Ezechiele contro i sacerdoti: significato e contesto biblico

Ezechiele critica i sacerdoti e le guide d’Israele perché hanno tradito la loro responsabilità davanti a Dio: invece di custodire la santità del tempio, insegnare la distinzione tra sacro e profano e guidare il popolo nella fedeltà, hanno tollerato l’idolatria, l’ingiustizia e la profanazione della pura adorazione.

La polemica contro i sacerdoti si inserisce nel più ampio messaggio del profeta-sacerdote Ezechiele, che interpreta l’esilio babilonese come conseguenza del peccato d’Israele e annuncia, dopo il giudizio, la restaurazione del popolo, del culto e della presenza di Dio in mezzo a Israele.

Chi è Ezechiele e in quale contesto profetizza

Da sempre il libro è conosciuto con il nome del suo autore, il sacerdote e profeta Ezechiele (1: 3; 24: 24), peraltro mai menzionato altrove nella Scrittura. Il suo nome significa “fortificato da Dio” e ben si addice al ministero profetico a cui Dio lo aveva chiamato (3: 8-9).

Come Geremia (Gr 1: 1) e Zaccaria (cfr. Za 1: 1 con Ne 12: 16), Ezechiele era sia profeta che sacerdote (1: 3). In virtù del suo retroterra sacerdotale, egli aveva una particolare familiarità e uno spiccato interesse per le questioni legate al tempio; pertanto Dio si servì di lui per parlare in modo specifico di questi aspetti (8: 1-11: 25; 40: 1-47: 12).

Ezechiele e la moglie (menzionata in 24: 15-27) facevano parte del folto gruppo dei 10.000 Giudei deportati a Babilonia nel 597 a.C. (2 R 24: 10-17). Vivevano a Tel-Abib (3: 15), sulle sponde del fiume Chebar, probabilmente nella regione a sud-est di Babilonia.

Durante il suo esilio a Babilonia, nel 593 a.C., Ezechiele iniziò la sua attività di profeta rivolta sia agli Israeliti deportati sia a quelli rimasti nel regno di Giuda. Nel 587 a.C., in seguito al tentativo di rivolta di Sedecia, re di Giuda, Gerusalemme fu di nuovo assediata e questa volta distrutta dal re Nabucodònosor. Ezechiele continuò la sua missione di profeta almeno fino al 571 a.C.

Ezechiele ricevette la vocazione profetica nel 593 a.C. (1: 2) a Babilonia (“il paese dei Caldei”), durante “il quinto anno della deportazione del re Ioiachin”, avvenuta nel 597 a.C. Egli data spesso le sue profezie a partire dall’anno della deportazione (8: 1; 20: 1; 24: 1; 26: 1; 29: 1; 30: 20; 31: 1; 32: 1, 17; 33: 21; 40: 1).

Partendo dal presupposto che il “trentesimo anno” di cui al v. 1: 1 si riferisca all’età di Ezechiele, se ne deduce che il profeta aveva venticinque anni quando fu fatto prigioniero e trenta quando ricevette la chiamata al ministero. All’età di trent’anni i sacerdoti iniziavano il loro ministero: per Ezechiele si trattò, pertanto, di un anno molto importante.

Il suo ministero ebbe inizio nel 593/592 a.C. e si protrasse per almeno ventidue anni, fino al 571/570 a.C. (cfr. 29: 17). Coevo di Geremia (più vecchio di lui di circa vent’anni), egli menziona Daniele (suo coetaneo) in 14: 14, 20; 28: 3 come profeta ben noto.

La crisi politica e religiosa che precede l’esilio

Uno sguardo alla storia di Israele permette di constatare che il regno rimase unito per più di 110 anni (1043-931 a.C. ca.), durante le monarchie di Saul, di Davide e di Salomone. Nel 931 a.C. il regno fu diviso dando vita a due regni distinti, Israele (a nord) e Giuda (a sud), per circa due secoli fino al 722/721 a.C., anno in cui Israele cadde nelle mani dell’Assiria.

Giuda, il regno superstite, resistette per 135 anni prima di cadere nelle mani dei Babilonesi nel 605-586 a.C. Nel contesto più immediato del libro, altri avvenimenti si rivelarono determinanti.

Sul piano politico, la decantata potenza militare dell’Assiria si era sgretolata nel 626 a.C. e la capitale, Ninive, era stata distrutta nel 612 a.C. dai Babilonesi e dai Medi (cfr. Naum). Il nuovo Impero babilonese aveva già manifestato la propria forza quando Nabopolassar era salito al trono nel 625 a.C.

