Letture bibliche sulla comunicazione: ascolto, parola e relazione alla luce del Vangelo

La Bibbia presenta la comunicazione come una realtà che coinvolge l’uomo e Dio, ma anche le relazioni tra gli esseri umani. Comunicare non significa soltanto parlare: significa ascoltare, entrare in relazione, condividere pensieri ed emozioni, riconoscere la dignità dell’altro e mettere in comune qualcosa di sé.

La comunicazione cristiana trova il suo modello in Gesù, Parola vivente, Verbo di Dio incarnato, colui che ci rivela il Padre e ci rivela a noi stessi. Il suo stile è creativo, concreto, comprensibile, rispettoso della libertà, attento alla condizione degli interlocutori e credibile in virtù della coerenza della sua vita.

La comunicazione nella prospettiva biblica

I due tipi più importanti di comunicazione sono quelli tra l’uomo e Dio e tra gli esseri umani. La comunicazione non è solo la nostra capacità di parlare, ma anche di ascoltare. Quando comunichiamo con Dio, la prima parte di tale comunicazione consiste nell’ascolto.

La comunicazione è prima di tutto incontro e scambio. La comunicazione o è relazionale o non è e in questo essere in relazione indica uno degli elementi identitari, costitutivi della persona umana.

Il termine comunicazione deriva dalla parola latina communis: Comunicare significa “partecipare con altri”, “mettere in comune” con altri, informazioni, idee, emozioni… attraverso il linguaggio parlato o scritto, o visivo. Possiamo dire per estensione che comunicare vuol dire condividere e si rende possibile all’interno di un sistema condiviso con altre donne e uomini che possiedono la capacità di produrre e capire messaggi e quindi di interagire con altri soggetti.

Quando si partecipa al circuito della comunicazione si deve essere consapevoli che si partecipa con altri, si entra in relazione con altri (che non necessariamente la pensano come noi) e con altri si può entrare anche in sinergia. La comunicazione ti porta a collaborare, a creare sistemi che vanno oltre te stesso.

La comunicazione, in questo senso, oggi ti scaraventa nella complessità del nostro mondo composto da molteplici soggettività. Comunicare ha sempre offerto opportunità e presentato rischi.

Il problema non sono però tanto i pericoli che il comunicare porta con sé, ma il suo senso, il supplemento di significato che esso offre. Porre al centro del processo comunicativo la relazione come suo possibile effetto e come criterio per la sua valutazione ci porta a fare pulizia di false concezioni e a rigenerare il nostro modo di intendere la comunicazione.

Dio comunica attraverso la sua Parola

I mezzi principali con cui Dio comunica con noi sono la Sua Parola (Romani 10:17) e lo Spirito Santo (Giovanni 14:26). Dio parla a tutti i credenti attraverso la Bibbia, che è tutto ciò di cui abbiamo bisogno per essere preparati alla vita cristiana (2 Timoteo 3:16).

Per comprendere appieno la comunicazione di Dio con noi, dobbiamo essere diligenti nel leggere, studiare, memorizzare e meditare sulla Sua Parola. Cercare di aggirare questo processo ricercando rivelazioni extra-bibliche o “ascoltando” la voce di Dio non solo è contrario alle Scritture, ma ci espone all’inganno della nostra natura decaduta (Geremia 17:9; Proverbi 3:5) o, peggio ancora, all’inganno dei demoni che cercano sempre di insinuarsi nelle nostre menti (1 Pietro 5:8).

La storia della salvezza sia una storia di comunicazione. La Parola, al Principio di tutto, “dice” le cose portandole all’essere. Javhè è un Dio in dialogo costante con il suo popolo.

È un dialogo fatto di ascolto, di disponibilità, di chiamate; un dialogo fedele che spesso l’uomo interrompe. Questa storia di comunicazione è, quindi, anche una storia di tradimenti: dalla disobbedienza edenica al rinnegamento di Pietro.

Ma è anche la storia di un Dio la cui Parola definitiva è il suo stesso Figlio, il «perfetto Comunicatore» (CP, 11), comunicato agli uomini per avere ragione con la sua morte e risurrezione di tutti i loro tradimenti.

La comunicazione come dono gratuito, come per-dono, come dono all’ennesima potenza che apre definitivamente lo spazio della salvezza.

Lo Spirito Santo e la preghiera

La funzione della comunicazione dello Spirito Santo con noi è innanzitutto quella di convincerci del peccato (Giovanni 16:7-11), poi di guidarci in tutta la verità (Giovanni 16:13).

Quando Gesù se ne andò, i Suoi discepoli erano profondamente angosciati perché avevano perso la Sua presenza confortante. Ma Egli promise di mandare lo Spirito per confortare, consolare e guidare coloro che appartengono a Cristo.

Lo Spirito inoltre “rende testimonianza” al nostro spirito che apparteniamo a Lui, e in tal modo ci assicura della salvezza (Giovanni 14:16; 15:26; 16:7).

Lo Spirito comunica con il Padre a nostro nome, intercedendo e pregando per noi davanti al trono, specialmente quando siamo stanchi e abbattuti e incapaci di pregare per noi stessi (Romani 8:26).

