Il Gan Eden biblico: significato e descrizione

Il Gan Eden è il giardino delle delizie che Dio pianta «a oriente» e nel quale colloca l’uomo e la donna da lui plasmati. È uno spazio di vita, fecondità, bellezza e comunione con Dio, affidato all’essere umano perché lo lavori e lo custodisca.

Il giardino dell’Eden rappresenta il primo, immenso dono che Dio fece all’uomo e alla donna. Perduto in seguito al Peccato originale, rimane un luogo emblematico, simbolo di innocenza ritrovata e di speranza inesausta.

Che cosa significa Gan Eden

Il giardino nella Bibbia appare per, la prima volta, in Gen 2,8 quando «Adonai/Jhwh pianta un giardino in Eden, a oriente». La formula 'giardino in Eden' si ritrova scritta anche come 'giardino di Eden' o solamente Eden. Il luogo dove Dio pone l'uomo e la donna, che aveva plasmato, è il giardino (gan) delle delizie (Eden) ricco di acqua, simbolo di vita e di fecondità.

Il termine composto “Gan ‘Eden”, ‘giardino delle Delizie’ (Genesi 2,8-14), veniva usato per definire sia il paradiso terrestre, sia quello celeste. La parola “Eden” viene invece dal sumero, e significa ‘steppa, pianura’. Alcuni studiosi hanno congetturato che Dio abbia scelto una zona occupata da vegetazione steppica per farvi sorgere il Suo Paradiso, il suo giardino delle delizie.

Il sostantivo «Eden» deriva dal verbo ʿādan «essere florido» o «lussureggiante», per estensione il sostantivo significa «delizia». Il terrestre quindi non è collocato nella landa desolata di cui si è parlato nel prologo (cf. 2,5-6), ma in un luogo dal nome evocativo, «delizia», collocato ad oriente.

Il termine ebraico gan deriva dal verbo ganan, «proteggere». Quindi il giardino è uno spazio chiuso il cui recinto protegge coloro che vi abitano. Nell’antichità i giardini erano luoghi recintati e nei quali la vegetazione era regolata in modo razionale. Quindi anche la scelta di creare un giardino e dare vita al suo interno al primo uomo rientrerebbe nel piano preciso di Dio.

Il termine greco παράδεισος deriva dal persiano pairidaēza, «recinto circolare» (passato anche nell’ebraico pardēs). È composto da pairi, «intorno», e daēza, «muro»; in greco περί «intorno» e τεῖχος «muro».

Il giardino piantato da Dio

«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato» (Genesi 2,8). Chi ha plasmato il terrestre è colui che al v. 8 «pianta» (nāṭaʿ) un giardino. Se prima Yhwh Elohim impersonava un vasaio che plasmava la sua creatura dalla polvere del suolo, ora è un contadino che pianta un giardino.

L’azione successiva è quella di «collocare» il terrestre nel giardino (v. 8b). Non deve sfuggire che tra l’azione del piantare e quella del collocare c’è il lasso intermedio della crescita del giardino di cui il narratore non dice nulla. Raccontando in questo modo le cose, egli spinge il lettore a inferire che il soggetto agente è un essere straordinariamente potente.

Ad ogni modo, fu lì, nel "giardino dell'Eden" che il Signore Dio volle porre l'uomo che aveva appena creato adàm (אָדָם). Dio, dunque, non lasciò l'uomo nella terra primordiale da cui era stato tratto (Gen 2,7), ma volle espressamente collocarlo nel paradiso. E il testo della Genesi, lo ripete per ben due volte (cfr. Gen 2,8 e 2,15).

Che cosa c’era nel Gan Eden

Al v. 9 il narratore descrive sommariamente l’ambiente esuberante di vita del giardino. È sempre Yhwh Elohim il protagonista perché, secondo il modello della differenziazione a partire dalla continuità con la terra/suolo, fa «spuntare», ṣāmat, «dalla terra/suolo» (min-hāʾădāmâ) ogni tipo di albero.

