Etimologia biblica della parola «pastore»

La parola italiana pastore deriva dal latino pastor, pastōris, a sua volta derivato dal verbo pascĕre, «pascolare», attraverso il participio passato pastus. Il significato originario indica chi guida al pascolo gli animali e ne assicura la cura, il nutrimento e la protezione.

Nella Bibbia, però, il termine assume un valore molto più ampio: il pastore è colui che guida, raduna, nutre, difende e accompagna un gregge. Da questa esperienza concreta nasce la metafora del rapporto tra Dio e il suo popolo, applicata prima a YHWH, poi ai re e alle guide d’Israele e, nel Nuovo Testamento, in modo eminente a Gesù Cristo, il Buon Pastore.

L’origine latina della parola «pastore»

Pastore è un sostantivo maschile, con il femminile pastora, e deriva dal latino pastor -ōris, derivato di pascĕre, «pascolare», con il participio passato pastus. Il verbo latino richiama l’azione di nutrire il bestiame, condurlo al pascolo e provvedere alla sua sopravvivenza.

La stessa radice si ritrova nelle lingue neolatine: italiano pastore, catalano e spagnolo pastor, portoghese pastor, provenzale pastro e francese pâtre. L’etimologia, dunque, conserva l’idea fondamentale di una persona incaricata di condurre e custodire un gregge.

Il significato concreto è quello di «chi guida al pascolo ovini e caprini e ne ha la cura e il governo». Il termine può indicare anche il pastore del gregge, un pastore di pecore o di capre, e per estensione la sua attività e il suo modo di vivere.

Dal pascolo alla guida del popolo

Prima di entrare nella terra promessa il popolo d'Israele viveva di pastorizia. I patriarchi erano pastori e, persino, Rachele, futura moglie di Giacobbe, pasceva le pecore (Gen 29,9).

Da questa esperienza quotidiana, la figura del pastore delle pecore e degli agnellini diventa simbolo del rapporto unico tra Dio e del suo popolo che egli ama. L'immagine del pastore che guida il gregge esprime a un tempo due aspetti apparentemente contrari: il capo: il pastore è un uomo forte, capace di difendere il suo gregge contro le bestie feroci; il compagno: il pastore è delicato verso le sue pecore, delle quali conosce lo stato e alla situazione delle quali sa adattarsi fino a portarle sulle sue braccia.

Nell'Oriente Antico, i re si consideravano volentieri come pastori ai quali la divinità aveva affidato il compito di radunare e di curare le pecore del gregge. È su questo sfondo che inizia nell'Antico Testamento l'uso dell'immagine per presentare in maniera dettagliata le relazioni che uniscono Israele a YHWH, fino ad arrivare a Cristo e ai suoi delegati.

Il verbo ebraico per «pascere»

L'Antico Testamento usa il verbo ebraico רעה (ra'ah), che ricorre 173 volte, e che ha il senso di «pascere il gregge». La Bibbia ebraica usa il termine ebraico רעה (ra'ah) nel senso di «pascere il gregge», ad esempio in Genesi 29,7: «abbeverate le pecore e portatele al pascolo».

Il verbo viene però usato anche in riferimento agli esseri umani, come in Geremia 3,15: «Vi darò dei pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza e intelligenza». Il passaggio dal significato materiale a quello figurato è quindi già inscritto nella lingua biblica: pascere significa nutrire e guidare gli animali, ma anche prendersi cura di una comunità.

Lingua o ambitoTermineSignificato principale
Latinopastor, pastōrisColui che pascola e custodisce il gregge
LatinopascĕrePascolare, nutrire il bestiame
Ebraico biblicoרעה (ra'ah)Pascere il gregge; guidare e prendersi cura
Greco del Nuovo Testamentoποιμήν (poimēn)Pastore; guida del gregge

Il pastore come immagine di Dio

Dio è l'unico vero Pastore del popolo (Gen 48,15; 49,24; Sal 23; 80). Questa immagine è collegata all'Esodo dall'Egitto, quando Dio «fece uscire» il suo popolo dall'Egitto e lo condusse verso la libertà, donandogli una terra dove vivere libero e felice (Es 3,10; cfr. At 7,36; 13,17; Eb 8,9).