Il nostro principale modo di comunicare con Dio è la preghiera. Dobbiamo rivolgerci a Dio in preghiera per tutte le nostre necessità.

Quando ci manca qualcosa, Dio dice che ciò non deriva dalla Sua incapacità di provvedere, ma dalla nostra mancanza di diligenza nel chiedere o dal fatto che chiediamo con motivazioni sbagliate (Giacomo 4:2-3).

Anche Gesù pregava regolarmente a causa dei limiti che si era assunto nella forma umana (Luca 3:21; Marco 1:35; Matteo 26:36). Non potendo più comunicare con Dio faccia a faccia, come faceva in cielo, Gesù pregava spesso e con fervore per ristabilire una comunicazione intima con il Padre.

Dobbiamo seguire il Suo esempio e “pregare incessantemente” (1 Tessalonicesi 5:17). Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole.

La Bibbia sulla forza delle parole

“Morte e vita sono in potere della lingua e chi l'accarezza ne mangerà i frutti.”

L'uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore.

Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano.

Chi sorveglia la sua bocca conserva la vita, chi apre troppo le labbra incontra la rovina. Una lingua dolce è un albero di vita, quella malevola è una ferita al cuore.

Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio. Anche lo stolto, se tace, passa per saggio e, se tien chiuse le labbra, per intelligente.

Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente. Le parole della bocca del saggio procurano benevolenza, ma le labbra dello stolto lo mandano in rovina.

Una risposta gentile calma la collera, una parola pungente eccita l'ira. E' una gioia per l'uomo saper dare una risposta; quanto è gradita una parola detta a suo tempo!

Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira.

Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione.

Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Poiché tutti quanti manchiamo in molte cose.

Se uno non manca nel parlare, è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. E' dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli miei!

Il cuore, la bocca e la verità

Il modo migliore per assicurarci che ciò che esce dalla nostra bocca sia puro è essere consapevoli di ciò che c’è nei nostri cuori. Come Gesù ricordò ai farisei: “Dalla pienezza del cuore parla la bocca”.

Se i nostri cuori sono pieni di empietà, alla fine questa trasparirà dalle nostre parole, per quanto ci sforziamo di trattenerla.

La comunicazione cristiana, quindi, non si riduce al controllo esteriore delle parole. Essa richiede una trasformazione interiore, perché la lingua manifesta ciò che abita nel cuore.

Della tua lode è piena la mia bocca, della tua gloria, tutto il giorno. Il cuore che si apre alla lode di Dio impara anche a parlare in modo diverso con le altre persone.

Gesù, Parola vivente e modello di comunicazione

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa (Marco 4,33-34).

Così commenta l’evangelista Marco il discorso parabolico sulla figura del seminatore (cfr Marco 4,1-34). In effetti gli insegnamenti pubblici di Gesù hanno quasi sempre questa forma, tipica - ma non esclusiva - del suo stile comunicativo.

Le parabole intese come racconti costruiti ad hoc per comunicare un messaggio rientrano in un genere più ampio, detto in ebraico māšāl. Si tratta del linguaggio sapienziale proprio del profeta e del rabbì, il maestro, costituito dal detto arguto o proverbiale, talvolta sotto forma di enigma da risolvere.

Un intero libro biblico - i Proverbi - raccoglie simili insegnamenti attribuiti al re Salomone: Il saggio ascolti e accrescerà il sapere, chi è avveduto acquisterà destrezza per comprendere proverbi e allegorie, le massime dei saggi e i loro enigmi (Proverbi 1,5-6).

Anche Gesù adotta questo modo di esprimersi. Ad esempio, parlando nella sinagoga a Nazareth cita questo proverbio: Medico, cura te stesso (Luca 4,23).

O, ancora, nel discorso che fa seguito alle beatitudini, pone le domande retoriche: Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? (Luca 6,39).

In entrambi i casi l’evangelista Luca definisce “parabola” le parole di Gesù. L’espressione parabolica implica una domanda sul bene e sul male, con l’intenzione di indicare l’azione giusta da compiere, ma senza definirla.

La cornice narrativa in cui spesso colloca il suo insegnamento etico lascia l’applicazione aperta alle diverse circostanze, conferendole una forma analogica, ossia fondata sulla capacità umana di fare confronti e mettere in relazione situazioni in parte uguali, in parte differenti, secondo la logica del “come …, così …”.

La parabola mette in scena per l’ascoltatore forme di scelte possibili per orientare la sua vita all’interno di un certo mondo valoriale.

Chi vuole entrarvi deve accogliere l’insegnamento adattandolo alle circostanze della sua realtà attuale, rappresentata nel discorso parabolico, e mettendo così in gioco la propria libertà.

Parlare con chiarezza e coerenza

Da parte sua, chi adopera un simile linguaggio deve essere dotato di credibilità e autorevolezza, se vuole che il suo messaggio venga recepito e accolto.

