L’Index librorum prohibitorum fu l’elenco dei libri vietati dalla Chiesa cattolica perché giudicati contrari alla fede o alla morale, e rimase aggiornato dal 1559 fino alla soppressione del potere sanzionatorio nel 1966. La censura ecclesiastica non colpì soltanto filosofi, scienziati e letterati, ma anche sacerdoti le cui opere mettevano in discussione l’autorità, le scelte politiche o l’atteggiamento della Chiesa verso la società.
Nel caso dei sacerdoti, il controllo poteva assumere forme diverse: revisione obbligatoria degli scritti, ritiro dei libri dal commercio, censura di riviste, imposizione del silenzio, trasferimento in luoghi periferici e condanna di opere ritenute pericolose. La vicenda di don Primo Mazzolari e quella di don Lorenzo Milani mostrano come, ancora nel Novecento, le autorità ecclesiastiche potessero intervenire contro sacerdoti considerati dissidenti.
Che cos’era l’Indice dei libri proibiti
L’Indice dei libri proibiti (Index librorum prohibitorum) può essere considerato tra le fonti più rappresentative per studiare la storia della censura nel contesto italiano della prima età moderna. Pubblicato dalla Chiesa cattolica per la prima volta nel 1559, aggiornato periodicamente sino al 1966, quando infine fu abrogato, l’Indice conteneva l’elenco dei libri vietati da leggere, possedere o distribuire, perché giudicati contrari alla fede o alla morale.
Era uno strumento di controllo della conoscenza (e della coscienza), che si presentava come strumento di «protezione» dei fedeli da dottrine considerate eretiche o pericolose o immorali. L’Indice dei libri proibiti era un elenco di testi proibiti redatto nel 1559 da Papa Paolo IV, aggiornato nei secoli e poi soppresso il 4 febbraio del 1966 dalla Congregazione per la dottrina della fede.
Dal 1571 al 1917 il compito di tenere aggiornato l’indice dei libri proibiti è stato ad appannaggio della Congregazione dell’Indice. Nei suoi quattro secoli di vita, l’index fu aggiornato almeno venti volte. L’ultimo aggiornamento fu registrato nel 1948.

Le origini della censura ecclesiastica
L’Indice dei libri proibiti non è stata la prima manifestazione di censura nella storia. Fin dalle sue origini la Chiesa esercitò forme di controllo sull’ortodossia dottrinale attraverso le deliberazioni dei concili.
Nel 325 (concilio di Nicea) furono bandite le opere di Ario (teologo berbero). Successivamente, Papa Anastasio I bandì le opere di Origene (teologo greco) e nel 405 Papa Innocenzo I scrisse una lista di libri apocrifi. Prima del secondo concilio fu la volta dei testi manichei, proibiti da Papa Leone I.
Nel 787 (secondo concilio di Nicea) fu stabilito che tutti i libri eretici dovessero essere consegnati al vescovo in persona. Dall’868, data del terzo concilio, furono date ai roghi di opere di personaggi illustri come Pietro Abelardo, Arnaldo da Brescia e Francesco Stabili.
Si arrivò anche a bruciare, nel 1234, opere della Bibbia tradotte in lingue volgari. Addirittura, nel 1234, si arrivò anche a bruciare le traduzioni in lingua volgare della Bibbia, il che manifestava il timore della Chiesa che il popolo potesse consultare da sé il testo sacro, senza alcun tipo di filtro, con la possibilità che si andassero a creare interpretazione discordanti da quella originale, dalla versione ufficiale.
La stampa e l’introduzione della censura preventiva
Ma tra Due e Trecento la vigilanza sulla produzione libraria divenne più rigorosa per il moltiplicarsi di botteghe di copiatura e l’ampliarsi del pubblico dei lettori ai docenti, studenti, chierici e regolari in seguito alla nascita delle università e degli ordini mendicanti insediatisi entrambi nei centri urbani.
Sorse allora un problema che avrebbe attraversato gran parte dell’età moderna: a quale autorità spettava definire l’ortodossia? Ai concili, ai vescovi o alle università, come ad esempio pretendeva la facoltà di teologia di Parigi?