Dal canto suo, sotto il faraone Neco II, l’Egitto aveva manifestato la propria determinazione a conquistare quanti più territori possibili. Babilonia aveva annientato l’Assiria nel 612-605 a.C. e riportato una vittoria decisiva contro l’Egitto a Carchemis nel 605 a.C. senza lasciare, secondo le cronache babilonesi, alcun superstite.

Sempre nel 605 a.C. Babilonia, sotto la guida di Nabucodonosor, aveva dato inizio alla conquista di Gerusalemme e alla deportazione dei prigionieri, fra i quali anche Daniele (Da 1: 2). Nel dicembre del 598 a.C. Nabucodonosor assediò nuovamente Gerusalemme e la espugnò il 16 marzo del 597 a.C.

In tale occasione egli prese Ioiachin come prigioniero insieme a un gruppo di 10.000 uomini, fra cui anche Ezechiele (2 R 24: 10-17). La distruzione finale di Gerusalemme, la conquista di Giuda e la terza deportazione occorsero nel 586 a.C.

Sul piano religioso, il re Giosia (640-609 a.C. ca) si era posto alla guida di un moto di riforma spirituale in Giuda (cfr. 2 Cr 34). Purtroppo, nonostante gli sforzi di Giosia, l’idolatria aveva ottenebrato i Giudei a tal punto che la riforma ebbe scarso impatto.

Nel 609 a.C. Giosia fu ucciso dall’esercito egiziano mentre attraversava la regione. I Giudei continuarono a indulgere nel peccato, che sarebbe stato la causa del loro giudizio, sotto i regni di Ioacaz (609 a.C.), di Ioiachim (Eliachim, 609-598 a.C.), di Ioiachin (598-597 a.C.) e di Sedechia (597-586 a.C.).

Perché Ezechiele accusa sacerdoti e pastori

Il disastro dell’esilio è responsabilità di ognuno, ma vi ha contribuito in modo decisivo la cattiva condotta dei “pastori”. Chi sono i pastori? Sono i re, i giudici, i profeti, i sacerdoti e le guide in generale.

Essi non hanno capito la cosa fondamentale, che il gregge cioè non era loro proprietà, ma di Dio! Non potevano fare quello che volevano, soddisfacendo i propri interessi. Per questo motivo saranno tolti dall’incarico (1-16).

All’interno del popolo, poi, ci sono i furbi. Anch’essi saranno giudicati (17-22). Chi guiderà allora il popolo? “Io stesso”, dice il Signore.

La critica di Ezechiele non è quindi una semplice contestazione dell’istituzione sacerdotale. Il profeta non nega l’importanza del culto, del tempio o del sacerdozio; denuncia piuttosto il divario tra l’incarico sacro e la condotta concreta di coloro che lo esercitano.

I sacerdoti sono responsabili perché il loro compito è insegnare, custodire e rendere visibile la santità di Dio. Quando permettono che l’idolatria e l’ingiustizia entrino nel tempio, non commettono soltanto un errore personale: compromettono il rapporto dell’intero popolo con il Signore.

Il peccato dei sacerdoti: idolatria e profanazione del tempio

Il libro descrive con vivide analogie la disubbidienza di Israele e di Giuda, incuranti dell’amore di Dio (cap. 23; cfr. cap. 16). Esso mostra che il Signore desiderava vedere Israele portare un frutto che egli potesse benedire; tuttavia, un’egoistica compiacenza nel peccato aveva preparato Israele per il giudizio.

Israele era come una vite sterile da tagliare e bruciare (cap. 15). Numerose sono le allusioni all’idolatria di Israele e alle sue conseguenze, come nel caso della morte di Pelatia (11: 13), che illustra la tragedia che avrebbe colpito il popolo intero.

La visione delle abominazioni nel tempio occupa un posto centrale nella denuncia di Ezechiele. Il profeta vede pratiche idolatriche e immagini che mostrano quanto il luogo destinato alla presenza di Dio sia stato contaminato.

I graffiti sulle mura del tempio ricordano ai lettori ciò che Dio realmente desidera nella sua dimora, ossia santità e non abominazione (8: 10). I carboni ardenti simboleggiano il giudizio (10: 2, 7).

YHWH è stato costretto ad allontanarsi dal suo tempio (Ez 8,6) ma non ha mai voluto andare lontano da Gerusalemme (e comunque va vicino agli esiliati, cf. 11,16). Il tutto si conclude con il trionfale rientro del Signore nella sua casa, nel tempio e in mezzo al paese (Ez 43,1-12).

L’unica realtà che, provvisoriamente, tiene lontano il Signore è il male sfacciato e non riconosciuto, l’esplicito e reiterato rifiuto di lui e della sua Parola. Ma anche a questo YHWH porrà lentamente rimedio facendosi aiutare dalla voce del suo profeta.

