Le eresie eucaristiche si diffusero soprattutto tra l’XI e il XIII secolo, nel quadro della grande espansione delle eresie medievali in Europa e delle controversie sulla natura dei sacramenti, sulla presenza di Cristo nell’Eucaristia e sul ruolo della mediazione sacerdotale. I movimenti religiosi popolari divennero particolarmente numerosi in Francia e nell’Italia centro-settentrionale a partire dall’XI secolo.
Il fenomeno raggiunse la massima intensità tra il XII e il XIII secolo, quando pauperismo, catarismo, valdismo e altri movimenti misero in discussione i dogmi ecclesiastici, i sacramenti e la funzione esclusiva del clero nell’amministrazione della vita religiosa. In senso più ampio, le prime eresie cristiane erano però già comparse tra il I e il IV secolo, soprattutto intorno ai problemi della Trinità e della natura di Cristo.
Che cosa si intende per eresia
Per eresia si intende un’affermazione, una dottrina contraria ad una verità di fede. Il codice di diritto canonico, attualmente in vigore, definisce così l’eresia: “l’ostinata negazione, dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere per fede divina o cattolica, o il dubbio ostinato su di essa”.
Per parlare di eresia è necessario che si affermi un pensiero unico rispetto al quale ci si possa definire eretici. Anticamente il termine eresia non aveva connotazioni negative: con questo termine si indicavano scuole, diverse. Erano, insomma, correnti di pensiero, interpretazioni diverse rispetto a quella principale.
Poiché erezia deriva dal greco αἵρεσις (hàiresis), che significa scelta, si può intendere l’eresia come la posizione di chi sceglie una sola parte della verità, rifiutando di accettarla in tutta la sua interezza e complessità. Con il tempo, invece, il termine assume connotazioni negative ed eretico diventa colui che non solo la pensa diversamente ma che, per questo motivo, deve essere condannato.
L’eresia è una dottrina contraria all’ortodossia (dal greco orthòs, «dritto», «giusto») ecclesiastica e, in quanto tale, andava perseguitata. La Chiesa cattolica chiamò eresie i movimenti religiosi che si opponevano alla dottrina considerata ufficiale.
Quando comparvero le eresie cristiane
Le eresie dei primi secoli sono quei movimenti dei primi secoli dell'era cristiana che, una volta raggiunto un certo grado di consolidamento e istituzionalizzazione, vennero giudicati eterodossi e considerati eresie dalla Chiesa Cattolica e dalla maggior parte delle altre chiese cristiane.
Molte di queste eresie sono cristologiche: riguardano cioè la definizione della natura e della persona di Gesù Cristo. Il problema centrale che poneva l’eresia era quello della Trinità: il Dio cristiano era uno e trino.
Tra V e XI secolo in Occidente non comparvero eresie capaci di divenire pericolo pubblico, ma solo dei ristretti confronti tra scuole teologiche. Le grandi eresie del IV secolo si erano sviluppate soprattutto in Oriente ma avevano avuto indubbiamente una ripercussione anche in Occidente.
Le prime eresie medievali, intese come movimenti religiosi popolari organizzati e capaci di incidere sulla società, si svilupparono invece a partire dall’XI secolo. A partire dall’XI secolo si svilupparono in tutta Europa, e in modo particolare in Francia e in Italia centro-settentrionale, alcuni movimenti religiosi popolari, fortemente critici rispetto alla mondanità del clero, vale a dire, rispetto alla ricchezza eccessiva della Chiesa, al suo coinvolgimento nelle questioni politiche ed al suo allontanamento dalle Sacre Scritture.
Le eresie eucaristiche nel contesto medievale
Le eresie eucaristiche non costituiscono un fenomeno isolato, ma rientrano nelle controversie medievali sui sacramenti, sulla validità dei riti e sulla necessità della mediazione sacerdotale. Gli eretici medievali non volevano separarsi dalla Chiesa ma volevano che essa tornasse alla purezza delle origini.
Gli eretici non sono mai stati anticristiani: rifiutavano la gerarchia ecclesiastica e la sua funzione di mediazione rispetto a Dio. Le eresie medievali respingevano i dogmi¹, la mediazione dei sacerdoti e i sacramenti.
Questi gruppi religiosi erano accomunati da una serie di convinzioni:
- Ogni cristiano è in grado di somministrare i sacramenti e predicare la parola di Cristo;
- Necessità di ritornare alla Chiesa povera delle origini.
- Critica della simonia (compravendita delle cariche ecclesiastiche) e del concubinato del clero.
- Condanna della disuguaglianza fra gli uomini, mettendo in discussione, quindi, il fondamento stesso della società medievale.
- Negazione, attraverso il richiamo ai Vangeli, della legittimità delle pene corporali, di ogni potere mondano e della pretesa, da parte dello Stato o della Chiesa, di riscuotere tributi o decime.