Il «terrestre» e le piante hanno una comune origine ma questo non significa comune identità e qualità. Infatti, si precisa subito che le piante sono in funzione della creatura terrestre: «desiderabile alla vista e buono da mangiare» (2,9a).

Qui sono coinvolti i sensi della vista e del gusto, mentre in precedenza vi era stato l’olfatto (cf. 2,7). Il verbo ḥāmad esprime qualcosa in più del semplice “desiderare”, in quanto in Es 20,17 e Dt 5,21 sarà impegnato al negativo nei comandamenti: «Non desidererai la casa… la moglie».

Riassumendo, quindi, sono tre le cose in comune tra mondo umano e mondo vegetale: il Creatore; la materia di provenienza («terra/suolo»); il mondo umano recepisce quello vegetale attraverso la «delizia» dei sensi. Più avanti se ne scoprirà una quarta.

Fra gli alberi e le piante dell’Eden c’erano tutti quelli che servivano ad abbellire il luogo e quelli che provvedevano cibo in grande varietà. (Ge 2:9, 15) Questo fatto di per sé indicherebbe che il giardino era piuttosto vasto.

La fauna del giardino era molto varia. Dio condusse davanti ad Adamo “tutti gli animali domestici e . [i] volatili dei cieli e . ogni bestia selvaggia del campo”, poiché uno dei primi compiti di Adamo fu quello di dare un nome a ciascuno. (Ge 2:19, 20).

I due alberi al centro del giardino

Tra tutti gli alberi rigogliosi e carichi di frutti, due attirano l’attenzione di chi racconta: «l’albero della vita» (wᵉʿēṣ haḥayyîm), collocato al centro del giardino e che stabilisce una certa connessione con i versetti precedenti grazie all’«alito di vita» (hayyîm), e quello della conoscenza del bene e del male (wᵉʿēṣ haddaʿat ṭôv wārāʿ) di cui il narratore non dà la posizione.

Di conseguenza il «terrestre» non si costruisce né si conquista il suo spazio, ma gli viene donato. Questo dono comporterà anche una responsabilità declinata come custodia e lavoro. Da tutto ciò consegue che la vita umana è un dono di Dio e l’uomo non la possiede, essa poi è una realtà ludica e nello stesso tempo precaria.

Molto si è scritto a proposito di quanti alberi ci siano al centro del giardino. Prima di avventurarsi in supposizioni fantasiose è bene domandarsi: chi dice che cosa? In Gen 2,9 il narratore, che fino a questo momento si è mostrato affidabile, fa un’affermazione chiara: al centro del giardino c’è solo «l’albero della vita».

L’albero della vita

L’albero della vita è collocato al centro del giardino e stabilisce una certa connessione con i versetti precedenti grazie all’«alito di vita» (hayyîm). Nella tradizione biblica esso rappresenta il diritto alla vita e la possibilità di vivere nella pienezza ricevuta da Dio.

La morte non può entrare nel Giardino dell’Eden, nel quale fiorisce dà frutto, tra gli altri, l’albero della vita, a cui abbiamo dedicato un ulteriore articolo. Dio ha posto questo albero miracoloso proprio in mezzo al giardino dell’Eden, accanto all’albero della conoscenza del bene e del male, e Adamo ed Eva possono mangiarne i frutti a sazietà.

In questo modo essi sono immortali, immuni allo scorrere del tempo, alla vecchiaia, alle malattie, alla morte.

L’albero della conoscenza del bene e del male

L’uomo poteva mangiare “a sazietà” di tutti gli alberi da frutto dell’Eden. (Ge 2:16) Ma un albero, quello “della conoscenza del bene e del male”, era precluso alla coppia umana. Eva menzionò che Geova aveva proibito al marito persino di “toccare” l’albero, e che il mancato rispetto o la violazione della legge di Dio sarebbe stata punita con la morte. (Ge 2:17; 3:3).

