Incontrare per strada un sacerdote può essere un’occasione semplice ma significativa di vicinanza, ascolto e apertura a una relazione che rimanda a Gesù. Il sacerdote non è soltanto una figura legata alla chiesa, ai sacramenti o alla predicazione: è una persona chiamata a stare in mezzo alla gente, a condividere la vita quotidiana e a riconoscere ogni individuo nella sua storia concreta.
Il significato dell’incontro dipende dal contesto e dalla sensibilità di chi lo vive, ma può richiamare una benedizione, un invito alla fiducia, una possibilità di dialogo o semplicemente la presenza visibile della Chiesa nel mondo. Un prete autentico non si riconosce soltanto dall’abito o dal ruolo, ma dalla capacità di essere vicino, di parlare con tutti e di portare nel cuore le persone che incontra.
Il sacerdote come presenza nel cammino quotidiano
Un tempo il sacerdote era percepito quasi naturalmente come una guida indiscussa: il suo ruolo sociale e religioso era dato per scontato, le persone lo riconoscevano come punto di riferimento e spesso non si chiedevano neppure chi fosse, perché bastava il fatto che fosse “il prete”. Oggi, invece, le cose sono cambiate. La società è diventata più pluralista, le voci che circolano sono tante e non sempre convergenti, e anche la Chiesa stessa vive grandi momenti di trasformazione.
In questo scenario, il prete non può più contare solo sul “ruolo” che ricopre, ma deve continuamente guadagnarsi la fiducia delle persone attraverso l’autenticità della sua vita e la profondità delle sue relazioni. Il ministero sacerdotale, nel contesto odierno, non si riduce a celebrare i sacramenti o predicare dall’altare. Un prete è spesso chiamato a essere educatore nelle scuole, nei momenti difficili, mediatore nei conflitti, consigliere spirituale e persino sostegno psicologico per chi attraversa crisi personali.
Il sacerdote, il consacrato, con il suo stile di vita, il modo di rapportarsi, condivide con la gente le esperienze quotidiane e viene riconosciuto non solo per le sue qualità individuali, ma perché si immedesima in loro, si “cala” nella realtà, assume, come il pastore, l’odore del gregge e viene riconosciuto e accolto come uno di loro. E ancor più, si riconosce per il profumo che diffonde, che è il profumo di Cristo che parla e agisce attraverso lui.

Che cosa può significare l’incontro
Incontrare un sacerdote per strada può anzitutto ricordare che la fede non è separata dalla vita ordinaria. Il sacerdote non è chiamato a essere presente soltanto negli spazi sacri, ma anche nei luoghi in cui le persone lavorano, soffrono, si incontrano e affrontano le proprie responsabilità.
Gesù “avrebbe potuto perfettamente essere uno scriba o un dottore della legge, ma ha voluto essere un ‘evangelizzatore’, un predicatore di strada”. È la “vicinanza provocatrice” di Gesù, spiega il Papa. “Questa è la grande scelta di Dio: il Signore ha scelto di essere uno che sta vicino al suo popolo”.
La vicinanza è più che il nome di una virtù particolare, è un atteggiamento che coinvolge tutta la persona, il suo modo di stabilire legami, di essere contemporaneamente in sé stessa e attenta all’altro. Quando la gente dice di un sacerdote che è vicino, di solito fa risaltare due cose: la prima è che “c’è sempre”- contrario del “non c’è mai”. E l’altra è che sa trovare una parola per ognuno.
“Parla con tutti - dice la gente -: coi grandi, coi piccoli, coi poveri, con quelli che non credono… Preti vicini, che ci sono, che parlano con tutti… Preti di strada”.
Un incontro che può aprire al dialogo
Capita, ad esempio, che un giovane si avvicini a lui non per parlare di fede, ma perché ha bisogno di qualcuno che lo ascolti nelle sue difficoltà affettive; oppure che una coppia in crisi chieda al parroco un confronto non tanto sulla dottrina, quanto sul modo di ricostruire la comunicazione nella loro relazione.
In tutte queste situazioni, il sacerdote non può limitarsi a ripetere formule preconfezionate, ma è essenziale che abbia maturità psicologica per reggere il peso emotivo di ciò che gli viene affidato e maturità spirituale per trasformare ogni incontro in occasione di crescita e di speranza.