La responsabilità dei sacerdoti davanti alla santità di Dio

Fra i principali temi teologici spiccano la santità e la sovranità di Dio, spesso evocate mediante il contrasto della sfolgorante “gloria del SIGNORE” sul tetro sfondo dei vergognosi peccati di Giuda (1: 26-28; spesso ai capp. 8-11 e 43: 1-7).

Questi temi sono strettamente collegati all’obiettivo del glorioso trionfo di Dio affinché tutti “conoscano che io sono il SIGNORE”. Questa affermazione è, in un certo senso, il monogramma divino, la firma autografa con cui Dio autentica le proprie azioni.

Tale espressione ricorre più di 60 volte, solitamente in relazione a un giudizio (6: 7; 7: 4) e, talvolta, dopo la promessa di restaurazione (34: 27; 36: 11, 38; 39: 28).

I sacerdoti sono giudicati in base alla loro funzione di custodi della santità. Il problema non consiste semplicemente nel fatto che alcuni ministri abbiano commesso peccati, ma nel fatto che le loro scelte abbiano reso normale ciò che Dio considera profano.

Il tempio non può essere trattato come uno spazio qualsiasi. La presenza divina richiede una distinzione reale tra sacro e profano, tra fedeltà e idolatria, tra culto autentico e comportamento ipocrita.

La visione del tempio e il fallimento dei sacerdoti

Il tempio descritto nei capitoli 40-48 rappresenta il punto culminante della riflessione di Ezechiele sul culto e sulla responsabilità sacerdotale. Dopo la partenza della gloria di Dio dal tempio contaminato, il profeta contempla il ritorno della gloria nel santuario restaurato.

Il tempio fin qui descritto è molto bello, armonico, proporzionato, pieno di messaggi …., ma è niente se non vi abita il Signore! Allora il profeta viene condotto alla porta che guarda a oriente.

E’ da lì che il Signore (la sua gloria) si era allontanato (cfr 11,22-23). Il profeta vede la gloria del Signore “venire da oriente” (2), entrare nel tempio (4) e prenderne il possesso (5).

La gloria del Signore torna dunque nel tempio, ma il suo ritorno comporta anche una nuova esigenza di fedeltà. La restaurazione non consiste nel ricostruire semplicemente un edificio: richiede un popolo trasformato e un culto liberato dall’idolatria.

Gloria di Dio nel tempio di Ezechiele

La gloria di Dio entra nel nuovo tempio

Poi mi condusse alla porta, la porta che guarda a est. Ed ecco, la gloria del DIO d’Israele, veniva dall’est. La sua voce era come il rumore di molte acque e la terra risplendeva della sua gloria.

Dalla stessa direzione in cui Ezechiele vide partire la gloria di Dio (Ezechiele 11:23), così ora nella sua visione la vide venire a questo nuovo tempio.

Senza la gloria del Dio d’Israele, il tempio di Ezechiele non era altro che un edificio. Con la gloria di Dio, era un luogo sacro, un’abitazione per Dio e lo splendore della Sua presenza.

È difficile definire la gloria di Dio; potremmo chiamarla l’irradiazione splendente del Suo carattere e della Sua presenza. La Bibbia dice che la gloria di Dio irradia attraverso tutta la Sua creazione (Salmo 19:1-4).

La gloria del SIGNORE entrò nel tempio per la porta che guarda a est. Quindi lo Spirito mi levò in alto e mi portò nel cortile interno; ed ecco, la gloria dell’Eterno riempiva il tempio.

In santa riverenza a Dio, cadde sulla sua faccia. Il significato è che Ezechiele non scelse di fare questo; fu una risposta naturale.

Il tempio come luogo del trono e della presenza divina

Allora udii uno che mi parlava dal tempio, mentre un uomo stava in piedi accanto a me, e mi disse: «Figlio d’uomo, questo è il luogo del mio trono e il luogo delle piante dei miei piedi, dove abiterò in mezzo ai figli d’Israele per sempre.

Yahweh proclamò che era tornato al tempio per regnare. Era il Suo trono, dove Egli avrebbe stazionato (il luogo delle piante dei miei piedi), e dove avrebbe dimorato.

Questo mostra non solo la relazione duratura, persino eterna di Dio con Israele come popolo del patto, ma mostra anche la considerazione di Dio per quella terra. Questo sarà particolarmente evidente nel regno millenario, il contesto generale di Ezechiele 40-48.

La casa d’Israele non profanerà più il mio santo nome: questo giorno di un tempio rinnovato, della gloria di Dio e della promessa di una dimora vicina sarebbe anche un giorno di santità per Israele.

Le loro pratiche peccaminose del passato, come l’idolatria sugli alti luoghi, non continuerebbero più. Il vero desiderio di Dio era di abitare in mezzo a loro per sempre, e di farlo come parte di una trasformazione del nuovo patto di Israele.