La Bibbia non dice di che genere di albero si trattasse. Si comprende però che l’albero della conoscenza del bene e del male simboleggiava il diritto o la prerogativa di Dio, quale Creatore dell’uomo, di stabilire ciò che è “bene” e ciò che è “male” per le sue creature, richiedendo poi giustamente che esse facciano ciò che è stato dichiarato buono e si astengano da ciò che è stato definito cattivo, se vogliono conservare l’approvazione di Dio quale Sovrano supremo.

Sia il divieto che la successiva sentenza di condanna della coppia disubbidiente sottolineano il fatto che il peccato originale consisté nell’atto di disubbidienza commesso mangiando il frutto proibito. - Ge 3:3.

Insegnamenti tradizionali hanno cercato di spiegare in vari modi la natura del frutto proibito: come simbolo dei rapporti sessuali, rappresentati da una “mela”; come metafora della semplice conoscenza del bene e del male; e come la conoscenza ottenuta col raggiungimento della maturità e con l’esperienza, conoscenza che si può usare bene o male.

Comunque, visto il comando del Creatore di ‘essere fecondi e moltiplicarsi e riempire la terra’ (Ge 1:28), l’ipotesi che il frutto dell’albero rappresentasse i rapporti sessuali è inaccettabile, perché in quale altro modo avrebbero potuto procreare e moltiplicarsi? Il frutto non poteva nemmeno rappresentare la semplice capacità di distinguere il bene dal male, perché per ubbidire al comando di Dio l’uomo perfetto doveva possedere tale discernimento morale.

L’acqua e i quattro fiumi

Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il numero quattro richiama i punti cardinali e indica che tutta l’acqua del mondo proviene dal giardino delle delizie, cioè, da Dio che l'ha creato per l'umanità, perché potesse vivere in armonia.

Il narratore, con una digressione di ben quattro versetti, attira l’attenzione del lettore sull’acqua.

«Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre attorno a tutta la regione di Avìla, dove si trova l’oro e l’oro di quella regione è fino; vi si trova pure la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre attorno a tutta la regione d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate».

Il testo identifica i quattro fiumi nel Pison, Ghicon, Tigri ed l'Eufrate. Gli ultimi due sono conosciuti nella Bibbia, perché fiumi della Mesopotamia. E' impossibile identificare ulteriormente i primi due.

Il fiume Ghicon si può collegare alla sorgente che porta acqua a Gerusalemme costruita dal re Ezechia (cfr. 2Cr 32,30). Tuttavia, i primi due fiumi non sono stati identificati con certezza.

FiumeIndicazione biblica
PisonScorre attorno alla regione di Avìla, dove si trovano oro, resina odorosa e pietra d’ònice.
GhiconScorre attorno alla regione d’Etiopia.
TigriScorre a oriente di Assur.
EufrateÈ il quarto fiume.

Vi è il richiamo alla tensione già incontrata nell’introduzione, dove da un lato si diceva che Yhwh Elohim non aveva fatto piovere (cf. 2,5), dall’altro si affermava la presenza di una polla sorgiva che, scaturente da sotto, bagnava la faccia della terra (cf. 2,6).

Con i fiumi le tre parti che costituivano la cosmologia semitica sono toccate dall’acqua: da sopra c’è la pioggia; il fiume in superficie; da sotto terra la sorgente. Tutta questa prodigiosa abbondanza d’acqua afferma una sola cosa: la vita e la fecondità di quel giardino.

Mappa biblica dei quattro fiumi

Il lavoro e la custodia del giardino

Il giardino delle delizie viene, poi, affidato alle cure dell'essere umano: «Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (2,15b).

La secondo affermazione è che il giardino viene affidato alle cure della creatura terrestre: Yhwh Elohim prese dunque il terrestre e lo fece restare nel giardino per lavorarlo e per custodirlo» (2,15b). L’ultima azione del primo settenario specifica le relazioni che da lì in avanti dovranno esserci tra il terrestre e il giardino: lavorarlo e custodirlo.

Al terrestre viene affidata una responsabilità nei confronti del giardino e questo lo toglie dalla totale passività iniziale, nello stesso tempo trova soluzione la seconda mancanza denunciata nell’antefatto: non c’era il terrestre per coltivare la terra (cf. 2,5b).