Le sue parole devono essere accompagnate da una condotta di vita coerente con quanto afferma. Inoltre deve possedere lucidità e chiarezza interiore nel saper distinguere il bene dal male e affermarlo senza tentennamenti.

Gesù compendia tutti questi aspetti nel Discorso della montagna, quando prescrive ai suoi discepoli uno stile di vita che renda superfluo il ricorso ai giuramenti per avvalorare le proprie parole: Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno (Matteo 5,37).

Se, da una parte, il discorso parabolico non impone a chi ascolta di compiere un’azione precisa, dall’altra non lascia indeterminata la questione, ma pone una distinzione chiara tra più possibilità rispetto alle quali l’ascoltatore è chiamato a prendere posizione.

Comportatevi saggiamente con quelli di fuori; approfittate di ogni occasione. Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito di sapienza, per sapere come rispondere a ciascuno.

La parabola dei due debitori: comunicare cambiando il punto di vista

Un classico esempio è quanto avviene in casa del fariseo Simone, che invita Gesù a mangiare da lui, ritenendolo un profeta, ma si scandalizza quando una donna, nota peccatrice in quella città (Luca 7,37), comincia a cospargere di lacrime i piedi di Gesù, li asciuga con i suoi capelli e li unge con profumo, mentre lui la lascia fare.

Secondo la tradizione giudaica il contatto con una persona del genere rendeva impuri, indegni agli occhi di Dio come qualunque peccatore. Ogni buon fariseo l’avrebbe scrupolosamente evitato e così ci si aspettava che si comportasse un profeta.

Che cosa poteva fare Gesù per aiutare Simone a cambiare punto di vista? Non poteva certo far leva sul piano dottrinale: il fariseo avrebbe avuto argomenti per giustificarsi e mantenere la distanza dalla donna, non vista nella sua personalità, ma trasformata in un casus belli e nascosta dietro questioni di principio.

Invece il punto è proprio arrivare a coinvolgersi affettivamente nella vicenda di peccato, dolore e pentimento della donna.

Ecco perché Gesù racconta la parabola dei due debitori e attraverso una domanda sposta l’attenzione di Simone verso l’aspetto davvero essenziale: chi ama di più?

Luca 7,40-47 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». 41 «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. 42 Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?».

43 Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.

45 Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo.

47 Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».

Una volta data la risposta giusta, ancorché scontata nella prospettiva del racconto, spetta a Simone decidere se assumerla, rivedendo i suoi criteri di valutazione e quindi cambiando il suo approccio nei confronti della donna e delle persone impure come lei, oppure continuare a seguire le norme tradizionali, ma a scapito della coerenza con quanto da lui stesso affermato e soprattutto dell’amore.

Le parabole della gioia e il cambiamento

L’evangelista lascia il racconto in sospeso, non dice che cosa abbia fatto in seguito quel fariseo, ma ci presenta il conflitto crescente tra i farisei e Gesù nel suo dirigersi verso Gerusalemme.

Il capitolo 12 si apre proprio con un avvertimento ai discepoli di guardarsi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia (Luca 12,1); da qui prende l’avvio una sezione particolarmente ricca di parabole, tra cui le più note sono quelle “della misericordia” (Luca 15).

Tuttavia, a ben vedere, bisognerebbe piuttosto definirle “della gioia”, perché questa è la situazione finale su cui sono focalizzate: quella del pastore in cerca della pecora perduta, quella della donna che ritrova la dracma smarrita e quella del padre in festa per il ritorno a casa del figlio considerato perso.

La cornice narrativa in cui esse si collocano è il malcontento di scribi e farisei nel vedere Gesù che accoglie i peccatori (cfr Luca 15,2).

I testi sono costruiti su un percorso di cambiamento a partire dalla mormorazione con cui si apre il racconto, un’espressione di malumore per qualcosa di atteso e non ricevuto, di cui si avverte la mancanza.

A volte questo stato d’animo spinge a una giusta rivendicazione, come nel caso della disparità di trattamento dei discepoli nella distribuzione degli aiuti quotidiani alle vedove (cfr Atti degli Apostoli 6,1).

Nella maggioranza dei casi però è un atteggiamento ingiusto, indice di mancanza di fede e riconoscenza per i doni ricevuti, soprattutto se rivolto contro gli inviati di Dio, come Mosè, quando il popolo appena liberato dalla schiavitù in Egitto mormora per la mancanza di acqua e cibo: è chiaro che il bersaglio delle critiche è il Signore stesso (cfr Esodo 15,24; 16,2).

Qui il mormorare di scribi e farisei ne esterna il disappunto nel vedersi trascurati da Gesù e messi in secondo piano rispetto a persone considerate meno degne di loro.

Cogliendo lo stato d’animo dei farisei, colmo di frustrazione e tristezza, Gesù costruisce tre parabole in cui rappresenta l’analoga situazione di due uomini e una donna che, invece di chiudersi in se stessi per una perdita subita, si mettono in cerca, reagiscono con la forza della speranza.

Il loro atteggiamento è premiato dal ritrovamento e dalla gioia conseguente, riflesso di quella del Regno di Dio inaugurato da Gesù sulla terra.