- Rifiuto della mediazione sacerdotale tra il credente e Dio, dei sacramenti e, in generale, dei dogmi ecclesiastici.
- Necessità di accedere alle Sacre Scritture attraverso il proprio codice linguistico e non, come accadeva allora, adottando la lingua colta latina.
Nei movimenti eretici coevi, va inoltre notato come l’elemento della predicazione, così sentito e così diffuso, vada a braccetto con il rifiuto dei sacramenti e, talvolta, con la pretesa di sostituirsi nell’opera pastorale da parte di individui non ordinati.
Le eresie medievali furono dei movimenti religosi popolari che nacquero a partire dall’XI secolo, in tutta Europa, ma soprattutto in Francia e in Italia centro-settentrionale. Proponevano inoltre l’uguaglianza sociale tra i lavoratori e i signori, mettendo quindi in discussione il fondamento stesso della società medievale.
La svolta dell’XI secolo
Nella prima metà del secolo XI l’eresia è vista come una sorta di infezione che contagiava i fedeli. Gli eretici vengono considerati folli perché leggevano i testi sacri autonomamente, senza la mediazione del mondo ecclesiastico.
Con il nome di antiche eresie si iniziarono ad indicare fenomeni come la simonia (la compravendita di cariche ecclesiastiche) e il nicolaismo (il concubinato dei chierici). Nella prima metà del secolo XI nacque un movimento noto come pataria i cui obiettivi furono la lotta contro il matrimonio del clero e contro la simonia.
La pataria non si può considerare un eresia perché si propose in primo luogo la creazione di una Chiesa più istruita e corretta. Critiche contro il materialismo ecclesiastico e l’attaccamento al potere temporale appaiono in Italia addirittura nell’XI secolo, quando le accuse dal diacono Arialdo nella zona del milanese suscitano l’entusiasmo dei ceti popolari e persino di alcuni appartenenti al clero.
In Toscana, nello stesso periodo analogo il caso dei monaci vallombrosiani. Dalla parte avversa i seguaci sono definiti «patarini», un termine dispregiativo il cui significato potrebbe essere quello di «straccivendoli».
La riforma della Chiesa e la trasformazione del concetto di eresia
Riforma della Chiesa: avutasi nell’XI secolo; l’obiettivo principale dei riformatori era liberare la Chiesa da tutto ciò che si presentava come un’interferenza ai suoi interessi e al suo autonomo funzionamento.
La centralità assunta dal papa causò lo scisma d’Oriente nel 1054 che determinò la nascita della Chiesa greco-ortodossa. Papa Gregorio VII diede una svolta importante alla riforma disponendo che tutti i vescovi dipendessero direttamente da Roma e incardinò la vita religiosa dei fedeli entro una serie di sacramenti obbligatori e controllati.
Con il Dictatus papae si stabiliva l’assoluta superiorità del papa. Le prime eresie nacquero con la Riforma.
Tra i vari movimenti considerati eretici, possiamo ricordare anche il pauperismo, secondo cui i veri cristiani non dovevano possedere nulla. Questa dottrina ebbe un ruolo determinante nel definire alcuni movimenti religiosi tra il XII e il XIII secolo.
Le principali eresie precedenti al Medioevo
Docetismo
Si tratta di una dottrina il cui nome deriva dal termine greco dokéin (sembrare) che si è manifestata sotto varie forme dal I al IV secolo d. C. Il cuore di questa dottrina consisteva nel negare che nel Cristo uomo esistesse veramente la natura umana: da ciò anche la negazione della sofferenza (con la passione e la morte) nell’esperienza terrena di Gesù.
Cerintianesimo
Questo movimento prende il nome da Cerinto, uno gnostico del I secolo che insegnava: il mondo è stato creato da una potenza inferiore, molto lontana da Dio (che è al di sopra di tutto e non è conosciuto); Gesù è un grande profeta, nato da Giuseppe e Maria (della quale nega la verginità): Cristo sarebbe disceso su di lui sotto forma di colomba al momento del battesimo, facendogli conoscere Dio Padre e risalendo in cielo prima della Passione.
Inoltre Cerinto attendeva, per dopo la resurrezione, un regno terreno di Cristo, di carattere concretamente materiale, e la restaurazione del culto a Gerusalemme.
Modalismo
Dottrina del II-III secolo secondo la quale le tre persone divine sarebbero soltanto tre aspetti dell’unica divinità. È una forma del cosiddetto monarchismo, una corrente che mirava a conservare intatta e illimitata la “monarchia” di Dio (ovvero la sua assoluta unicità), interpretando perciò la persona di Gesù Cristo come un essere umano che ospitava in sé la forza divina.