Con l’incarico di lavorare e custodire il giardino il terrestre riceve da Yhwh Elohim un «potere» sul luogo dove è stato messo. È il quarto legame tra il mondo umano e quello vegetale: all’essere umano è chiesto di «dominare» sul mondo vegetale. Tale dominio si articola nei verbi «lavorare» e «custodire».

Il significato di «lavorare» e «custodire»

Il «lavoro», ʿăvōdâ, non è affatto considerato una punizione da parte degli dèi, come in alcuni miti del Vicino Oriente Antico, né è opera prettamente riservata agli schiavi, come nella cultura greco-romana, poiché è azione costitutiva dell’essere umano.

Vi è in esso qualcosa che afferisce alla sfera di Dio. Infatti, in ebraico il verbo «lavorare», ʿāvad, indica il servizio che il popolo è chiamato a rendere a Dio come conseguenza della liberazione dall’Egitto e del patto stipulato al Sinai (cf. Gs 24,14-24).

L’altro verbo «custodire», šāmar, oltre al senso profano di «guardare», «tenere sotto osservazione» (cf. Gen 4,9; 30,31), è comunemente usato per indicare l’osservanza e la custodia gelosa della Torâ, specialmente dei comandamenti (cf. Gen 17,9; Lv 18,5; Es 19,5; Dt 5,1.12; Ez 17,14; Sal 119,44).

Infine i due verbi possono anche essere resi con un’endiadi: lavorare custodendo, per indicare che il compito dell’umanità è custodire qualcosa che non gli appartiene e che non può arrogarsi il diritto di reputarla una proprietà privata; oppure con custodire lavorando, per sottolineare che la custodia non è un dolce far nulla, ma implica la capacità di trasformare quando è stato dato in dono.

Resi singolarmente o con un’endiadi i due verbi non connotano alcun tipo di sfruttamento e rapina delle risorse del giardino, al contrario esprimono l’idea di cura e di attenzione, vale a dire contribuiscono alla stessa bellezza e delizia del giardino.

Già si è detto che la creazione è un processo e non un dato di fatto. Per quanto riguarda il «terrestre» questo processo si era configurato come distinzione dalla terra ma senza opposizioni alla terra; ora si presenta come sovranità e dominio sulla terra/giardino ma senza tirannia.

«A oriente»: significato geografico e simbolico

Esso è collocato «in Eden, a oriente». Molto si è scritto su questo luogo. Sono due le indicazione topografiche la prima è «in Eden» la seconda «a oriente».

È chiaro che la frase preposizionale «in Eden» qualifica non il nome del giardino ma il luogo dove si trova il giardino. Tale località è poi ad oriente. Ad oriente rispetto a che cosa o a chi? Rispetto al narratore che racconta, quindi ad oriente di Israele.

In Gen 1 - 11 le ricorrenze del vocabolo «oriente» saranno più di una e in contesti negativi. Tuttavia, "ad oriente" rappresenta assai più di una semplice indicazione geografica.

L'oriente rappresenta l'origine - dal latino "oriens" - poiché è da quel punto geografico che sorge il sole. Rappresenta, perciò, la méta e il desiderio del cuore umano, che anela ad un luogo in cui realizzare i propri sogni, in cui essere veramente se stessi; un luogo in cui rinascere e darsi nuove possibilità.

Probabilmente il narratore immagina un specie di recinzione lussureggiante in mezzo a una pianura deserta. Così appare un luogo «di delizie». I traduttori greci parleranno di «paradiso».

La presenza di Dio nell’Eden

Questa insistenza rivela la precisa volontà divina di far vivere l'uomo in un luogo e in una situazione a lui congeniali. L'Eden era il luogo in cui Dio stesso dimorava, il suo giardino (cfr. Ezechiele 28) e, perciò, ponendovi l'uomo, volle che egli stesse insieme a Lui, vivendo alla sua presenza.

