L’alzato interno della basilica paleocristiana è semplicissimo: in basso le colonne, e sopra le colonne un muro diritto e liscio e ininterrotto, in cui si aprono, in alto, ampie finestre; in cima, dove finisce il muro, si appoggiano le capriate del tetto. La parete della chiesa è un muro liscio, come quello della navata di Santa Sabina a Roma, o come quello di San Francesco a Ravenna.
Al di sopra delle brevi linee verticali allineate - le colonne - e degli archi tra di esse, si estende uno spazio piano, lindo, fermo, interrotto solo dall’apertura delle finestre. L’alzato della basilica paleocristiana si distingue quindi per la continuità della parete, la semplicità degli elementi portanti e l’illuminazione ottenuta attraverso le aperture collocate nella parte alta della navata centrale.
Che cosa significa “alzato” in architettura
La parete, l’alzato interno, insomma, è come un terzo testimone attendibile: racconta e conferma, a modo suo, quella stessa storia che già hanno raccontato le “coperture”, e quella stessa storia che raccontano i “sostegni”. La parete, infatti, muta a causa delle stesse sollecitazioni, e cambia seguendo gli stessi sviluppi, durante il viaggio, che coperture, sostegni e pareti compiono insieme, dalla forma delle basiliche paleocristiane a quella, ben differente, delle cattedrali gotiche.
L’alzato non indica soltanto una parete considerata isolatamente, ma comprende il modo in cui essa si eleva dal pavimento fino alla copertura e il rapporto tra colonne, archi, finestre, sostegni e tetto. Osservando l’alzato è quindi possibile comprendere la struttura dell’edificio, la distribuzione dei pesi, il percorso della luce e la trasformazione della basilica nel corso del Medioevo.
La nascita della basilica cristiana
Il principale problema delle prime comunità cristiane è l’elaborazione di un edificio specifico per la celebrazione eucaristica. Essi hanno bisogno di un luogo per incontrarsi, pregare, ascoltare la lettura delle Sacre Scritture e rievocare il sacrificio di Cristo.
I provvedimenti repressivi e le persecuzioni costringono i cristiani a svolgere i sacramenti del Battesimo e dell’Eucarestia in luoghi privati. Essi prendono il nome di domus ecclesiae (a Roma, invece, sono chiamati tituli), resi disponibili da alcuni ricchi fedeli convertiti.
Quella di Dura Europos, una località della Siria sul corso del fiume Eufrate, è un esempio di edificio privato riadattato alle esigenze comunitarie con un fonte battesimale, un’aula per la liturgia e una per la catechesi.
A partire dal IV secolo d.C., la religione esce dalla clandestinità e si impone su tutto l’impero grazie a due leggi: l’editto di Milano del 313 (sotto Costantino) in cui si garantisce la libertà di culto ai cristiani e l’editto di Tessalonica del 380 (sotto Teodosio) in cui il cristianesimo diviene unica ed ufficiale religione dell’impero.
La pianta longitudinale e l’organizzazione dello spazio
La basilica a pianta longitudinale, sviluppata cioè in lunghezza su una forma rettangolare, diventa la soluzione migliore. Infatti, la definizione degli spazi aiuta la distinzione del clero (presbiteri e vescovi) rispetto ai fedeli, catecumeni (non battezzati), postulanti (che desiderano convertirsi) e penitenti.
Con ogni probabilità la Basilica paleocristiana deriva dal punto di vista tipologico dalla basilica ellenistica che aveva funzioni di tipo pubblico e civile. Lo schema basilicale però non era originale latino, ma greco e proveniva si presume dalla Sala Ipostila di Delo, mentre il tempio pagano era a schema centrale, come ad esempio il Phanteon.