Adozionismo e subordinazionismo
Questa dottrina cristologica accentua l’umanità di Cristo, vedendo in lui soltanto uno strumento storico contingente, subordinato alla potenza del Padre. Questa concezione è assai simile al Subordinazionismo, per la quale il Figlio è strettamente subordinato al Padre.
Marcionismo
Marcione (85-160 d.C.) fondò una vera e propria Chiesa scismatica molto bene organizzata. La sua dottrina si basava sull’esasperazione in senso anti-giudaico della contrapposizione, di cui parla l’apostolo Paolo nei suoi insegnamenti, fra Antico Testamento e Nuovo Testamento: al “dio giusto” della storia ebraica si contrappone il “dio sommo e buono” che ha inviato suo figlio Gesù per la salvezza di tutti.
Montanismo
Il Montanismo nasce in Frigia grazie a Montano, ex sacerdote della dea Cibele, nella seconda metà del II secolo d.C. Le caratteristiche principali del movimento eretico furono: grande importanza attribuita al profetismo; attesa imminente della parusia (ovvero il ritorno definitivo di Cristo sulla Terra); ascesi e rigorismo (soprattutto in materia sessuale).
A causa di queste diversità si accentuò il contrasto tra la Chiesa cristiana ufficiale e la Chiesa montanista carismatica, nella quale avevano un ruolo importante sia i profeti che le donne.
Manicheismo
Religione autonoma fondata in Persia dal predicatore Mani (216-276 d.C.) nel III secolo che ha influenzato in buona misura il Cristianesimo primitivo. Dal punto di vista dottrinale il manicheismo può essere considerato una forma di gnosticismo dualistico, che - fondendo sincreticamente elementi delle più svariate religioni (Buddhismo compreso) - contrappone su uno stesso piano il Male (le Tenebre, il Diavolo) e il Bene (la Luce, Dio).
In campo etico il manicheismo prevede un ascetismo molto rigoroso sia dal punto di vista sessuale che alimentare, arrivando a proibire il matrimonio e l’uso di determinate bevande. La chiesa manichea è composta dai “perfetti” (gli asceti, che costituiscono la vera e propria Chiesa) e dagli “imperfetti” (uditori o catecumeni).
Infine, nel Medioevo il manicheismo ha avuto un forte influsso nel movimento eretico dei Catari.
Novazianismo
Questo movimento, che determinò anche una scissione ecclesiastica, prende il nome dal presbitero romano Novaziano (-258) che, dopo un’iniziale posizione moderata sulla controversa questione dei “lapsi”, si fece sostenitore di una linea molto rigorosa e intransigente, mettendosi in netto contrasto con la posizione “ufficiale” della Chiesa: per questo fu scomunicato da un concilio romano nel 251.
Secondo Novaziano la Chiesa deve essere costituita da un piccolo gruppo di spirituali, inevitabilmente in conflitto con la città terrena (in sostanza una Chiesa di profeti e di martiri), mentre per i vescovi la Chiesa è un popolo che deve riunire tutti i fedeli, con i loro diversi livelli di spiritualità.
Donatismo
Il Donatismo prende il nome da Donato di Case Nere (nel 315 vescovo di Cartagine). Questo movimento nasce e si sviluppa in Africa nel IV secolo e prende le mosse dalla critica nei confronti di quei vescovi che non avevano resistito alle persecuzioni di Diocleziano e avevano consegnato ai magistrati romani i libri sacri.
Secondo i donatisti i sacramenti amministrati da questi sacerdoti non sarebbero validi. Ciò porterebbe a considerare i Sacramenti non efficaci di per sé, ma dipendenti dalla dignità di chi li amministra.
Dal punto di vista dottrinale, i donatisti, non senza varianti, professavano due princìpi ugualmente eretici: 1) i peccatori pubblici e manifesti, specialmente i vescovi e i preti prevaricatori, non appartengono più alla Chiesa: 2) fuori della vera Chiesa, tutti i sacramenti sono invalidi.
Il donatismo fu infatti condannato nel Concilio I Lateranense a Roma nel 313, e quindi, nel 314, in quello di Arles, presieduto dall’imperatore Costantino. Il grande avversario dottrinale del donatismo fu, nel V secolo, sant’Agostino, vescovo di Ippona.
Arianesimo
L’arianesimo è una dottrina cristiana del IV secolo che prende il nome da Ario, sacerdote alessandrino che negò la natura divina di Gesù Cristo entrando in conflitto con il suo vescovo nel 319 e subendo la condanna all’esilio nel 325.
Ario insegnava che, se Dio è ingenerato e senza principio, il Figlio, seconda persona della Trinità, in quanto generato non può essere considerato Dio come il Padre e non esiste dall’eternità, ma è stato creato, come tutti gli altri esseri, per volontà del Padre, cosicché fra Padre e Figlio non sussisterebbe un legame di natura ma di adozione.