Problema non irrilevante destinato ad assumere nuove dimensioni sia con l’invenzione a metà ’400 della stampa e il suo straordinario sviluppo, sia con la diffusione nei primi decenni del ’500 della Riforma protestante. La diffusione della cultura diventò per la Chiesa difficile da controllare con l’avvento in Europa della stampa a caratteri mobili, a opera del tedesco Gutenberg, che dal 1453 portò a una rapida diffusione il sapere attraverso il moltiplicarsi delle tipografie e dunque dei testi, anche grazie alla geniale trasformazione che apportò al formato dei libri l’editore Aldo Manuzio, che sostituì i libroni in-folio con volumi dal formato “tascabile”, facili da potere trasportare.
La necessità di verificare l’ortodossia dei testi prima della stampa fu all’origine di due bolle papali: la Inter multiplices di Innocenzo VIII (1487) che introduceva la censura preventiva affidandola ai vescovi e, a Roma e nel suo distretto, al Maestro del S. Palazzo, e la Inter sollicitudines di Leone X (1515) che riservava a vescovi e inquisitori la concessione dell’imprimatur.
Così, per far fronte al problema, la Chiesa rispose con la bolla papale, emanata nel 1487 da Innocenzo VIII, dove venne introdotta la censura preventiva. A seguire, nel 1515, un’altra bolla papale da parte di Leone X introdusse l’autorizzazione precauzionale alla stampa, l’imprimatur.
Era questa la normativa in vigore, anche se largamente disattesa, quando penetrarono in Italia le dottrine luterane. Impreparata a contrastare la diffusione di opere eterodosse e turbata da profondi dissidi, Roma tardò a dotarsi di istituzioni e strumenti nuovi: non a caso prime a pubblicare in Europa e in alcuni Stati italiani elenchi di opere vietate furono le autorità civili, le università e le inquisizioni nazionali.
Il Sant’Uffizio e il controllo della stampa
Fu Papa Paolo III a istituire poi, il 21 luglio 1542 tramite la costituzione apostolica Licet ab initio, la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione, organismo più noto come il Sant’Uffizio, il cui compito era di difendere l’integrità della fede ed esaminare le false dottrine anche avvalendosi di un indice di libri proibiti.
Nel 1542 Papa Paolo III creò la Sacra Congregazione della romana e universale inquisizione, con l’esclusivo compito di “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori delle false dottrine”. Siamo ormai all’alba di quella che sarebbe stata la più grande operazione di censura nella storia dell’umanità.
Solo dopo la creazione della Congregazione romana dell’Inquisizione (1542) alla persecuzione di chi professava dottrine eterodosse si associò la caccia agli scritti che le divulgavano. Sebbene la bolla Licet ab initio non conferisse alla Congregazione competenze in materia di censura, fin dal 1543 questa si arrogò il controllo sulla stampa, emanando un editto che, estromettendo i vescovi, incaricava propri delegati di ispezionare biblioteche, botteghe di tipografi e librai, case private, conventi e monasteri e di sequestrare e bruciare i libri proibiti rinvenuti.
L’esecuzione di tali direttive trovava, però, un limite invalicabile nella mancanza di liste ufficiali di interdizioni, la cui predisposizione venne avviata alla fine degli anni ’40. Affidata dapprima al Maestro del S. Palazzo, poi ai generali di alcuni Ordini, venne trasferita da Paolo IV all’Inquisizione che promulgò il primo indice romano il 30 dicembre 1558.
Il primo Indice: l’Indice Paolino
L’Indice dei libri proibiti - l’Index librorum prohibitorum - era un elenco di libri profani, redatto nel 1558 (e diffuso poi nel 1559) da papa Paolo IV. Conosciuto per questa ragione anche come Indice Paolino, l’Index disponeva un’aperta condanna per i volumi considerati immorali, offensivi e non corretti sul piano teologico.
Il primo Indice del 1559, emanato sotto il pontificato di Paolo IV e perciò detto “paolino”, segnò un considerevole inasprimento dell’azione censoria, rispetto ai precedenti repertori di libri proibiti che pure già esistevano. Conteneva circa mille divieti, suddivisi in tre gruppi secondo una struttura che rimase in sostanza immutata sino al Settecento.