La nuova religione cerca di differenziarsi e lo schema centrale verrà tralasciato, si adotterà lo schema longitudinale per la pianta della basilica paleocristiana. Il secondo problema è quello di elevare edifici velocemente a costi bassi, per questo viene usato lo schema longitudinale, che permette l’uso di muri sottili, con tetti a capanna, a spioventi, sorretti da travature e non è un caso se tutta la liturgia della Chiesa si svilupperà in un edificio a schema longitudinale.
Tutti i riti si svolgono su edifici longitudinali, quindi un edificio a schema longitudinale, che è un luogo di adunanza religiosa, come la basilica, era un luogo di adunanza civile. Il modello architettonico è un edificio pubblico romano di età imperiale in cui si svolgono le attività giudiziarie.
Lo schema basilicale è a pianta rettangolare, a tre o cinque navate, divise da colonne o pilastri che sostengono archi o architravi. C’è una navata centrale e due o quattro navate laterali.
| Elemento | Caratteristica |
|---|---|
| Pianta basilicale | Rettangolare, a tre o cinque navate |
| Navata centrale | Più ampia e generalmente più alta delle navate laterali |
| Navate laterali | Due o quattro spazi affiancati alla navata centrale |
| Divisioni interne | Colonne o pilastri che sostengono archi o architravi |
| Copertura | Tetto a capanna sostenuto da travature |
| Parte terminale | Presbiterio e abside |
Possiamo avere una chiesa che ha un unico spazio longitudinale, in questo caso si chiama pianta ad Aula. SI dice Hallenkirche se le navate laterali hanno la stessa altezza della navata centrale. Se le navate laterali sono invece più basse di quella centrale abbiamo una chiesa basilicale.
Nella pianta della basilica paleocristiana possiamo avere anche l’inserimento di un transetto, che è una ulteriore navata inserita orizzontalmente ad intersecare la navata principale, detto qualche volta navata trasversale. Se il transetto è inserito a circa due terzi della navata si ha una pianta a croce latina.
L’incrocio tra la navata longitudinale e il transetto si chiama crociera. Abbiamo casi in cui il transetto è inserito in facciata ed uno più interno, è caratteristica delle chiede tedesche e nordiche.
Abbiamo, in base a come è inserito il transetto, vari tipi di pianta della basilica paleocristiana, come la croce greca, la croce latina o schema longitudinale, la croce commissa, la croce decussata o di S. andrea, la doppia croce.
La parete interna della basilica paleocristiana
All’inizio, nei primi secoli del cristianesimo la parete della chiesa è un muro liscio, come quello della navata di Santa Sabina a Roma, o come quello di San Francesco a Ravenna. L’alzato interno della basilica paleocristiana è semplicissimo: in basso le colonne, e sopra le colonne un muro diritto e liscio e ininterrotto, in cui si aprono, in alto, ampie finestre; in cima, dove finisce il muro, si appoggiano le capriate del tetto.
La semplicità dell’alzato dipende dal sistema costruttivo della basilica: le colonne ritmano lo spazio, gli archi o gli architravi collegano i sostegni e il muro superiore non presenta ancora una complessa articolazione di fasce, pilastri e livelli sovrapposti.
Mi ha sempre sorpreso constatare che in alcune chiese paleocristiane non c’è nemmeno corrispondenza tra le aperture in basso e quelle in alto, cioè tra il ritmo del colonnato e quello delle finestre. La parete paleocristiana può quindi apparire continua e uniforme anche quando le aperture non sono allineate secondo un ordine rigorosamente verticale.
Questa caratteristica distingue l’alzato paleocristiano dall’organizzazione più regolare della parete romanica, nella quale le finestre, i sostegni e le aperture tendono progressivamente a disporsi secondo assi riconoscibili.
Colonne, archi e architravi
Resta la suddivisione in tre navate (quella centrale è più grande delle laterali). La navata centrale termina con il presbiterio riservato al clero, l’altare e un’abside (spazio semicilindrico coperto da una catino absidale).
La basilica di Santa Sabina (422-432) a Roma, si presenta come un’ambiente unico intervallato da colonne, archi e architrave, con un soffitto piano e un’interno luminoso, chiaro e armonico.
