, inalienabili: diritto all’esistenza, all’integrità fisica e a un tenore di vita dignitoso; diritto di cercare liberamente la verità, manifestare il proprio pensiero, partecipare al patrimonio culturale; diritto alla libertà di religione; diritto di seguire la propria vocazione, formarsi una famiglia, educare i figli; diritto al lavoro, alla libera iniziativa economica, a una giusta retribuzione; diritto di riunione e di associazione, di emigrazione e di immigrazione, di partecipazione politica e di certezza giuridica.
Questi diritti hanno bisogno di essere ulteriormente precisati nei loro contenuti concreti, secondo le condizioni storiche, economiche e culturali; tuttavia indicano sufficientemente un criterio di giudizio e una linea di impegno.
La dignità delle persone omosessuali secondo i numeri 2357-2359
Il Catechismo della Chiesa cattolica tratta la questione della «Castità e omosessualità» ai numeri 2357-2359. L'omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso.
Il Catechismo afferma che l'omosessualità «si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture» e che «la sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile». Il testo, appoggiandosi alla Sacra Scrittura e alla Tradizione, giudica gli atti omosessuali «intrinsecamente disordinati», contrari alla legge naturale e non approvabili.
Il paragrafo 2358 precisa però che «un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate». Il Catechismo aggiunge: «Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova».
Da questa valutazione il testo trae un obbligo di comportamento nei confronti delle persone: «Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione».
Il paragrafo 2359 afferma: «Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana».
| Numero del Catechismo | Contenuto principale |
|---|---|
| 2357 | Giudizio sugli atti omosessuali secondo l’insegnamento tradizionale |
| 2358 | Rispetto, compassione, delicatezza e rifiuto di ogni marchio di ingiusta discriminazione |
| 2359 | Chiamata alla castità, alla padronanza di sé, alla preghiera e alla grazia sacramentale |
Persona, inclinazione e atti: una distinzione controversa
Secondo la spiegazione proposta nell’insegnamento cattolico, l’espressione «disordine oggettivo» non si riferisce alla persona, bensì all’orientamento, e non è una descrizione psicologica, ma esprime un punto di vista filosofico e teologico.
Questa distinzione pretende di non togliere nulla alla dignità insita in ogni essere umano, perché Dio ci ha creati tutti e tutte uguali e buoni. L’insegnamento più fondamentale sulle persone gay e lesbiche viene così formulato: Dio le ama.
Sono figli e figlie amati da Dio, creati da Dio, che hanno bisogno della cura amorevole e della misericordia di Dio, come ciascuno e ciascuna di noi. Per quanto riguarda gay e lesbiche, dunque, i valori evangelici dell’amore, della misericordia e della compassione sono i mattoni di ogni insegnamento cattolico.
È importante ribadire che, agli occhi della Chiesa, il semplice fatto di essere gay o lesbica non costituisce peccato, contrariamente a quanto moltissime persone credono, anche tra i cattolici più colti. Da nessuna parte nel Catechismo c’è scritto che il semplice fatto di essere omosessuale costituisce peccato.
Di solito, però, quando si pongono domande sull’«insegnamento della Chiesa», non ci si riferisce a questo ma alle restrizioni agli atti omosessuali e alla proibizione del matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Il rapporto tra castità, dignità e vita cristiana
La castità esprime la raggiunta integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l'unità interiore dell'uomo nel suo essere corporeo e spirituale. La sessualità, nella quale si manifesta l'appartenenza dell'uomo al mondo materiale e biologico, diventa personale e veramente umana allorché è integrata nella relazione da persona a persona, nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell'uomo e della donna.
La virtù della castità, quindi, comporta l'integrità della persona e l'integralità del dono. La persona casta conserva l'integrità delle forze di vita e di amore che sono in lei. Tale integrità assicura l'unità della persona e si oppone a ogni comportamento che la ferirebbe.
La castità richiede l'acquisizione del dominio di sé, che è pedagogia per la libertà umana. L'alternativa è evidente: o l'uomo comanda alle sue passioni e consegue la pace, oppure si lascia asservire da esse e diventa infelice.
