L’ingiuria fatta a Gesù sulla croce è INRI, l’acronimo latino di Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, cioè «Gesù Nazareno Re dei Giudei». La sigla deriva dal titulus crucis, il cartello che Ponzio Pilato fece porre sopra il capo di Gesù come motivazione della condanna.
Nel racconto evangelico, quella scritta intendeva presentare Gesù come un pretendente al potere politico e aveva quindi un tono accusatorio e derisorio; tuttavia, per la fede cristiana, le parole «Re dei Giudei» proclamano inconsapevolmente la vera identità di Gesù Cristo. La croce, strumento di umiliazione, diventa così il luogo in cui si manifesta la sua regalità fondata sull’amore, sul servizio e sul dono di sé.
Che cosa significa INRI
Il significato di INRI sulla croce è il Titulus crucis che Ponzio Pilato decretò per Cristo nel momento in cui Lo condannava a morte, come motivazione della sentenza. Ma cosa significa INRI? INRI è l’acronimo di ‘Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum’, ‘Gesù Nazareno Re dei Giudei’.
In caso di condanna a morte per crocifissione, il diritto romano prescriveva una serie di regolamentazioni molto precise. Il giudice dettava un titulus, la motivazione della sentenza, che veniva inciso su un cartello di legno o terracotta e appeso al collo del condannato, insieme al suo nome.
La crocifissione era considerata una condanna particolarmente esecrabile, perché il corpo restava esposto per giorni lungo la strada, in balia del sole, del maltempo e degli animali. Dobbiamo pensare che ai tempi della Roma repubblicana solo gli schiavi, i prigionieri di guerra e i rivoltosi venivano giustiziati in questo modo.
| Elemento | Significato |
|---|---|
| INRI | Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum |
| Traduzione | Gesù Nazareno Re dei Giudei |
| Nome del cartello | Titulus crucis |
| Autorità che lo decretò | Ponzio Pilato |
La scritta nei quattro Vangeli
L’iscrizione INRI viene riportata differentemente dai quattro vangeli canonici. Nel Vangelo di Marco riguardo la targa posta sul capo di Gesù si legge solo: “L’iscrizione indicante il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei” (Marco 15, 26).
Matteo scrive: “Al di sopra del suo capo, posero la motivazione scritta della sua condanna: «Questi è Gesù, il re dei Giudei»” (Matteo 27,37). Nel Vangelo di Luca leggiamo invece: “C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei” (Lc 23,38).
Il Vangelo di Giovanni presenta un’interpretazione particolare. In occasioni di eventi solenni il titulus veniva scritto addirittura in tre lingue.
Nel Vangelo di Giovanni è scritto che anche per la morte di Gesù fu così, e che Pilato volle farsi beffe di Cristo facendo scrivere il titulus in tre lingue: “Pilato intanto fece scrivere anche il titolo, che diceva la causa della condanna, e lo fece porre sulla croce. Vi era scritto: ‘Gesù Nazareno, Re dei Giudei’. Or molti dei Giudei lessero quest’iscrizione, essendo il luogo dove fu crocifisso Gesù, vicino alla città. Ed era scritto in ebraico, in latino e in greco. Dissero dunque i grandi Sacerdoti dei Giudei a Pilato: ‘Non scrivere: Re dei Giudei; ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei’. Rispose Pilato: ‘Quel che ho scritto, ho scritto’”. (Gv 19, 19-22).
Sui crocifissi nelle Chiese Ortodosse l’iscrizione non è INRI, ma INBI, dal greco Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ Bασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων, Ihsous Nazoraios Basileus ton Ioudaion, Gesù Nazareno Re dei Giudei.

Un’accusa pensata come scherno
Dopo un processo farsa, Gesù viene condotto fuori delle mura di Gerusalemme in un luogo che era chiamato Cranio, forse perché era una cava di roccia nella quale emergevano degli speroni la cui forma ricordava, appunto, quella del cranio. Era un posto malfamato perché lì si eseguivano le condanne a morte.