Dio, come pastore, cammina davanti alle pecore (Dt 1,30; Sal 68,8; Mi 2,13), le guida nel cammino, le difende dai nemici, le nasconde ai loro occhi, scandisce le tappe del loro cammino. Dona loro le quaglie, la manna (Es. 16,1-36) e l'acqua (Es.17,6).

La storia comincia quando Dio conduce il popolo fuori dall'Egitto, lo guida attraverso il deserto per quaranta anni e lo porta sano e salvo nella sua terra. Descrivendo il periodo dell'esodo e la permanenza nel deserto, il Salmo 77,20 dichiara: «Tu guidasti il tuo popolo come un gregge per mano di Mosè e di Aaronne».

Come un pastore, Dio era personalmente presente, proteggeva il popolo, provvedeva il cibo e lo guariva. Come un pastore, Dio conduceva il suo popolo a pascoli fertili: «Nella tua misericordia, hai guidato il popolo che hai riscattato; con la tua forza lo hai condotto verso la tua santa dimora» (Esodo 15:13).

Con amore e dolcezza guidava il suo popolo: «Io li attiravo con corde di umana gentilezza, con legami d’amore; ero per loro come chi solleva il giogo dal loro collo, e mi piegavo per dar loro da mangiare» (Osea 11:4).

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, sono molto pochi i passi nei quali YHWH porta il titolo di pastore: due designazioni antiche e due invocazioni nel salterio. Il titolo sembra riservato a colui che deve venire.

In cambio, se non c'è trasposizione allegorica nei confronti di YHWH, le relazioni di Dio con il suo popolo si possono descrivere con una vera parabola del buon pastore. In occasione dell'esodo, «egli spinse il suo popolo come pecore», come «un gregge nel deserto».

«Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri» (Is 40,11). YHWH continua a guidare il suo popolo.

L’Esodo come azione pastorale di Dio

Questa immagine è collegata all'Esodo dall'Egitto, quando Dio «fece uscire» il suo popolo dall'Egitto e lo condusse verso la libertà, donandogli una terra dove vivere libero e felice. Il pastore non si limita a indicare una direzione: cammina davanti al gregge, affronta i pericoli e rende possibile il cammino.

Durante l'esilio babilonese e al ritorno dall'esilio, Dio di nuovo «farà uscire» il popolo che vive in mezzo alle genti dove era disceso (Ez 34,13). I profeti considerano questo ritorno nella terra un secondo Esodo più luminoso del primo perché fa uscire dalla schiavitù del peccato per vivere una nuova fedeltà all'alleanza.

Lo stesso Dio che disperse il suo popolo promise di riunirlo di nuovo. Il Signore ristabilirà le sorti del suo popolo e ci saranno pastori che se ne prenderanno cura, provvederanno a lui e lo proteggeranno.

Questo nuovo esodo del popolo di Dio nella sua terra metterà in ombra persino la liberazione potente dall'Egitto operata in passato da Dio e sarà l'impresa per la quale il popolo ricorderà per sempre il Signore.

Mosè, Giosuè e le guide del popolo

Dio affida i compiti specifici del pastore a determinate persone che investe di autorità e responsabilità: i capi del popolo, in particolare i giudici e i re (2Sam 5,2; Ez 34,2s.; 37,24; Ger 3,15).

Mosè, Giosuè, i Giudici, Davide e anche il re pagano Ciro devono guidare il popolo, come pastori, secondo lo stile premuroso di Dio. In tutto ciò, Dio ebbe cura del suo popolo per mezzo di Mosè, la guida umana che aveva scelto per pascere Israele.

Mosè stesso chiese al Signore un successore, perché «l'assemblea dell'Eterno non sia come un gregge senza pastore» (Numeri 27:17). Dunque il Signore, il divino Re della creazione, è anche il pastore del suo popolo, per mezzo di un pastore umano da lui nominato.

YHWH affida ai suoi servi le pecore che fa pascolare egli stesso: le guida «per mano di Mosè»; per evitare che «la comunità di YHWH sia senza pastore», designa Giosuè come capo dopo Mosè.