Osserviamo ad esempio la chiesa di S. Sabina sull’Aventino, portata a termine da Sisto III nel V secolo: ha le navate laterali più profonde, le colonne rudentate, e in questo caso le colonne non sorreggono un architrave ma degli archi e sono corinzie.
Si tratta di una chiesa a pianta basilicale a schema ad aula, le navate laterali sono più profonde dei quella centrale. L’elemento esterno all’abside è un arco trionfale.

La luce nell’alzato paleocristiano
Le murature laterali nella basilica paleocristiana non sono molto spesse e questo permette di aprire delle finestre lateralmente e illuminare le navatelle laterali. La navata centrale risulterebbe buia, quindi si aprono sul cleristorio una serie di finestre, quindi la navata centrale risulta illuminata da una luce che viene dall’alto, creando un effetto effusivo, morbido.
La navata centrale è più alta, per cui viene illuminata da finestre in alto dette cleristorio. Solitamente troviamo forato anche l’abside.
L’illuminazione dall’alto contribuisce a guidare lo sguardo verso la zona presbiteriale e rende leggibile la gerarchia dello spazio interno. La luce non è distribuita in modo uniforme: le navatelle ricevono luce dalle aperture laterali, mentre la navata centrale riceve una luce più alta e diffusa.
Tutto concorre a produrre una traiettoria visiva privilegiata che porta lo sguardo verso l’altare, il centro spirituale e religioso in cui si svolge la liturgia.
Il tetto e le capriate
Esternamente, frontalmente, la chiesa appare con un tetto a più spioventi, uno spiovente centrale che corrisponde alla navata centrale e un altro che corrisponde alle navate laterali, e si dice a doppio spiovente. Il tetto è sostenuto da travi in legno, dette capriate.
Nella capriata i due elementi obliqui sono i puntoni, l’elemento orizzontale è la catena e quello centrale verticale è il monaco o ometto. Sono gli elementi fondamentali della capriata, che verrà utilizzata fino all’800.
| Elemento della capriata | Posizione o funzione |
|---|---|
| Puntoni | Due elementi obliqui |
| Catena | Elemento orizzontale |
| Monaco o ometto | Elemento centrale verticale |
La copertura lignea consente di mantenere relativamente semplici le pareti della navata e non impone ancora la fitta rete di sostegni verticali che caratterizzerà gli edifici romanici coperti da volte in pietra.
Il presbiterio, l’abside e la separazione dai fedeli
La navata centrale termina con una amplia flessione muraria, l’abside, un quarto di sfera. Intorno all’altare vi era un ampio spazio recintato con un parapetto, una ringhiera, una transenna.
La transenna è composta da plutei marmorei, lastre decorate in marmo. In alcuni casi questa sorta di transenna può essere più alta e decorata in alto con statue, e si chiama iconostasi.
Lo spazio dietro alla transenna è chiamato presbiterio. Nella basilica paleocristiana i fedeli si collocano nelle navate, i preti stanno dietro alla transenna, nel presbiterio e poi c’è uno spazio nel presbiterio in cui in alcune chiese si trovano una serie di banchi, cioè il coro.
La distinzione tra navate e presbiterio non è soltanto funzionale, ma organizza anche la percezione dell’alzato: la successione delle colonne conduce verso l’abside, mentre l’arco trionfale e le strutture di separazione sottolineano il passaggio dalla zona dei fedeli allo spazio riservato al clero.
Il quadriportico, il nartece e il percorso d’ingresso
Davanti allo spazio della chiesa con le navate è presente un ampio spazio detto quadriportico, una specie di piazza porticata, con lo spazio interno coperto mentre lateralmente ci sono i portici. Il quadriportico è lo spazio in cui entravano i catecumeni, cioè le persone non battezzate, che non potevano entrare nella chiesa.