La vita terrena di Gesù, iniziata in una stalla per gli animali perché non c’era posto nell’alloggio, termina fuori la Città santa in mezzo ai malfattori perché considerato uno di loro. Nasce nella povertà e muore nella miseria.
Essendo stato crocifisso in mezzo a due ladroni, Gesù fu identificato con loro, come se fosse stato un malfattore, quando in realtà Gesù non aveva mai peccato e non c’era alcuna colpa in Lui. Fino all’ultimo momento, Gesù fu disprezzato, in ogni modo.
Il luogo della crocifissione era accanto a una via importante, e quindi, tante persone passavano di là, rendendo ancora peggiore la vergogna e il disprezzo per Gesù, perché tutto avveniva in luogo pubblico.
Coloro che passavano, vedendo Cristo, lo ingiuriavano, disprezzandolo con le loro parole. Dicevano: “Salva te stesso, se tu sei il Figlio di Dio”.
Fra tutte le cose terribili che uno avrebbe potuto dire a Gesù, mettere in dubbio il suo rapporto con suo Padre era la cosa peggiore. Ed è proprio questo ciò che Gesù dovette subire mentre stava appeso alla croce.
Così pure, i capi dei sacerdoti con gli scribi e gli anziani, beffandosi, dicevano: “Ha salvato altri e non può salvare sé stesso! Se lui è il re d’Israele, scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui. Si è confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: ‘Sono Figlio di Dio’”.
I capi ammettevano che Gesù aveva fatto miracoli, sapevano che Egli aveva le qualifiche del Messia, ma Lo odiavano, senza motivo, e perciò, Lo disprezzavano. Anche i capi dicevano che il fatto che Dio lasciava Gesù sulla croce era la prova che Gesù non era il Figlio di Dio, negando così il rapporto fra Gesù e suo Padre.
E nello stesso modo lo insultavano anche i ladroni crocifissi con lui. Gesù fu disprezzato da tutte le parti.
L’ingiustizia subita dall’innocente
Quella palese ingiustizia avrebbe suggerito di utilizzare tutte le armi possibili per opporre resistenza alla morte, giustificando anche la violenza. A chiunque sarebbe ribollito il sangue subendo un’ingiustizia come quella patita dall’innocente Gesù.
Tutto questo era assolutamente ingiusto, perché Gesù non aveva mai peccato, né aveva mai fatto nulla per meritare disprezzo. Nessuno subirà mai tante ingiustizie quanto Gesù.
Anche questo dettaglio era un adempimento di una profezia fatta su di Lui. “Perciò io gli darò la sua parte fra i grandi, egli dividerà il bottino con i potenti, perché ha dato sé stesso alla morte ed è stato contato fra i malfattori; perché egli ha portato i peccati di molti e ha interceduto per i colpevoli.” (Isaia 53:12 NRV)
Gesù, che era totalmente innocente, è stato contato fra i malfattori. Gesù fece anche questo per salvarci, affinché noi, che eravamo giustamente contati fra i malfattori, potessimo essere contati fra i giusti.
Gesù si è identificato pienamente con i peccatori, per permetterci d’essere identificati pienamente con i giusti. La sua condanna manifesta quindi un paradosso: colui che è senza peccato viene trattato come un colpevole, mentre accoglie su di sé la condizione dei peccatori per aprire loro la via della salvezza.
Gesù non risponde all’ingiuria con l’ingiuria
Lui, invece, «insultato, non rispondeva con gli insulti, maltrattato, non minacciava vendetta» (1Pt 2, 23). Invece, Gesù, disprezzato da tutte le parte, in modo totalmente ingiusto e falso, non rispondeva con cattiveria.
“Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati sanati.” (1 Pietro 2:23-24 NRV)
Mentre lo crocifiggevano Gesù pregava. Al coro di improperi, bestemmie e battute sarcastiche la vittima risponde rivolgendo lo sguardo al cielo e pregando per i suoi carnefici.
“Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Poi divisero le sue vesti, tirandole a sorte.” (Luca 23:34 NRV)
I suoi occhi non sono iniettatati di rabbia, ma luminosi di speranza e di misericordia. Si rivolge al Padre perché di Lui conosce la grande misericordia e guarda agli uomini con profonda compassione facendosi loro intercessore.
La preghiera è l’ultima carezza, quella dello Spirito: «Padre, perdona!». La carezza sulle mani di chi lo spoglia e lo inchioda, sulle labbra di chi lo insulta e lo deride, sugli occhi di chi sta a guardare impassibile quel macabro spettacolo.
Perché perdonarli? Perché gli uomini sono ignoranti del vero amore, incapaci di vedere la verità e di riconoscere la presenza di Dio. Lo dimostra il fatto che lo demonizzano.
Quando si è acciecati dal pregiudizio, dall’avidità e dall’egoismo si demonizza l’uomo. Si suppone di fare giustizia riducendo il reo al suo errore.
C’è una sorta di accanimento e sete di vendetta che non si placa finché non si distrugge l’accusato. La violenza genera altra violenza e la giustizia è la prima vittima del giustizialismo.
La preghiera è l’unica barriera all’onda lunga del male perché solo il perdono lo trasforma in bene. Il contrario della demonizzazione è la benedizione che Gesù invoca sugli uomini chiedendo per essi il perdono.
Il cartello e la regalità di Gesù
Il cartello avrebbe dovuto indicare il motivo della condanna, ma la formula «Gesù Nazareno Re dei Giudei» oltrepassa il significato giuridico voluto da Pilato. L’accusa diventa una proclamazione: Gesù è re, ma non secondo il modello dei poteri terreni.
Il silenzio di Gesù a questa provocazione, come a quella dei capi e dei soldati, denota che lui non è un eroe come i Giudici dell’Antico Testamento. Pensiamo a Sansone che, vedendosi ormai destinato a finire i suoi giorni nella cecità e nella cattività, usa la sua forza per fare vendetta: «Muoia Sansone con tutti i Filistei».
Al contrario, chi ha a cuore la salvezza degli altri, salva anche sé stesso. Gesù non scende dalla croce perché la sua missione non consiste nell’evitare la morte, ma nell’attraversarla come offerta d’amore e di obbedienza.
Dalla Lettera di San Paolo Apostolo ai Filippesi: Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome.
Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.
La croce come parola dell’amore
Dio creatore è il poeta dell’amore. Poesia viene dal greco «poiein» che significa fare, creare.
Il Vangelo è la bella Parola che fa belle tutte le cose. Il Vangelo è Cristo Gesù, Parola di Dio, Bella Parola.
San Paolo chiama il Vangelo anche la Parola della Croce. Essa è l’insegnamento più grande che Dio abbia lasciato all’uomo.
Il Crocifisso Risorto insegna al suo discepolo a fare della propria vita il Vangelo, la poesia dell’amore, in modo da essere collaboratore della gioia dei fratelli.
La Parola della Croce crea in noi un cuore nuovo nel quale è riversato lo Spirito Santo. Egli dona la grazia di avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù, il modello dell’uomo poeta, cantore e creatore di una nuova umanità che profuma di carità.
Il nome di Gesù e la sua missione
Il nome di Gesù nella lingua ebraica è legato direttamente alla sua missione. Il nome aramaico “Yeshu” è la traslitterazione di יֵשׁוּעַ (Yeshu’a), e si pronuncia “Yeh-shoo”, senza la “a”.
Il corrispettivo italiano è Giosuè, di cui Gesù è una forma alternativa, e significa “YHWH (Dio) è salvezza”. Quando la Bibbia venne tradotta in greco e poi in latino il nome venne reso come Ἰησοῦς (Iēsoûs) e successivamente Iesus.
Il nome di Gesù è un tutt’uno con la Sua missione, col Suo destino. Quando l’angelo apparve in sogno a Giuseppe gli disse, riguardo a Maria: “Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Matteo 1,21).