Nel primo gruppo erano inseriti gli autori non cattolici, le cui opere, di qualsiasi argomento anche non religioso, erano proibite per intero; il secondo conteneva una lista di autori cattolici e di titoli che non riportavano il nome dell’autore, seguiti dalle Bibbie e dai Nuovi Testamenti tradotti in volgare, ugualmente vietati perché l’accesso alle Scritture doveva essere mediato dalla Chiesa.
Il terzo, infine, conteneva delle proibizioni cumulative riferite a intere categorie di libri. Vi rientravano, per esempio, quei libri che non indicavano correttamente il nome dell’autore o il luogo di stampa; oppure che non presentavano o falsificavano il necessario imprimatur, il necessario permesso concesso dall’autorità religiosa.
In ciascuna sezione, l’elenco procedeva secondo l’ordine alfabetico del nome dell’autore. Il primo indice era diviso in tre parti: Autori: di questi autori erano proibite tutte le opere. Libri: 126 libri di 117 autori. Opere anonime: 332 opere.
La lista si impose nel mondo con queste parole: “Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”.
Si pensi che nel 1559 il capo di imputazione più ricorrente nei processi per eresie, era la “detenzione” di libri. Nel primo elenco erano vietate, tra le tante, il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decameron di Giovanni Boccaccio, il Talmud e tutte le opere di Guglielmo di Ockham, Machiavelli ed Erasmo da Rotterdam.
Il caso di Giovanni Boccaccio e il Decameron
L’elenco del 1787 includeva opere di filosofi e teologi non allineati al pensiero cattolico, come quelle recenti degli illuministi Voltaire o Rousseau, ma anche di scienziati e letterati, già presenti dalle precedenti edizioni, come Boccaccio.
È il caso di quanto leggiamo accanto al nome di Giovanni Boccaccio per la sua opera Decamerone (come si legge nella pagina, era sotto esame a partire dall’Indice tridentino). In alcuni casi, qualora l’opera non fosse stata proibita integralmente, al titolo seguiva l’indicazione delle clausole «donec corrigatur» o « donec expurgetur», ossia «a meno non sia corretto».
Ciò significava che questi testi potevano essere permessi ma in un’edizione appositamente corretta, spesso stravolta nel suo senso originario sulla base di criteri decisi di volta in volta. Nel primo elenco erano vietate, tra le tante, il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decameron di Giovanni Boccaccio, il Talmud e tutte le opere di Guglielmo di Ockham, Machiavelli ed Erasmo da Rotterdam.
L’Indice Tridentino e la Congregazione dell’Indice
All’Indice paolino seguì quello “tridentino”, promulgato nel 1564 a conclusione del Concilio di Trento. Tale indice rivedeva le modalità di divieto, introducendo qualche variazione nella collocazione degli autori all’interno dei tre gruppi.
Alla morte di Paolo IV (agosto 1559) Pio IV affidò al concilio, allora riunito a Trento, la redazione di un nuovo indice. Stilato da una commissione di vescovi e promulgato con la bolla Dominici gregis (24 marzo 1564), rispetto al primo - non incorporato nel nuovo - l’indice tridentino manteneva la divisione in tre classi (autori di cui veniva condannata l’opera omnia, autori di cui solo alcuni scritti erano vietati, e scritti anonimi) e introduceva 10 regole relative ad alcune categorie di opere, ma presentava molti elementi di moderazione.
Cassava o attenuava molte condanne; consentiva l’espurgazione dei testi sospesi; restituiva ampie competenze ai vescovi e distingueva tra lettori e detentori di opere eretiche, sottoposti alle sanzioni della In coena Domini, e lettori e detentori di opere proibite non eretiche, la cui assoluzione spettava al vescovo, sottoponendo alla sua giurisdizione la maggior parte dei colpevoli.
