Il pellegrinaggio di San Matteo in Italia ripercorre le tappe della traslazione delle spoglie dell’Apostolo ed Evangelista Matteo, dal Cilento fino alla cattedrale di Salerno, dove oggi sono custodite nella cripta del Duomo. Il cammino unisce Velia, Marina di Casal Velino, Rutino, Capaccio, Altavilla Silentina, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino e Salerno.
Il percorso è lungo 140 chilometri, si svolge in sei giorni, prevede una media di 25 chilometri al giorno e raggiunge un dislivello massimo di 800 metri. Non si presenta particolarmente complesso, ma è certamente riservato agli amanti della natura e alle lunghe passeggiate all’aria aperta.

La storia delle reliquie di San Matteo
La vicenda delle reliquie dell’apostolo Matteo ha tutto il sapore del Medioevo. Una vicenda dove s’intrecciano storia e leggenda, viaggi per mare, rovine archeologiche, furti, vescovi santi e monaci infedeli, sogni e rivelazioni, miracoli, scorrerie saracene, principi longobardi, antichi codici.
Siamo in Campania. Le reliquie di Matteo si trovano oggi nella cattedrale di Salerno. Vi giunsero un millennio fa dal Cilento, traslate dalle rovine della romana Velia, l’Elea greca. Quel percorso sta diventando una Via sacra, una proposta di scoperta del territorio lungo “il cammino di san Matteo”.
Matteo apostolo ed evangelista
Fu uno dei dodici apostoli di Gesù e fu anche l’autore del primo Vangelo, indirizzato agli Ebrei di Palestina. Tutto quello che i Vangeli ci dicono di lui si riduce alla sua vocazione: pubblicano, cioè esattore delle imposte a Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade, fu chiamato da Cristo a far parte del gruppo privilegiato dei Dodici mentre era al lavoro e volle offrire a Gesù e ai colleghi esattori un banchetto per festeggiare il suo cambiamento di vita.
Andò a evangelizzare le genti orientali nell’attuale Iran. Morì probabilmente di morte naturale anche se alcune fonti lo vogliono martirizzato di spada nell’Etiopia del Ponto. Matteo fu sepolto in Persia, in una città dei Parti.
La sua vocazione e il martirio sono stati immortalati in due celebri dipinti di Caravaggio. Nell’epoca del commercio delle reliquie, il suo corpo fu prelevato da alcuni mercanti del Léon che intendevano portarlo in Europa.
Al largo della Bretagna, secondo la leggenda, questi furono miracolosamente salvati da un naufragio e sbarcarono sulla Pointe Saint-Mathieu. Qui, per ospitare le reliquie del santo, Tanguy costruì un monastero tuttora esistente.
Dalla Bretagna a Velia
A metà del quinto secolo, nel corso della campagna militare promossa in Francia dall’imperatore romano d’occidente per contrastare l’avanzata degli Unni, il prefetto militare Gavino, cavaliere lucano, esuma le reliquie di San Matteo in Bretagna e le porta nella sua città natale, la decaduta Velia, con l’idea di risollevarne le sorti.
In realtà di quelle reliquie si perderà la memoria, complici anche le alluvioni e i terremoti che sotterreranno le rovine di Velia. Solo nel decimo secolo, un monaco le ritroverà e le custodirà in una cappella.
Il vescovo di Paestum, saputo del ritrovamento, si mette in cammino e si fa consegnare le reliquie. Accompagnato da un festoso corteo, dopo aver attraversato il fiume Malla e riposato la notte nella chiesa di San Pietro, raggiunge la località di Ruticinum per poi proseguire verso la sua cattedrale a Capaccio.
La notizia del ritrovamento è intanto giunta anche a Salerno. Il principe Gisulfo invia a Capaccio un’autorevole delegazione di dignitari che si fa consegnare le reliquie dal vescovo locale.