Davide, il re-pastore

Centinaia di anni dopo, lo schema si ripete durante il regno di Davide e con la sua dinastia. Il Signore prese Davide dal suo gregge e lo rese pastore d'Israele (2 Samuele 5:1-3; 7:8).

Il salmista dichiara: «E scelse Davide, suo servo, e lo prese dagli ovili di pecore. Lo portò via dalle pecore che allattavano, per pascere Giacobbe suo popolo, e Israele sua eredità. Ed egli li fece pascere secondo l'integrità del suo cuore e li guidò con la destrezza delle sue mani» (Salmo 78:70-72).

Proprio come Davide allevò teneramente il gregge sotto le sue cure, allo stesso modo guidò Israele in modo responsabile e compassionevole, con integrità e saggezza. Tuttavia, Dio stesso rimase il vero pastore d'Israele.

Il popolo affermò: «Poiché egli è il nostro DIO, e noi siamo il popolo del suo pascolo e il gregge di cui egli si prende cura» (Salmo 95:7). Davide, il pastore nominato da Dio, proclamò la sua fiducia nella provvidenza, nella protezione e nella guida di Dio mediante la sublime poesia del Salmo 23.

I pastori infedeli e la promessa di un pastore fedele

Nel corso della storia vi furono pastori infedeli i quali, come mercenari, sfruttarono le pecore-popolo lasciandolo andare in rovina. I profeti rivolgono loro minacce pesanti a nome di Dio. La sua collera «li spazzerà via» (Ger 23; Ez 34) ed egli promette un pastore secondo il suo cuore (Ez 34,23): grazie a lui, Israele «sarà salvato e abiterà nella sicurezza» (Ger 23,5ss).

Purtroppo non tutti i re-pastori d'Israele guidarono il popolo nei verdeggianti pascoli dell'ubbidienza alla Parola di Dio. Invece, la maggior parte lo condusse nella terra arida e desolata dell'idolatria e dell'ingiustizia.

Così Dio punì il suo gregge per il suo peccato, disperdendolo tra le nazioni. In Geremia 23,1-2, il Signore pronuncia un giudizio contro i re malvagi d'Israele, i pastori che distrussero e dispersero il gregge di Dio.

Non erano riusciti a curare e proteggere il popolo e così Dio li avrebbe giudicati. «Tutti questi pastori saranno pascolo del vento» (Ger 23).

La loro colpa consiste nel fatto che non hanno cercato YHWH, si sono rivoltati contro di lui, non si sono occupati del gregge, ma hanno pasciuto se stessi, lasciando che le pecore si smarrissero e si disperdessero.

Il nuovo esodo e i pastori secondo il cuore di Dio

Nei vv. 3-4, Dio dichiara: «Ma radunerò il resto delle mie pecore da tutti i paesi dove le ho disperse e le ricondurrò ai loro pascoli, e saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò su di esse pastori che le pascoleranno, e non avranno più paura né spavento; non ne mancherà neppure una», dice l’Eterno.

Il passo parallelo in Geremia 3,15 dice: «Vi darò quindi pastori secondo il mio cuore, che vi pasceranno con conoscenza e con sapienza». Le guide del popolo riunito di Dio lo guideranno nutrendolo con la sapienza e la conoscenza delle vie di Dio e della sua Parola.

Inoltre, Dio susciterà un re supremo, erede di Davide, che assicurerà la salvezza di tutto il popolo: «Ecco, i giorni vengono», dice l’Eterno, «nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da re, prospererà, ed eserciterà il giudizio e la giustizia nel paese».

«Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele dimorerà al sicuro. Questo sarà il nome con cui sarà chiamato: “L’Eterno nostra giustizia”» (Geremia 23:5-6).

Isaia 40,11 offre un'ulteriore immagine del nuovo esodo e del momento in cui Dio riunirà personalmente le sue pecore: «Egli pascolerà il suo gregge come un pastore; radunerà gli agnelli col suo braccio e li porterà sul suo seno, e guiderà con dolcezza e cura le pecore che hanno i piccoli».