Queste dottrine furono condannate nel 325 dal concilio ecumenico di Nicea: i 318 vescovi che vi parteciparono elaborarono un simbolo di fede, tuttora utilizzato dai cristiani, per proclamare il Cristo come Figlio di Dio “generato e non creato, della stessa sostanza del Padre”.
Nel primo concilio (Nicea 325) si ritrovò la stessa sostanza divina sia in Dio che in Cristo. La condanna solenne non riuscì a fermare la diffusione dell’arianesimo e la sua strumentalizzazione in chiave politica.
Con l’ascesa al trono di Valente, dopo la morte di Costanzo II nel 361, si ebbero i primi segnali di un ritorno all’ortodossia nicena, dichiarata fede unica e ufficiale dall’imperatore Teodosio nel 379 e ribadita come tale dal concilio di Costantinopoli del 381.
L’arianesimo sopravvisse comunque per altri due secoli fra i popoli germanici che erano stati convertiti al cristianesimo da missionari ariani.
Apollinarismo
Questa dottrina nacque per opera del vescovo Apollinare di Laodicea (310-390 d. C.), un teologo che si era distinto nella lotta contro l’Arianesimo. Per cercare di salvaguardare la divinità della persona di Cristo, negata dall’Arianesimo, Apollinare sosteneva la formula dell’unica natura (mìa phoesis) di Gesù.
Secondo questa concezione, il Verbo Divino si sarebbe unito in Gesù Cristo a un’umanità incompleta, cioè a un’umanità dotata dell’anima vegetativa e animale ma priva dell’anima razionale: il Verbo Divino avrebbe sostituito in Gesù Cristo quest’anima razionale assente.
Priscillianesimo
Questo movimento prende il nome dal vescovo spagnolo Priscilliano, nato ad Avila intorno al 345 e giustiziato con sei seguaci a Treviri nel 385 su ordine dell’imperatore Magno Massimo, dopo essere stato denunciato dai vescovi spagnoli.
Il Priscillianesimo, che si diffuse soltanto in Spagna e Aquitania, riuscì a sopravvivere fino al VI secolo, specialmente in Galizia. Le sue principali caratteristiche sono: l’ascetismo estremo; il dualismo manicheo; il modalismo in campo trinitario; il docetismo nella cristologia; il rivendicazionismo sociale; credenza nell’Astrologia.
Il concilio lusitano di Braga aveva condannato solennemente i priscillianisti nel 565.
Pelagianesimo
Pelagio, monaco asceta e teologo inglese, arrivò a Roma verso il 390 e godette di grande prestigio nei circoli dell’aristocrazia romana divenuta cristiana. Scrisse numerose opere tra le quali un Commento alle lettere di S. Paolo, facendosi promotore di un ideale di vita cristiana rigorosa e di forte impegno morale.
Secondo le teorie da lui sostenute, la natura umana, in quanto dotata di libero arbitrio, può adempiere ai comandamenti di Dio perché il peccato originale fu in realtà un peccato personale del solo Adamo, peccato che esercita la sua influenza sull’umanità solo come cattivo esempio.
L’uomo, se volesse, potrebbe evitare il peccato anche senza il sostegno della grazia. Ne consegue che il battesimo, che toglie solo le colpe personali, non è necessario per gli infanti inconsapevoli.
Il Pelagianesimo è un movimento cristiano diffuso dopo il 410 dal monaco bretone Pelagio (354 ca.- 427 ca.) in Africa e in Palestina: si tratta di una dottrina ascetica molto rigorosa, che ha come fondamento il “perfezionismo”, ovvero una sorta di concezione eroica dell’uomo, che considera l’uomo sostanzialmente libero dagli effetti del peccato originale e perciò capace di operare la salvezza con le sue sole forze.
Le tesi di Pelagio vennero duramente combattute da sant’Agostino, ma si diffusero in Italia, Africa e Oriente cristiano. Il pelagianesimo fu condannato dal concilio di Cartagine del 418.
Monofisismo
Secondo questa dottrina, sostenuta nel V secolo dal vescovo di Costantinopoli Eutiche, Gesù possedeva una sola natura (mónos + physis), “ibrida”, frutto dell’assorbimento in quella divina, di quella umana, che, quindi, era solo apparente.
Questa dottrina fu condannata dal IV Concilio ecumenico di Calcedonia (453) ma è tuttora seguita dalla Chiesa dei Copti d’Abissinia nonché dai Giacobiti di Siria.
Nestorianesimo
Il nestorianesimo è una dottrina cristologica attribuita al patriarca di Costantinopoli Nestorio, dal 428 al 431. Secondo questa dottrina, nella persona di Cristo la natura divina sarebbe distinta da quella umana e quindi la vergine Maria non corrisponde alla “Madre di Dio”, in quanto Cristo sarebbe stato generato da lei soltanto in quanto uomo, mentre la natura divina deriva direttamente dal Padre.