Il dominio di sé è un'opera di lungo respiro. Non lo si potrà mai ritenere acquisito una volta per tutte. Suppone un impegno da ricominciare ad ogni età della vita.
La castità conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall'imperfezione e assai spesso dal peccato. L'uomo virtuoso e casto «si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita».
La castità è una virtù morale. Essa è anche un dono di Dio, una grazia, un frutto dello Spirito. La carità è la forma di tutte le virtù. Sotto il suo influsso, la castità appare come una scuola del dono della persona.
La castità si dispiega nell'amicizia. La castità si esprime particolarmente nell'amicizia per il prossimo. Coltivata tra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l'amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale.
La posizione del Catechismo sul matrimonio e sulla sessualità
Il Catechismo insegna che la sessualità è ordinata all'amore coniugale dell'uomo e della donna. Nel matrimonio l'intimità corporale degli sposi diventa un segno e un pegno della comunione spirituale.
La sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della persona umana come tale.
Essa si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte.
La dottrina ufficiale cattolica proibisce ogni tipo di attività sessuale al di fuori del matrimonio tra un uomo e una donna: il sesso prematrimoniale, l’adulterio, la masturbazione. Il Catechismo considera inoltre la sessualità in rapporto alle finalità di procreazione e di unione.
L'insegnamento cattolico tradizionale sostiene che ogni atto sessuale è «ordinato» verso il fine affettivo, cioè l'amore, e il fine generativo, cioè generare figli, nel contesto del matrimonio. Di conseguenza, secondo questa interpretazione della legge naturale, gli atti omosessuali non sono ordinati verso questi due fini.
Il significato della legge naturale nell’insegnamento cattolico
La dottrina della legge naturale si fonda sull’idea che la divina volontà e il piano divino per il mondo e l’umanità non solo sono rivelati nel mondo naturale, ma sono soprattutto autoevidenti per la mente umana.
Secondo Tommaso, si può comprendere il piano di Dio non solo osservando la natura, ma anche con l'utilizzo della ragione. Partendo dall'idea tomistica che il mondo «ha un senso», ogni cosa viene considerata «ordinata» verso qualcos'altro.
È il telos, o fine, aristotelico: per esempio, una ghianda è «ordinata» per diventare una quercia e un bambino è «ordinato» per diventare un adulto. Per questo, ogni atto viene giudicato dal fatto che sia o meno ordinato verso il suo proprio fine.
Questa impostazione è stata contestata da chi ritiene che l’idea stessa di ciò che è «naturale» non possa essere separata dalle esperienze concrete delle persone. La realtà ci informa che esistono donne lesbiche e uomini gay, altre persone invece non si riconoscono nel proprio genere biologico di nascita, ma sono tutti così per natura creati da Dio e non certo per errore.
Per le persone omosessuali gli unici atti naturali sono gli atti omosessuali, non si tratta di libera scelta, quindi diventa un contro senso definirli contro natura.
Le critiche teologiche e antropologiche alla formulazione tradizionale
Nei discorsi della Chiesa sull’omosessualità si postula una scissione d’identità tra ciò che la persona è e ciò che la persona fa, dicendo bene delle persone omosessuali e maldicendo sui loro atti, in una sorta di separazione mente-corpo in cui si perde l’interezza dell’essere umano e delle sue relazioni.
Se per le persone eterosessuali ci può essere un fine unitivo col matrimonio, che dà senso e valore alla sessualità col fine procreativo, l’amore omosessuale non viene riconosciuto in alcun modo essendo per sua natura sterile.
Un’altra critica sostiene che la sessualità sia anzitutto incontro con l’altro, immagine di Dio per il credente. La complementarietà non è esclusiva dell’eterosessualità, l’altro è sempre diverso da me, un’alterità con cui entrare in relazione a prescindere dall’avere lo stesso sesso.
L’essere umano fa esperienza di sé e giunge alla comprensione della propria identità nella relazione, e l’incontro con la differenza sessuale è solo una delle esperienze relazionali possibili.
Da questa prospettiva, l’insegnamento della Chiesa cattolica sull’omosessualità non può cambiare se non ci sarà una nuova comprensione della sessualità in generale.