Questa trasformazione è accessibile a tutti, ma per viverla è necessario cambiare l’oggetto cercato, origine del senso di perdita: non il proprio diritto al riconoscimento, che non viene negato, ma l’esclusione di altri uomini e donne che hanno la stessa dignità di membri del popolo eletto, nonostante la loro situazione di vita.

L’invito a passare dalla tristezza alla gioia è esplicito nel dialogo tra il padre e il figlio maggiore della terza parabola: bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (Luca 15,32).

La parabola si conclude così, ma il lettore non sa se questo invito verrà accettato.

Quando la comunicazione diventa rancore

Luca 16 mostra qual è il vero impedimento: l’attaccamento ai beni posseduti.

Perciò Gesù mette in guardia i suoi discepoli dall’avidità, raccontando la parabola dell’amministratore disonesto, lodato non per la sua malizia colpevole, ma per la scaltrezza nel saper rinunciare, al momento opportuno, al proprio tornaconto, in vista di un bene maggiore.

Lo sconto che fa ai creditori del suo padrone quando viene licenziato, infatti, consiste nella rinuncia al rincaro imposto ai debiti dei clienti e da lui illecitamente ritenuto (cfr Luca 16,1-8).

Colpiti nei loro interessi, i farisei passano dal disappunto della mormorazione alla derisione: punti sul vivo, la loro tristezza diventa rancore.

Il termine usato dall’evangelista, deridere, farsi beffe, ha in sé una connotazione di disprezzo che di solito è attribuita all’empio che si chiude in sé in modo irragionevole e presuntuoso.

La situazione a questo punto è prossima alla rottura: fallito il tentativo di persuadere gli scribi e i farisei in modo mite, a Gesù non resta altro da fare che scuotere duramente le coscienze, al modo dei profeti.

Così racconta un’ultima parabola in cui la gravità della loro condotta di vita - e quindi la necessità urgente anche per loro di conversione - è rappresentata crudamente dalle conseguenze senza rimedio: l’inferno (cfr Luca 16,19-31).

Ascoltare: il primo atto della comunicazione

La comunicazione non è solo la nostra capacità di parlare, ma anche di ascoltare. Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all'ira.

Ascoltare bene non è naturale, è qualcosa che si impara tramite un impegno serio. Per avere buona comunicazione, tu devi non solo saper parlare in modo giusto, ma devi anche saper veramente ascoltare bene.

Come ti senti quando cerchi di parlare con qualcuno che non ti ascolta? Forse la persona sta pensando a come vuole risponderti. Oppure legge o guarda la TV o fa qualcos’altro o semplicemente non ti ascolta.

Quanto è frustrante! Quanto rende difficile, se non proprio impossibile, una buona comunicazione. Quanto danneggia il rapporto!

Invece, dall’altra parte, quanto è bello quando l’altra persona ti dà ascolto veramente. Ogni persona ha bisogno di essere ascoltata con piena attenzione.

Quando qualcuno non ti ascolta diventa naturale perdere la voglia di impegnarti a comunicare con quella persona. Il fatto che non ti ascolta di cuore crea un muro fra di voi, un muro che diventa sempre più alto.

Però questo non succede solamente quando gli altri non ascoltano te, succede quando tu non ascolti di cuore qualcun altro. Alla luce di questo, per avere rapporti ricchi e benedetti, dobbiamo imparare ad ascoltare bene.

Quando ascolti qualcuno di cuore e ascolti bene, aiuti l'altra persona ad aprirsi veramente e questo aiuta a creare un rapporto di benedizione anziché di tensione.

Ascoltare attivamente

Ascoltare veramente non è qualcosa di passivo, cioè non è solo il fatto di non parlare. Ascoltare veramente non è solo sentire con le orecchie le parole che l'altro dice, non è solo aspettare pazientemente il proprio turno per parlare.

Quello è aspettare, non ascoltare. Essere pronti ad ascoltare vuol dire concentrarsi su quello che l'altro dice.

Perciò ascoltare davvero vuol dire ascoltare con la mente con lo scopo di capire veramente quello che l'altro sta dicendo. Ascoltare veramente è un lavoro, richiede un serio impegno e molta concentrazione.

Per avere buoni rapporti, per avere buona comunicazione dobbiamo essere pronti ad ascoltare davvero l'altro per capire quello che lui intende dire.

Per poter comprendere quello che l'altra persona intende, prima di tutto dobbiamo veramente ascoltare le parole che dice concentrandoci.

Perciò, in un discorso importante o serio, quando è possibile, è importante dare la nostra piena attenzione all'altra persona in modo da poter concentrarsi veramente su quello che sta dicendo.

Se quello che stai facendo è importante ed urgente, spiega all'altra persona che vuoi dare la tua massima attenzione a lui o a lei, ma che devi per forza finire quello che stai facendo e chiedi se potete parlarne appena possibile.

Se poi sarai tu ad andare da quella persona e chiederle di riprendere il discorso, lei comprenderà che ti interessa veramente capire quello che ha da dire.