Il monaco Nestorio, patriarca di Costantinopoli tra il 428 e il 431 e ideatore di questa concezione, sosteneva le seguenti posizioni dottrinali: Cristo è formato da due nature perfettamente distinte, due persone congiunte l’una con l’altra tramite un’unione puramente morale; la Madonna può essere chiamata soltanto “madre di Cristo” e non “madre di Dio”; non è possibile che il Verbo divino possa essersi effettivamente incarnato e possa essere morto sulla Croce.
Oggetto di una serrata controversia, questa dottrina venne condannata nel 431 dal concilio di Efeso che esiliò Nestorio e dichiarò eretici i suoi seguaci. I nestoriani trovarono comunque rifugio in Persia, India, Cina e Mongolia, dando vita alla Chiesa nestoriana.
Monotelismo
Questa dottrina del VII secolo affermava l’esistenza in Gesù di una sola volontà (mónos + thélein): la volontà umana, fisica, di Gesù sarebbe stata determinata nel suo agire terreno dalla volontà divina.
Il III Concilio di Costantinopoli (680-681) risolse la questione, affermando l’esistenza in Cristo di due distinte volontà, ciascuna secondo la sua diversa natura, ma sempre concordi, perché trovano la loro unità nella persona di Gesù Cristo.
Il ruolo di Agostino nella definizione dell’ortodossia
Agostino di Ippona scrisse un’opera nella quale descriveva le eresie a lui contemporanee predisponendo un vocabolario che si diffuse nel corso dei secoli.
Agostino basò le sue dottrine sulle basi del manicheismo (contrapposizione tra male e bene che con lui diventano inferiorità del diavolo rispetto a Dio, ecc.) del donatismo (rifiuto della professione dei sacerdoti e simili che si tramuta nella necessaria mediazione della Chiesa) e del pelagianesimo (l’uomo indipendente da Dio e senza peccato originale che Agostino tramuta nell’enfatizzazione della grazia divina).
Nessuno meglio di lui seppe ricavare dalla Scrittura e dalla Tradizione la dottrina della Chiesa: 1) sul peccato originale; 2) sulla necessità del battesimo per la salvezza; 3) sull’azione preveniente e adiuvante della grazia nell’opera della nostra salvezza.
Le eresie popolari dall’XI al XIII secolo
Gli eretici medievali si presentarono come movimenti di opposizione alla corruzione della Chiesa, divenuta troppo ricca e potente, al fine di ripristinare un cristianesimo considerato più autentico e vicino allo spirito evangelico.
Di fatto, la mondanità del clero suscitava forte disapprovazione nelle masse dei fedeli che, dai ministri della fede, si aspettavano di ricevere esempi di virtù e di rigore morale. A partire dall’XI secolo, questa diffusa insofferenza popolare favorì la diffusione delle eresie.
Considerate dalla Chiesa come attacchi sacrileghi alla dottrina cristiana, da stroncare con ogni mezzo, le eresie medievali spesso nascondevano, sotto l’apparenza della lotta religiosa, la rivolta sociale contro le caste ricche e privilegiate.
I catari o albigesi
L’eresia più diffusa del Medioevo fu quella dei catari (dal greco katharòs, «puro») o albigesi (dalla città di Albi, nella Francia meridionale che, insieme a Tolosa, era il loro principale centro organizzativo).
I catari o albigesi rappresentavano per la Chiesa il pericolo maggiore. Si trattava di un movimento ben organizzato, che dall’Europa orientale si era diffuso in Italia, in Francia e in Catalogna.
Aveva dato vita a una vera e propria «Chiesa alternativa», dotata di una propria organizzazione (vescovi, sacerdoti, sacramenti) e di una propria dottrina. Si trattava di un movimento che aveva dato vita a una vera e propria «Chiesa alternativa», dotata di una propria organizzazione e di una propria dottrina che si risolveva in un rigido ASCETISMO e DUALISMO.
I catari, come in passato i manichei, credevano nel conflitto fra il mondo spirituale, creato da Dio, e quello materiale, opera di Satana. L’unica via per la salvezza, di conseguenza, era liberarsi dalla materia attraverso un’opera di catarsi.
I catari cercavano di realizzare, nel concreto della loro esistenza, il modello di vita indicato dal Nuovo Testamento (il Vecchio Testamento era invece rifiutato). Essi lottavano contro tutto ciò che era materiale e carnale: il matrimonio, l’amore fisico, la procreazione, il consumo di alimenti quali la carne, il latte, le uova.
Oltre a tale rigido ascetismo, i catari miravano alla realizzazione del modello di vita indicato nei Vangeli, basato sui principi di povertà e uguaglianza e criticando, conseguentemente, le gerarchie e il lusso che caratterizzavano la Chiesa del tempo.