Ezechiele 34 traccia un quadro più dettagliato dell'opera di Dio come pastore che salverà il suo popolo. I pastori d'Israele hanno preferito saziare se stessi piuttosto che le pecore e non hanno guarito gli ammalati e cercato chi si era smarrito, così il gregge è stato disperso.

Per questo Dio giudicherà questi pastori malvagi e salverà personalmente le sue pecore. Dio stesso le cercherà, le salverà, le riunirà nel loro paese, le nutrirà e darà loro riposo.

«Io stesso pascerò le mie pecore e le farò riposare», dice il Signore, l’Eterno, «Io cercherò la perduta, ricondurrò la smarrita, fascerò la ferita, fortificherò la malata ma distruggerò la grassa e la forte; le pascerò con giustizia» (Ez 34,15-16).

Tuttavia Dio promette anche: «Stabilirò su di esse un solo pastore che le pascolerà, il mio servo Davide. Egli le pascolerà e sarà il loro pastore» (Ez 34,23).

Il termine greco poimēn nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento si usa la parola greca ποιμήν (poimēn) ed essa viene normalmente tradotta «pastore». Questa parola è usata 18 volte.

Il termine greco usato per «pastore» nel Nuovo Testamento è ποιμήν (poimēn), ed esso appare 18 volte nel testo. Il verbo collegato è poimainō, il cui significato base è «prendersi cura», come in Luca 17,7 e 1 Corinzi 9,7.

In Atti 20,28 e in 1 Pietro 5,1-3, il compito principale dei pastori è riassunto nel verbo greco poimainō. Sia Paolo in Atti sia Pietro in 1 Pietro riassumono il compito dei pastori con una parola: pascere.

In Efesini 4,11, Paolo li chiama «pastori e dottori», dimostrando ancora una volta che l’idea di pascere è insita nel compito di un pastore. La parola italiana pastore viene dal latino pastor, che significa «pascere», concetto quindi alla base del termine e delle descrizioni bibliche di tale figura.

Che cosa significa «pascere»?

Le pecore hanno bisogno di nutrimento, cure, guida e protezione. Se traduciamo ciò in chiave spirituale, i pastori fanno tutto questo per i membri della loro chiesa.

In entrambi i passi, il compito principale dei pastori è riassunto nel verbo greco poimainō, il cui significato base è «prendersi cura». Pascere non significa dunque soltanto fornire cibo, ma esercitare una cura complessiva e responsabile.

  • nutrire il gregge;
  • curare gli ammalati e i feriti;
  • guidare il cammino;
  • proteggere dai pericoli;
  • cercare chi si è smarrito;
  • riunire chi è disperso;
  • conoscere le necessità di ciascuno.

In questa prospettiva, la radice etimologica di pastore non indica semplicemente una posizione di autorità. Indica una responsabilità concreta: nutrire, guidare e custodire persone affidate alla propria cura.

Gesù, il pastore secondo il cuore di Dio

I vangeli sinottici presentano Gesù come il pastore secondo il cuore di Dio che si muove a compassione per le folle, stanche e sbandate perché come pecore senza pastore e se ne prende cura: le sfama con il cibo (Mt 9,36) e le guida con l'insegnamento (Mc 6,34).

Pastore pieno di misericordia cerca la pecora perduta e, trovatala, la conduce a casa (Mt 18,12-13; Lc 15,4-6). Dopo la sua risurrezione, secondo quanto aveva promesso, come pastore risorto, precede i suoi, smarriti e disorientati dagli eventi pasquali, sul monte che aveva loro indicato e li raccoglie intorno a sé.

Tornerà nella gloria per il giudizio escatologico (Mt 25,31-33). La metafora del pastore assume così una dimensione storica, spirituale ed escatologica: il pastore conduce nel presente e porta il gregge verso la salvezza definitiva.

Chi è questo pastore che Dio stabilirà sul suo popolo? Gesù, il buon pastore, che ebbe compassione per le folle perché erano stanche e disperse, pecore senza pastore (Matteo 9:36).

Gesù è il buon pastore venuto per dare vita abbondante al gregge di Dio (Giovanni 10:10), che dà la sua vita per le pecore, che le conosce e che le riunirà tutte in un unico gregge.