Il cantharus è la fontana che sta al centro del quadriportico che ha una funzione simbolica, perché i fedeli si lavano alla fontana per togliere il peccato. In assenza del quadriportico troviamo il nartece, una sorta di atrio porticato più piccolo sotto il quale stavano i penitenti.
Si dice esonartece se è collocato fuori. Il percorso dalla piazza porticata alle navate e quindi al presbiterio stabilisce una progressione spaziale, nella quale l’alzato accompagna il passaggio dall’esterno allo spazio sacro.
Santa Sabina come esempio dell’alzato paleocristiano
La basilica di Santa Sabina (422-432) a Roma, si presenta come un’ambiente unico intervallato da colonne, archi e architrave, con un soffitto piano e un’interno luminoso, chiaro e armonico. L’interno mostra con particolare chiarezza il rapporto tra il colonnato, la parete superiore e le finestre del cleristorio.
La navata centrale risulta più alta delle navate laterali e permette l’apertura delle finestre nella parte superiore della parete. Il muro resta ampio e continuo, mentre le colonne producono una scansione regolare nella zona inferiore.
La semplicità dell’insieme non impedisce una precisa gerarchia visiva: le linee delle colonne e degli archi dirigono lo sguardo verso il presbiterio, l’abside e l’altare.
Le basiliche paleocristiane di Roma
La Basilica di San Pietro, fondata nel 324 da Costantino, finita 25 anni dopo e continuamente arricchita dai fedeli, tanto da essere definita un “vascello incrostato di gemme”, nel rinascimento fu abbattuta e ricostruita da Michelangelo.
Sempre del tempo di Costantino ricordiamo un’altra basilica, quella di San Giovanni in Laterano, che però fu completamente restaurata in età barocca. Anche la Basilica di S. Paolo fuori le mura è stata nel secolo scorso distrutta da un incendio e quasi completamente ricostruita.
Erano tutti edifici a schema basilicale. Altra è Santa Pudenziana e Santa Maria Maggiore, che pare debba risalire a papa Sisto III che fu pontefice dal 432 al 440 ed è già una chiesa del VI secolo d.C.
La pianta in questi casi è a schema longitudinale, a schema basilicale, ad aula, senza transetto. L’edificio è impostato su tre navate di cui la centrale doppia in altezza e larghezza rispetto alle laterali.
Abbiamo delle colonne in stile ionico che sostengono la trabeazione, sulla quale si apre lo spazio definito cleristorio. La facciata è a doppio spiovente sostenuto da un soffitto a capriate in legno, nascosto da un soffitto a cassettoni.

La pianta centrale: battisteri e mausolei
Lo schema basilicale non è l’unico, esistono anche edifici a schema centrale. Solitamente gli edifici a pianta centrale dichiarano chiaramente la propria parentela con piante tardo romane.
Solitamente la funzione degli edifici a pianta centrale è sempre di battistero o mausoleo. Solitamente battisteri e mausolei richiamano dal punto di vista delle piante i ninfei e le tombe romane, però con differenze dal punto di vista decorativo e strutturale.
Ad esempio il Mausoleo di Santa Costanza. E’ un edificio a schema centrale a pianta circolare che ha esternamente una sorta di atrio porticato e precedente all’entrata un nartece lateralmente semicircolare.
Lo spazio interno della chiesa segue una linea avvolgente con una sorta di navata circolare che si chiama deambulatorio o ambulacro. La copertura è a volta e si appoggia su doppie colonne corinzie.
Le colonne sono unite da un elemento di trabeazione. Lo spazio interno della chiesa è più alto dell’ambulacro, finestrato, coperto a cupola.
La cupola non è più visibile dall’esterno perché coperta da un elemento rotondo chiamato tuburio. Al centro uno spazio molto illuminato dall’alto, mentre tutto lo spazio del deambulatorio è poco illuminato.