Quando una persona percepisce che il parroco non finge, ma è vero, si sente libera di mostrarsi per quella che è. Carl Rogers sosteneva che «ciò che è più personale è anche ciò che più profondamente tocca l’altro» (Rogers, 1961). Non è dunque la perfezione e l’efficenza a rendere fecondo il ministero, ma la capacità di essere autentici.
Un incontro per strada non deve necessariamente diventare una conversazione lunga o impegnativa. Può essere sufficiente un saluto, una parola rispettosa, una domanda semplice o un momento di ascolto. La disponibilità concreta può comunicare più di molte spiegazioni.
Il valore umano di un saluto
Un saluto rivolto a un sacerdote può avere un significato diverso per ogni persona. Per qualcuno può esprimere familiarità e appartenenza; per un altro può rappresentare un gesto di rispetto; per chi attraversa un periodo difficile può diventare l’inizio di una relazione di fiducia.
Il sacerdote non deve apparire come un superuomo, ma come un fratello che cammina con gli altri e che, proprio attraverso le sue fragilità, diventa capace di vicinanza e di empatia. Un prete che sa riconoscere i suoi limiti, che non ha paura di dire “sono stanco” o “ho bisogno anch’io di essere aiutato”, diventa molto più credibile agli occhi della comunità.
Non dobbiamo aver paura, soprattutto noi preti, di guardare con tenerezza e donare una carezza, perché è ciò che faceva Gesù: non aveva paura di coinvolgersi, di toccare. Gesù toccava labbra, occhi, orecchi e soprattutto il cuore delle persone.
«Porta la sedia»: la forza dei piccoli gesti
Un vecchietto che da molto tempo si era allontanato dalla Chiesa, un giorno andò dal parroco. Sperava di essere aiutato finalmente a risolvere i suoi problemi di fede. Quando entrò nella canonica, c’era già una persona a parlare con lui. Il sacerdote intravide il vecchietto in piedi in corridoio, e subito, uscì a portargli una sedia.
Quando l’altro si congedò, il parroco fece entrare il vecchio signore. Conosciuto il problema, gli parlò a lungo e dopo un fitto dialogo, l’anziano, soddisfatto, disse che sarebbe tornato alla Chiesa. Il parroco, contento, ma anche un po’ meravigliato, gli chiese: ”Senta, mi dica, di tutto il nostro incontro, qual è l’argomento che più l’ha convinta a tornare a Dio?”. «Il fatto che sia uscito a portarmi una sedia», rispose il vecchietto.
Il prete si ri-conosce nel volto di Cristo che è il volto di ogni uomo. Se la Chiesa non “esce fuori” (in the street) non riuscirà più ad incontrare gli uomini e se non incontra loro non incontrerà neppure Dio. Per fortuna c’è qualcuno che esce e “porta la sedia”: un piccolo segno che ci dice che è questa la via da percorrere.
La vicinanza come caratteristica del sacerdote
Nella “vicinanza”, i preti si giocano tutto. Perché “vicinanza” non è solo una virtù particolare, ma un atteggiamento che coinvolge tutta la persona e ha che fare con la carne della gente.
Il sacerdote vicino, che cammina in mezzo alla sua gente con vicinanza e tenerezza di buon pastore - e, nella sua pastorale, a volte sta davanti, a volte in mezzo e a volte indietro -, la gente non solo lo apprezza molto, va oltre: sente per lui qualcosa di speciale, qualcosa che sente soltanto alla presenza di Gesù.
È nella vicinanza che “ci giochiamo se Gesù sarà reso presente nella vita dell’umanità, oppure se rimarrà sul piano delle idee, chiuso in caratteri a stampatello, incarnato tutt’al più in qualche buona abitudine che poco alla volta diventa routine”.
La vicinanza a Dio e alle persone
Le quattro colonne costitutive della nostra vita sacerdotale sono le “quattro vicinanze”, perché seguono lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza. Le tre parole che definiscono la vita di un sacerdote, e di un cristiano pure, perché si prendono proprio dallo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza.
Prima di tutto la vicinanza a Dio. Un sacerdote è invitato innanzitutto a coltivare questa vicinanza, l’intimità con Dio, e da questa relazione potrà attingere tutte le forze necessarie per il suo ministero.
La vicinanza con Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali”.