Ascoltare per comprendere

Oltre ad ascoltare attivamente e con cura, dobbiamo cercare di comprendere bene quello che l’altra persona intende dire.

Spesso sentiamo le parole che qualcuno dice, ma quello che comprendiamo non è quello che la persona intendeva. Poi basiamo la nostra risposta su quello che abbiamo capito.

Chiaramente, questo porta ad equivoci e spesso ad un litigio. È importante impegnarci a comprendere bene quello che l'altro dice.

Visto che possiamo facilmente capire male, in quei casi in cui quello che comprendiamo sembra negativo, dobbiamo tenere in mente che forse abbiamo capito male il senso delle parole pronunciate dall'altra persona.

Se un discorso non è chiarissimo, è molto meglio supporre il bene e non il male.

Silenzio, parola e discernimento

Una delle condizioni della comunicazione è il silenzio. Solo quando la parola scaturisce dal silenzio questa può essere vera e toccare il cuore.

“Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora (…); quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato”.

Il silenzio è “uno spazio di ascolto reciproco” in cui “diventa possibile una relazione umana più piena”.

In un contesto sovraccarico di sollecitazioni, poi, “il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti”.

Il silenzio è il prerequisito per una vera comunicazione soprattutto in un mondo in cui è possibile vedere senza essere visti, stare sempre connessi senza essere realmente in relazione, scambiarsi messaggi senza ascoltare veramente.

Dove è sempre più difficile tollerare i tempi vuoti, le attese, i momenti di inattività; dove è così comune ciò che già Bauman intravvedeva: il non saper stare né veramente da soli né veramente con altri.

Non chiudersi nel silenzio e non manipolare

Un altro principio della buona comunicazione è di comunicare, ovvero, di non chiuderti nel silenzio.

Quando ci sono scontri e vedute diverse, certe persone vogliono parlarne, mentre altre persone tendono a chiudersi in un guscio e smettono di discutere e di parlare, almeno su quel discorso oggetto dello scontro.

Forse sembra un modo facile per non litigare, ma anche questo può rovinare la comunicazione e danneggiare il rapporto.

Detto in modo semplice: quando evitiamo di comunicare riguardo ad un certo argomento in cui c'è disaccordo, poniamo un ostacolo alla bontà del rapporto.

È importante parlare dei problemi e delle differenze. Il fatto di parlare di differenze NON vuol dire che si può sempre risolvere tutto, almeno non subito.

Certamente, come ho già accennato, ci sono delle situazioni in cui è meglio non parlare subito, per esempio quando sei agitato e hai bisogno di calmarti per evitare di dire cose sbagliate o con un atteggiamento sbagliato.

Però, dopo, quando ti sei calmato, è importante comunicare per cercare di risolvere la cosa, parlandone con calma.

Evita la tentazione di non parlare tenendo tutto dentro, perché quel tipo di silenzio ostacola la possibilità di avere buoni rapporti.

Un’altra regola riguarda qualcosa che bisogna evitare a tutti i costi, perché danneggia moltissimo un rapporto. Bisogna non usare un comportamento negativo come arma per punire o per ottenere quello che si vuole.

Certe persone cercano di ottenere quello che vogliono loro in un rapporto punendo l'altra persona con un comportamento negativo, per esempio, usando il muso lungo, oppure le lacrime o qualche altro comportamento negativo, finché l’altra persona non cede e gli dà ragione.

Anche se qualche volta si riesce ad ottenere ciò che si desidera con questo metodo, questo comportamento rovina la comunicazione e anche il rapporto.

Esso rappresenta una forma di ricatto perché è come se si dicesse: “se non fai quello che voglio, ti punisco con il mio muso lungo!”.

La comunicazione non violenta e la cura della lingua

In secondo luogo, dobbiamo esaminare il modo in cui comunichiamo con il nostro prossimo. È ovvio che nessuna "parola oscena" dovrebbe uscire dalle labbra di un cristiano, sia essa detta per scherzo o sul serio (Colossesi 3:8).

Giacomo parla chiaramente di questo argomento in Giacomo 1:19: "Miei cari fratelli, tenete presente questo: ognuno sia pronto ad ascoltare, lento a parlare e lento all’ira".

Quando parliamo con rabbia, non riusciamo a mostrare l’amore di Dio. Che si tratti di un familiare o di uno sconosciuto, la nostra comunicazione dovrebbe sempre avvenire in modo amorevole.

Altrimenti, la nostra testimonianza ne risente, così come il nome di Gesù Cristo quando il Suo popolo non riesce a tenere a freno la lingua.

Chi va in giro sparlando svela il segreto, lo spirito fidato nasconde ogni cosa. Una lingua dolce è un albero di vita, quella malevola è una ferita al cuore.

Apri la bocca in favore del muto in difesa di tutti gli sventurati. Se il tuo fratello commette una colpa, và e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.

Gesù comunica con parole e gesti

31Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.

33Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; 34guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!».

35E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. 36E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano 37e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Una relazione personale

Gesù si inoltra nella Decapoli, territorio straniero e di "infedeli". L'evangelista ha cura di farlo notare, perché dimostra che il Vangelo è per tutti gli uomini, senza confini.