“Questa è la legge del tempio”: il significato della norma sacerdotale

Tu, figlio d’uomo, descrivi il tempio alla casa d’Israele, perché si vergognino delle loro iniquità. Ne misurino le dimensioni e, se si vergognano di tutto ciò che hanno fatto, fa’ loro conoscere il modello del tempio e la sua disposizione, le sue uscite e i suoi ingressi l’intero suo modello e tutti i suoi statuti, tutte le sue forme e tutte le sue leggi.

La visione del tempio ha quindi uno scopo morale. La descrizione dell’edificio non è separabile dalla chiamata alla conversione: Israele deve confrontarsi con la santità ordinata del tempio e con il disordine della propria condotta.

Attraverso la sua descrizione del tempio promesso, fino alla misura del suo modello, Israele avrebbe visto quanto grande fosse l’amore restauratore e la grazia di Dio verso di loro. Li avrebbe fatti vergognare delle loro iniquità.

La legge del tempio, detta due volte per enfasi, riguarda la santità dell’intera area. La presenza della gloria di Dio dimorava nella santità.

Block intitolò la sezione di Ezechiele 43:12 fino alla fine di Ezechiele 46 come La Nuova Torah. Tradusse la riga di apertura di Ezechiele 43:12 come: questa è la Torah del tempio.

“Mentre la maggior parte delle traduzioni comprende la parola legalmente, e rende torah come ‘legge’, il sostantivo deriva dalla forma Hiphil di ‘insegnare, istruire’. Di conseguenza, ‘istruzione’ è più preciso etimologicamente. Ezechiele riflette la tradizione israelita di lunga data nell’associare ‘istruzione’ con i sacerdoti (Ezechiele 7:26), in particolare l’istruzione in materie cultuali e cerimoniali.”

Il compito dei sacerdoti nel tempio restaurato

Il principe, non più il re, avrà un posto riservato per mangiare la carne dei sacrifici (4-9). I leviti saranno semplici impiegati nel tempio: manovalanza e custodia (10-14).

I sacerdoti, leviti discendenti dal sacerdote Zadok, avranno il compito più importante: offrire sacrifici, insegnare ciò che è sacro e ciò che è profano, giudicare le cause del popolo.

In una parola, aiuteranno a vivere “alla presenza di Dio”. La distinzione tra sacro e profano non è un dettaglio rituale, ma il centro del servizio sacerdotale.

Geova diede consigli fermi ma amorevoli agli uomini che avevano una certa autorità tra il popolo. Corresse energicamente i leviti che si erano allontanati da lui quando il popolo aveva iniziato a praticare l’idolatria.

Lodò invece i figli di Zadoc, ‘che avevano continuato a svolgere gli incarichi relativi al suo santuario quando gli israeliti si erano allontanati’. Trattò entrambi i gruppi in modo giusto e misericordioso, in base al loro comportamento (Ezec. 44:10, 12-16).

Anche i capi d’Israele furono corretti con fermezza (Ezec. 45:9). In questa maniera Geova fece capire chiaramente che coloro che avevano incarichi di responsabilità e sorveglianza dovevano rispondere del modo in cui li assolvevano.

Anche loro avevano bisogno di consigli, correzione e disciplina. Dovevano essere i primi a rispettare le norme di Geova!

La responsabilità individuale secondo Ezechiele

Ezechiele è il profeta per eccellenza della responsabilità: che agli esiliati lontani dalla patria e tentati di addebitare a Dio la loro infelice sorte, dice con coraggio: «Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?

Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa. E se il giusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso.

Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà. Eppure gli Israeliti van dicendo: Non è retta la via del Signore. O popolo d’Israele: non sono rette le mie vie o piuttosto non sono rette le vostre?» (Ez 18, 25-29).

Privati della loro patria e sottomessi al potere babilonese, gli Israeliti leggono il loro esilio come ingiusto e sono attraversati dal dubbio che ciò sia dovuto ad un Dio distratto o assente che avrebbe abbandonato la storia al trionfo del più forte.

Dio interviene per fugare questo dubbio, facendo la sua apologia e controreplicando: «Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?»

Da accusatore, Israele si ritrova accusato e costretto a trovare la risposta al problema del male non in Dio ma nella sua responsabilità di fronte a Dio.

Il male non trova la sua origine in Dio ma nell’uomo, nella sua condotta che invece di essere conforme alla condotta divina la nega e la tradisce.