Qualche anno più tardi - era il 1571 - fu istituita la Congregazione dell’Indice, col potere di aggiornare la lista dei libri proibiti, quelli diversi, causa di un pensiero originale, e quindi pericolosi. I testi contenuti nell’Indice - diffuso a tutti i librai -, aumentarono notevolmente nel Seicento a seguito delle prime, rivoluzionarie scoperte effettuate nel campo scientifico.
Il conflitto tra gli organi della censura
Con l’elezione di Pio V (1566), la questione della censura ecclesiastica si intrecciò con quella cruciale dei poteri ai vertici della Chiesa. Il progetto di revisione dell’indice tridentino, infatti, non mirava solo al ripristino dei divieti del 1558, ma anche e soprattutto alla riaffermazione della preminenza dell’Inquisizione sul Concilio in materia di definizione dell’ortodossia.
Dopo alcuni interventi che svuotavano la legislazione conciliare, Pio V nominò una commissione cardinalizia per la revisione dell’indice tridentino, eretta da Gregorio XIII con la bolla Ut pestiferarum opinionum in Congregazione dell’Indice (13 settembre 1572). Destinata a rimanere in vita fino al 1917, essa si affiancava, senza una ridefinizione delle rispettive competenze, all’Inquisizione e al Maestro del S. Palazzo.
La Congregazione doveva preparare un nuovo indice e emendare le molte opere sospese donec corrigantur in vista della pubblicazione di un index expurgatorius. Non aveva però poteri di intervento sul territorio, né era legittimata a emanare divieti.
Ciò consentì al Sant’Ufficio di mantenere un monopolio pressoché incontrastato sulla circolazione libraria e al Maestro del S. Palazzo di estendere la propria giurisdizione oltre i propri confini: dai loro uffici vennero inoltrate agli inquisitori locali e ai vescovi liste sempre più consistenti e confuse di proibizioni, spesso contrastanti con l’indice tridentino ancora formalmente in vigore, ma avallate, quantomeno nei primi anni di esistenza, dalla Congregazione dell’Indice.
Questa pluralità di organi deputati alla censura era però destinata ad alimentare un alto tasso di conflittualità che ebbe riflessi sul terzo indice: dopo varie stesure solo il 27 marzo 1596 Clemente VIII poté promulgarlo e inviarlo a tutta l’Europa cattolica, ma poco dopo l’Inquisizione ne impose la sospensione.
L’Indice Clementino
Erano venuti al pettine tutti i nodi che si erano aggrovigliati nei 25 anni di lavori preparatori. Orientamenti divergenti in seno alla Congregazione stessa, pressioni esterne dei papi dettate dalla loro provenienza o meno dalle file dell’Inquisizione, interferenze di questa sulle scelte dell’Indice avevano rallentato i lavori.
I contrasti riguardavano non soltanto cosa si dovesse condannare, ma anche chi dovesse condannare e chi dovesse applicare la normativa, se i vescovi o gli inquisitori. La sospensione dell’indice, con la pretesa dell’Inquisizione di inserirvi i divieti del 1558 e di imporre la clausola secondo cui i propri divieti passati e futuri non potevano essere abrogati dai pontefici, evidenziava la durezza dello scontro.
La clausola, che avrebbe inferto un grave colpo alla plenitudo potestatis sancendo la totale autonomia del tribunale in materia di tutela e definizione dell’ortodossia, non passò, ma il papa dovette cedere sulla proibizione di alcuni scritti, tra cui le traduzioni della bibbia nelle lingue materne.
L’indice clementino riproduceva quello tridentino, aggiungendo in coda a ogni lettera dell’alfabeto le successive proibizioni e mantenendo la suddivisione per classi, e introduceva nuove regole. Rivalutava i poteri dei vescovi restituendo loro un ruolo primario nell’esecuzione dell’indice, nella censura preventiva e in quella espurgatoria, affidate a congregazioni “locali” dell’Indice da loro presiedute.
Dalla censura degli autori alla censura delle opere
La struttura degli indici cambiò nel tempo. Promulgato solo il 5 marzo 1664 con la bolla Speculatores di Alessandro VII e rivelatosi strumento concepito più per gli addetti ai lavori che per il comune lettore, ne venne pubblicata nel 1665 una nuova versione più sintetica e funzionale.