Esempio supremo di ascesi e di perfezione era il suicidio, raggiunto tramite il digiuno. L’uomo puro mira al proprio annichilimento, alla vittoria dello spirito sul corpo che può realizzarsi, nella sua forma estrema, tramite il suicidio raggiunto digiunando.
I valdesi
Un altro movimento di eresia medievale molto forte era rappresentato dai valdesi (detti anche «poveri di Lione»). Il movimento ereticale dei valdesi (definiti anche «poveri di Lione») traeva il proprio nome dal suo fondatore Pietro Valdo da Lione (1130- 1206), un ricco mercante che decise di lasciare tutte le proprie ricchezze e la stessa famiglia per predicare il Vangelo.
Pietro Valdo (1130 ca.-1206 ca.) da Lione era un ricco mercante che, nel 1176, decise di lasciare tutte le proprie ricchezze e la stessa famiglia per predicare il Vangelo. Ben presto intorno a lui si radunò un gruppo di discepoli.
I valdesi si opponevano alla Chiesa e al Papa, denunciando l’immoralità del clero, e invocando il ritorno alla povertà della Chiesa primitiva e all’insegnamento del Vangelo che, spesso, traducevano in volgare per farlo conoscere al popolo.
Il tentativo di vivere un cristianesimo radicale, realizzando una Chiesa povera, determinò in loro il rifiuto della sovranità temporale del papa. Questi reagì proibendo questa forma di predicazione laica; scomunicò i seguaci di Valdo e li espulse da Lione.
Di fronte alla loro predicazione ed al successo incontrato nella Francia meridionale, i valdesi furono espulsi da Lione e condannati come eretici dal sinodo di Verona del 1184; fu allora che decisero di rifugiarsi nelle valli del Piemonte e di organizzarsi in una Chiesa separata, regolamentata sui tre voti monastici di povertà, castità e obbedienza.
I predicatori erano istruiti in apposite scuole, in cui studiavano a memoria i Vangeli e altre parti della Bibbia, che Valdo aveva fatto tradurre nella lingua del popolo. I valdesi si discostavano dalla Chiesa cattolica per il ruolo assegnato alle donne (che potevano predicare e presiedere alle funzioni religiose); per la negazione dell’esistenza del Purgatorio; il rifiuto della venerazione delle reliquie.
La Chiesa valdese si discostava da quella cattolica in diversi altri punti:
- Assegnazione di un ruolo importante alle donne della loro comunità, alle quali era permesso predicare e presiedere alle funzioni religiose.
- Negazione dell’esistenza del Purgatorio.
- Rifiuto della venerazione delle reliquie.
- Sacerdozio fondato sul merito e non su una consacrazione esteriore.
- Diritto dei laici alla predicazione.
Ricorrente nella loro predicazione era il tema della fine del mondo per i peccati dell’uomo o quello della messa al bando della proprietà privata. Quello valdese è l’unico movimento di origini medievali che esiste ancora oggi come Chiesa organizzata.
Il pauperismo
Tra i vari movimenti considerati eretici, possiamo ricordare anche il pauperismo, secondo cui i veri cristiani non dovevano possedere nulla. Questa dottrina ebbe un ruolo determinante nel definire alcuni movimenti religiosi tra il XII e il XIII secolo.
Il pauperismo di correnti eretiche o sul labile confine dell’ortodossia, come gli Umiliati lombardi o i Valdesi, si scontra caparbiamente con la necessità evidente di possesso materiale da parte di chiunque debba amministrare una forma di controllo e di potere, quand’anche si tratti di un qualcosa di prettamente spirituale.
Arnaldo da Brescia e gli Arnaldisti
Già nella prima metà del XII secolo, è necessario notare, i germi della critica all’incoerenza materialistica del clero avevano dato notevoli risultati: il caso degli Arnaldisti, seguaci del canonico agostiniano Arnaldo da Brescia, è emblematico.
Punito per le sue posizioni, recatosi in pellegrinaggio di penitenza a Roma su consiglio del papa Eugenio III, il predicatore si rende pericoloso nella città eterna stessa, sostenendo l’austerità dei costumi e criticando l’attaccamento ai beni materiali delle alte sfere ecclesiastiche.
I suoi sermoni riscuotono un tale successo, da richiamare attorno a sé l’entusiasmo popolare e dello stesso comune di Roma, recentemente indirizzato, con la renovatio senatus, a intraprendere la strada dell’autonomia rispetto al papato.
Fuggitivo, Arnaldo viene catturato a san Quirino d’Orcia dopo la condanna papale e termina la propria esistenza sul rogo.
Gioacchino da Fiore e il gioachimismo
Sfiorava l’eresia anche il gioachimismo, un movimento fondato dal monaco calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202). Il suo pensiero era ispirato a una visione escatologica e millenaristica allora assai diffusa.