Il superamento del proverbio sui padri e sui figli

Se, dalla prima all’ultima delle sue pagine, la bibbia è istituzione e affermazione della responsabilità o giustizia come supporto e «fondamento» del reale, Ezechiele è stato il primo ad esplicitare che tale responsabilità non è collettiva ma singolare e che, di fronte a Dio, responsabile è solo l’io, nella sua irriducibile singolarità, e non il popolo, la comunità o il gruppo.

Mi fu rivolta questa parola del Signore: ‘Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele: I padri han mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati?

Come è vero ch’io vivo, dice il Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco tutte le vie sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà’ (Ez 18, 1-4).

Il proverbio che Ezechiele contesta vuole che «i figli» paghino per le colpe dei «padri», che chi vive all’interno di un gruppo porta, in positivo e in negativo, le conseguenze di chi ne è il capo.

Ma se la logica dell’appartenenza vale sul piano empirico - storico, politico e psicologico - non vale, per Ezechiele, sul piano etico, dove l’uomo è di fronte a Dio e dove a rispondere a Dio è solo l’io.

Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità (Ez 18, 20).

Questo principio vale anche per i sacerdoti e per i capi: il prestigio dell’incarico, l’appartenenza a una famiglia sacerdotale o la posizione nella comunità non possono sostituire la fedeltà personale.

Il profeta come sentinella e la responsabilità delle guide

Chi è il profeta? E’ come una sentinella. Ascolta una parola da parte di Dio e la trasmette. Se uno ascolta la parola e si converte, bene. Se non si converte, la responsabilità è tutta sua e non del profeta.

Il vero compito del profeta, quindi, è ascoltare la parola e proclamarla (1-9). Per il popolo che ascolta il profeta, due sono i rischi da evitare.

Primo, la depressione e lo scoraggiamento (33-11). Secondo, la ricerca di colpa negli altri, i padri, la storia, la società, e non in se stessi (12-20).

Ezechiele aveva annunziato che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, e così avvenne. L’orgoglio di questa città era troppo grande (21-29).

Ma come reagisce il popolo? In modo ipocrita e superficiale. Vanno dal profeta, si deliziano delle sue parole come di un canto d’amore, canterellano il motivo, ma non fanno quello che il profeta dice (30-33).

La responsabilità delle guide è dunque duplice: devono ascoltare la parola di Dio e devono impedire che il popolo si abitui all’ingiustizia. Il sacerdote che tace davanti alla profanazione del culto viene meno al proprio compito.

Il rapporto tra culto, giustizia e misericordia

La strada che Dio percorre è quella che conduce alla «miseria», al «grido» e alle «sofferenze» dell’uomo - di ogni uomo - ed egli la percorre scendendovi fino in fondo («Sono sceso») per condurlo fuori da questo abisso e fargli dono della possibilità di un altro mondo «bello e spazioso dove scorre latte e miele».

Dio è - e può essere solo - colui che «scende negli inferi» della sofferenza e della morte per annunciarne la sconfitta.

La strada che Dio ha tracciato per l’uomo è la sua stessa strada: quella della misericordia che si china sulla sofferenza per eliminarla.

Infatti il gesto liberatore con cui Dio si è chinato sulla sofferenza umana per infrangerla è stato offerto ad Israele come paradigma, come vuole il racconto sinaitico dove Dio da liberatore si rivela legislatore, dando ad Israele come legge la sua misericordia.

Ciò che Dio ha fatto ad Israele, chinandosi sulla sua sofferenza, deve essere ripetuto da Israele, chinandosi sulla sofferenza altrui.

La «giustizia» per Israele, è accettare e promuovere questo ordine che Dio ha rivelato e affidato alla sua responsabilità e senza la quale - l’ordine della misericordia accolta e assunta come legge del proprio agire - il mondo non sussiste ma riprecipita nel caos.

Questa prospettiva chiarisce anche la critica ai sacerdoti: il culto non è autentico se non produce una vita conforme alla misericordia di Dio. La santità del tempio non può essere separata dalla giustizia praticata nella società.

Il nuovo cuore e la restaurazione del popolo

La distruzione completa di Gerusalemme del 587 segna la fine di ogni illusione: è il compimento del giudizio di Dio. Ezechiele, allora, annunzia che l’esilio è la conseguenza del peccato del popolo.

D’ora innanzi ognuno dovrà riconoscere la propria responsabilità personale (capitolo 18) e Dio, Signore della storia, ricostruirà il suo popolo sulla base di un totale rinnovamento d’animo e di vita (capitoli 33-39).

La parola contro il monte Seir, cioè il popolo di Edom (cap 35) prepara la solenne parola a favore dei “monti d’Israele”, cioè Gerusalemme e tutto Israele (cap 36).

Non tendendo conto dei vostri meriti, che non ci sono, Io agirò per amore di me stesso. Farò per amore quello che non potrei fare se agissi con giustizia.