La nuova versione eliminava le classi sostituendole con l’elenco alfabetico per nome e cognome dell’autore e per prima parola del titolo dell’opera o con l’indicazione opera omnia, un impianto che verrà mantenuto negli aggiornamenti e negli indici successivi.
La sostanziale inefficacia della censura, la confusione nata da proibizioni della stessa opera rese note in tempi diversi dalle due Congregazioni, ma anche la volontà di rafforzare «la riputatione di quella poco accreditata Congregatione dell’Indice» indussero Benedetto XIV a emanare la costituzione Sollicita ac provida (9 luglio 1753), che segnò una svolta nella storia della censura.
Stampata in apertura dell’indice del 1758, essa ridefinì le procedure sostituendo alla dura repressione di autori cattolici la pratica dell’autocensura; rese più ponderato l’esame di un’opera prima della condanna e più accorta la scelta degli esaminatori, e limitò l’intervento del Sant’Ufficio alle materie «gravioris momenti».
Scienza, filosofia e letteratura nell’Indice
Non solo il pensiero scientifico faceva paura alla Chiesa Cattolica, ma anche saggi di letteratura, filosofia e storia furono messi al bando. Nei secoli finirono sulle pagine dell’Indice lavori di Baruch Spinoza, Alexandre Dumas padre e figlio, Denis Diderot, Francesco Bacone, Immanuel Kant e Victor Hugo.
Specialmente nel 1600, a seguito delle prime incredibili rivelazioni e scoperte scientifiche, l’indice fu aggiornato con alcuni tra i saggi più importanti della storia. Non solo testi scientifici, ma anche saggi di letteratura, storia e filosofia.
Si pensi alle opere di astronomia di Niccolò Copernico, inserite negli indici fino alla metà del 1800. Le conseguenze culturali di tale censura hanno, probabilmente, rallentato il progresso scientifico e culturale di molti anni.
Tra gli autori messi al bando figuravano: Francesco Bacone, Honoré de Balzac, Denis Diderot, Alexandre Dumas (padre e figlio), Victor Hugo, Immanuel Kant, Montesquieu, Voltaire, Spinoza e tanti altri.
Alcuni autori, come ad esempio Torquato Tasso, si autocensurarono; altri, invece, se ne infischiarono delle sanzioni e continuarono il loro lavoro di divulgazione del sapere: i già citati Bruno e Galilei, Giacomo Leopardi, Benedetto Croce, Ugo Foscolo, Cesare Beccaria, Thomas Hobbes, Voltaire.
Galileo Galilei e la censura delle teorie copernicane
Accanto a questi nuovi inserimenti, ritroviamo la celebre condanna delle opere di Galileo Galilei, fra le quali il Dialogo sopra i due massimi sistemi (per decreto del 1634, come si legge nella pagina), dove lo scienziato sosteneva apertamente le teorie copernicane, contraddittorie rispetto alla visione geocentrica sostenuta dalla Chiesa.
Proprio perciò, paradossalmente, nella lista nera finirono opere come quelle di Niccolò Copernico, Galileo Galilei e Giordano Bruno, opere e pensieri che per fortuna neanche il fuoco dell’ignoranza riuscì a fermare.

L’Indice del 1787 nell’età dell’Illuminismo
Le pagine che analizziamo qui sono tratte dall’Indice pubblicato nel 1787 sotto il pontificato di Pio VI (come si legge nel frontespizio, riportato qui sopra, da cui si ricava anche il richiamo all’aggiornamento sui libri «novissime prohibiti» fino appunto al 1787).
Questa edizione si colloca alle soglie delle epocali trasformazioni che, dopo due anni, si sarebbero registrate nello spazio europeo a seguito degli eventi rivoluzionari. Nel 1789, la Rivoluzione francese avrebbe portato alla proclamazione a Parigi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, la quale per la prima volta sanciva la libertà di parola.
La censura nel frattempo si era sempre più statalizzata, facendo diminuire lo spazio di azione degli ecclesiastici sul controllo della stampa. Tuttavia, questo indice mostra la continuità dei principi censori attuati dalla Chiesa di Roma, la quale continuerà a mantenere e aggiornare l’elenco dei libri proibiti per quasi due secoli ancora.