Le difficoltà individuate nell’etica sessuale tradizionale
Il vescovo ausiliare emerito di Sidney, Geoffrey J. Robinson, sostiene la necessità di modificare la dottrina anche quando si parla di atti eterosessuali, e riscontra essenzialmente cinque difficoltà se si seguono le indicazioni del magistero.
Il primo problema è l’insegnamento della Chiesa quando dice che nessun uso della sessualità che non sia diretto alla procreazione è un’offesa a Dio. Ciò apre altre questioni relative alla natura e a Dio.
L’idea del peccato sessuale come offesa a Dio ha alimentato l’immagine di un Dio iroso che non si concilia con l’immagine del padre misericordioso data da Gesù. La prima ribellione non deriva dal rifiuto tout court di ciò che proferisce la Chiesa ma dal rifiuto di un’idea falsa di Dio.
La seconda difficoltà deriva dal fatto che l’insegnamento della Chiesa sembra basarsi più su delle asserzioni acritiche che su delle argomentazioni. Se il magistero afferma che nel matrimonio sono essenziali sia l’aspetto procreativo che unitivo, è difficile sostenere che entrambe le finalità possano essere sempre presenti in ogni matrimonio e in ogni singolo atto sessuale.
La terza problematicità si riscontra quando l’insegnamento della Chiesa attua una morale negli atti fisici, puntando l’attenzione sull’atto in sé stesso al di fuori del contesto delle relazioni umane.
L’idea stessa di cosa sia «naturale» rappresenta dunque un’altra criticità: la Chiesa afferma di fondare i suoi insegnamenti sulla legge naturale stabilita da Dio, ma rischia di basarsi su delle astrazioni se non applicate alle esperienze delle persone.
L’ultima difficoltà è che non vi è alcun riscontro nell’insegnamento di Gesù Cristo sulla finalità unitiva e procreativa della sessualità per quanto il magistero cattolico li consideri imprescindibili e inscindibili.
La via di mezzo proposta da Robinson sta nel riconoscere che il piacere sessuale non è né buono né cattivo, bensì moralmente neutro: sono le relazioni e le circostanze che rendono buono o cattivo quel piacere.
La morale sessuale deve prendere in considerazione il bene o il male che si fa alle persone e alle relazioni che si instaurano tra le persone stesse, poiché è nel male che si fa alle persone e alle loro relazioni che consiste l’offesa che si fa a Dio.
Alla luce del bene dell’uomo, la Chiesa non può più fondare un’etica sessuale esclusivamente sulla base delle offese rivolte alla divinità ma delle ingiustizie che si procurano all’umanità.
Questa raccomandazione non coincide con l’imperativo cristiano «ama il tuo prossimo», che è un’affermazione positiva di ricerca del bene dell’altro «come te stesso».
Bibbia, tradizione e interpretazione dei testi
Generalmente si citano alcuni brani delle sacre Scritture per condannare gli atti omosessuali, ma la Bibbia fa riferimento ad un codice di purità che già per la Chiesa primitiva era stato abolito dalla venuta di Gesù.
Vari studi hanno esaminato cosa dice la Bibbia sull’omosessualità, storicizzando le concezioni del pensiero antico attraverso un lavoro filologico che ha contestualizzato quegli atti come gesti di sottomissione e violenza che non possono essere paragonati ai rapporti di amore e cura delle persone di cui parliamo oggi.
La base dell’insegnamento cattolico è contenuta nei Vangeli e, a un livello ancora più fondamentale, nella rivelazione dell’amore del Padre in Gesù Cristo. Nel suo ministero pubblico Gesù si rivolgeva continuamente a chi si sentiva ignorato, escluso o emarginato.
Gesù di Nàzaret, mentre rivela la paternità di Dio, promuove una giustizia più perfetta, che implica fedeltà, sincerità, amore preferenziale per i poveri, riconciliazione con i nemici. Immette nella convivenza umana lo spirito delle beatitudini, che rende umili, miti, misericordiosi e operatori di pace.