Il millenarismo (detto anche, dal corrispondente termine greco, chiliasmo) era una credenza apocalittico-messianica, secondo la quale Cristo sarebbe tornato sulla Terra prima del Giudizio Universale, per istaurarvi un regno della durata di mille anni. L’inizio era profetizzato per l’anno 1260.
Gli oggetti principali delle sue prediche sono l’amore di Cristo e la critica al decadimento morale della Chiesa contemporanea. Tra le sue opere, il Tractatus super quattuor Evangelia appoggia il metodo esegetico allegorico della storia di Sant’Agostino, applicandolo ad una propria teologia, che si può definire storicista, che propone l’individuazione di tre Età corrispondenti alle tre persone della Trinità.
Il Vecchio Testamento è il periodo dell’Età del Padre, in cui l’umanità viveva sotto il dominio della legge, con l’avvento di Cristo si ha la seconda Età, quella del Figlio, in cui l’uomo è sottoposto al dominio della Grazia; la terza Età, quello dello Spirito, secondo il frate calabrese in procinto di manifestarsi ai suoi giorni, è sottoposta ad un’«ampia e generosa grazia: il primo stato visse di conoscenza; il secondo si svolse nel potere della sapienza; il terzo si effonderà nella pienezza dell’intelligenza».
Se nella prima Età l’uomo si trova in situazione di servitù, nella seconda essa diventa di tipo filiale, ma nella terza finalmente trionferà la libertà. L’Età dello Spirito, in ottica gioachimita, rivela, infatti, un’idea di completa libertà spirituale nel mondo terreno, a differenza della proposta agostiniana secondo cui essa avverrebbe solo in un mondo ultraterreno.
Gli amalriciani
Nel 1210 a Parigi è individuato un movimento ereticale facente capo alle dottrine del filosofo e teologo Amalrico di Bena, già criticate dalla facoltà di teologia di Parigi.
Per quanto sia complicato ricostruire esattamente l’oggetto della questione teologica, infatti gli elementi documentali giunti fino a noi sono incompleti, si può affermare che una parte, almeno, della disputa dottrinaria si rifacesse all’idea secondo cui ogni cristiano apparterrebbe al corpo di Cristo.
Un importante punto della proposta amalriciana verte sulle corrispondenze con le dottrine filosofiche del neoplatonico Giovanni Scoto Eriugena. L’influenza delle idee di Gioacchino da Fiore paiono evidenti sul gruppo di eretici amalriciani, anche se non sussistono prove dirette che ne certifichino l’impronta.
Gli appartenenti all’ideologia amalriciana furono dapprima quattordici chierici, poi essa si diffuse anche tra altri strati della popolazione, come ci riporta il cronista Cesario di Heisterbach.
Anch’essi, infatti, sono convinti di vivere i primi stadi della Terza Età, quell’Era dello Spirito Santo in cui avverrebbe uno sconvolgimento tale da privare di valore qualsiasi azione, pensiero o gesto, che lascerebbero il posto alla vera conoscenza, rivelata dallo Spirito Santo.
La fede e la speranza devono lasciare il passo al sapere e alla conoscenza, una conoscenza interiore e individuale rivelata dallo Spirito Santo stesso, che si incarnerebbe in ogni devoto. Non esiste il paradiso come regno ultraterreno, premio per i giusti, ma sapere è il paradiso stesso, è una risurrezione a tutti gli effetti, e il non-sapere è l’inferno.
Gruppi minori
Nello stesso periodo si formarono in Italia altri gruppi minori in posizione di disaccordo con la Chiesa, come i fraticelli, gli umiliati, i poveri evangelici, le beghine, i patari (o straccioni).
Sicuramente tali idee furono propagate all’interno del movimento religioso femminile, riscuotendo un certo successo, soprattutto tra le Beghine tedesche. Sarà declinato al femminile per designare in Francia quelle donne che altrove sono chiamate Beghine (Belgio e Fiandre), Umiliate (Lombardia) e Pinzochere (Italia).
La repressione delle eresie tra XII e XIII secolo
La Chiesa cattolica mise in atto azioni fortemente ostili nei confronti di tutti coloro che riteneva essere eretici. Molti di questi movimenti, furono perseguitati per eresia.
La crociata contro gli albigesi
Il primo assalto fu rivolto contro gli albigesi. Papa Innocenzo III li dichiarò “più pericolosi dei Saraceni” e bandì contro di loro una crociata.
La crociata contro gli albigesi ebbe luogo tra il 1208 e il 1229. A mettere in atto le prime repressioni contro i catari furono i re e i feudatari europei, i quali temevano che il catarismo, con i suoi contenuti eversivi, potesse scardinare l’ordine sociale.