L’elenco del 1787 includeva opere di filosofi e teologi non allineati al pensiero cattolico, come quelle recenti degli illuministi Voltaire o Rousseau, ma anche di scienziati e letterati, già presenti dalle precedenti edizioni, come Boccaccio.
In questa prima immagine vediamo riportata l’opera di Rousseau, l’Emilio o dell’educazione, inserita nel 1762 (terza riga dall’alto). Il nome dell’autore è seguito dal titolo dell’opera e dai riferimenti del relativo decreto di condanna, una modalità che era andata stabilendosi nel corso del tempo.
Il primo indice elencava solo i nomi degli autori proibiti, in ordine alfabetico. In alcuni casi, qualora l’opera non fosse stata proibita integralmente, al titolo seguiva l’indicazione delle clausole «donec corrigatur» o « donec expurgetur», ossia «a meno non sia corretto».
La censura nel XIX secolo
Nonostante alcune scelte moderate di Benedetto XIV (permesso di lettura di versioni bibliche nelle lingue materne approvate da Roma, omissione dei divieti dei libri copernicani, sfoltimento di molte vecchie proscrizioni), l’indice colpì gran parte della produzione illuministica, non riuscendo a impedirne la diffusione né a bloccare l’accelerazione della politica giurisdizionalista degli Stati della penisola, avviata già nel Seicento, concretizzatasi nella statalizzazione della censura e nel progressivo smantellamento dei tribunali dell’Inquisizione.
Priva del “braccio secolare” al di fuori dello Stato pontificio, la Chiesa ripiegò sui vescovi sollecitati a dissuadere i fedeli dalla «perniciosa lettura» e affidò a brevi ed encicliche papali e ad aggiornamenti dell’indice del 1758 interventi sempre più intolleranti dopo l’ondata rivoluzionaria e il decennio napoleonico.
Se durante la Restaurazione si ristabilirono la tradizionale alleanza tra trono e altare e la collaborazione in materia di censura, nel 1848 l’art. 28 dello statuto albertino (esteso nel 1861 a tutto il Regno), prevedendo la libertà di stampa con l’eccezione di bibbie, catechismi, libri liturgici e di preghiere, sottoposti all’imprimatur del vescovo, pose le premesse per ulteriori irrigidimenti.
Si susseguirono aggiornamenti corposi dell’indice del 1758 sotto Pio VI (1787), Pio VII (1819), Gregorio XVI (1835 e 1841), Pio IX (1852 e 1879) e Leone XIII (1881 e 1887) il quale promulgò nel 1900 un nuovo indice.
Émile Zola all’Indice
Eventuali note di aggiornamento, infine, danno conto dei cambiamenti di sensibilità maturati nel corso dei secoli nell’attività di censura. Studiare tali variazioni aiuta a comprendere le dinamiche del potere, della censura e degli altri meccanismi di controllo predisposti dalle autorità, e dell’evoluzione del pensiero critico nella storia.
È il caso, per esempio, del romanzo Lourdes, pubblicato nel 1894 dallo scrittore Émile Zola. Esso fu subito condannato dalla Chiesa di Roma e venne inserito nell’appendice all’Indice emanata nel 1895.
Il romanzo era ritenuto contrario alla Chiesa cattolica perché accostava i guaritori di Lourdes ai nuovi mercanti del tempio. E per buon peso si aggiungeva, con decreto del 1895, la condanna dell’opera omnia dello scrittore francese, ovunque fosse stata stampata, in qualunque lingua fosse stata pubblicata.
A dispetto della censura romana, Lourdes riscosse ampia fortuna presso i lettori (dopo aver esaurito la prima tiratura di 121.000 copie in due mesi, nel 1898 risultava il terzo libro più venduto di Zola, dopo Nana e La Débâcle).
I tempi erano cambiati, la censura ecclesiastica non poteva più incidere sostanzialmente sulla produzione e sulla diffusione della parola scritta. L’era del controllo, peraltro, non era affatto finita, ma questa è un’altra storia.