Si tratta di una luce indiretta, di tipo effusivo. E’ evidente la parentela con l’architettura romana nella forma della pianta.
Lo schema del mausoleo di Costanza si ripete spesso, con delle variazioni, ad esempio nel Battistero Lateranense, oppure in S. Stefano Rotondo.
La Basilica di San Lorenzo a Milano
La Basilica di San Lorenzo è un grandioso edificio che risale al IV secolo e si trova a Milano. Fu restaurata nel 1071 e quasi completamente ricostruita nella seconda metà del ‘500.
Mantiene però una struttura originaria che tuttora può essere letta. E’ un edificio a schema centrale, a pianta poligonale con un grande nartece in cui lateralmente abbiamo una forma tondeggiante.
La chiesa è composta di due quadrati concentrici i quali sono uniti da poderosi torri angolari.
Le trasformazioni dell’alzato tra basilica paleocristiana e Romanico
La basilica paleocristiana esprime un’unità ambientale e una continuità direzionale. La basilica romanica (X-XII sec.) prevede, invece, una articolazione spaziale ricca e complessa che si manifesta internamente negli elementi di sostegno (pilastri a fascio) e nelle massicce pareti.
La prima metamorfosi dell’alzato della chiesa, quando si fa romanica, è questa: ordinando le finestre in modo regolare sopra le aperture tra le colonne, la chiesa romanica comincia a dare una scansione, un ordine, una regolarità alla propria parete; comincia quindi a tirare righe verticali, anche se ancora ideali, disegnate dall’allineamento degli elementi della navata stessa.
La navata di Payerne mostra questo passaggio verso una parete più ordinata e ritmata. La parete liscia e continua che caratterizzava la navata della basilica paleocristiana ora è interrotta da una serie di linee verticali - linee di forza ma anche linee grafiche.
Vista nel suo “alzato”, a Payerne la parete della chiesa romanica è già diventata una successione di rettangoli verticali affiancati; un esempio italiano è costituito dalle pareti interne del grande Duomo di Trento, anche se si tratta, in questo caso, di una realizzazione tarda.
Dalle colonne ai pilastri e ai costoloni
Poi, quando finalmente sopra basilica si colloca una volta in pietra, proprio il peso della volta traccia nuove linee verticali nella parete. Alle colonne, infatti, si sostituiscono i pilastri, e poi i pilastri “compositi”, cioè pilastri a cui su addossano paraste o semicolonne.
Ebbene le paraste e le semicolonne addossate ai pilastri spesso proseguono in alto ben oltre il capitello, e salgono lungo la parete, fin su, dove comincia la volta, per poi proseguire trasformandosi in “costoloni” che vanno a reggere la volta stessa.
Succede a Payerne, in Svizzera, per fare un solo esempio. La parete romanica non è più soltanto una superficie di tamponamento, ma diventa parte visibile del sistema di sostegno della copertura.
Il peso della volta introduce quindi una nuova logica nell’alzato: le linee verticali collegano i sostegni inferiori alla copertura e rendono leggibile il percorso delle forze. L’effetto è insieme strutturale e decorativo.
Il matroneo e la sovrapposizione delle fasce
Contemporaneamente, sulla parete si disegnano anche una serie di linee orizzontali che prima non c’erano, e la parete via via si struttura anche in fasce sovrapposte.
Decisiva, in questo senso è l’introduzione dei matronei sopra le navate laterali: senza addentrarci nella verifica della loro funzione, qui interessa notare che i matronei cambiano l’aspetto della parete della navata su cui si affacciano, sulla quale disegnano appunto una fascia nuova, orizzontale, che la percorre tutta.
All’inizio questa fascia costituita dalle aperture dei matronei verso la facciata, questa striscia orizzontale continua, può essere alternativa alla fascia delle “antiche” finestre alte, le quali spesso spariscono nelle chiese con volta a botte che adottano il matroneo: a Conques, ad esempio, ma anche a Tolosa e a Santiago de Compostela.