La vicinanza a Dio non allontana dalle persone, ma rende possibile incontrarle con maggiore attenzione. Nell’Eucaristia ho l’opportunità di incontrare Gesù, di ricevere quella grazia che mi aiuterà a incontrare il prossimo secondo il suo stile, lo stile di Gesù.
La vicinanza alla comunità
Non siamo preti per noi stessi, siamo preti perché ci è affidato un popolo. Papa Francesco ci richiama all’unità, alla comunione di vita, a portare i nomi incisi nel cuore, cioè ad accorgerci dell’altro, riconoscerlo, sentirlo vicino in una relazione, in una conoscenza d’amore che rimanda a Dio.
È bello ricordare il nome perché dietro il nome ci sono persone, volti a noi cari, familiari, ci sono storie vissute, identità uniche agli occhi di Dio. E il prete non deve mai dimenticare il nome… perché lo custodisce, lo porta nel cuore.
La vita sacerdotale diventa così una presenza concreta accanto alle persone, non una funzione impersonale. Il sacerdote può essere incontrato nella chiesa, nella casa di una famiglia, in una scuola, in un ospedale, in una strada o in un luogo di sofferenza.
Il sacerdote e le persone ferite
In particolare il prete «dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione: lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio”.
“Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero. C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa, gente ferita dalle illusioni del mondo… Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite”.
Il sacerdote può quindi rappresentare, per chi lo incontra, una persona a cui affidare una domanda, una sofferenza o una ricerca. Questo non significa che debba avere una risposta immediata per ogni problema, ma che possa offrire ascolto, discernimento e accompagnamento.
La cura di sé, in questo senso, non è un lusso, né un gesto narcisistico, ma una responsabilità fondamentale: un sacerdote che trascura la sua interiorità rischia di proiettare sugli altri i propri problemi irrisolti, ferendo invece di guarire.
Il sacerdote come uomo autentico
Parlare oggi della figura del prete significa entrare in un mondo complesso, fatto di luci e di ombre, di grandezze e di fragilità. La sfida è veramente grande, Donald Winnicott parlava del rischio di costruire un “falso Sé”, cioè una maschera dietro cui ci si nasconde per apparire sempre adeguati (Winnicott, 1965).
Questo per un prete può significare rifugiarsi dietro il “ruolo clericale” come protezione, mostrando solo efficienza e perfezione, mentre dentro rimane un mondo di fragilità e solitudini non riconosciute. Ma se il prete cade in questa trappola, rischia di diventare rigido, distante, e alla lunga anche amaro.
Quante volte, per esempio, capita di incontrare preti che lavorano senza sosta, sempre disponibili per tutto e per tutti, ma che in realtà stanno fuggendo da sé stessi! L’attivismo diventa allora una via di fuga che riempie le giornate, ma lascia vuoti dentro.
La maturità psicologica, invece, consiste nell’accettare la propria umanità. Accanto alla maturità psicologica, c’è la maturità spirituale, che è forse ancora più decisiva.
Dal ruolo alla relazione
Essere prete non significa soltanto svolgere un servizio alla comunità, o essere funzionari del sacro ma soprattutto vivere in una relazione viva con Dio. Un prete non deve apparire come un superuomo, ma come un fratello che cammina con gli altri e che, proprio attraverso le sue fragilità, diventa capace di vicinanza e di empatia.
Il sacerdote nella sua vita attraversa condizioni e momenti diversi; personalmente, sono passato attraverso varie condizioni e vari momenti, e “ruminando” le mozioni dello Spirito ho constatato che in alcune situazioni, compresi i momenti di prova, difficoltà e desolazione, quando vivevo e condividevo la vita in un certo modo rimaneva la pace.
La relazione vera che il prete permette è piuttosto quella che viviamo nei Sacramenti. Potrei dire che il prete può rinnovare i grandi gesti di Gesù: consacrare il pane, assolvere dai peccati, donare lo Spirito.
Nella relazione sacramentale con il prete questi gesti si rinnovano tra noi, Gesù li compie ancora. Non sono gesti magici, non sono tecniche per fare qualcosa, sono gesti che esprimono una relazione, perché ora Gesù ci incontra solo attraverso il coinvolgimento personale, una dedizione di noi stessi.