La comunione con lui costruisce una nuova solidarietà tra gli uomini, abolisce le discriminazioni della società: «Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
Amore, misericordia e accompagnamento pastorale
Le persone LGBT cattoliche sono forse il gruppo più emarginato della Chiesa odierna, e per questo Cristo le ama di un amore speciale. L’insegnamento cattolico più fondamentale sulle persone gay e lesbiche è che Dio le ama.
Il semplice fatto di essere gay o lesbica non costituisce peccato secondo la formulazione del Catechismo. Sono invece gli atti omosessuali a essere sottoposti al giudizio morale espresso nei numeri 2357-2359.
Nella sua recente esortazione apostolica Amoris Laetitia, papa Francesco ribadisce l’opposizione della Chiesa a un matrimonio omosessuale equiparato a quello tra un uomo e una donna e la proibizione contro ogni «ingiusta discriminazione».
Francesco ci dice che dobbiamo riconoscere il buono in ogni persona, anche in quelle situazioni in cui la persona non è all’altezza di quanto proposto dalla Chiesa come pienezza della vita evangelica.
Gesù desidera che entriamo nella vita vissuta del prossimo, «accompagnandolo» come possiamo, aiutandolo a formare la sua coscienza, che è l’arbitro finale di ogni decisione morale, e sostenendolo verso una vita fedele e santa.
Grande parte, in questo accompagnamento, ha il dialogo. È importante che la Chiesa in quanto istituzione comprenda l’esperienza vissuta delle persone LGBT cattoliche, ma è anche importante che questo gruppo di cattolici e cattoliche comprenda ciò che la Chiesa crede e insegna.
La dimensione sociale della lotta contro la discriminazione
Il cristiano testimonia la salvezza del Signore, che opera nella storia, servendo la persona e la società. Per aiutare la crescita integrale di ogni uomo, promuove, secondo le sue possibilità, la solidarietà a vari livelli, dalla famiglia alle comunità particolari, alla comunità politica, fino alla comunità internazionale.
Dalla parola di Dio, attraverso l’insegnamento sociale della Chiesa, riceve motivazioni e orientamento per il suo impegno, in modo da contribuire efficacemente ad edificare un ordine sociale fondato sulla verità, la giustizia, l’amore e la libertà.
La cultura moderna ha il merito di aver affermato la consistenza propria della vita civile rispetto a quella religiosa. Spesso però è arrivata a considerare la fede un affare privato, irrilevante in ambito sociale e politico.
Il cristiano accetta la distinzione delle realtà terrene da quelle eterne e spirituali, ma non la separazione. Sa che ogni dimensione della realtà ha leggi proprie ed esige un metodo ed una competenza specifici, ma ritiene che tutto debba essere finalizzato a obiettivi coerenti con la dignità e la vocazione dell’uomo, rivelate pienamente solo dalla parola di Dio.
Secondo la Bibbia, il peccato porta disordine, oppressione e violenza nella famiglia, nella città, nella nazione e nei rapporti tra i popoli; corrompe la convivenza fra gli uomini e rende mostruoso il potere politico.
Secondo il magistero della Chiesa, i peccati personali moltiplicandosi si fossilizzano in strutture sociali di peccato; queste a loro volta condizionano fortemente le persone e le inclinano a nuovi peccati.
Dio vuole innanzitutto cambiare il cuore dell’uomo, ma, a partire dal cuore, vuole rinnovare anche la società. È il liberatore degli oppressi: protegge i poveri, gli stranieri, gli orfani, le vedove; vuole giustizia e solidarietà.
Chiede ai credenti di non separare la pratica religiosa dall’impegno sociale. «Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Am 5,21-24).
La responsabilità della Chiesa e dei fedeli
Per la Chiesa insegnare e diffondere la dottrina sociale appartiene alla sua missione evangelizzatrice e fa parte essenziale del messaggio cristiano, perché tale dottrina ne propone le dirette conseguenze nella vita della società ed inquadra il lavoro quotidiano e le lotte per la giustizia nella testimonianza a Cristo salvatore.
La Chiesa non è mossa da ambizione di prestigio o di potere, ma unicamente dalla «cura e responsabilità per l’uomo», per ogni uomo concreto, amato e redento da Cristo.