Il corpo di San Matteo entra così trionfalmente a Salerno. Dopo una collocazione provvisoria nel palazzo del principe, nel 1080 viene tumulato nella cripta della cattedrale di Salerno, edificata nel frattempo in suo onore.
Il Cammino di Matteo: le tappe principali
| Tappa o località | Elemento del pellegrinaggio |
|---|---|
| Velia | Luogo dell’antica sepoltura delle reliquie |
| Marina di Casal Velino | Località “ad duo flumina” e cappella di San Matteo |
| Rutino | Sosta nella chiesa di San Pietro e fontana di San Matteo |
| Capaccio | Antica cattedrale e urna marmorea del Santo |
| Altavilla Silentina | Chiesa dedicata a San Matteo |
| Olevano sul Tusciano | Una delle tappe del percorso verso i Picentini |
| San Cipriano Picentino | Passaggio del cammino diretto a Salerno |
| Salerno | Cripta del Duomo e custodia delle reliquie |
Velia e la memoria di San Matteo
Il nostro cammino sulle tracce di Matteo inizia a Velia. Dall’odierna località balneare di Marina di Ascea, una breve passeggiata conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio.
Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani.
Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia, la futura Paestum. Si allearono con Roma e divennero civitas foederata.
Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza.
Secondo alcune fonti, il corpo di San Matteo sarebbe stato inumato sotto una lastra di marmo, in un’abitazione situata a lato delle Terme romane, e lì sarebbe rimasto per circa cinque secoli.
Marina di Casal Velino e “ad duo flumina”
Da Velia, San Matteo fu traslato nella località “ad duo flumina”, un’isola fluviale formata dall’Alento e un suo affluente che all’epoca aveva una propria foce a mare.
Si ipotizza che tale località corrisponda all’odierna Marina di Casal Velino, dove il culto del Santo assunse notevole importanza tanto da essere rimasto ben radicato ancora oggi.
Nella piccola cappella le spoglie dell’Apostolo riposarono in un arcosolio prima di riprendere il viaggio verso la città di Salerno.
Rutino e la fontana di San Matteo
Lasciato l’insediamento dei velini, le spoglie partirono per l’antica Caputaquis, oggi Capaccio. La distanza tra le due località rese l’impresa non poco difficoltosa tanto da far decidere al Vescovo di Paestum che seguiva i lavori, di far sosta a Rutino, nella Chiesa di San Pietro.
Secondo la leggenda, i portatori stremati per le fatiche del trasporto, stavano quasi per accasciarsi al suolo poco prima di giungere in paese. Fu in quel punto che miracolosamente sgorgò una sorgente che dissetò i portatori: ancora oggi è visibile la fontana che porta proprio il nome di San Matteo.
Capaccio e l’urna marmorea
Dopo la sosta di Rutino, il corteo con le spoglie di San Matteo giunse nella cattedrale di Capaccio, la città nel cui territorio sorgono i templi di Paestum.
Il corpo dell’apostolo fu adagiato in un’urna marmorea. Chi entra nella chiesa ex cattedrale, oggi santuario diocesano della Madonna del Granato, può vedere una lapide del 1708 che ricorda la reposizione del Santo.
L’altare del santuario è costituito dall’urna marmorea del Santo e dal paliotto che la ricopriva.
Da Capaccio a Salerno
Per impedire che fossero trafugate durante le continue incursioni saracene, le preziose spoglie partirono alla volta di Salerno e nel 954 giunsero in città, dove furono accolte nella chiesa di palazzo del principe, prima di essere sistemate definitivamente nelle splendide architetture della cripta del Duomo.
La cripta, come la si vede oggi, corrisponde ai lavori eseguiti agli inizi del Seicento dagli architetti Domenico Fontana e del figlio Giulio Cesare, i quali hanno valorizzato la centralità del sepolcro di san Matteo.

Il percorso moderno dal Cilento ai Picentini
Il tour ripercorre le tappe della traslazione delle spoglie dell’Apostolo Evangelista Matteo che, per ben oltre 4 secoli, ha avuto nel Cilento la sua eterna dimora.
