Il fuoco della Pentecoste rappresenta lo Spirito Santo che illumina, purifica e trasforma il cuore dell’uomo, brucia la paura e accende l’amore. Sotto forma di «lingue come di fuoco», lo Spirito scende sugli Apostoli riuniti con Maria, dona loro una forza nuova e li rende testimoni coraggiosi del Vangelo.
La Pentecoste è il compimento della Pasqua: Cristo risorto, asceso al Padre, effonde il suo Spirito sull’umanità. Il timore lascia spazio al coraggio, il silenzio diventa annuncio, la chiusura si trasforma in missione.
Che cos’è la Pentecoste
La Pentecoste è la celebrazione della potenza divina dello Spirito che riempie la terra, attiva le persone, supera i confini e rende tutto nuovo. Gli Atti degli Apostoli raccontano di una grande trasformazione che si impadronisce della vita degli spaventati seguaci di Gesù e la mette in atto.
Da questa forza trasformatrice nasce quella che oggi chiamiamo Chiesa. All’inizio della Chiesa c’era la forza luminosa, vivificante e trasformante dello Spirito.
«Tutti furono colmati di Spirito Santo» (At 2,4). Parlando agli Apostoli nell’Ultima Cena, Gesù disse che, dopo la sua partenza da questo mondo, avrebbe inviato loro il dono del Padre, cioè lo Spirito Santo (cfr Gv 15,26).
Questa promessa si realizza con potenza nel giorno di Pentecoste, quando lo Spirito Santo discende sui discepoli riuniti nel Cenacolo. Quella effusione, benché straordinaria, non è rimasta unica e limitata a quel momento, ma è un evento che si è rinnovato e si rinnova ancora.
Il significato del cinquantesimo giorno
La Pentecoste si celebra cinquanta giorni dopo Pasqua. Pentecoste è una parola greca che significa “cinquantesimo giorno” e si celebra, infatti cinquanta giorni dopo Pasqua.
Per gli antichi il 50 era il numero della pienezza di un tempo. Allora la Pentecoste indica che un tempo è finito.
Il tempo del Gesù storico e delle sue apparizioni è finito e si apre il tempo della Chiesa. Insomma adesso tocca a noi.
Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti”; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola.
È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata. Il senso primordiale della festa era agricolo, connesso alla gioia della mietitura.
Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai.
Era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme. In epoca successiva, presumibilmente rabbinica, cioè dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., la festa ricevette un nuovo significato storico-salvifico e divenne una commemorazione dell’alleanza di Dio con Israele al Sinai.
Il racconto degli Atti degli Apostoli
L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo.
«Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua.
Erano stupefatti, e fuori di sé per lo stupore, dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?”»
Il passo degli Atti degli Apostoli prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.

Il fuoco come simbolo biblico
Nel simbolo del fuoco Dio si rivela come il Santo, il Giudice, colui che illumina, purifica e trasforma il cuore dell'uomo; nell'esperienza cristiana esso è collegato all'azione dello Spirito, che agisce nella Chiesa, brucia la paura e accende l'amore.
Il termine fuoco nella Bibbia è usato frequentemente sia nel significato naturale e tecnico che nella valenza simbolica. Nella traduzione greca della LXX ricorre 490 volte.
Il significato simbolico richiama da una parte il giudizio di Dio, che purifica distruggendo il male e, nel senso positivo, la sua manifestazione che chiama a una vocazione e rinnova il cuore dell'uomo.
Il fuoco simbolo di purificazione che provoca dolore emerge in molti passi della Scrittura. Il fuoco come teofania di Dio indica che egli è Altro da noi ed è il Santo.
Il fuoco che illumina
Le azioni fondamentali che mostrano la funzione simbolica del fuoco sono tre: illuminare, purificare, confermare nella fede.