Siamo sempre tentati di crearci confini: di razza, di estrazione sociale, di linguaggio, di appartenenza di gruppo, di età.

Gesù non ignora i confini, ma li supera. Noi, dall'alto delle nostre dichiarazioni di tolleranza, facciamo come se non esistessero, e ne restiamo prigionieri, o li creiamo.

Gesù non disprezza mai la folla. Sa come si parla a tante persone. Ma sempre ricerca, nello stesso tempo, il cuore del singolo.

Il muto esce dalla massa indistinta, e ritorna persona: e il primo passo è l'isolamento, faccia a faccia con Gesù.

Il linguaggio dei gesti

Il sordomuto non può sentire le parole di Gesù, né può esprimere la sua fede. Prima di restituirgli la parola, Gesù parla il linguaggio dei gesti.

Quello che sembra un agire magico, potrebbe essere forse meglio interpretato come un far capire al sordomuto quello che gli sta accadendo: Gesù tocca la lingua e gli orecchi della persona, e con questo instaura una relazione profonda, un contatto personale che va al di là delle parole; e poi alza gli occhi al cielo.

Riferisce al Padre ciò che sta facendo. Tradotto in parole: "Quello che ti accade è opera di Dio. Non solo opera mia".

Gesù usa tutti i mezzi possibili per comunicare, quelli che precedono la parola, e quelli che dicono ciò che la parola da sola non può comunicare.

Anche questa base della relazione dobbiamo riscoprire. Il corpo è più che un supporto per sedurre con trucco, chirurgia estetica e palestra.

La parola creatrice

La prima parola che il cieco può udire è proprio la parola della guarigione. La parola di Gesù è efficace, ha la stessa potenza della parola creatrice.

Anche il sospiro forse fa allusione al racconto della creazione del primo uomo. La parola di Gesù ricrea la persona, la restituisce alla sua dignità originaria.

Quella stessa parola che guarisce il sordomuto è la parola che ogni domenica ascoltiamo, magari distrattamente, nelle nostre Chiese; che apre i nostri incontri parrocchiali; che ha la forza di guidare la nostra vita, se non la lasciamo inoperosa ad ammuffire.

Abbiamo bisogno di rimetterci in ascolto, per metterla in pratica.

Il Vangelo oltre i confini e le esclusioni

La lettera di Giacomo punzecchia i suoi uditori con un esempio che ha tutti i caratteri del realmente accaduto.

Qualcosa del genere doveva effettivamente essere successo in quelle comunità, o ancora più probabilmente doveva essere diffuso un atteggiamento di deferenza verso i ricchi, e un rifiuto dei poveri.

Situazioni simili sono ancora più pericolose, in quanto sono vissute quasi senza consapevolezza, e solo la parola forte dell'apostolo smaschera il pericolo dell'ipocrisia e della finzione.

Queste preferenze, questi giudizi basati sull'apparenza sono giudizi perversi e non hanno niente a che vedere con la vera fede.

La parola di Giacomo non si limita alla sterile denuncia, ma si completa ri-enunciando il Vangelo: Dio ha scelto i poveri per farli eredi del suo Regno, in cui l'unica ricchezza che vale è la fede.

Questa è anche la ricchezza che noi siamo chiamati a riscoprire, abbandonando le nostre personali preferenze e diffidenze.

Il rischio costante a cui sono esposte le nostre comunità e i nostri gruppi parrocchiali è di aggregarsi intorno a preferenze personali e affinità sociali e affettive: si forma invece una vera comunità solo quando il collante è la fede.

La comunicazione semplice e comprensibile

A volte può accadere di ricorrere a parole di uso non comune per fare sfoggio della propria cultura e delle proprie conoscenze e capacità linguistiche, venendo però meno, in questo modo, all’obiettivo per il quale Dio ci ha donato il linguaggio: quello di comunicare.

Infatti come è possibile comunicare un pensiero, un’idea, un progetto o qualsiasi altro messaggio se utilizziamo parole che le persone, alle quale ci stiamo rivolgendo, non comprendono?

Dobbiamo infatti tenere sempre presente che il linguaggio che utilizziamo per una comunicazione si rivela efficace soltanto quando il destinatario che riceve il messaggio lo comprende pienamente.

È evidente, cioè, che se usiamo un linguaggio pieno di parole di cui pochi o nessuno conoscono il significato, la nostra comunicazione si rivelerà come un vero e proprio fallimento, perché non avremo di fatto trasmesso alcun messaggio a chi ci sta ascoltando o leggendo.

È vero che l’obiettivo di esprimerci con un linguaggio totalmente comprensibile può essere non realistico, ma il nostro impegno deve essere sempre quello di parlare e scrivere in modo così semplice e chiaro da ottenere la massima comprensibilità possibile.

L’apostolo Paolo ricordò con una domanda, che interpella anche noi oggi, la relazione di causa ed effetto che dovrebbe sempre esserci nei nostri discorsi: “Così, anche voi, se con la lingua proferite un discorso comprensibile, come si capirà quello che dite? Parlerete al vento” (1Co 14:9).