Il significato spirituale di un incontro casuale
Per una persona credente, incontrare un sacerdote per strada può essere vissuto come un richiamo alla presenza di Dio nella quotidianità. Non è necessario attribuire automaticamente all’incontro un significato straordinario: può essere semplicemente un incontro umano, aperto però alla possibilità di una domanda spirituale.
La fede è memoria viva di un incontro, alimentato al fuoco della Parola che plasma il ministero e unge tutto il nostro popolo; la fede è sigillo posto sul cuore.
La fede, fratelli, è memoria viva di un incontro, alimentato al fuoco della Parola che plasma il ministero e unge tutto il nostro popolo; la fede è sigillo posto sul cuore: senza questa custodia, senza la preghiera assidua, il Pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo, finendo per stemperare lo scandalo della croce nella sapienza mondana.
Un sacerdote incontrato per strada può ricordare che la ricerca spirituale non è riservata a momenti eccezionali. Può riemergere nel corso di una giornata ordinaria, attraverso una persona, una parola o un gesto inatteso.
La strada come luogo di evangelizzazione
“Essere Pastori” - un’immagine per noi sacerdoti carica di poesia e di responsabilità: di poesia perché nel Vangelo richiama momenti di vita familiari a Gesù; di responsabilità perché ci pone davanti all’impegno della vita come vocazione.
Il sacerdote, con il suo stile di vita, è chiamato a stare in mezzo alle persone e a non trasformare la fede in un linguaggio distante. La verità non è solo la definizione che permette di nominare le situazioni e le cose tenendole a distanza con concetti e ragionamenti logici. È anche fedeltà, quella che ti permette di nominare le persone col loro nome proprio, come le nomina il Signore, prima di classificarle o di definire la loro situazione.
No, allora, alla “cultura dell’aggettivo”, una brutta abitudine che ci fa dimenticare che la verità è la persona, non l’aggettivo fatto sostanza.
L’incontro in strada acquista così un significato particolare: la persona non viene considerata soltanto come membro di una categoria, ma come individuo concreto, con un nome, un volto, una storia e una dignità.
Il sacerdote e la carità concreta
La Chiesa tutta intera è chiamata a vivere la carità, la Chiesa stessa è carità, è famiglia, gregge: espressioni che indicano una comunione profonda. Il primo problema di ogni prete, il problema fondamentale, è la fede, ma in ordine operativo, come dice bene S. Agostino, il primo problema è l’amore; è perdersi per generare vita.
Ogni uomo è dono; ogni uomo ha in sé potenzialità enormi, ogni uomo è una parola irripetibile di Dio, pertanto originale e necessaria. Perciò ogni uomo ha una sua missione nella storia, ha un compito; ogni uomo è un protagonista della storia, quindi è indispensabile.
L’uomo è un dono, ma questo dono non è tale fino a quando non c’è qualcuno che lo accolga, e il primo che deve accogliere tutto come dono è il pastore del gregge, lui che presiede alla carità.
Se tutta la Chiesa è carità, è amore, il prete è lo specialista della carità, dell’amore. La gente però non riesce a perdonargli quando non ama.
Vedere chi rischia di essere ignorato
Quando l’altro ti è divenuto caro, allora tu capisci che ti senti cieco in chi è cieco, ma più di tutto ti senti buttato via con chi è cieco perché cieco: ti senti affamato nello stomaco di chi ha fame, ti senti disprezzato in chi è disprezzato, ti senti reagire dentro, di fronte a chi è colpito dall’ingiustizia.
Bisogna avere l’altro nel cuore. Se tu hai l’altro nel cuore, tu non hai più barriere; se l’hai nel cuore, tu non hai più paura.
La sofferenza più grande per i barboni è quella di non essere pensati da nessuno o di essere considerati male. Un povero non è una figura ideale, un povero è un uomo come tutti gli altri che vive in condizioni particolari in cui l’abbiamo posto noi come società o in cui anche egli si è lasciato porre.
La Provvidenza di Dio, solitamente, si serve proprio dei poveri, degli ammalati, delle situazioni di degrado umano, affettivo, familiare. Il dolore altrui aiuta a purificare e ripensare il proprio.
La presenza del sacerdote tra i poveri
Il prete è per il popolo di Dio, ma non lo sarà mai se prima non è per gli uomini e per i poveri. Tutti i cristiani sono affidati al prete, ma in modo particolare lo sono i poveri e quindi il prete non può mai delegare ad altri la carità, l’amore verso di loro: la sua famiglia è la famiglia dei poveri, dei disperati, dei disgraziati.