La dottrina sociale della Chiesa trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici.
Il nucleo centrale della dottrina sociale della Chiesa è costituito da alcune verità di antropologia e di etica cristiana, che corrispondono all’immagine rivelata dell’uomo e alla sua vocazione terrena e insieme trascendente.
Alla luce di questi principi il magistero della Chiesa interpreta le situazioni storiche contemporanee in continua evoluzione, denuncia i mali e le ingiustizie, avanza proposte operative per stimolare la ricerca e l’azione dei cristiani laici e di tutti gli uomini di buona volontà.
Educare le coscienze è il compito fondamentale della Chiesa. Di questo compito l’insegnamento della dottrina sociale è parte integrante.
Spetta poi ai cristiani, singoli o associati, particolarmente ai fedeli laici, inserirsi intimamente nel tessuto della società civile e «inscrivere la legge divina nella vita della città terrena».
La carità li muove ad agire secondo una logica di servizio, con la maggior competenza possibile, con attenzione costante alle persone, specialmente a quelle che non contano, agli ultimi. Li fa disponibili al dialogo e alla collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà.
La solidarietà come risposta cristiana all’ingiustizia
Il principio di solidarietà, designato pure con il nome di «amicizia» o di «carità sociale», è un'esigenza diretta della fraternità umana e cristiana.
La solidarietà si esprime innanzi tutto nella ripartizione dei beni e nella remunerazione del lavoro. Suppone anche l'impegno per un ordine sociale più giusto, nel quale le tensioni potrebbero essere meglio riassorbite e i conflitti troverebbero più facilmente la loro soluzione negoziata.
I problemi socio-economici non possono essere risolti che mediante il concorso di tutte le forme di solidarietà: solidarietà dei poveri tra loro, dei ricchi e dei poveri, dei lavoratori tra loro, degli imprenditori e dei dipendenti nell'impresa, solidarietà tra le nazioni e tra i popoli.
La solidarietà internazionale è un'esigenza di ordine morale. La pace del mondo dipende in parte da essa.
La virtù della solidarietà oltrepassa l'ambito dei beni materiali. Diffondendo i beni spirituali della fede, la Chiesa ha, per di più, favorito lo sviluppo del benessere temporale, al quale spesso ha aperto vie nuove.
Una testimonianza ecumenica contro ogni discriminazione
Dare una testimonianza ecumenica per la giustizia: con questo intento Churches Together in Britain and Ireland ha invitato a vivere la Domenica della giustizia razziale celebrata di recente dai cristiani nel Regno Unito e in Irlanda.
Da anni, con questa giornata, Churches Together in Britain and Ireland si propone di riaffermare l’importanza dell’impegno ecumenico nella società contro ogni forma di discriminazione.
Si tratta di promuovere una riflessione, radicata sulle sacre Scritture, a favore della giustizia; proprio nella Bibbia si trova il fondamento di un comandamento che già unisce i cristiani, cioè quello di liberare uomini e donne da qualunque forma di oppressione nel nome di Gesù Cristo.
In questi anni, spesso in profonda sintonia con quanto fatto a livello locale da singole comunità, Churches Together in Britain and Ireland ha portato avanti una pluralità di progetti e iniziative sperimentando quanto difficile sia la rimozione dei pregiudizi, che devono essere affrontati «con coraggio, convinzione e fede».
Si deve lavorare giorno dopo giorno per mettere fine all’ingiustizia, al razzismo e all’ignoranza, definendo percorsi di formazione senza dimenticare la centralità della preghiera con la quale scoprire la dimensione biblica della lotta al razzismo.
L’organismo ecumenico, del quale fa parte anche la Chiesa cattolica, è in prima linea per favorire una riflessione sulla diversità umana come dono di Dio, arricchendo Chiesa e società.
La testimonianza cristiana contro la discriminazione razziale può essere letta alla luce dei principi più ampi della giustizia sociale: la dignità della persona, l’uguaglianza dei diritti, la solidarietà e il rifiuto di ogni oppressione.