Il cammino è inserito nei Percorsi dell’anima promossi dall’assessorato al turismo della Regione Campania. Esso non si presenta particolarmente complesso, ma è certamente riservato agli amanti della natura e alle lunghe delle passeggiate all’aria aperta.
Si tratta, infatti, di un cammino di ben 140 chilometri, che unisce il Cilento ai Picentini e a Salerno, con una media di 25 chilometri al giorno e un dislivello massimo di 800.
L’itinerario, di 6 giorni, venne testato nel 2018 dalle guide Adriano De Falco e Angelo Mattia Rocco.
Era il 2018 quando venne presentato un “viaggio” molto suggestivo quello che ripercorreva le tappe della traslazione delle spoglie di San Matteo, arrivate a Salerno il 6 maggio 954 per volere del principe longobardo Gisulfo I.
Il cammino dell’evangelista, lungo ben 140 chilometri, che unisce il Cilento ai Picentini e a Salerno, da percorrere in sei giorni con una media di 25 chilometri al dì, e un dislivello massimo di 800 metri, l’itinerario si conclude con sei tappe, tra Casal Velino, Rutino, Capaccio, Altavilla Silentina, Olevano sul Tusciano, San Cipriano Picentino e Salerno.
La prima parte del cammino
La prima tappa del tour parte da Casal Velino e tocca diversi paesi del Cilento interno. La seconda, invece, parte da Capaccio ed arriva ad Altavilla, dove sorge una chiesa dedicata a San Matteo: da lì, si giunge ad Olevano.
Da qui si raggiunge San Cipriano Picentino, passando attraverso Montecorvino Rovella e Giffoni Valle Piana. Infine, attraverso San Mango Piemonte, Sordina, Rufoli e Brignano, si giunge alla fine del percorso, dunque, a Salerno.
Salerno, la città delle reliquie
La cattedrale di San Matteo a Salerno custodisce il punto di arrivo del pellegrinaggio. La cripta del Duomo di Salerno con l’urna di san Matteo rappresenta il centro religioso della traslazione e la destinazione finale del cammino.
Nel 1544, secondo la tradizione, il santo patrono Matteo salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni, capeggiati da Ariadeno Barbarossa, che assediavano la città dal mare.
Due affreschi nella cripta descrivono l’episodio di quest’assedio e la tempesta scatenata da San Matteo, che fece affondare gran parte della flotta nemica e salvò la città.
Il culto di San Matteo nel Gargano
Il rapporto del nostro Santuario di San Matteo con i pastori di Abruzzo non è immediatamente evidente. Posto ai margini della Locazione di Arignano, a circa otto chilometri ad oriente dal convento di Stignano che segna il limite estremo del braccio tratturale, non ha sviluppato con gli abruzzesi transumanti un rapporto di vicinanza fisica o di interessi.
Tutti i contatti che nel tempo sono emersi hanno come base la devozione verso San Matteo. Nato come abbazia benedettina col nome di San Giovanni in Lamis probabilmente tra il VII e l’VIII secolo del primo millennio cristiano, il convento di San Matteo sul Gargano nella seconda metà del sec. XVI è protagonista di una svolta che ha inciso in modo determinante sulla sua vita interna e sul suo ruolo pubblico.
Finita l’esperienza benedettina nel 1311, e nel corso del sec. XV anche quella cistercense, nel 1578 fu affidato ai Francescani Osservanti della Provincia di Sant’Angelo in Puglia.
Quasi contemporaneamente si arricchiva di un ruolo pastorale sconosciuto alla vecchia famiglia benedettina e cistercense stabilendo su nuove basi il rapporto già antico con le numerose comitive di pellegrini che percorrevano i tortuosi sentieri del Gargano Meridionale diretti alla Grotta dell’Arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo.