La creatura di "terriccio" che respirava l'aria stessa di Dio non poteva vivere altrove, se non nel luogo dove viveva Colui dal quale ricevette la stessa vita. Anzi, una certa lettura del testo ebraico originale permette persino di dire che il Signore Dio piantò il giardino dell'Eden PER porvi l'uomo che aveva creato.

E se l'Eden doveva essere una fertile regione della Mesopotamia, il giardino che Dio piantò era una "delizia nella terra delle delizie". Tutto ciò per dire che l'immagine di Dio offerta dall'autore è quella di un essere pieno di premure e di amore per la creatura che aveva plasmato con le sue mani.

Il significato dell’Eden per l’umanità

Di fatto, il racconto della creazione scritto in epoca esilica, afferma che l'Eden, o giardino delle delizie donato da Dio all'umanità, in tempo di esilio è sorgente di speranza di un luogo dove vivere in piena comunione con Dio e con i membri del suo popolo.

Il desiderio di abitare l’Eden lascia intravedere però anche il desiderio tutto umano di chi scrisse queste righe. Il povero agricoltore palestinese non poteva arrendersi al fatto che la terra promessa ai padri fosse quella in cui viveva ogni giorno, desolata e distrutta, senza Tempio di Gerusalemme e senza speranza.

No! Dio, all'inizio, volle che l'uomo abitasse una terra di delizie - ad oriente - ossia lontano dalle fatiche e dalle sofferenze di ogni giorno, che ai suoi occhi avevano una causa precisa . . EDEN .

Il peccato, il serpente e la perdita del giardino

Essendo Adamo ed Eva dotati di libero arbitrio, il fatto che usarono la loro libertà per ribellarsi alla legittima sovranità di Dio provocò la perdita della dimora paradisiaca e della felicità di cui godevano entro i suoi confini.

È evidente, comunque, che l’esistenza in Eden dell’albero proibito non aveva lo scopo di costituire una spina nel fianco per la coppia umana, né di creare problemi o di suscitare una controversia. Se Adamo ed Eva avessero tenuto conto della volontà di Dio al riguardo e ne avessero rispettato le istruzioni, la loro dimora paradisiaca sarebbe rimasta inalterata, un luogo piacevole e delizioso.

La Bibbia rivela che fu l’Avversario di Dio a creare il problema e a suscitare la controversia relativa all’albero, ponendo l’umanità di fronte alla tentazione di violare il decreto di Dio. (Ge 3:1-6; cfr. Ri 12:9).

Il serpente che tenta Eva affinché assaggi il frutto dell’albero proibito è uno dei personaggi che nel corso del tempo ha avuto più fortuna nell’immaginario collettivo. La Genesi lo descrive come «il più astuto tra gli animali», e il suo carattere silenzioso e il suo morso mortale l’hanno trasformato da tempo immemore in nemico della specie umana.

Tuttavia, nelle culture del Vicino Oriente antico, il serpente rappresentava anche l’immortalità, data la sua capacità di cambiar pelle. Inoltre, il fatto di strisciare lo metteva in contatto diretto con la terra, intesa come divinità-madre.

La sua identificazione con Satana o Lucifero è successiva, dato che il principio supremo del male era qualcosa di sconosciuto per gli autori della Genesi. In ogni caso, la trappola del serpente sortisce l’effetto desiderato e origina il castigo divino nei confronti di Adamo e di Eva.

Essi persero l’opportunità di mangiare di un altro degli alberi dell’Eden, quello che rappresentava il diritto alla vita eterna. Infatti la Bibbia dice che Geova “cacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiammeggiante lama di una spada che roteava continuamente per custodire la via dell’albero della vita”. - Ge 3:22-24.

Dove si trovava il giardino dell’Eden

L’ubicazione originale del giardino di Eden è congetturale. Il mezzo principale per identificarne la posizione geografica è la descrizione biblica del fiume “che usciva dall’Eden”, e che poi si divideva in quattro “capi”, formando i fiumi Eufrate, Iddechel, Pison e Ghihon.