Ma là dove la copertura della navata è in legno - come a sant’Antimo, ad esempio - si riesce a far coesistere il matroneo con le finestre alte; e lo stesso risultato si otterrà ancor più regolarmente quando l’introduzione della copertura “a crociera” libererà nuovo spazio in alto per le finestre, come accade nel Duomo di Parma.
Le tre fasce dell’alzato romanico
E allora la parete romanica, la parete del romanico compiuto, finisce per essere decisamente costituita da tre fasce sovrapposte: quella bassa dei pilastri che reggono gli archi, quella mediana delle aperture dei matronei, quella alta delle finestre aperte sull’esterno.
Come accade a Nevers e a Parma, per fare due esempi di grandi chiese romaniche, la prima coperta con volta a botte e la seconda coperta con volta a crociere. L’evoluzione dell’alzato romanico consiste quindi nella trasformazione della parete continua in una struttura stratificata e regolare.
In queste due chiese romaniche, Saint-Etienne di Nevers e il Duomo di Parma - ma lo stesso discorso vale per la splendida Jumièges, e per le chiese sorelle di Normandia - la parete della navata è già diventata una griglia di fasce verticali e orizzontali che si incrociano tra loro.
Le diverse fasce sono spesso marcate da semicolonne che salgono, e da “cornicioni” che corrono in orizzontale ad evidenziare i diversi livelli, detti appunto “marcapiani”.
Quel foglio bianco e intonso che vedevamo a Ravenna e a Roma ora è completamente trasformato; e a Nevers, come a Parma e a Vézelay, è diventato ormai un sistema complesso di rettangoli in dialogo, quasi una tela dell’Alberti.
Campate, volte a crociera e alternanza dei sostegni
Le navate interne sono divise da campate che rappresentano l’unità di misura spaziale. Essa è l’area delimitata da quattro elementi di sostegno (pilastri o colonne) su cui si imposta una volta a crociera ( = intersezione di due volte a botte).
Nella Basilica di Sant’Ambrogio (XI-XII sec.), a Milano, alle quattro campate della navata centrale corrispondono otto campate nelle navatelle (rapporto 1:2). In più: la volta a crociera è costolonata e ogni campata maggiore è delimitata da pilastri a fascio che comprendono due arcate nel piano inferiore e superiore (matroneo).
Manca solo, per arrivare all’ultima frontiera del romanico compiuto, che il dialogo tra le grandi crociere della navata e le piccole crociere delle navatelle, là dove avviene, porti all’alternanza dei sostegni, che dà ulteriore vita e complessità, evidenziando la rete complessa dei pesi, dei sostegni, delle forze in campo.

Dall’alzato romanico a quello gotico
Il tempo gotico eredita questo sistema organico, già realizzato compiutamente da tante chiese romaniche, tra le quali non stupisce che le bianche basiliche di Normandia abbiano fatto da battistrada.
Per “inventare un proprio “alzato”, che quindi è innovativo più nello spirito che nella forma, non dovrà far altro che “far la punta” agli archi, per farli diventare acuti.
La metamorfosi della chiesa medievale, che nasce basilica antica e muore cattedrale gotica, è scritta anche sui suoi muri interni. Anche guardando semplicemente la parete della navata - in termine tecnico “l’alzato” - e vedendo come questa parete si trasforma, si può tratteggiare di nuovo la storia dell’evoluzione della chiesa romanica.
L’alzato paleocristiano è dunque il punto di partenza di una lunga trasformazione: dalla parete liscia e luminosa della basilica delle origini si passa alla parete romanica articolata da pilastri, matronei, marcapiani e costoloni, fino agli sviluppi gotici fondati su archi acuti e sistemi di sostegno sempre più complessi.
Rinnovamenti dell’impianto della basilica
Lo schema planimetrico della basilica paleocristiana si rinnova gradualmente a partire dal V sec. a causa di alcuni influssi orientali. Ciascuna navata laterale si conclude con uno spazio quadrangolare.