Dio si rivelò come fiamma di fuoco che illuminava la notte perché il popolo potesse camminare verso la terra promessa. Nella colonna di fuoco Dio illumina e guida il popolo ebraico nelle notti dell’Esodo.
Così appare a Mosè nel roveto ardente, dove il fuoco ardeva e non si consumava (Es 3,1-6) e al popolo sul monte Sinai (Es 19,18). Dio si rivela a Mosè sotto forma di fuoco nel roveto ardente che non si consuma.
Il fuoco della Pentecoste illumina la Chiesa facendole comprendere la propria identità di comunità di salvati (At 11,16). La fiamma rende visibile una luce interiore: gli Apostoli comprendono la propria missione e trovano la strada da seguire.
Il fuoco che purifica
Nel simbolo del fuoco Dio si rivela come colui che purifica e trasforma il cuore dell'uomo. Il fuoco simbolo di purificazione che provoca dolore emerge in molti passi della Scrittura.
L’angelo purifica con il fuoco le labbra del profeta Isaia per consacrarlo alla missione profetica (Is 6,6-7). Il fuoco non indica soltanto distruzione, ma anche un passaggio attraverso il quale la persona viene resa disponibile alla chiamata di Dio.
Il fuoco, protagonista dell’evento è lo Spirito santo, il dono del Cristo risorto che si posa sulla prima comunità come “lingue di fuoco”. Lo Spirito santo come fuoco non distrugge, ma trasforma.
Il fuoco che conferma nella fede
Il fuoco che brucia il sacrificio di Abramo conferma la sua fede nella promessa di Dio (Gen 15,17-20). Questa funzione aiuta a comprendere il fuoco pentecostale come segno di una fede resa stabile e operosa.
Gli Apostoli, prima impauriti e incerti, diventano annunciatori coraggiosi del Vangelo. Pietro stesso, che aveva conosciuto la debolezza del rinnegamento, trova ora la forza di proclamare pubblicamente Cristo risorto.
Perché il fuoco simboleggia coraggio e forza
Il fuoco della Pentecoste esprime l’energia dello Spirito Santo, capace di vincere la paura e di rendere una persona pronta ad agire. Lo Spirito santo brucia la paura e ogni forma di timore rendendo i credenti testimoni coraggiosi del vangelo in ogni angolo della terra (At 1,5-8).
Gesù era stato perentorio con gli Apostoli: non dovevano allontanarsi da Gerusalemme prima di aver ricevuto dall’alto la forza dello Spirito Santo (cfr At 1,4.8). Senza di Lui non c’è missione, non c’è evangelizzazione.
Gesù era asceso. Aveva chiesto ai discepoli di continuare a fare quello che lui aveva fatto: annunciare la bella notizia di un Dio che ama l’uomo in modo folle e gratuito.
Gli apostoli erano scoraggiati, impauriti, delusi. E si chiesero: “E adesso, che si fa?”. Pentecoste è fidarsi di Gesù che dice: “Uscite, non abbiate paura, adesso avete la forza per farlo. Il mio Spirito è dentro di voi”.
La forza promessa dal Risorto è dunque la forza dello Spirito Santo. Si parla di un rombo come di un vento violento, di qualcosa che è come fiamme di fuoco e che si impossessa di tutti senza bruciarli.
Ha l’effetto però di dissolvere la rigidità e trasformare la paura, di aprire un nuovo orizzonte e superare i confini e trovare un nuovo linguaggio, così che la comprensione diventa possibile in modo inaspettato.
Il fuoco accende nei credenti il desiderio del bene, la forza della carità e la gioia della fede. Riscalda il cuore che diviene capace di vivere giorno dopo giorno l’ideale della comunità cristiana nata dalla Pasqua (At 2,42-47).
Il fuoco della parola e della testimonianza
A Pentecoste nel dono delle lingue di fuoco regala il dono della Parola che gli apostoli, colmi di amore, porteranno in tutto il mondo, facendosi capire.