La scritta sulla croce richiama quindi il nome di colui che salva. L’accusa «Re dei Giudei» e il nome «Gesù», che significa «Dio è salvezza», convergono nella scena della crocifissione: il condannato presentato come colpevole è, per la fede cristiana, il Salvatore.
Il processo e la responsabilità della morte di Gesù
Le autorità religiose di Gerusalemme non sono state unanimi nella condotta da tenere nei riguardi di Gesù. I farisei hanno minacciato di scomunica coloro che lo avrebbero seguito.
Il Sinedrio, avendo dichiarato Gesù reo di morte in quanto bestemmiatore, ma avendo perduto il diritto di mettere a morte, consegna Gesù ai Romani accusandolo di rivolta politica, cosa che lo metterà alla pari con Barabba accusato di «sommossa» (Lc 23,19).
Sono anche minacce politiche quelle che i sommi sacerdoti esercitano su Pilato perché egli condanni a morte Gesù. La responsabilità storica del processo coinvolge persone e autorità determinate, ma non può essere attribuita indistintamente a un intero popolo.
Tenendo conto della complessità storica del processo a Gesù espressa nei racconti evangelici, e qualunque possa essere stato il peccato personale dei protagonisti del processo (Giuda, il Sinedrio, Pilato), che Dio solo conosce, non si può attribuirne la responsabilità all’insieme degli Ebrei di Gerusalemme.
Gesù stesso perdonando sulla croce e Pietro sul suo esempio hanno riconosciuto l’«ignoranza» degli Ebrei di Gerusalemme ed anche dei loro capi.
Quanto è stato commesso durante la passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo. Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, come se ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura.
Il peccato dell’uomo e la passione di Cristo
La Chiesa, nel magistero della sua fede e nella testimonianza dei suoi santi, non ha mai dimenticato che «ogni singolo peccatore è realmente causa e strumento delle sofferenze» del divino Redentore.
Tenendo conto del fatto che i nostri peccati offendono Cristo stesso, la Chiesa non esita ad imputare ai cristiani la responsabilità più grave nel supplizio di Gesù, responsabilità che troppo spesso essi hanno fatto ricadere unicamente sugli Ebrei.
È chiaro che più gravemente colpevoli sono coloro che più spesso ricadono nel peccato. Noi cristiani, invece, pur confessando di conoscerlo, di fatto lo rinneghiamo con le nostre opere e leviamo contro di lui le nostre mani violente e peccatrici.
«E neppure i demoni lo crocifissero, ma sei stato tu con essi a crocifiggerlo, e ancora lo crocifiggi, quando ti diletti nei vizi e nei peccati».
In questo senso, l’ingiuria fatta a Gesù sulla croce non è soltanto quella scritta sul cartello. Ogni rifiuto dell’amore, ogni violenza e ogni peccato ripropongono la logica di coloro che lo deridevano e lo condannavano.
La morte redentrice sulla croce
La morte violenta di Gesù non è stata frutto del caso in un concorso sfavorevole di circostanze. Essa appartiene al mistero del disegno di Dio.
Questo linguaggio biblico non significa che quelli che hanno consegnato Gesù siano stati solo esecutori passivi di una vicenda scritta in precedenza da Dio. Dio ha permesso gli atti derivati dal loro accecamento al fine di compiere il suo disegno di salvezza.
Questo disegno divino di salvezza attraverso la messa a morte del «Servo Giusto» era stato anticipatamente annunziato nelle Scritture come un mistero di redenzione universale, cioè di riscatto che libera gli uomini dalla schiavitù del peccato.
San Paolo professa, in una confessione di fede che egli dice di avere «ricevuto», che «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15,3).
Gesù non ha conosciuto la riprovazione come se egli stesso avesse peccato. Ma nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, egli ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: «Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34).
Avendolo reso così solidale con noi peccatori, «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32) affinché noi fossimo «riconciliati con lui per mezzo della morte del Figlio suo» (Rm 5,10).
Le tenebre e il grido di Gesù
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Da circa mezzogiorno, fino a circa le tre di pomeriggio, si fecero tenebre su tutto il paese. Per ben tre ore, in pieno giorno, si fece buio.