Il caso dell’insegnante di Trento e il problema della discriminazione
Dopo le polemiche sulla vicenda dell’insegnante lesbica di Trento a cui non è stato rinnovato il contratto da una scuola di ispirazione cattolica, qualcuno, anche tra le gerarchie ecclesiastiche, avanza il sospetto che ci sia stata discriminazione.
Scende in campo anche l’arcivescovo di Trento Luigi Bressan che dichiara: «L’orientamento sessuale è una cosa e non ci deve essere nessuna discriminazione; poi quelli che sono i rapporti all’interno di un ambiente e che riguardano l’agire questo è un’altra cosa. Il problema è complesso e non è certo con slogan che si risolve».
Il caso mostra la necessità di distinguere il principio generale del rispetto della persona dalle valutazioni riguardanti specifiche funzioni, comportamenti o requisiti professionali.
Il Catechismo stabilisce che ogni persona possiede una dignità inviolabile e che i diritti fondamentali non possono essere negati sulla base di caratteristiche personali. Allo stesso tempo, la tradizione magisteriale distingue tra la persona e la valutazione morale di determinati atti.
Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1992 afferma: «Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare».
La stessa posizione sostiene che le persone omosessuali, in quanto persone umane, hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone, incluso il diritto di non essere trattate in una maniera che offende la loro dignità personale.
Fra gli altri diritti, tutte le persone hanno il diritto al lavoro, all'abitazione, ecc. Nondimeno questi diritti non sono assoluti.
Secondo quel documento, tali diritti possono essere legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno obiettivamente disordinato. Ciò è talvolta non solo lecito ma obbligatorio, e inoltre si imporrà non solo nel caso di comportamento colpevole ma anche nel caso di azioni di persone fisicamente o mentalmente malate.
Questa impostazione viene contestata da chi ritiene che il riferimento alla tendenza sessuale possa produrre esclusione, confondere l’orientamento con la condotta e contraddire il principio secondo cui la persona deve essere valutata nella concretezza dei suoi comportamenti e delle sue competenze.
Il problema della discriminazione non può quindi essere risolto mediante formule generiche. Richiede di considerare la dignità della persona, la natura della mansione, i requisiti realmente necessari, il comportamento concreto e la proporzionalità della decisione.
La modifica della formulazione tra il 1992 e il 1997
L’attuale edizione del Catechismo della Chiesa cattolica, promulgato nel 1997, rispetto alla prima edizione del 1992 presenta un centinaio di modifiche a livello dei contenuti, alcune delle quali sono state fatte alla voce «omosessualità».
Nel testo del 1992 si parlava di «tendenze omosessuali innate», mentre nel testo finale del 1997 si introduce il concetto di «tendenze omosessuali profondamente radicate».
Nel primo testo si leggeva: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce per la maggior parte di loro una prova».
Nel testo finale si legge invece: «Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova».
Entrambe le versioni conservano l’obbligo di accogliere le persone con rispetto, compassione e delicatezza e di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione.
| Edizione | Formulazione |
|---|---|
| 1992 | «tendenze omosessuali innate» |
| 1997 | «tendenze omosessuali profondamente radicate» |
Il cambiamento terminologico ha avuto un rilievo particolare perché il termine «tendenze omosessuali innate» aveva fatto nascere la considerazione che, se l’omosessualità è innata, non si comprende come possa essere considerata un peccato, visto che non si sceglie.
Criteri per riconoscere una discriminazione ingiusta
Alla luce del Catechismo, una valutazione della discriminazione deve partire dal rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali. Una persona non può essere umiliata, aggredita, esclusa arbitrariamente o privata dei mezzi necessari per vivere dignitosamente.
- Il rispetto della persona umana viene prima di ogni giudizio sulle sue caratteristiche o sulle sue scelte.
- La dignità personale non dipende dall’orientamento sessuale, dalla condizione sociale, dalla lingua, dalla religione, dalla razza o dal sesso.
- Il rifiuto dell’odio e del disprezzo non implica l’approvazione di ogni comportamento.
- Una distinzione può essere moralmente valutata soltanto se riguarda una differenza realmente pertinente e non un pregiudizio.