Il «Buon Pastore» nel Vangelo di Giovanni

Per il quarto evangelista Gesù è il bel pastore che conosce le sue pecore una per una e per esse dona la sua vita (Gv 10,11-15). È anche la «porta» delle sue pecore.

Senza di essa il gregge rimane chiuso e prigioniero nel recinto, ed è preda dei ladri. La porta insinua che Gesù pastore «bello e fedele» dona sicurezza.

Se la porta costituisce l'accesso all'ovile, questo posto è occupato da Gesù, l'unico che mette in comunicazione con il Padre. Gesù è la porta attraverso la quale le pecore entrano, escono e trovano pascolo.

Il comportamento del vero pastore è molto diverso. Quando si avvicina al recinto, «entra dalla porta», chiama le sue pecore, ognuna per nome, ed esse ascoltano la sua voce.

Le conduce fuori e, quando le ha riunite tutte, si mette alla loro testa e le precede fino al pascolo dove potranno nutrirsi. Le pecore lo seguono perché riconoscono la sua voce.

Gesù propone a un gruppo di farisei un racconto metaforico nel quale critica con durezza i capi religiosi di Israele. La scena è tratta dalla vita pastorale: il gregge è raccolto in un recinto, circondato da una staccionata o un muricciolo, mentre un guardiano ne vigila l'accesso.

Vi sono due modi di entrare nel recinto: tutto dipende da quello che si vuol fare con il gregge. Se uno si avvicina al recinto e «non entra dalla porta», ma «vi sale da un'altra parte», evidentemente non è il pastore, non viene ad accudire il proprio gregge.

È «un estraneo» venuto a «rubare, uccidere e distruggere». I farisei non comprendono di che cosa stia parlando loro quel Maestro.

Allora Gesù dà loro la chiave del racconto: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore». Quelli che entrano per la via aperta da Gesù e la seguono vivendo il suo vangelo sono veri pastori: sapranno nutrire la comunità cristiana.

La porta, la voce e il pascolo

Il vangelo di Giovanni presenta Gesù con immagini originali e belle. Vuole che i lettori scoprano che solo lui può rispondere pienamente alle necessità fondamentali dell'essere umano.

Gesù è «il pane della vita»: colui che se ne nutre non avrà più fame. È «la luce del mondo»: chi lo segue non camminerà nelle tenebre. È «il buon pastore»: chi ne ascolta la voce troverà la vita.

Tra queste immagini ve n'è una, umile e quasi dimenticata, che tuttavia racchiude un significato profondo: «Io sono la porta». Gesù è questo: una porta aperta.

Chi lo segue varca una soglia che conduce a un mondo nuovo: un nuovo modo di intendere e vivere la vita. «Se uno entra attraverso di me, sarà salvato».

La vita ha molte uscite. Non tutte portano al successo e garantiscono una vita piena. Colui che, in qualche modo, entra in sintonia con Gesù e cerca di seguirlo, sta entrando per la porta giusta.

Non sprecherà la propria vita, ma la salverà. Colui che entra attraverso Gesù «potrà uscire ed entrare», avrà libertà di movimento, entrerà in uno spazio dove potrà essere libero, poiché sarà guidato solo dallo Spirito di Gesù.

L'evangelista, infine, aggiunge un ulteriore dettaglio: chi entra attraverso quella porta che è Gesù «troverà pascolo», non soffrirà fame o sete, troverà cibo solido e abbondante per vivere.

Il Buon Pastore dà la vita

Nel quarto vangelo le indicazioni sparse nei sinottici vengono riunite a formare un quadro grandioso e unitario. Il discorso di Gesù riprende dati già presenti in Ezechiele, ma sviluppa tutto un contenuto originale, al cui centro sta l'affermazione che Gesù è il pastore perfetto perché dà la sua vita per le pecore.

Egli ha con esse un rapporto di reciproca conoscenza, e un amore reciproco fondato sull'amore che unisce il Padre e il Figlio. Gesù dice: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Giovanni 10,11).