Il battesimo degli apostoli è nella lingua, nel fuoco della parola che comunica il buon annuncio (evangelo). Le «lingue come di fuoco» manifestano subito il loro potere nel miracolo delle lingue, udite e comprese da tutti coloro che, in quanto ebrei della diaspora saliti a Gerusalemme, erano a conoscenza che proprio da quella città doveva uscire la parola di Dio.
Il giorno di Pentecoste si parlò una lingua compresa dagli uomini, affinché essi ascoltassero e credessero. Il miracolo delle lingue attualizza la molteplice unità della parola evangelica volta ad annunciare Gesù Cristo morto e risorto.
Lo Spirito Santo ci fa parlare: con Dio e con gli uomini. Ci fa parlare con Dio nella preghiera.
Ci fa parlare nell’atto di fede. Nessuno di noi può dire: “Gesù è il Signore” senza lo Spirito Santo. E lo Spirito ci fa parlare con gli uomini nel dialogo fraterno.
Ci aiuta a parlare con gli altri riconoscendo in loro dei fratelli e delle sorelle; a parlare con amicizia, con tenerezza, con mitezza, comprendendo le angosce e le speranze, le tristezze e le gioie degli altri.
Ma c’è di più: lo Spirito Santo ci fa parlare anche agli uomini nella profezia, cioè facendoci “canali” umili e docili della Parola di Dio. La profezia è fatta con franchezza, per mostrare apertamente le contraddizioni e le ingiustizie, ma sempre con mitezza e intento costruttivo.
Il fuoco e la nascita della Chiesa
Il giorno di Pentecoste, quando i discepoli «furono colmati di Spirito Santo», fu il battesimo della Chiesa, che nacque “in uscita”, in “partenza” per annunciare a tutti la Buona Notizia.
La Pentecoste è considerata la nascita della Chiesa. La Chiesa nasce così non da un progetto umano, ma dall’azione dello Spirito Santo.
È una comunità chiamata a vivere nella comunione, nella preghiera e nella testimonianza. Da quel giorno il messaggio di Cristo attraversa i secoli e raggiunge ogni popolo, ogni lingua, ogni cuore disposto ad ascoltare.
La Pentecoste è una scintilla che accende il cammino delle chiese nascenti. Dalla rigidità nasce il movimento, dalla solitudine nasce la proclamazione in luoghi pubblici, dalla mancanza di prospettive nascono nuove idee per plasmare il futuro.
Subito dopo la narrazione della Pentecoste, Luca racconta di come la comunità ora dà forma alla sua unione con molte buone idee, nella cura reciproca e nella comunità dei beni. Tutto l’ulteriore percorso degli Atti degli Apostoli è disegnato come frutto dell’opera dello Spirito.
Fuoco, vento e unità tra i popoli
La Pentecoste è attraversata da immagini profonde e ricche di significato spirituale. Il vento richiama il soffio creatore di Dio, invisibile ma potente.
Lo Spirito entra nella vita dell’uomo come una brezza che rinnova e dona respiro all’anima stanca. Il fuoco è simbolo di luce e purificazione.
Le lingue indicano invece l’universalità del Vangelo. Popoli diversi comprendono un’unica parola di salvezza: lo Spirito crea comunione e abbatte le divisioni.
Da sempre si è visto nel miracolo delle lingue la risposta alla confusione babelica. Grazie allo Spirito che scende, unità e pluralità, centro e periferia si sono riappacificati.
Il messaggio è uno solo, le lingue però restano molte. Lo Spirito Santo nella Chiesa è Operatore di unità.
Se Babele è simbolo di un’umanità dispersa e disunita, discorde e guerriera, Pentecoste è segno di sinfonica concordia, di armonia, di unità nell’unico linguaggio di Cristo, pur nella diversità di popoli, di lingue e di culture.
È lo Spirito che ristabilisce la perduta unità del genere umano. L’uomo “spirituale”, invece, è sempre operatore di unità d’amore, segno di apertura di mente e di cuore.