- Ogni limitazione di un diritto deve essere proporzionata, motivata e orientata al bene comune.
- La decisione non deve trasformare una valutazione su un atto o su un requisito in un marchio permanente sulla persona.
- La compassione cristiana richiede attenzione alla storia concreta, alla vulnerabilità e alla coscienza delle persone.
- La comunità cristiana è chiamata a contrastare paura, ignoranza, violenza, emarginazione e linguaggio d’odio.
Nessuna legislazione sarebbe in grado, da se stessa, di dissipare i timori, i pregiudizi, le tendenze all'orgoglio e all'egoismo. Per il Catechismo, simili comportamenti si superano solo con la carità, che vede in ogni uomo un prossimo e un fratello.
La lotta contro l’ingiusta discriminazione richiede quindi sia norme giuste sia una trasformazione delle relazioni personali e delle strutture sociali.

La responsabilità del linguaggio e delle comunità cristiane
La liberazione nello spirito del Vangelo è incompatibile con l'odio del nemico in quanto persona, ma non con l'odio del male che egli compie in quanto nemico.
Questo principio ha conseguenze anche sul linguaggio ecclesiale e sociale. Una formulazione teologica può distinguere tra persona e comportamento, ma non dovrebbe mai diventare un pretesto per umiliare, deridere, minacciare o isolare esseri umani concreti.
La Chiesa deve affrontare i problemi nuovi con strumenti differenti poiché il semplice richiamo al passato non li risolve.
Occorre quindi un’etica che si prenda cura delle persone, basata sulla realtà delle esperienze piuttosto che in astratto, e che faccia riferimento diretto a quello che è scritto nei vangeli invece che ad asserzioni che non possono essere dimostrate.
Occorre una nuova visione interdisciplinare attraverso un approccio olistico che consideri l’essere umano nell’interezza delle sue relazioni e della sua complessità.
La psicologia del profondo può contribuire a vedere le diverse sfaccettature dell’animo umano e la teologia può avere una visione più integrata e articolata della persona per potere adeguare le considerazioni etiche senza rinunciare ai valori cristiani.
Una pastorale che cammini a fianco e non al di sopra delle persone omosessuali deve unire verità, ascolto, responsabilità e misericordia.
La giustizia sociale come criterio complessivo
La società assicura la giustizia sociale realizzando le condizioni che permettono alle associazioni e agli individui di ottenere ciò a cui hanno diritto.
Il rispetto della persona umana conduce a considerare l'altro come «un altro se stesso». Esso comporta il rispetto dei diritti fondamentali che derivano dall'intrinseca dignità della persona.
L'uguaglianza tra gli uomini si fonda sulla loro dignità personale e sui diritti che da essa derivano.
Le differenze tra le persone rientrano nel disegno di Dio, il quale vuole che noi abbiamo bisogno gli uni degli altri. Esse devono spronare alla carità.
L'eguale dignità delle persone umane richiede l'impegno per ridurre le disuguaglianze sociali ed economiche eccessive. Essa spinge ad eliminare le disuguaglianze inique.
La solidarietà è una virtù eminentemente cristiana. Essa attua la condivisione dei beni spirituali ancor più che di quelli materiali.
Questi principi impediscono di identificare la dottrina cattolica con una semplice autorizzazione all’esclusione. Il Catechismo collega la giustizia alla dignità, alla fraternità, alla carità, alla solidarietà e alla promozione del bene comune.
Nel caso delle persone omosessuali, il testo contiene contemporaneamente un giudizio morale sugli atti e un comando di rispetto verso le persone. La distinzione appartiene alla struttura dell’insegnamento; l’obbligo di evitare l’ingiusta discriminazione appartiene alla sua applicazione concreta.
La coerenza con il Catechismo richiede perciò di non trasformare il giudizio sugli atti in disprezzo della persona, di non confondere una distinzione con un’umiliazione e di non usare la dottrina come giustificazione per violenza, odio o esclusione arbitraria.
La misericordia inclusiva del Padre - Sintesi Udienza giubilare di Papa Francesco (12.11.2016)
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