Tutto quello che diciamo o scriviamo deve avere come effetto la piena comprensione da parte di chi ci ascolta o ci legge.

Altrimenti il nostro sarà un “parlare al vento”, come se le nostre parole, non raggiungendo lo scopo della comunicazione, fossero portate via dal vento.

Purtroppo dobbiamo riconoscere che, come in alcuni ambiti relazionali, si utilizza con disinvoltura un linguaggio tecnico specifico (il burocratese, il politichese, il filosofese…) senza preoccuparsi della sua efficacia comunicativa.

Anche noi, nella nostra testimonianza del Vangelo, usiamo spesso un non facilmente comprensibile evangelichese e, peggio ancora sul piano della incomprensibilità, il teologhese.

Ovviamente non dobbiamo snaturare il contenuto del Vangelo, evitando parole oggi più che mai di difficile comprensione (peccato, perdizione, ravvedimento, conversione, salvezza, nuova nascita…), ma sarà utile assicurarsi che il nostro sia un linguaggio semplice e comprensibile e, in quanto tale, comunicativo.

È possibile che la reazione dei destinatari del messaggio ci trasmetta una scoraggiante sensazione di fallimento, ma purtroppo nella maggior parte delle relazioni accade che il problema non sia costituito dalla incomunicabilità ma dalla indisponibilità ad ascoltare, simile a quella conosciuta da Gesù quando “molti dei suoi discepoli, dopo aver udito, dissero: «Questo parlare è duro; chi può ascoltarlo?»” (Gv 6:60).

È giusto preoccuparsi dei destinatari del nostro messaggio e della loro possibile reazione, ma la prima nostra preoccupazione deve essere quella di trasmettere i contenuti dell’Evangelo “fedelmente” (2Ti 4:5b) e con parole semplici e comprensibili: “Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale” (Cl 4:6).

Comunicare il Vangelo nella cultura contemporanea

La Chiesa esiste per comunicare. La comunicazione non è un’opzione per la Chiesa, non è una scelta possibile che, quindi, contempla anche la possibilità di altre scelte.

La comunicazione è piuttosto un destino, una necessità, una missione non aggirabile e lo diviene a maggior ragione dentro lo spazio attuale della comunicazione contrassegnato da una progressiva scomparsa dei media dentro le cose e dentro le relazioni tra le persone.

L’uomo comincia a scrivere e la Chiesa a comunicare per risolvere un problema di tradizione: c’è qualcosa da non disperdere, da tramandare, da far passare alle generazioni successive.

E questa trasmissione, mentre conserva, in un caso, fa crescere i figli dentro l’orizzonte culturale dei padri, nell’altro, consente alla Buona Notizia di raggiungere tutti gli uomini.

La Chiesa esiste per comunicare: è essa stessa tradizione vivente, trasmissione incessante del Vangelo ricevuto, nei modi culturalmente più fecondi e rilevanti.

Nell’ampio ventaglio di forme in cui la Chiesa attua questa responsabilità, un aspetto particolarmente importante è l’educazione alla comunicazione, mediante la conoscenza, la fruizione critica e la gestione dei media.

La mediazione della Parola

La transizione dall’oralità alla scrittura, ovvero la comparsa dei sistemi di registrazione, è legata proprio alla ricerca di un dispositivo che consenta di trasmettere le informazioni anche quando esse superano la nostra capacità di gestirle attraverso le tecnologie della parola.

La scrittura ferma sulla pergamena e poi sulla carta quello che la cultura orale aveva custodito.

Il manoscritto prima, il libro a stampa poi, le altre forme di memoria esterna (prima elettronica, poi digitale) fino a oggi, svolgono una essenziale funzione di mediazione rispetto al contenuto originario del Messaggio.

I media mediano, in questo caso non le parole che l’uomo destina all’educazione dei suoi cuccioli, ma la Parola che Dio destina all’educazione del suo popolo.

Letta in questa prospettiva, la storia dei media, rispetto alla comunicazione della Chiesa, è la storia delle diverse forme che la mediazione del Messaggio assume.

Inculturazione e accessibilità

Un primo livello è culturale. Esso ha a che fare con la necessità per la comunicazione della Chiesa di parlare la stessa lingua degli uomini nelle diverse epoche.

C’è un problema di inculturazione del Messaggio che non può non fare i conti con i modi e le forme della comunicazione in un certo tempo: non basta usare i mezzi, «occorre integrare il messaggio stesso nella “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna… con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici» (RM, 37).

L’esito sarebbe una Parola che non sa comunicare, un Messaggio che rimane inaccessibile all’uomo di un certo tempo semplicemente perché è costruito con linguaggi e codici differenti.

Un secondo livello è pastorale. Esso ha a che fare con la necessità per la Chiesa di rendere il Messaggio universalmente accessibile.

Che tutti siano raggiunti dalla Parola non è per la Chiesa un obiettivo commerciale o di potere, ma vuol dire rispondere alla missione che le è stata affidata.