Le tenebre erano un simbolo potente del giudizio di Dio su Gesù Cristo, in quanto Sostituto per gli uomini peccatori. Le tenebre rappresentavano il giudizio di Dio sui nostri peccati.
Rappresentano l’ira di Dio contro il nostro peccato, riversata sulla persona di Gesù Cristo, nostro Sostituto. Appeso alla croce, Gesù stava subendo il Giudizio di Dio contro il peccato, per riscattare coloro che Dio voleva salvare.
Essendosi caricato con il nostro peccato, Gesù fu separato dalla perfetta comunione con il Padre che aveva goduto dall’eternità passata. Gesù è Dio, ed è sempre stato in perfetta comunione con il Padre.
La Bibbia descrive Dio come luce, e quindi potremo dire che Gesù è sempre stato totalmente e pienamente inondato dalla luce del Padre. Però, là sulla croce, Gesù fu allontanato dalla luce del Padre, era nelle tenebre della condanna contro il peccato.
L’ora nona corrisponde alle tre del nostro pomeriggio. Per tre ore, Gesù è rimasto in silenzio, in una agonia troppo terribile da poter essere descritta.
Poi, verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?» cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Le sette parole e la risposta all’offesa
Ascoltiamo e meditiamo le sette parole di Cristo sulla croce. La prima parola è: «Padre, perdona loro».
La seconda parola è: «Oggi sarai con me nel Paradiso». Il primo condannato chiede a Gesù di salvarlo dalla morte, che prima o poi l’avrebbe strappato da questa vita, invece il secondo supplica di «ricordarsi di lui», ovvero di averlo a cuore, di accoglierlo nella memoria di Dio, di introdurlo nella Casa del Padre.
La risposta di Gesù rivela l’accoglienza della preghiera e il compimento della salvezza. Essa è il contrario del peccato perché questo è la condizione di chi vive il dramma della solitudine, mentre la salvezza è la gioia dello stare insieme, la letizia della comunione.
La terza parola è: «Donna, ecco tuo figlio. Ecco tua madre». Gesù regala ciò ha di più caro. Il tesoro di Gesù è il suo amore che non è possessivo ma oblativo.
La madre e il discepolo sono donati da Gesù l’uno all’altro. In questa consegna si compie il comandamento: «Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi».
La quarta parola è: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Anche nel grido dell’abbandono Gesù non cessa di rivolgersi al Padre, e la sua parola manifesta insieme la profondità della sofferenza umana e la radicalità dell’amore redentore.
La preghiera è l’unica barriera all’onda lunga del male perché solo il perdono lo trasforma in bene. Di fronte all’ingiuria, alla derisione e alla violenza, Gesù non risponde con una nuova violenza, ma con la preghiera, il perdono e l’offerta di sé.
Le ultime sette parole di Gesù sulla croce
La targa conservata a Roma
A Roma si trova una tavola di legno di noce che viene considerata la targa originale infissa sulla croce di Gesù. È conservata nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, dove un tempo sorgeva il palazzo dell’imperatrice Elena, madre di Costantino, che aveva raccolto molte reliquie della Passione.
Difficile provare la veridicità di questa targa, rinvenuta nel XV secolo durante lavori di restauro del coro, del soffitto e dell’affresco dell’abside.
In una nicchia venne trovata una scatola di piombo che conteneva una tabella di terracotta, con la scritta “TITULUS CRUCIS” e la parte iniziale di iscrizioni in greco, latino ed ebraico.
La leggenda vuole che fosse stata Sant’Elena in persona a portare parte della tavoletta a Roma insieme alle tre croci ritrovate sul Golgota e ai chiodi della crocifissione.
Il valore della tavola, tuttavia, non dipende soltanto dalla possibilità di identificarla con il cartello storico della crocifissione. La scritta INRI continua a ricordare che l’umiliazione inflitta a Gesù si è trasformata, nella fede cristiana, nella proclamazione della sua identità e della sua opera di salvezza.