Gesù è il buon pastore che dà la sua vita per le pecore, le conosce e le guida. Il suo rapporto con il gregge non è fondato sul dominio, ma sulla conoscenza, sulla cura e sul dono di sé.

Oggi il simbolo di Gesù pastore buono provoca in alcuni cristiani un certo fastidio: non vogliamo essere trattati come pecore di un gregge, non abbiamo bisogno di nessuno che governi e controlli la nostra vita, vogliamo essere rispettati.

Non abbiamo bisogno di nessun pastore. Non la pensavano così i primi cristiani. La figura di Gesù, buon pastore, divenne molto presto l'immagine preferita di Gesù.

Già nelle catacombe di Roma lo si rappresenta mentre porta sulle spalle la pecora perduta. Nessuno pensa a Gesù come a un pastore autoritario, impegnato a vigilare e controllare i suoi seguaci, ma come un pastore buono che si prende cura delle proprie pecore.

Il gregge, la Chiesa e la vita abbondante

La metafora del popolo come gregge era nata per descrivere Israele nel deserto: affamato, assetato, bruciato dal sole, non ancora veramente a casa. Come Israele nel deserto, non siamo ancora entrati nel riposo di Dio.

Ora siamo deboli ed erranti, oppressi dalle difficoltà, ma in Apocalisse Giovanni ci dà un assaggio del nostro destino finale: «Essi non avranno più fame né sete, non li colpirà più né il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che è in mezzo al trono, li pascolerà e li guiderà alle vive fonti delle acque; e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (Apocalisse 7,16-17).

Il Signore Gesù è il nostro pastore ed è un buon pastore. Ben presto sarà veramente il nostro pastore e non avremo mai più fame né soffriremo più.

Ancora oggi, Cristo è la «porta» attraverso la quale noi cristiani dobbiamo entrare, se vogliamo ravvivare la nostra identità. Solo Cristo può portare a un livello nuovo di vita cristiana, meglio fondata, motivata e nutrita dal vangelo.

Il pastore nella Chiesa

Il termine pastore è applicato anche ai re e ai capi del popolo. Nel Nuovo Testamento i ministri dell'Evangelo sono chiamati pastori perché sono incaricati di «pascere il gregge», cioè la Chiesa, in nome e per conto del solo e vero Pastore, Gesù Cristo.

In Efesini 4,11-12 Paolo scrive: «È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, per il perfezionamento dei santi in vista dell'opera del ministero e dell'edificazione del corpo di Cristo».

Il Nuovo Testamento usa il termine pastore per i responsabili della conduzione della comunità cristiana, in alternativa ad altri termini come «anziano» (presbyteros) o «vescovo», letteralmente «sovrintendente».

In Atti 20,28 Paolo dice agli anziani della chiesa di Efeso: «Badate a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, che egli ha acquistata con il proprio sangue».

Pietro utilizza il termine allo stesso modo in 1 Pietro 5,1-3: «Pascete il gregge di Dio che è tra di voi, sorvegliandolo, non per obbligo, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo».

Le responsabilità dei pastori cristiani

I pastori devono sfamare il popolo con la Parola, esortandolo secondo la sana dottrina (Tito 1,9-10), annunciandogli tutto il consiglio di Dio (Atti 20,27).

I pastori devono proteggere il popolo dalla falsa dottrina e da coloro che vogliono sviarlo (Atti 20,29-31); devono guidare dando il buon esempio (Ebrei 13,7), preparandoli per il ministero (Efesini 4,12) e dirigendo con saggezza gli affari della chiesa (1 Timoteo 5,17).

I pastori devono prendersi cura del popolo offrendogli teneramente tutto l'aiuto, il consiglio e l'incoraggiamento di cui ha bisogno. In poche parole, i pastori si interessano e hanno a cuore il popolo.

Non solo questo, ma se ne prendono cura: lo conoscono, lo cercano, danno alle persone ciò di cui più necessita la loro anima, anche quando loro stesse non sanno o non desiderano ciò di cui hanno più bisogno.

Paolo esorta così le guide di chiesa: «Ora, fratelli, vi esortiamo ad ammonire i disordinati, a confortare gli scoraggiati, a sostenere i deboli e ad essere pazienti verso tutti» (1 Tessalonicesi 5,14).