Se la Parola può essere letta, invece che solo ascoltata, si raggiungono molte più persone di quelle che è possibile convocare in chiesa e si raggiungono anche quelle persone che vivono in aree in cui non esiste libertà di culto o i cristiani sono perseguitati.

Se viene tradotta nelle diverse lingue, viene ulteriormente avvicinata al singolo nella sua possibilità di comprensione.

Se viene trasmessa via radio o via televisione, raggiunge un pubblico ancora più ampio, anche di persone malate, anche di persone analfabete.

Comunicazione digitale e relazioni

La comunicazione non è essenzialmente trasmissione o enunciazione. La comunicazione è prima di tutto incontro e scambio.

Da questo punto di vista la comunicazione si è sempre più evoluta da una prospettiva monodirezionale (uno che comunica/scrive/parla e l’altro che ascolta/riceve) a una prospettiva partecipata e multidirezionale.

La comunicazione digitale non è l’unica esistente, né è destinata ad assorbire gli altri tipi di comunicazione. Quello che è certo però è che essa ha già modificato tutta la restante comunicazione ed è destinata a orientarla anche in futuro.

Questa nuova stagione ci costringe in particolare a mettere in discussione il modello unidirezionale e statico che ha di fatto caratterizzato per secoli la comunicazione e a ripensarla in chiave d’interazione, condivisione e partecipazione, più che solo di trasmissione.

Comunicare è prima di tutto ridurre le distanze, sciogliere un po’ alla volta ciò che ci divide, allargare lo spazio comune, condividere informazioni con altri, donare qualcosa di sé agli altri, trasformare la frammentazione in unità.

Il primo messaggio di ogni comunicazione è o dovrebbe essere ‘sono con te’. La comunicazione vera mette al centro l’altro.

La domanda fondamentale è: in questa mia comunicazione metto al centro l’altro o me stesso?

In rete ‘essere’ per definizione ‘essere-con’: questa è la regola numero uno, quella che ha decretato il passaggio dal cosiddetto web 1.0 al web 2.0, quello social.

La relazione è il primo messaggio dei social network, e l’individualismo non è (o non dovrebbe essere) più il paradigma di riferimento dei cosiddetti nativi digitali, per i quali l’essere umano è essere relazionale: senza il ‘tu’ non c’è nemmeno l’io.

In questo senso la rete esprime il bisogno antropologico fondamentale della condivisione: non si è felici da soli, la presenza piena è la com-presenza, materiale o digitale che sia.

La prudenza nella comunicazione digitale

Dovremmo considerare il tono delle nuove forme di comunicazione, come le e-mail e i messaggi di testo.

Non dovremmo mai permettere che la sicurezza dello schermo di un computer ci porti a usare parole dure o empia verso gli altri.

Dovremmo considerare anche il nostro linguaggio del corpo e le nostre espressioni facciali nei confronti degli altri.

Il semplice fatto di trattenere le parole è insignificante quando il nostro linguaggio del corpo comunica disprezzo, rabbia o odio verso un altro.

Uno dei risultati irreversibili di questi cambiamenti è che i media non sono solo più uno schermo che si guarda, una radio che si ascolta.

Sono un’atmosfera, un ambiente nel quale si è immersi, che ci avvolge e ci penetra da ogni lato.

Il panorama comunicativo è diventato a poco a poco per molti un “ambiente di vita”, una rete dove le persone comunicano, dilatano i confini delle proprie conoscenze e delle proprie relazioni.

La possibilità di comunicare si è dilatata così a dismisura superando e infrangendo quelli che erano considerati limiti spazio - temporali e questo è indubbiamente affascinante, ma moltiplica anche gli interrogativi, gli spazi da completare …

Le maggiori possibilità portano anche delle difficoltà aggiuntive che non vanno sottovalutate.

Domande bibliche per verificare le nostre parole

Quando siamo impegnati in una conversazione, mentre ci prepariamo a parlare, dovremmo porci queste domande:

  • È vero (Esodo 20:16)?
  • È gentile (Tito 3:2)?
  • È necessario (Proverbi 11:22)?

Queste domande aiutano a verificare non soltanto il contenuto delle nostre parole, ma anche la loro intenzione, il loro tono e il loro possibile effetto sulla persona che ascolta.

Annunciare il Vangelo con parole e opere

Naturalmente, la nostra comunicazione più importante verso l’uomo dovrebbe essere l’adempimento di Matteo 28:19-20, mentre comunichiamo il Vangelo di Gesù Cristo a un mondo che ha un disperato bisogno di ascoltarlo.

Poiché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo.

Non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità.

La comunicazione cristiana non consiste soltanto nel trasmettere formule religiose. Essa diventa credibile quando la parola è accompagnata dalla vita, dalla cura, dall’ascolto, dalla misericordia e dalla responsabilità verso gli altri.

Il primo messaggio di ogni comunicazione è o dovrebbe essere ‘sono con te’. La comunicazione vera mette al centro l’altro.

Gesù insegna attraverso parabole

CORSO BIBLICO - GESU' GUARISCE UN SORDOMUTO

tags: #letture #bibliche #sulla #comunicazione