La censura dei sacerdoti nel Novecento
La censura ecclesiastica non riguardò esclusivamente autori esterni alla Chiesa. La deplorazione del connubio Chiesa-fascismo (che era costata al suo autore anche un tentativo di assassinio da parte di alcuni squadristi) e dell’indifferenza del clero nei confronti della povertà e delle ingiustizie, nonché la richiesta di un ritorno all’aspetto originario del cristianesimo furono la causa della persecuzione di un altro noto sacerdote: don Primo Mazzolari.
Alcune sue opere, pur non inserite negl’Indici, furono ritirate dal commercio per ordine del S. Uffizio nel 1934 e nel 1946, un’altra ancora fu censurata nel 1943; inoltre la rivista quindicinale Adesso da lui fondata subí attacchi e censure tali da determinarne la sospensione delle pubblicazioni.
Le gerarchie cattoliche, insomma, mirarono al completo silenzio di quel sacerdote; tale volontà fu ufficialmente espressa nel 1951, allorquando un apposito decreto del S. Uffizio rammentò al Mazzolari, in base agli articoli 1385 e 1386 del diritto canonico, di dover sottoporre ogni suo scritto alla revisione e approvazione dei suoi superiori.
Anche don Lorenzo Milani ebbe a subire persecuzioni e censure da parte delle autorità ecclesiastiche. Ritenuto un antimilitarista e un pericoloso socialista, il sacerdote fu confinato in uno sperduto paesino toscano, Barbiana, dove fondò un’esemplare scuola per diseredati.
Nel 1958 la sua opera Esperienze pastorali, nella quale denunciava come don Mazzolari l’abbandono dei poveri da parte della Chiesa, fu ritirata dal commercio per disposizione del S. Uffizio che nell’occasione definí quel parroco «falso prete, ribelle e comunista».

La censura, l’esclaustrazione e il controllo dei religiosi
Il controllo delle autorità ecclesiastiche poteva colpire non soltanto il libro, ma anche la persona dell’autore. Nei confronti dei sacerdoti e dei religiosi considerati problematici, l’intervento poteva comprendere la limitazione della libertà di scrivere, la revisione preventiva degli scritti, il ritiro delle opere, la sospensione delle pubblicazioni e l’allontanamento dal proprio ambiente pastorale.
Anche don Lorenzo Milani ebbe a subire persecuzioni e censure da parte delle autorità ecclesiastiche. Ritenuto un antimilitarista e un pericoloso socialista, il sacerdote fu confinato in uno sperduto paesino toscano, Barbiana, dove fondò un’esemplare scuola per diseredati.
La vicenda mostra la continuità tra la censura bibliografica e le misure disciplinari: quando l’opera di un sacerdote veniva giudicata pericolosa, il controllo poteva estendersi alla sua attività pastorale, al luogo in cui operava e ai rapporti con i lettori.
La repressione della libertà di coscienza e di stampa nell’Ottocento
«Passata la tempesta», dunque, la Chiesa cattolica tornò sull’usato cammino, anche se l’incidenza dei propri precetti continuava a perdere estensione ed efficacia; si avvertivano distintamente, infatti, i crescenti segnali di una diffusa rivendicazione di libertà politiche e intellettuali provenienti soprattutto dai ceti borghesi.
Ma anziché adeguarsi alle mutazioni sociali e culturali in atto, la Chiesa scelse ancora una volta di rispondere con la forza e con ulteriori censure a chi osava mettere in discussione il suo atteggiamento e il suo potere.
Anche sul versante di nostro interesse nulla cambiò se non in senso peggiorativo. La libertà di coscienza, di opinione e di stampa, nonché l’indifferentismo, il razionalismo, la scienza, il progresso, il socialismo, il comunismo, il liberalismo, le rivendicazioni giurisdizionali degli Stati 'laici', gli attacchi al potere temporale romano furono i 'mostri' da combattere per i papi dell’Ottocento.
La condanna di alcuni di questi 'errori' e l’immutato atteggiamento della Chiesa sulla censura dei libri possono essere riassunti con le parole che Gregorio XVI adoperò nella sua enciclica Mirari vos del 15 agosto 1832.