Quel tipo di cura personale è esattamente ciò che Dio promette al suo popolo quando si impegna a cercare la pecora perduta, a ricondurre la smarrita, a fasciare la ferita e a pascerle tutte con giustizia (Ezechiele 34,16).

Pietro e il comando di pascere

Le famose parole che Gesù rivolse a Pietro indicano la giusta direzione. Per tre volte Gesù chiese a Pietro se lo amasse; per tre volte Pietro rispose «Sì»; per tre volte Gesù gli comandò di pascere le sue pecore (Giovanni 21,15-17).

In questo passo, il Vangelo di Giovanni usa due diverse parole greche per parlare di «pascere», ma significano la stessa cosa; entrambe si riferiscono alla cura onnicomprensiva che i pastori hanno per le pecore: sfamare, curare, guidare, proteggere.

Questa è esattamente la stessa cura che i pastori devono avere per il popolo di Dio. I pastori sono immagine del nostro Signore Gesù Cristo, che ha pasciuto il popolo di Dio prima di chiunque altro, che continua a pascerlo per mezzo del ministero di ogni pastore e che lo pascerà quando ogni ministero pastorale terminerà.

Ecco perché Pietro chiama Gesù «sommo pastore» (1 Pietro 5,4). Gesù è l'erede di Davide che Dio si è suscitato; è l'unico vero Pastore-Re del popolo di Dio, ma il suo ministero non esclude il contributo dei pastori umani, anzi li equipaggia e fortifica.

Il significato pastorale della parola

Se volete rinfrescarvi la memoria su quale sia il lavoro di un pastore, esaminate il modo in cui Dio si è preso cura del suo popolo in tutte le Scritture. Meravigliatevi della sua cura amorevole e della sua protezione potente; imparate dalla sua attenzione paziente per ognuno dei bisogni delle persone.

Stupitevi della profondità della compassione di Dio, del fatto che colui che tiene nelle sue mani le galassie si piega e raccoglie quelle pecore che sono troppo debole per camminare. Pregate che, con la sua grazia e la potenza del suo Spirito, Dio possa rendervi pastori secondo il suo cuore.

In questo senso, l'etimologia di pastore e il suo uso biblico convergono: il pastore è colui che non abbandona il gregge, ma lo nutre, lo accompagna, lo protegge e lo riconduce alla vita.

Gli usi figurati e religiosi di «pastore»

Per analogia, «pastore» significa guida o capo di persone affidate alla sua custodia. L'espressione «pastore di popoli» o «pastore di genti» è una metafora frequente in Omero per indicare i re e i condottieri.

In particolare, «pastore d'anime» indica la guida spirituale, il sacerdote; in senso assoluto, «il pastore» può indicare il parroco e più spesso il vescovo. Sono inoltre usate le espressioni «sommo pastore», «supremo pastore», «pastore dei pastori» o «pastore della Chiesa» per indicare il papa.

Il Buon Pastore è una figura largamente diffusa nell'antica iconografia cristiana come immagine di Cristo, ispirata forse dalla parabola evangelica del buon pastore, pronto a lasciare il gregge per ritrovare la pecorella smarrita.

Il termine può indicare anche il ministro del culto nelle chiese protestanti. Nelle chiese evangeliche italiane ci si rivolge al ministro di culto con il titolo di «pastore» o «signor pastore».

«Pastorale»: la stessa radice

La parola pastorale deriva dalla stessa radice di pastore. In letteratura, nell'arte e nella musica indica un genere basato su personaggi e scene della vita rurale o ispirate a essa.

«Pastorale» può indicare anche il lungo bastone consegnato ai vescovi al momento della loro ordinazione. Il termine si collega quindi sia all'ambiente pastorale sia al simbolismo della guida ecclesiale.

La radice di pastore compare inoltre in altre parole e denominazioni, come «borsa da pastore», nome italiano dell'erba Capsella bursa-pastoris, e «stella del pastore», denominazione popolare del pianeta Venere.

noimgs

tags: #pastore #etimologia #biblica