Il Dente di San Matteo
L’arrivo del Dente del Santo Apostolo ed Evangelista Matteo verso la metà del sec. XVI dilatò il ruolo religioso dell’antica abbazia aprendola a un rapporto più ampio e stretto soprattutto col mondo dei contadini e dei pastori.
Non si sa con precisione da chi e da dove il Dente di San Matteo sia stato portato nel nostro santuario. Padre Agostino Mattielli, che ha percorso le nostre valli nel 1686, dice che il Dente fu portato da Salerno da un non precisato Cardinale che era anche Abate Commendatario dell’Abbazia.
Il culto di San Matteo sin dall’inizio ha assunto una precisa configurazione di stampo popolare sviluppandosi non in relazione alla storia del Santo, o al suo Vangelo, ma nell’ambito di un processo spontaneo di attribuzioni e di rimandi tessuti da un immaginario popolare che vedeva nel Dente offerto alla pubblica devozione qualcosa di funzionale soprattutto in merito a precise necessità del mondo dei contadini e degli allevatori.
Quello con San Matteo fu quindi, fin dagli inizi, un rapporto specializzato, aperto particolarmente ai contadini e agli allevatori. Il Dente di San Matteo rievocava altri denti.
La protezione contro la rabbia
L’olio della lampada che ardeva nel sacello del santo fu usato per benedire le persone morse dai cani arrabbiati.
Francesco Gonzaga, ex Ministro Generale dei Francescani Osservanti, scrivendo, nel 1587 dell’affidamento dell’antica Abbazia benedettina ai Frati Minori avvenuta il 14 aprile del 1578, così dice della devozione a San Matteo:
Se qualcuno affetto da rabbia avrà unto la parte malata con l’olio della lampada che arde perennemente nel sacello del Beato Evangelista Matteo, verrà liberato da tale affezione.
Anche il domenicano toscano Serafino Razzi, in pellegrinaggio al Monte Gargano nell’autunno del 1576, così scriveva: E più in alto un altro miglio trovammo San Matteo: Badia del signor Giovan Vincenzo Caraffa, cavaliere di Malta, e priore di Ungheria, ove sono liberati gli Indemoniati, e coloro che sono morsi da i cani arrabbiati sono sanati.
La devozione per gli animali
Il celebre francescano di Vico Garganico p. Michelangelo Manicone agli inizi del sec. XIX riassume nella sua veste di frate, ma anche di scienziato e teologo, l’intera problematica proposta da una devozione, quella per il Dente di San Matteo, che a qualche scienziato potrebbe apparire come un insulso affidarsi a forze la cui esistenza è tutta da provare; e a qualche teologo, invece, potrebbe presentarsi come un altrettanto insulso atteggiamento superstizioso.
P. Manicone, con la chiarezza che gli è propria, ma anche col suo incorreggibile ottimismo nella razza umana, si propone di spiegare una volta per tutte in termini teologicamente e scientificamente corretti il rapporto tra la grazia, attraverso cui da Dio tutto ci è donato, anche la guarigione dalle malattie, e l’opera dell’uomo, in questo caso la medicina, che associando l’uomo all’azione creatrice e ricreatrice di Dio, dà a sua volta concretezza alla provvidenza divina.
I problemi, dice P. Manicone, che l’idrofobia pone nel santuario di San Matteo sono, quindi, sia di ordine teologico, sia di ordine medico, ma anche di ordine pastorale.
Quest’ultimo aspetto gli è particolarmente caro. In tutte le sue opere sostiene, infatti, enunciando un assunto che pare essere il motore e la motivazione profonda delle sue peregrinazioni, del suo ricercare e delle sue sofferenze, che gli ecclesiastici sono responsabili di una pastorale in cui tutto l’uomo, nella interezza dei suoi bisogni spirituali e materiali, è oggetto delle loro cure.
Questo convento che signoreggia interamente il comune di San Marco, è dai religiosi del mio Ordine abitato. La chiesa è un Santuario celebre, perché vi si conserva il Sagrato Dente del Gloriosissimo Apostolo.