“Santificherò il mio Nome”, cioè farò vedere chi sono Io! Come? Purificandovi nel cuore, anzi donandovi un cuore nuovo, mandando il mio spirito perché possiate mettere in pratica le mie parole e così possiate entrare nella terra che vi dò (36,23-28).

Il tempio diventerà il centro ideale di un popolo rinnovato nel suo cuore (18,31), trasformato da Dio con un’alleanza eterna (16,60) e riconosciuto come tale dalle altre nazioni (37,26-28).

Le ossa aride e la vita restituita da Dio

La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accanto ad esse.

Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell'uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai».

Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore» (Ez 37, 1-4).

Il profeta investito dalla forza, mano, di Dio e guidato dal suo Spirito, viene posto in una valle grandissima, coperta di ossa (1-2). Solo il Signore può dare loro la vita.

Infatti la parola crea un primo “movimento”: accostamento delle ossa le une alle altre, comparsa dei nervi, della carne e della pelle (7-9). La stessa parola crea poi un secondo “movimento”. Sui corpi ancora senza vita viene lo Spirito, sicché quei corpi “vivono e stanno vivi” (10).

Le ossa sono la gente d’Israele. Per la potenza della parola di Dio, parola evidentemente accolta, il popolo, già inaridito e morto per i peccati, “nasce alla vita”.

Il simbolo delle ossa aride mostra che la restaurazione dipende dall’azione di Dio, ma non annulla la responsabilità umana. Il popolo deve ascoltare la parola, abbandonare l’idolatria e lasciarsi trasformare.

Il vero pastore e la critica ai cattivi pastori

Chi guiderà allora il popolo? “Io stesso”, dice il Signore. In che modo? Mandando un pastore: “Davide, mio servo” (23).

Dunque, Dio sarà il Dio di questo popolo tramite la guida sapiente di un pastore nuovo. Sarà stabilita un’alleanza di pace (25), alleanza che romperà il giogo della schiavitù.

E’ così che “voi, mie pecore siete il gregge del mio e io sono il vostro Dio” (31).

Il tema del pastore risponde direttamente al fallimento delle guide, compresi i sacerdoti. I cattivi pastori hanno usato il gregge per i propri interessi; il pastore promesso da Dio si prende cura del popolo e ristabilisce la giustizia.

La critica di Ezechiele diventa così anche una promessa: Dio non abbandona il suo popolo alla cattiva amministrazione delle guide, ma interviene per assumere personalmente la cura del gregge e per suscitare una guida fedele.

Il giudizio sulle nazioni e sull’orgoglio religioso

Il Signore castigherà le nazioni che hanno umiliato Israele e anch’esse riconosceranno la sua sovranità sulla storia (capitoli 25-32).

Al profeta Ezechiele è chiesto di “volgere la faccia contro i popoli e profetizzare” (2). Nella sua “gelosia” il Signore aveva introdotto i popoli pagani nel suo disegno di “vendetta” a riguardo della sposa colta in flagrante.

Con la stessa gelosia ora agisce contro di loro, eliminandoli come popoli. Perché questo? Perché si sono sentiti “attori” del disegno e non invece strumenti di esso, in mano al Signore.

Hanno disprezzato Giuda, lo hanno equiparato a tutti gli altri popoli (8), hanno gioito della sua tragica sorte (6). Questo loro peccato si chiama orgoglio o autoesaltazione.

Gli oracoli terminano con la nota espressione: “Sapranno che io sono il Signore” (11.17). In definitiva i popoli, prendendo atto della loro pochezza, riconoscono che non sono essi i signori del mondo, ma solo Lui, il Signore, il Dio d’Israele.

La stessa logica vale per Tiro e per l’Egitto. Tiro era una città “regina del commercio” nel grande spazio del Mediterraneo. Quali che siano le ragioni storiche della sua scomparsa, la parola di Dio suggerisce il vero motivo della sua caduta.

Il principe di Tiro raffigura chiunque è ricco di doni, ma si inorgoglisce per la sua bellezza (28,17), e si fa … dio (28,1.9). L’esito non può che essere la riduzione in polvere (28,18), come già annunciato ad Adamo.

Il peccato dell’Egitto è sempre l’orgoglio, cioè l’idolatria che porta a esaltare la propria forza e a fare di se stessi un “dio”. Aveva detto l’Egitto: “A me il mio fiume” (29,3.11).

Tutte le sventure che capiteranno all’Egitto dimostreranno proprio il contrario. “Si saprà che il Signore sono io!” (30,26). Anche l’Egitto dovrà riconoscere, sebbene forzatamente, che il Signore, Dio d’Israele, è il re della storia.