«Da questa corrottissima sorgente dell’indifferentismo scaturisce quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato».
Il declino dell’Indice
Accerchiati dagli attacchi di una incontenibile produzione editoriale, minacciati dalla perdita dello stato temporale, sempre più consapevoli dell’inefficacia degli indici, ma decisi a ribadire che la Chiesa, in quanto custode del “depositum fidei” e dell’ordine morale, era l’unica autorità legittimata al controllo della cultura, i papi ricorsero spesso a encicliche che condannavano i principi della libertà di coscienza e di opinione, l’anticlericalismo, l’orientamento laicista dei governi postunitari.
L’Indice ufficiale conta più di quaranta pubblicazioni. Di seguito vengono riportare le edizioni più note:
| Anno | Edizione o pontificato |
|---|---|
| 1559 | Paolo IV, la prima ufficiale |
| 1564 | Pio IV |
| 1596 | Clemente VIII |
| 1607 | Paolo V |
| 1663 | Alessandro VII |
| 1711 | Clemente XI |
| 1758 | Benedetto XIV |
| 1787 | Pio VI |
| 1819 | Pio VII |
| 1841 | Gregorio XVI |
| 1851 | Pio IX |
| 1881 e 1900 | Leone XIII |
| 1930 | Pio XI |
| 1940 e 1948 | Pio XII |
Il 7 dicembre 1965, giorno precedente alla chiusura del Concilio Vaticano II indetto da Paolo VI, spuntò finalmente la luce in fondo al tunnel: l’Inquisizione Romana venne sostituita con la Congregazione per la dottrina della fede, istituto con il compito di promuovere la ricerca teologica, senza più alcuna forma di repressione.
Nel 1966 venne così definitivamente abolito il potere sanzionatorio dell’Index librorum prohibitorum, relegandolo a documento storico e a un mero monito alla coscienza del buon cristiano. Finalmente nel 1966 a seguito delle riforme del Concilio Vaticano II, indetto da papa Paolo VI, l’indice venne ufficialmente abolito, anche se non del tutto.
A carattere “informativo” è rimasto in vigore un Indice bibliografico che però non prevede sanzioni. Benché l’indice, e di conseguenza questa lista, abbia cessato il suo scopo di controllo sulle forme di stampa, un suo consulto rientra in quei dettami di ricerca storica che vedono lo studio del passato fondamentale, affinché fenomeni come la censura non intacchino più il progresso umano.
L' INDICE DEI LIBRI PROIBITI: UNA DICHIARAZIONE DI GUERRA ALLA LIBERTÀ DELL'UOMO
Il significato storico della censura libraria
Eventuali note di aggiornamento, infine, danno conto dei cambiamenti di sensibilità maturati nel corso dei secoli nell’attività di censura. Studiare tali variazioni aiuta a comprendere le dinamiche del potere, della censura e degli altri meccanismi di controllo predisposti dalle autorità, e dell’evoluzione del pensiero critico nella storia.
Da sempre il Potere ha temuto la conoscenza e la divulgazione del sapere, provando in ogni modo a tenere l’uomo sotto una cappa d’ignoranza. La storia ci insegna quanto il progresso, la divulgazione del sapere, la conoscenza abbiano sempre fatto paura al Potere che, dalle origini a oggi, pur cambiando d’abito, ha in ogni modo cercato di tenere l’uomo sotto il giogo dell’ignoranza.
C’è stato un tempo in cui la conoscenza era custodita gelosamente solo dai libri. C’è stato un tempo - e forse c’è ancora - in cui la conoscenza faceva paura, un tempus obscurum, in cui la Chiesa Cattolica si è addirittura sentita minacciata dal sapere, tanto da stilare un indice di libri proibiti, libri che dovevano bruciare.
I tempi erano cambiati, la censura ecclesiastica non poteva più incidere sostanzialmente sulla produzione e sulla diffusione della parola scritta. La vicenda dell’Indice, tuttavia, conserva un valore storico perché permette di osservare il rapporto tra autorità religiosa, produzione culturale, libertà di coscienza e circolazione delle idee.
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