Tutte le persone da animali rabbiosi morsicate vengon qua a prostrarsi dinanzi alla Statua del Santo, e dinanzi al Dente, ed a sciorre i voti, ond’esser dalla terribile rabbia liberati.
Quindi la gran confluenza di tutti i popoli del Gargano, della Pianura Dauna ed anche degli Irpini, e de’ Frentani.
Gli ex voto e il rapporto con la campagna
Nello svolgersi di qualche secolo la devozione a San Matteo divenne comune in tutta la Capitanata, dal Gargano al Subappennino e, a mezzogiorno, fin dentro l’Irpinia e, affiancatasi al culto di San Michele si spinse fin nel Molise e nell’Abruzzo.
Alcune tra le più importanti città della Capitanata e del Gargano, Manfredonia, Monte Sant’Angelo, San Marco in Lamis, Mattinata, Cerignola hanno ancora oggi nel Santuario di San Matteo il loro centro spirituale e quasi tutti gli abitanti di tali città almeno una volta all’anno vi si recano in pellegrinaggio.
Naturalmente nelle campagne del Gargano e del Tavoliere, insieme a quelli dei cani, altri denti infliggevano pericolose offese. Cavalli, asini, maiali, orsi minacciano, mordono, scarnificano uomini, donne e bambini in una serie infinita di ex voto, conservati nel Santuario, in cui allo smarrimento impotente per l’improvvisa minaccia fa rassicurante contrappunto l’immagine serena del santo.
Riccardo Bacchelli ricorda con gusto una di tali tavolette visitate intorno agli anni venti. La scena lo impressionò e le dedicò una novella: Agnus Dei.
Per questo motivo i contadini garganici e del Tavoliere amano immaginare che la protezione del Santo vada ben oltre le persone e abbracci anche gli animali.
Molti ex voto attualmente conservati nel Santuario hanno come protagonisti gli animali, vittime di incidenti e di malattie. Cavalli in preda a violente emottisi, mucche alla mangiatoia tramortite dal fulmine guizzante, pecore gonfie intossicate dai germogli di anemoni sono rappresentanti essi stessi di una povertà che vive di doni restituiti a Dio con immensa gratitudine.
I pellegrini, i pastori e la transumanza
Fra Agostino Mattielli, francescano osservante umbro di Stroncone, inviato nel 1683 a visitare canonicamente i conventi della Provincia di Sant’Angelo in Puglia così scrive:
Hoggi il convento si chiama di San Matteo perché vi fu portato un dente di questo Santo da Salerno, lo diede un cardinale commendatario, che si conserva in sacristia in un ostensorio d'argento et è in gran devozione appresso tutta la Puglia per li continui miracoli che fa e le grazie che se ne ricevono, massime per l'infermità dell'animali dei quali abbonda la Puglia: cavalle, pecore, vaccine, porci e tutti che toccati con l'oglio della lampada che arde all'altare di esso Santo guariscono subito e ciò si vede ogni giorno, poiché vi conducono spesso le massarie intiere a toccargli, e vanno sani.
Li più lontani, cioè dell’Abbruzzo, Puglia Alta, di Bari, di Terra di Lavoro che non possono condurgli, mandano a pigliare un frate con cavalli e lo portano ove bisogna e questo, sia sacerdote, chierico, laico o terziario, mette un poco d’oglio in una conca d’acqua con la quale asperge le mandrie intere e guariscono subito e m’è stato certificato da persone degne di fede che lo vedono giornalmente non solo frati, ma preti, baroni e cavalieri.
Come si può notare, nel corso di un secolo, dalla testimonianza di Serafino Razzi, datata nel 1576, a quella di Agostino Mattielli, scritta nel 1683, la protezione di San Matteo subisce, se non proprio uno spostamento di obiettivi, almeno un loro notevole allargamento.