Il rapporto tra Pentecoste e Sinai
Il senso memoriale del dono della Legge, rivelata dal Signore sul monte Sinai, si collega profondamente alla scena della Pentecoste. Il monte «era tutto fumante, perché il Signore era sceso su di esso nel fuoco» (Es 19,18).
Proprio in quel giorno lo Spirito scese sui discepoli in lingue come di fuoco. Come Dio sul Sinai fumante diede la sua Legge per mezzo di Mosè, a Pentecoste nel dono delle lingue di fuoco regala il dono della Parola.
Con la sua narrazione della Pentecoste, Luca evoca quindi un intero repertorio di motivi dell’Antico Testamento: dalla rivelazione di Dio al Sinai all’effusione dello Spirito alla fine del tempo.
Il fuoco del Sinai manifesta la santità e la trascendenza di Dio; il fuoco della Pentecoste manifesta la sua presenza che entra nella comunità, la illumina e la rende capace di annunciare.
Il fuoco come amore e vita interiore
Il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede.
Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita.
Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui.
Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente.
“Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra”. La terra è piena dello Spirito. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore.
E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte. Il rifiorire della vita e della giovinezza è uno dei segni più grandi della Chiesa in cui vive e opera lo Spirito Santo, Primavera perenne della Chiesa!
Il fuoco che trasforma la paura in coraggio
La forza dello Spirito giunge ai discepoli come una presenza capace di cambiare radicalmente la loro esistenza. Dalla rigidità nasce il movimento, dalla solitudine nasce la proclamazione in luoghi pubblici, dalla mancanza di prospettive nascono nuove idee per plasmare il futuro.
È una storia incoraggiante di risveglio e di responsabilizzazione, di superamento della paura e di coraggio per trovare nuove strade, di superamento dei confini e di comunicazione riuscita.
Lo Spirito è vento, uragano, è più forte delle nostre divisioni e chiusure. Quando ci sentiamo angosciati e impotenti, ricordiamoci della potenza dello Spirito.
Lo Spirito è più forte della nostra depressione, della nostra rassegnazione, della nostra incapacità. La bella notizia di questa domenica? È lo Spirito che guida la Chiesa, nonostante gli uomini facciamo di tutto per ostacolarlo.
Lo Spirito Santo continua ancora oggi a operare nella vita dei credenti. È presenza discreta che consola nelle prove, illumina nelle decisioni difficili e sostiene nel cammino quotidiano.
Quando il cuore si sente smarrito, lo Spirito dona pace; quando la fede vacilla, riaccende la speranza. Spesso la sua azione è silenziosa, come un fuoco nascosto che continua a bruciare interiormente.
Lo Spirito Santo nella vita del credente
Lo Spirito Santo non è un concetto astratto, ma una presenza attiva che ci aiuta a fare il bene, ci dona coraggio, ci insegna ad amare e ci accompagna ogni giorno nel nostro cammino.
Lo Spirito Santo ci insegna: è il Maestro interiore. Ci guida per il giusto cammino, attraverso le situazioni della vita.
Più che un maestro di dottrina, lo Spirito Santo è un maestro di vita. E della vita fa parte certamente anche il sapere, il conoscere, ma dentro l’orizzonte più ampio e armonico dell’esistenza cristiana.
Lo Spirito Santo ci ricorda tutto quello che Gesù ha detto. È la memoria vivente della Chiesa.
Questo ricordare nello Spirito e grazie allo Spirito non si riduce a un fatto mnemonico, è un aspetto essenziale della presenza di Cristo in noi e nella sua Chiesa.
Lo Spirito di verità e di carità ci ricorda tutto ciò che Cristo ha detto, ci fa entrare sempre più pienamente nel senso delle sue parole. In sostanza lo Spirito ci ricorda il comandamento dell’amore, e ci chiama a viverlo.