La struttura del libro e il percorso dalla condanna alla restaurazione

Il libro può essere generalmente suddiviso in due sezioni sulla base dei principi: condanna/retribuzione e consolazione/restaurazione.

Un approccio più dettagliato comporta la suddivisione del libro in quattro sezioni: 1° le profezie che annunciano la rovina di Gerusalemme (capp. 1-24); 2° le profezie che annunciano la retribuzione delle nazioni vicine (capp. 25-32), con uno sguardo alla futura restaurazione di Israele (28: 25-26); 3° una transizione (cap. 33) con istruzioni relative a un ultimo appello al pentimento rivolto a Israele; 4° le magnifiche speranze di una futura restaurazione di Israele (capp. 34-48).

SezioneCapitoliContenuto principale
Rovina di Gerusalemme1-24Vocazione di Ezechiele, gesti simbolici, giudizio e visioni dell’abominazione nel tempio
Giudizio sulle nazioni25-32Oracoli contro Ammon, Moab, Edom, Filistia, Tiro, Sidone ed Egitto
Disposizioni per il ravvedimento33Il profeta come sentinella e l’appello alla responsabilità personale
Restaurazione di Israele34-48Nuovo pastore, cuore nuovo, riunificazione, nuovo tempio e ritorno della gloria

Le quattro grandi sezioni del libro

  • Profezie sulla rovina di Gerusalemme (1:1-24:27): preparazione e missione di Ezechiele, vocazione del profeta, segni del giudizio futuro, messaggi concernenti il giudizio, visioni dell’abominazione nella città e nel tempio.
  • Profezie circa la retribuzione divina delle nazioni (25:1-32:32): ammoniti, moabiti, edomiti, filistei, Tiro, Sidone ed Egitto.
  • Disposizioni per il ravvedimento di Israele (33:1-33): Ezechiele presenta il compito della sentinella e richiama il popolo alla responsabilità personale.
  • Profezie sulla restaurazione di Israele (34:1-48:35): riunificazione del popolo, reintegrazione nella terra, sconfitta dei nemici, ristabilimento del vero culto, nuovo tempio e ridistribuzione della terra.

Il significato dei capitoli 40-48 per la polemica contro i sacerdoti

La volontà di Dio, rivelata al profeta, non comanda che sia costruito il tempio e organizzato il territorio (40-48), cosa che fu chiesta un tempo a Mosè e a Giosuè. Dio invece chiede al profeta di “osservare, poi di mostrare e scrivere” (4).

La comprensione allora deve volgersi al significato simbolico. Deve cogliere, cioè, la maestà e la trascendenza di Dio, nonché le sue implicazioni pratiche per tutto il popolo, vale a dire la conversione/vita.

La misurazione è già un’esecuzione: il nuovo tempio c’è ed è così, anche se “così” nessun uomo lo costruirà. “Ascoltare” la parola detta e “seguire” l’uomo che misura tutto, è già un cammino che introduce il popolo nella santità di Dio.

Il cammino di osservazione e misurazione, cioè il cammino di vita, va dall’esterno all’interno. Occorre individuare bene il luogo sacro e separarlo da quello profano, per evitare contaminazioni (42,20).

Il complesso del tempio, nel suo spazio “interno” (41,13s) come pure in quello “esterno” (42,15ss), ha l’aspetto di un quadrato. In questo modo è richiamata l’idea di perfezione, ma anche di separazione.

La descrizione del tempio mostra quindi quale avrebbe dovuto essere il compito dei sacerdoti: custodire un ordine santo, insegnare, giudicare con giustizia, offrire sacrifici e impedire la contaminazione del culto.

Il ritorno della gloria e il nuovo inizio del culto

Con la presenza del Signore e con l’altare dei sacrifici, il tempio ha un nuovo inizio. E’ in questo contesto sacro che si realizza la parola di Dio: “Io vi sarò propizio” (43,27).

Nuovo inizio ha anche tutta la Terra, di Giuda, eredità del Signore per il suo popolo. Essa viene data “in sorte” nel modo seguente.

La parte centrale è sacra per il Signore, cioè per il tempio. Attorno stanno i sacerdoti, poi i leviti e poi ancora la città. Viene poi la “sorte” del principe e di tutte le tribù.

Al principe non è lecito appropriarsi dell’eredità del Signore. Anche il potere politico deve quindi rispettare i confini stabiliti da Dio, così come i sacerdoti devono rispettare la santità del tempio.

La porta esterna del tempio, porta che guarda a oriente, resterà chiusa, perché di lì è passato il Signore (1-3). Si attende dunque un nuovo passaggio del Signore che vada dall’interno all’esterno.

Allora la totalità del popolo d’Israele e i popoli tutti avranno accesso al tempio, cioè alla salvezza.