A sinistra, sorge il diacònicon, riservato alla vestizione dei diaconi e alla custodia dei paramenti sacri, libri liturgici e offerte. A destra, c’è il pròthesis per la conservazione ed esposizione dell’ostia consacrata.
Inoltre, ai catecumeni (le persone non battezzate) è riservato il quadriportico con una funzione di attesa e di purificazione. A due terzi della lunghezza della basilica, verso il presbiterio, inizia a comparire il transetto, uno spazio perpendicolare alle navate che configura la pianta a forma di croce.
L’ampliamento del presbiterio dopo l’anno Mille
A partire dall’anno Mille, giunge a maturazione il processo di revisione degli spazi della chiesa dettata da nuove esigenze liturgiche, da un nuovo modo di fruire l’edificio da parte dei fedeli e dall’importanza che, sul piano simbolico, esso viene ad assumere per la comunità.
Le novità si concentrano soprattutto nella zona presbiteriale che viene ampliata in profondità poichè deve ospitare un clero sempre più numeroso: davanti all’altare principale, si crea un coro, nel quale i religiosi recitano preghiere comunitarie.
Il presbiterio è separato nettamente dalle navate per evidenziare la sua importanza. Viene, spesso, innalzato ed isolato tramite recinti chiamati iconòstasi costituiti da un architrave sostenuto da colonne.
In area piemontese, nella chiesa abbaziale di Santa Maria di Vezzolano, esiste una separazione realizzata in pietra arenaria grigia dipinta, composta da una serie di cinque campate di archi a sesto acuto retti da colonnine in pietra con capitelli fogliati e un doppio registro di bassorilievi policromi raffiguranti le scene della Dormitio, Ascesa al cielo ed Incoronazione della Vergine.
Si tratta di un pontile (o jubè, francesismo desunto dall’invito “jube Domine benedicere” rivolto dal predicatore ai fedeli).
La cripta e la presenza delle reliquie
L’intensificarsi della presenza di reliquie di santi all’interno delle basiliche decreta, sul piano spirituale, un rafforzamento del rapporto tra Dio e fedeli, e, sul piano architettonico, lo sviluppo di un’aula sotteranea, più o meno estesa, chamata cripta.
La cripta modifica la relazione tra il livello della navata, il presbiterio e gli spazi sottostanti. L’edificio non è più concepito soltanto come un’aula longitudinale conclusa dall’abside, ma come un insieme articolato di ambienti destinati alla liturgia, alla memoria dei santi e alla circolazione dei fedeli.
L’alzato della basilica e la varietà del Romanico italiano
Il Romanico in area padana recepisce maggiormente gli influssi d’Oltralpe mescolandoli con la tradizione costruttiva locale e l’uso di specifici materiali. Esemplari sono i mattoni a vista e a pietra grigia utilizzati nella decorazione esterna della Basilica di Sant’Ambrogio.
Il Romanico toscano, invece, è una mescolanza di elementi lombardi, bizantini e classici con un maggiore alleggerimento delle strutture murarie e un’attenzione alla linearità geometrica nei rivestimenti marmorei esterni.
Influssi bizantini e arabi, riscontrabili in cupole e grandi archi, caratterizzano la linea adriatica, a partire da Venezia fino alla Puglia in cui il rapporto complicato con il pericolo turco derivante dalle coste rende le strutture basilicali più solide.
In Sicilia, gli apporti arabi, bizantini e normanni condizionano soprattutto le decorazioni interne.
Le grandi chiese di pellegrinaggio
Per l’uomo medievale, il pellegrinaggio è un atto penitenziale ed espiatorio, sovente legato allo scioglimento di un voto, lo strumento più efficace per assicurarsi la benevolenza e la protezione della divinità e dei santi.