Dal momento che l’uomo era nudo, c’è da ritenere che il clima fosse molto mite e piacevole. - Ge 2:25. Tuttavia, la descrizione dei quattro fiumi non permette di stabilire con certezza una localizzazione.

La Bibbia stessa ci fornisce i seguenti dati: “Un fiume esce da Eden a irrigare il giardino, e di là si divide in quattro capi. Uno si chiama Fison (Pishōn); è quello che percorre tutta la regione di Evila (Ḥavīla), dov’è l’oro, e oro eccellente; ivi sono pure il bdellio [resina odorosa] e la pietra malachite. Il secondo fiume ha nome Geon (Ghiḥōn); è quello che percorre tutto il paese di Cus (Kūsh). Il terzo fiume si chiama Tigri (Ḥiddeqel); è quello, che scorre a oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate (Perat)” (Gen., II, 10-14).

Le principali ipotesi geografiche

Alcuni, come Calvino e Delitzsch, collocavano l’Eden nella bassa Mesopotamia all’incirca sopra il Golfo Persico, più o meno nel punto in cui l’Eufrate e il Tigri si avvicinano o confluiscono.

Altri lo collocarono nell’altipiano d’Armenia, nel medio corso dell’Eufrate, sul basso corso del medesimo presso Babilonia, sul golfo Persico o nell’isola di Bahrein.

Staccandosi dal bacino mesopotamico, altri collocarono l’Eden a Damasco, nell’Arabia centrale, nell’Arabia meridionale, nell’Asia centrale, in Egitto, in Occidente o al Polo Nord.

Ancora, c’è chi pensa che il giardino l’Eden si trovasse nella Terra Santa, la terra di Israele. Secondo questa teoria, il fiume che scorreva nel Paradiso terrestre, per poi dividersi una volta uscito dal medesimo, sarebbe stato il Giordano.

Secondo altri studiosi invece, il giardino dell’Eden coincideva con l’Egitto, identificando in quei fiumi il Nilo che, grazie alle sue esondazioni, rendeva fertile la terra.

Alcune interpretazioni, infine, escludono qualsiasi implicazione geografica, considerando il giardino dell’Eden solo nella chiave di lettura della cacciata di Adamo ed Eva.

Probabilmente l’autore non volle determinare un luogo preciso, ma solo attribuire ai quattro rivi del giardino paradisiaco i nomi e la benefica fecondità delle acque, non il corso, dei quattro più grandi fiumi allora conosciuti.

Il fatto che oggi l’Eufrate e il Tigri non abbiano una sorgente comune, come anche l’impossibilità di identificare con certezza il Pison e il Ghihon, si potrebbe spiegare con gli effetti del diluvio noetico, che senza dubbio alterò notevolmente i caratteri morfologici della terra, cancellando il corso di alcuni fiumi e creandone altri.

L’autore di Gen., II, 11-14 senza dubbio concepì l’Eden come un luogo reale situato su questa terra. La sua identificazione precisa, però, resta incerta.

Il Gan Eden e i giardini del Vicino Oriente antico

Gli ebrei non furono né gli unici né i primi a sviluppare il mito di un giardino primordiale. Per esempio, nella celebre Epopea di Gilgamesh, scritta intorno al 2500 a.C., compare il personaggio di Utnapishtim, l’unico umano che gli dei salvarono dal diluvio universale e di cui si dice che viveva alla “confluenza dei fiumi”.

Questo luogo viene descritto come un giardino colmo di diverse specie di alberi ricchi di frutti e gemme preziose dove, tra le altre cose, non esiste la morte.

Allo stesso modo, il leggendario poema sumero Enki e Ninhursag, composto intorno al 2000 a.C., parla di una terra pura, immacolata e luminosa nella quale non si conosce la morte. Una terra chiamata Dilmun, che si trasforma in un giardino divino grazie alla corrente d’acqua dolce che gli dei fanno zampillare dal suo ventre.