La ricezione del messaggio dopo l’esilio

Possiamo dire che in una certa misura seguirono i princìpi trasmessi dalla visione di Ezechiele, specialmente in paragone con i loro antenati ribelli vissuti prima dell’esilio in Babilonia.

Uomini fedeli come i profeti Aggeo e Zaccaria, il sacerdote e copista Esdra e il governatore Neemia si impegnarono molto per insegnare al popolo princìpi come quelli trasmessi dalla visione del tempio (Esd. 5:1, 2).

Spiegarono al popolo che la pura adorazione doveva essere esaltata e considerata più importante dei beni materiali e dei desideri egoistici (Agg. 1:3, 4).

Inoltre si impegnarono a far rispettare le norme per la pura adorazione. Per esempio, Esdra e Neemia esortarono con fermezza gli israeliti a mandare via le mogli straniere, che li stavano indebolendo a livello spirituale.

E che dire dell’idolatria? A quanto pare, dopo il ritorno dall’esilio il popolo imparò finalmente a odiare quel peccato, in cui era caduto così spesso nel corso della storia.

Infine, come indicato nella visione di Ezechiele, Geova impartì consigli e correzione anche ai sacerdoti e ai capi, o principi (Nee. 13:22, 28). Molti accettarono umilmente quei consigli.

Di conseguenza Geova benedisse il suo popolo. Nel paese ci furono prosperità spirituale, salute e ordine come non si vedevano da moltissimo tempo.

Il significato teologico della critica ai sacerdoti

Nel 1989, P. Joyce parlò di «teocentrismo di Ezechiele», per descrivere come il Signore compaia in primo piano e agisca spesso in vista del suo essere conosciuto/riconosciuto in Israele e dagli altri popoli.

YHWH agisce a motivo del suo nome, in ragione della sua identità, ma anche ha compassione del proprio nome o ne è geloso. Ezechiele ne mette in luce la sua santità e, nel testo, viene usato molto spesso il termine «santo» per indicare ciò che gli appartiene.

Dio campeggia nel libro di Ezechiele, ma non è solo e agisce in relazione a Israele e talvolta anche con gli altri popoli. I profeti sottolineano spesso gli aspetti problematici del rapporto di alleanza che lega YHWH con Israele, in vista di un possibile ritorno alla pace e alla giustizia.

Il libro si apre con una straordinaria apparizione di Dio al profeta in terra d’esilio, in Babilonia. Dio non appare nel suo tempio ma nella terra dei nemici.

Israele ed Ezechiele sono in esilio e il Signore si muove per raggiungere il popolo nel suo dolore e nella sua sconfitta. Israele ha bisogno di una parola che lo rimetta in cammino ed è lì che il Signore si fa presente.

La critica ai sacerdoti deve essere letta alla luce di questa teologia: Dio non è prigioniero del tempio, né dipende dall’efficienza delle guide religiose. È il Signore della storia, presente anche nell’esilio, capace di giudicare il proprio popolo e di restaurarlo.

L’ultima parola del libro è «YHWH è là» (Ez 48,35). YHWH è dunque il Dio che sceglie di stare in mezzo al suo popolo, ovunque esso si trovi.

Come interpretare oggi il messaggio di Ezechiele

La “gloria del Signore” è il tema centrale del libro di Ezechiele. Tale espressione compare in 1: 28; 3: 12, 23; 10: 4, 18; 11: 23; 43: 4-5; 44: 4.

Un ulteriore tema di rilievo è la responsabilità individuale relativamente al perseguimento della giustizia davanti a Dio (18: 3-32). Ezechiele punta altresì il dito contro il peccato presente in Israele (2: 3-7; 8: 9-18) e in altre nazioni (capp. 25-32).

Egli parla della necessaria collera di Dio riguardo al peccato (7: 1-8; 15: 8), dei vani espedienti umani di fuga dalla Gerusalemme assediata (12: 1-13; cfr. Gr 39: 4-7) e della grazia di Dio promessa nel patto abramitico (Ge 12: 1-3), che si manifesterà nella reintegrazione del popolo di Dio nella terra promessa (capp. 34, 36-48; cfr. Ge 12: 7).

Dio promette altresì di preservare un residuo di Israeliti mediante i quali egli adempirà le sue promesse di restaurazione, mantenendo fede alla sua Parola veritiera.

Il significato della polemica contro i sacerdoti è quindi ampio: chi esercita un’autorità religiosa non può considerare il proprio incarico una proprietà personale, non può usare il culto per il proprio prestigio e non può separare la liturgia dalla giustizia.

Il sacerdote fedele è chiamato a custodire la santità, insegnare la parola, correggere l’idolatria, proteggere il popolo dalla falsa sicurezza e vivere per primo secondo le norme che proclama.

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