Non solo la protezione degli uomini in rapporto alle offese ricevute dagli animali, ma quella degli animali stessi. Sembra, anzi, dalla testimonianza del Mattielli, che l’interesse per gli animali sia prevalente.
I rapporti stretti e frequenti con i transumanti il Santuario di San Matteo li ha sempre avuti attraverso una devozione motivata della preoccupazione per i loro animali, compagni di viaggio, oggetti di cure e garanzia di sopravvivenza, ma non per questo insincera o, peggio, strumentale.
Questi rapporti passano anche attraverso la specifica configurazione della società abruzzese e pugliese: pastorale e religiosa insieme.
Il pellegrinaggio come parte della vita
Emile Bertaux, attentissimo visitatore, alla fine del sec XIX ci dà un sintetico a splendido quadro del pellegrinaggio al Gargano. “Il contadino d’Abruzzo o di Puglia, scrive, divide l’anno in due parti disuguali: una per i lavori che procurano il pane quotidiano, l’altra per i pellegrinaggi che devono procurare il Cielo.
Ora, se accompagniamo i lavoratori dell’Italia meridionale ai pascoli, ai campi, ai santuari tradizionali, saremo sorpresi di trovarli continuamente per strade e stradine, come girovaghi. Anche coloro che hanno una casa sembrano condurre vita da nomadi”.
Ogni contadino, ogni pastore abruzzese e pugliese, sembra dire il Bertaux, è anche un pellegrino.
Ha notato, anzi, che il pellegrinaggio continua nella intensità di sempre anche quando, nel sec. XIX, l’abolizione del Tavoliere delle Puglie e le profonde trasformazioni politiche, sociali ed economiche in atto, hanno notevolmente ridotto l’afflusso delle greggi transumanti nelle pianure daune.
Il pellegrinaggio fa parte della normalità della vita, inserito nel tessuto sociale con un radicamento che va oltre i secoli, gli interessi e le vedute del momento.
Per il contadino, prosegue, il pellegrinaggio non è uno straordinario dovere di pietà, ma un atto periodico della vita, diventato necessario quanto il lavoro di ogni giorno.
Esiste per il pio viaggio un tempo stabilito, come per particolari lavori di campagna. Tra i luoghi di culto, cui le folle di contadini si dirigono, non ce n’è uno solo di recente fama. Tutti sono oggetto di culto da centinaia di anni.
Il grande pellegrinaggio di maggio
L’itinerario del grande pellegrinaggio di maggio è così fissato per i gruppi più numerosi, che scendono dal Molise e dall’Abruzzo: prima i santuari del Gargano, cioè, oltre la celebre basilica di Monte Sant’Angelo, l’antico eremitaggio di Pulsano, sulla cresta del promontorio, di fronte alle lagune di Salpi, e il convento di San Matteo, vicino San Marco in Lamis.
Nella pianura di Capitanata, l’Incoronata, presso il fiume Cervaro, una cappella tra ciuffi d’alberi, dove si venera un’icona cento volte ridipinta, scoperta da un cacciatore su una quercia dell’immensa foresta che si stendeva un tempo intorno a Foggia; poi i pellegrini tornano sulla costa e la seguono fino a Bari.
Il racconto di Emile Bertaux ha un suo corrispondente in un prezioso Rituale di Pellegrinaggio, quello di Ripabottoni, paesino del Molise, in cui il pellegrinaggio viene guardato non da occhi disincantati, che pretendono di essere criterio di oggettività forti di laica lontananza spirituale.
Sono, invece, i pellegrini stessi a descriversi, ma attraverso la successione dei passi, delle preghiere, delle soste, dei silenzi, degli impegni, dei mutui scambi.
L’itinerario è quello descritto dal Bertaux, e i sentimenti pure.
San Matteo e le professioni economiche
San Matteo, in virtù della sua attività professionale, è stato dichiarato patrono dei ragionieri, della guardia di finanza, dei banchieri, dei bancari, dei doganieri, dei cambiavalute, dei contabili e degli esattori.