Perciò, sia la dimora di Utnapishtim che la terra di Dilmun somigliano all’Eden biblico perché simboleggiano l’idea di una regione bagnata dai fiumi, feconda e in cui si può vivere liberi da ogni preoccupazione.

Gli studiosi hanno dimostrato che nella Genesi si mescolano due racconti antichissimi che il redattore biblico combinò, e addirittura amalgamò, al fine di armonizzarli in uno solo.

A differenza dell’Eden biblico, la terra di Dilmun non è abitata da uomini, bensì da dei; allo stesso tempo presenta caratteristiche che rievocano il resoconto della Genesi con i suoi alberi rigogliosi, le fonti d’acqua che sgorgano nel giardino o la sua localizzazione a Oriente.

Il testo sumero racconta anche che il dio Enki mangiò piante proibite e che quando ebbe problemi a una costola venne curato dalla dea Nin-ti, che significa “signora della costola”. Il termine sumero -ti può anche equivalere a “far vivere” e quindi il nome potrebbe anche esser tradotto come “la signora che fa vivere”.

Il nome di Eva, in ebraico, deriva da una radice verbale che significa vivere.

Il Gan Eden nella speranza biblica

Il giardino dell'Eden è evocato dal profeta Ezechiele, che lo descrive secondo la concezione mesopotamica del giardino divino, concepito come una dimora di luce, colma di pietre preziose (Ez 28,13; 31,8).

Il giardino dell'Eden è presente nel Cantico dei Cantici, il libro biblico che canta, in modo lirico, l'amore fedele e duraturo che resiste alla morte.

L'incontro tra i due innamorati che continuamente, pure in mezzo a difficoltà, si cercano e si trovano per giurarsi amore eterno avviene nel giardino, ricco dei suoni, dei colori, dei profumi che cantano la bellezza della vita e dell'amore.

«Dov'è andato il tuo diletto, o bella fra le donne? Il mio diletto era sceso nel suo giardino» (cfr. Ct 6,1-2).

Il giardino nel Vangelo di Giovanni

Infine, nel giardino, il Vangelo di Giovanni, colloca il mistero pasquale di Gesù. Il richiamo al giardino della Genesi e al Cantico dei Cantici è sostanziale.

L'arresto di Gesù avviene in un giardino e in un giardino verrà pure sepolto (cfr. Gv 18,1; 19.41). In questo giardino Maria di Magdala, il giorno dopo il sabato, sfidando il buio e la derisione, come l'innamorata del Cantico dei Cantici, cerca il suo amato finché non lo trova.

Maria, simbolo della comunità/sposa, capisce che l'amore per l'amato richiede l'accoglienza del mistero pasquale, che è amore che vince la morte.

Nella Pasqua di Gesù si realizza così l'Eden desiderato, perché da questo evento inizia la nuova creazione e la nuova umanità dei risorti.

Dovremo attendere l’avvento di Cristo per trovare, nella sua Croce, il nuovo Albero della vita, fonte di salvezza e vita eterna.

Gesù e l'incontro con Maria Maddalena

Perché «paradiso terrestre» non è una traduzione letterale

L'espressione 'paradiso terrestre' con la quale, nel linguaggio comune, ci si riferisce a Gen 2,8 non traduce il significato dell'espressione ebraica 'giardino dell'Eden'.

L'ebraico gan (giardino) ed Eden (delizie) è sostituito con il termine di origine persiana che 'giardino reale' che in greco è 'paradeisos'. I traduttori della Bibbia dei LXX al termine paradiso hanno aggiunto il termine 'terrestre', che ha niente a che fare con la presentazione biblica dell'Eden e con il suo messaggio.

La Settanta traduce l’ebraico gan (giardino) col termine greco paràdeisos. Per questo il termine italiano “paradiso” viene posto in relazione col giardino di Eden.

Il significato originario del Gan Eden è quindi quello di un giardino protetto e fecondo, collocato nella regione chiamata Eden, «a oriente», dove Dio offre all’essere umano una dimora di vita e gli affida il compito di lavorare custodendo.

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