Esso assume il valore di una fondamentale esperienza, una rigenerazione ancora più profonda se il viaggio è lungo e ha come destinazione il sepolcro di Cristo a Gerusalemme o le tombe dei Santi Pietro e Paolo a Roma.
A partire dall’XI secolo, il pellegrinaggio europeo di più vasta portata è quello verso la tomba dell’apostolo Giacomo a Santiago de Compostella, in Galizia, nel nord-ovest della Spagna.
Il cammino verso Santiago è formato da diverse tappe di avvicinamento in cui si trovano chiese di grandi dimensioni: ospitare numerosi pellegrini significa moltiplicare gli accessi prevedendo la costruzione di portali non solo sulla facciata principale ma anche al termine del transetto, che, a sua volta, diventa più spazioso.

Spesso, sopra i portali, l’interno dei timpani è riccamente decorato con immagini teofaniche ( = manifestazione del divino) per segnalare il ruolo simbolico di soglia, di transito dalla vita quotidiana allo spazio sacro della chiesa.
Appare, nella zona presbiteriale, il deambulatorio, un corridoio posto intorno al coro e all’abside per permettere ai pellegrini di circolare attorno all’altare maggiore, osservare le reliquie del santo ed accedere alle varie cappelle radiali per partecipare alle liturgie che si possono svolgere anche in contemporanea.
Un esempio archeologico: la basilica paleocristiana a tre navate
Il sito conserva i resti della basilica paleocristiana datata al IV secolo d. C. e riportati alla luce in seguito a più campagne di scavo. L’edificio, a tre navate, ha un orientamento ovest-est diviso da pilastri distanti 3,50 metri l’uno dall’altro.
Nella navata centrale, pari a più di 12 metri, è stato rinvenuto il basamento costituito da blocchi calcarei di spoglio sul quale sono ben visibili fori per grappe o per l’inserimento di strutture lignee o di metallo, destinato a separare l’area destinata ai fedeli da quella della gerarchia ecclesiastica (presbiterio).
Nell’ultima campagna di scavo è stata posta in luce l’abside della basilica orientata ad ovest ma conservata solo in piccola parte nell’alzato. All’interno del presbiterio, invece, si è posta parzialmente in luce una vasca rettangolare interamente rivestita in marmo bianco, che si potrebbe interpretare come un reliquiario.
Un ulteriore rinvenimento, utile alla comprensione dello sviluppo planimetrico dell’edificio, è la messa in luce di parte della struttura muraria che doveva costituire il basamento dall’arco trionfale.
Il piano di calpestio della basilica è costituito dalle coperture delle sepolture che attribuiscono all’edificio anche una funzione cimiteriale; queste sono disposte le une sulle altre, su due o anche tre livelli, e su di esse sono inserite importanti epigrafi funerarie.
La creazione della pavimentazione marmorea della basilica può essere stabilita dalla seriazione delle iscrizioni che vanno dal 453 al 548. Le numerose epigrafi cristiane, oltre una cinquantina, ovvero uno dei più grandi patrimoni epigrafici esistenti, indicano, oltre al nome del defunto, la sua età e la data di morte, e vanno dal V al VI secolo d. C.
I diversi livelli di tombe ne evidenziano due tipologie. La prima (relativa ad inumazione ricavate al di sotto del piano dell’edificio) comprende strutture realizzate con spallette di muratura, spesso già progettate con più livelli di deposizione; la seconda tipologia, invece, è costituita da grossi banconi in muratura costruiti fuori terra in modo serrato gli uni accanto agli altri, che coprono le deposizioni vere e proprie.
Si tratta di strutture con paramenti murari in opera vittata o listata e con complesse decorazioni in opus sectile, la cui policromia è ottenuta con l’uso di marmi diversi. La decorazione prevede sulle fiancate delle tombe motivi floreali stilizzati e geometrici disposti lungo fasce su più registri concentrici, attorno ad un pannello centrale monocromo.
tags: #alzato #nella #basilica #paleocristiana