Con l’aiuto dello Spirito Santo, possiamo interpretare le ispirazioni interiori e gli avvenimenti della vita alla luce delle parole di Gesù. E così cresce in noi la sapienza della memoria, la sapienza del cuore, che è un dono dello Spirito.
Maria e il Cenacolo
Nel Cenacolo gli Apostoli sono raccolti in preghiera insieme a Maria. Vivono un tempo di attesa silenziosa, sospesi tra il ricordo della Risurrezione e la promessa di una forza nuova.
E quel giorno, con gli Apostoli, c’era la Donna della memoria, quella che dall’inizio meditava tutte quelle cose nel suo cuore. C’era Maria, nostra Madre.
La Madre Chiesa e la Madre Maria: tutte e due vergini, tutte e due madri, tutte e due donne. Ricordiamo l’altra Madre, la nostra Madre che partì con prontezza, per servire.
Spesso, la presenza di Maria nella nostra vita è una presenza devozionale, decorativa. La Pentecoste rivela la sua presenza decisiva.
È bello pensare che Maria sia la fessura attraverso cui lo Spirito Santo irrompe. Maria, nella Pentecoste, ci riporta a una bellezza di fondo.
Come riconoscere il fuoco della Pentecoste nella Messa
Durante la celebrazione, ci sono alcuni elementi liturgici a cui prestare attenzione. La liturgia rende visibile e comunitaria l’azione dello Spirito Santo.
- Il cero acceso: simbolo di Gesù che è la Luce del mondo.
- I canti gioiosi: per festeggiare la presenza dello Spirito.
- Il Vangelo: la Parola viva di Gesù.
- Le preghiere insieme: segno di una Chiesa unita nella fede.
- Il colore rosso: durante la Messa di Pentecoste, il sacerdote indossa paramenti rossi per ricordare il fuoco dello Spirito, l’amore, la gioia e il coraggio dei santi.
Lo Spirito Santo viene invocato nel conferimento dei Sacramenti e da vero protagonista nel Battesimo e nella Cresima e con liturgia solenne nell’Ordine Sacro.
La divina Liturgia, infatti, è Pentecoste perenne dello Spirito «che è il Signore e dona la Vita». La piena, cosciente e attiva partecipazione alla Liturgia ci fa scoprire il significato di questa presenza invisibile.
Lo Spirito è Luce, Fuoco e Dono, è Ospite soave, Riposo e Gioia: con forza lirica e tono commosso, così cantiamo nella stupenda Sequenza di Pentecoste.
I quattro simboli della Pentecoste
| Simbolo | Significato |
|---|---|
| Fuoco | Amore di Dio, luce, purificazione, coraggio e forza interiore. |
| Vento | Soffio di Dio, vita, movimento e cambiamento profondo. |
| Colore rosso | Fuoco dello Spirito, amore, gioia e coraggio dei santi. |
| Colomba | Pace, bontà e presenza costante di Dio. |
Il Vento: Principio di fecondità e bellezza di creazione nuova. Il Fuoco: Simbolo di Dio che è forza irresistibile e trascendente.
Vento e Fuoco: Energia divina di Vita e di soave Amore. È lo Spirito che dona vita e fecondità, bellezza, bontà e armonia alla storia dell’uomo e del cosmo.
Il vento, anche se non si vede, se ne avverte la forza. È il “soffio di Dio” che dona vita e porta un cambiamento profondo nel cuore.
La colomba è il simbolo universale dello Spirito Santo e richiama la pace, la bontà e la presenza costante di Dio.
I doni dello Spirito Santo
È il nome della terza persona della SS. Trinità, principio di santificazione dei fedeli, di unificazione della Chiesa, di ispirazione negli autori della Sacra Scrittura.
È colui che assiste il magistero della Chiesa e tutti i fedeli nella conoscenza della verità, ed è detto anche ‘Paraclito’, cioè ‘Consolatore’.