Io ho notato che se il prete sta con i poveri, ti capiscono anche i ricchi, ma se tu stai con i ricchi non ti capiscono né i ricchi né i poveri.
È facile stare con quelli di cui si innamorano tutti, ma stare con quelli di cui non si innamora nessuno… ciò dà una certa credibilità alla gente perché la Chiesa si presenta come regno di giustizia, di verità e di amore, perché la Chiesa si presenta come popolo che non lascia indietro nessuno.
La Chiesa si presenta come famiglia, ma che famiglia è se non si accorge che c’è qualcuno che non riesce a mangiare mentre tutti gli altri banchettano tranquillamente? Tu non puoi dire: «Io lavoro per loro», tu devi essere con loro.
Un sacerdote può essere incontrato anche nel silenzio
Non ogni incontro deve tradursi in una conversazione. A volte il sacerdote può essere semplicemente una presenza riconoscibile, un uomo che cammina, prega, ascolta o si reca da qualcuno. Anche il silenzio può avere un significato, soprattutto quando comunica disponibilità e rispetto.
La vicinanza a Dio a volte assume la forma di una lotta: lottare col Signore soprattutto nei momenti in cui la sua assenza si fa maggiormente sentire nella vita del sacerdote o nella vita delle persone a lui affidate.
La vicinanza con Gesù ci invita a non temere alcuna di queste ore - non perché siamo forti, ma perché guardiamo a Lui, ci aggrappiamo a Lui e gli diciamo: «Signore, non permettere che io cada in tentazione! Fammi comprendere che sto vivendo un momento importante nella mia vita e che tu sei con me per provare la mia fede e il mio amore».
Un prete può quindi portare con sé, anche senza parlare, le intenzioni, le sofferenze e le speranze delle persone. Porta i nomi incisi nel cuore.
Quando l’incontro suscita una domanda vocazionale
A volte vedere o incontrare un sacerdote può suscitare in una persona una domanda sulla propria vocazione. Il sacerdote può diventare un segno che aiuta a chiedersi quale direzione dare alla propria vita, ma nessun incontro casuale costituisce da solo una prova definitiva di una chiamata.
Il Signore è sempre fantasioso e “furbo” e la sua chiamata può esprimersi in tante maniere. Certo, anche attraverso la voce del tuo Don che bene ti conosce e ti vede agire e muoverti.
Probabilmente ha colto in te molte buone qualità e doni che solitamente contraddistinguono l’agire pastorale di un prete: il tuo bel modo di stare con i ragazzi, la tua generosità, l’essere per loro un riferimento.
Un invito a riflettere, non certo un comando. Ti ha chiesto di pensarci.
I segni della vocazione
Ti invito pertanto a guardare più da vicino il valore e il richiamo di questi “segni” (fede, generosità, dedizione, preghiera) presenti nella tua vita. Si tratta di verificare se ti aprono ad un orizzonte di dedizione più ampio e totalizzante oppure se ti orientano ad altre scelte necessariamente dai confini più ristretti e mirati.
Il sì definitivo che si dà a Dio muove i primi passi nei «feriali sì» piccoli e anche, solo all’apparenza, frammentati. Ma nella logica di Dio tutto si ricompone con giusta misura.
Quando personalmente si intuisce, e le persone attorno lo confermano a vario titolo, che si è chiamati ad una vita di donazione consacrata, è importante ricordarsi tre cose: fare i passi graduali, verificare con umiltà e nella preghiera, ascoltare la vita che ti parla attorno.
È importante per un ragazzo, chiamato eventualmente al sacerdozio, non guardare unicamente alla meta da raggiungere, con il rischio reale di dimenticarsi dell’età che si ha, le amicizie, gli hobby, ecc.
Il discernimento richiede tempo
Ci vuole pazienza e, soprattutto, imparare a mettere ordine nella propria vita, come direbbe S. Ignazio di Loyola. E’ l’ordine del fine, della meta, del sapere dove voler andare e il come.
Non è l’ordine della perfezione, ma della stabilità interiore, senza la quale nulla potrà avere futuro e durata.