Quando però, nel 1208 un legato pontificio, inviato in Linguadoca per riportare all’ortodossia i catari, venne ucciso da un ufficiale del conte Raimondo V di Tolosa, papa Innocenzo III colse il pretesto per bandire una vera e propria CROCIATA CONTRO GLI ALBIGESI definiti, dal pontefice, “più pericolosi dei Saraceni”.
Contro di loro fu inviato un “esercito cristiano”, composto da piccoli feudatari della Francia del nord, appoggiati dal re di Francia Filippo II Augusto, desiderosi di estendere i propri domini verso sud.
Intanto, nel 1215, il Concilio lateranense condannò ufficialmente l’eresia dei catari e sottrasse a Raimondo VI la contea di Tolosa e i territori circostanti.
Tra il 1223 e il 1226 i nuovi sovrani francesi, Luigi VIII, prima, e Luigi IX il Santo, poi, decisero di appoggiare ufficialmente la crociata, spinti dall’intenzione di annettere alla Corona anche i territori del Sud.
Fu così che la guerra si concluse nel 1229, quando il movimento cataro fu definitivamente debellato dalle truppe del nuovo sovrano francese Filippo IX e tutta la Provenza venne posta sotto il controllo della Corona francese.
La crociata ebbe strascichi che si protrassero fino al 1244 con la caduta della roccaforte albese di Montségur. Il catarismo fu estirpato e già alla fine del XIII secolo sopravviveva solo in alcune piccole e sperdute località alpine.
Da questo momento, privi di protezione politica, i catari sopravvissuti furono oggetto di sanguinosi massacri e vennero perseguitati dall’Inquisizione. La fine degli albigesi segnò anche la scomparsa della lingua e della cultura occitanica (relativa ai Paesi in cui si parlava la lingua d’oc).
L’Inquisizione medievale
L’Inquisizione nacque tra il XII e il XIII secolo per combattere la diffusione delle eresie catara e valdese. La sua nascita risale al 1179, quando il Concilio lateranense III legittimò la scomunica e l’organizzazione di crociate contro gli eretici.
Pochi anni dopo, nel 1184, papa Lucio III stabilì il principio, sconosciuto al diritto romano, che si potesse accusare qualcuno di eresia e sottoporlo a processo, anche sulla base di semplici sospetti o denunce anonime (delazione).
Nel 1215, con il Concilio lateranense IV, papa Innocenzo III mise a punto le cosiddette “procedure d’ufficio” per l’individuazione e la condanna degli eretici, dando origine al TRIBUNALE DELL’INQUISIZIONE.
Esso aveva il compito di ricercare i miscredenti, interrogarli, emettere il verdetto e consegnarli, in caso di colpevolezza, ai rappresentanti del potere politico, cioè sovrani, principi e feudatari locali, per l’esecuzione della sentenza.
Le mancanze più lievi erano punite con multe, atti di penitenza o pellegrinaggi in luoghi lontani; quelle più gravi con mutilazioni corporali o, più spesso, con la morte sul rogo, introdotta dall’imperatore Federico II di Svevia.
Il termine INQUISIZIONE, tuttavia, comparve ufficialmente solo col Concilio di Tolosa del 1229. Nel 1231 il Tribunale fu affidato, da papa Gregorio IX, a degli inquisitori permanenti che furono, in un primo momento, i monaci cistercensi e, successivamente, i FRATI DOMENICANI.
La scelta definitiva cadde su di loro per la loro approfondita preparazione teologica e per la dimestichezza con l’ambiente cittadino dove, in prevalenza, agivano i predicatori eretici.
La periodizzazione delle eresie
| Periodo | Caratteristiche principali |
|---|---|
| I-IV secolo | Prime controversie cristologiche e trinitarie: docetismo, marcionismo, montanismo, manicheismo, donatismo, arianesimo e pelagianesimo. |
| V-XI secolo | In Occidente prevalgono confronti ristretti tra scuole teologiche; non compaiono eresie capaci di diventare un pericolo pubblico. |
| XI secolo | Nascono movimenti popolari critici verso la ricchezza del clero, la simonia, il nicolaismo e la mediazione ecclesiastica. |
| XII-XIII secolo | Si diffondono pauperismo, catarismo, valdismo, gioachimismo e altri movimenti; aumentano repressioni, crociate e procedimenti inquisitoriali. |
| Dal 1179 al 1233 | Si consolidano gli strumenti ecclesiastici contro l’eresia: crociate, procedure giudiziarie e Tribunale dell’Inquisizione. |
La risposta più precisa alla domanda è quindi duplice: le prime eresie cristiane comparvero già tra il I e il IV secolo, ma le eresie medievali legate alla contestazione dei sacramenti, della mediazione sacerdotale e dell’autorità ecclesiastica si diffusero soprattutto dall’XI secolo, raggiungendo il loro apice tra il XII e il XIII secolo.