Concesso a tutti i battezzati (1 Corinzi, 12,13), lo Spirito fonda l’uguale dignità di tutti i credenti. Ma nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi, l’unico Spirito, costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni.
L’insegnamento tradizionale, seguendo un testo di Isaia (11,1 sgg.) enumera sette doni particolari:
- sapienza;
- intelletto;
- consiglio;
- fortezza;
- scienza;
- pietà;
- timore di Dio.
Essi sono donati inizialmente con la grazia del Battesimo e confermati dal Sacramento della Cresima. Tra questi doni, la fortezza richiama in modo particolare il coraggio necessario per affrontare le prove e testimoniare la fede.
Quattro atteggiamenti per accogliere lo Spirito
Rimanere uniti
“Si trovavano tutti insieme nello stesso luogo”. Per prepararci alla comunione con Dio dobbiamo decidere di tornare uniti.
Non ci sarà nessuna Pentecoste se non decidiamo di ritornare a pensarci insieme, di riconoscere che il nostro destino è legato a quello di chi ci sta accanto. È il “noi” che ci salverà.
Pregare con un cuore solo
“Erano assidui e concordi nella preghiera”. Torniamo a pregare, a mettere al centro della nostra vita un dialogo costante con Dio.
Pregare significa far maturare lo Spirito che è già nel nostro intimo e che reclama solo di potersi manifestare. Pregare però non solo con assiduità, ma “concordi”, cioè “con un cuore solo”.
Ascoltare
Insomma, dobbiamo tornare ad ascoltarci. Lo Spirito Santo ci fa parlare con gli uomini nel dialogo fraterno.
La persona spirituale vive facendo emergere ciò che le abita dentro. È un modo di vivere.
Lasciarsi guidare
“Come di vento che si abbatte gagliardo”. Alziamo le vele e lasciamoci guidare.
Lo Spirito è più forte delle nostre divisioni e chiusure. Lo Spirito continuerà a soffiare.
Il fuoco come trasformazione del cuore
Lo Spirito non è una cosa, ma una persona, una presenza perché l’Amore è una persona, una presenza. L’Amore non possiamo definirlo.
Quel giorno gli apostoli fecero un salto qualitativo. A livello materiale, Gesù non lo videro più come prima ma a livello spirituale lo avevano dentro di loro come amore, coraggio, passione.
La Pentecoste è l’invito ad ogni uomo di trasformare il materiale in spirituale. Tutto è spirituale per chi ha lo Spirito nel cuore.
La persona spirituale non è quella che prega molto, o fa cose religiose, frequenta la chiesa, o fa molti pellegrinaggi. La persona spirituale vive facendo emergere ciò che le abita dentro.
Con la Pentecoste, la presenza stessa di Dio fa un salto di qualità. Non più il Dio “dinanzi a noi”, non solo il Dio “con noi”, ma addirittura il Dio “in noi”.
Siamo diventati la casa di Dio. Da quel giorno non facciamo più le cose “per” Dio ma possiamo fare le cose “di” Dio. Da quel giorno non “dobbiamo” più amare, ma “possiamo” amare.
La stessa vita può essere terribilmente materiale o meravigliosamente spirituale. Tutto può essere materia o spirito, dipende dal mio cuore.
La preghiera del fuoco dell’amore
La Pentecoste si conclude con un invito che attraversa i secoli: aprire il cuore allo Spirito di Dio. Ogni credente può tornare spiritualmente al Cenacolo e chiedere una fede più viva, una speranza più forte, una carità più autentica.
Lo Spirito Santo continua infatti a rinnovare la Chiesa e il mondo attraverso cuori disponibili ad accogliere la sua presenza. La preghiera della Pentecoste diventa allora invocazione personale e universale:
«Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore».
Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni padre dei poveri, vieni datore dei doni, vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto conforto.
O luce beatissima, invadi nell’intimo.
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