Le difficoltà non sono degli ostacoli, né tanto meno delle conferme che la strada intrapresa è sbagliata. Le difficoltà sono il segno di un cammino dal volto vero, puro, autentico, sincero.
Una vocazione sana matura sempre in un contesto di difficoltà oneste. Mai nascondersi dietro falsi problemi e tanto meno situazioni non risolte del proprio passato.
La direzione spirituale dopo un incontro significativo
Se l’incontro con un sacerdote suscita domande profonde, può essere utile parlarne con una persona competente e affidabile. La direzione spirituale aiuta a comprendere ciò che accade interiormente senza trasformare ogni emozione in una certezza immediata.
Il Signore agisce a suo modo nella nostra vita e ci manda dei “segnali” che non sempre riusciamo a “decifrare” da soli. È giusto allora cominciare a parlare di direzione spirituale, senza dimenticare che lo Spirito Santo, da parte Sua, entra in pieno nella direzione e illumina questo incontro.
Quest’ultima deve avere in se’ alcune caratteristiche molto importanti: deve essere costante, profonda, sincera, accompagnata dalla preghiera, che porti a dei propositi che si compiano.
La ragione per cui abbiamo un direttore spirituale è perché ci confondiamo così facilmente quando proviamo ad “auto-esaminarci” spiritualmente. Non siamo dei bravi giudici quando si tratta di noi stessi.
Un buon direttore spirituale deve essere una persona prudente, con una grande visione soprannaturale, con una vita di preghiera e “allenato” al linguaggio del Signore.
Il direttore spirituale non è un “amicone” con il quale confidarsi, non è un incontro di amicizia soltanto ma è una, appunto, direzione. Non è un incontro psicologico o un “calmante” o un “anti-depressivo”: egli ascolta, riflette alla luce di Cristo, stimola, aiuta il giovane in quel cammino di maturazione al quale è chiamato.
Come vivere concretamente l’incontro
Se incontri un sacerdote per strada, puoi salutarlo con naturalezza e rispetto. Se senti il bisogno di parlargli, puoi chiedergli se ha tempo per ascoltarti oppure domandare un appuntamento, soprattutto quando la questione è personale o richiede riservatezza.
Non è necessario sentirsi obbligati a parlare di fede. Il sacerdote può essere avvicinato anche per una difficoltà familiare, un lutto, una domanda morale, una ricerca interiore o il desiderio di ricominciare un percorso.
La disponibilità del sacerdote fa della Chiesa la Casa dalle porte aperte, rifugio per i peccatori, focolare per quanti vivono per strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima Comunione.
Dove il popolo di Dio ha un desiderio o una necessità, là c’è il sacerdote che sa ascoltare e sente un mandato amoroso di Cristo che lo manda a soccorrere con misericordia quella necessità o a sostenere quei buoni desideri con carità creativa.
La gioia di un sacerdote in mezzo alla gente
La gioia del sacerdote è posta in intima relazione con il santo popolo fedele di Dio perché si tratta di una gioia eminentemente missionaria.
La gioia del sacerdote è una gioia che ha come sorella la povertà. Il sacerdote è povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio.
Non c’è identità - e pertanto gioia di vivere - senza appartenenza attiva e impegnata al popolo fedele di Dio.
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella la fedeltà. Non tanto nel senso che saremmo tutti “immacolati” perché siamo peccatori, ma piuttosto nel senso di una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa.
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella l’obbedienza. Obbedienza alla Chiesa nel servizio: disponibilità e prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore.
Il sacerdote come presenza di speranza
Essere preti oggi significa allora coltivare un cammino di verità: verità davanti a Dio, davanti a sé stessi e davanti agli altri. Solo un uomo che ha imparato a essere vero può aiutare gli altri a vivere nella verità.
E in un mondo che spesso vive di apparenze e di maschere, un prete autentico diventa davvero segno di Vangelo, cioè buona notizia per chi lo incontra.
Colui che è chiamato sappia che esiste in questo mondo una gioia genuina e piena: quella di essere preso dal popolo che uno ama per essere inviato ad esso come dispensatore dei doni e delle consolazioni di Gesù.
Il sacerdote vicino può quindi diventare un segno di speranza non perché abbia una vita priva di difficoltà, ma perché testimonia che la fragilità, la ricerca e la sofferenza possono essere attraversate nella relazione con Dio e con gli altri.
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