Il complesso dei credenti in Gesù: fede personale e comunità cristiana

Il complesso dei credenti in Gesù non è una somma di individui religiosi separati, ma il popolo convocato da Dio, animato dal medesimo Spirito e costituito come corpo di Cristo. La fede nasce nella libertà personale, ma è costitutivamente comunitaria: chi crede nel Vangelo sa di averlo ricevuto e di essere chiamata/o a testimoniarlo.

Credere in Gesù significa comprendere chi egli è realmente e cosa ha fatto; ricevere, accettare e afferrare ogni cosa di lui, personalmente: il pensiero e le opere, la visione, la sua volontà. Ogni cosa del Cristo diventa determinante per il peccatore che si arrende a lui. Questa adesione non si esaurisce in un’esperienza interiore, perché conduce a una vita condivisa, all’amore reciproco, al servizio e alla testimonianza.

La fede in Gesù come adesione personale

Gli uomini hanno bisogno di Gesù e lo cercano. In lui c'è qualcosa che li attrae, ma non sanno ancora esattamente per quale motivo lo cerchino e a quale fine. Secondo l'evangelista, molti lo fanno perché il giorno precedente ha distribuito loro del pane per saziarne la fame.

Gesù incomincia a conversare con loro. Ci sono delle cose che conviene chiarire fin dall'inizio: il pane materiale è molto importante. Gesù stesso ha insegnato loro a chiedere a Dio «il pane quotidiano» per tutti, ma l'essere umano ha bisogno di qualcosa di più. Gesù vuole offrire loro un cibo che possa saziare per sempre la loro fame di vita.

I suoi interlocutori intuiscono che Gesù sta aprendo loro un nuovo orizzonte, ma non sanno che cosa fare né da dove iniziare. L'evangelista ne riassume gli interrogativi con queste parole: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Vi è in loro un desiderio sincero di farlo, vogliono compiere le opere di Dio, ma, abituati a pensare tutto a partire dalla Legge, chiedono a Gesù quali opere pratiche e osservanze nuove debbano prendere in considerazione.

La risposta di Gesù va al cuore del cristianesimo: «Questa è l'opera [al singolare!] di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Dio vuole solo che credano in Gesù Cristo, poiché è lui il grande dono che Dio ha inviato al mondo. E questa la nuova esigenza, devono praticare questo, il resto è secondario.

La fede cristiana non consiste innanzitutto nel seguire in maniera corretta un codice di pratiche e di osservanze nuove, superiori a quelle dell'Antico Testamento. No! L'identità cristiana consiste nell'imparare uno stile di vita che nasce dal rapporto vivo e fiducioso con Gesù, l'Inviato del Padre.

Diventiamo cristiani nella misura in cui impariamo a pensare, sentire, amare, operare soffrire e vivere come Gesù. Per essere cristiani oggi sono necessarie un'esperienza di Gesù e un'identificazione col suo progetto che anni fa non si richiedevano per essere un buon praticante.

«Credere in Gesù» significa configurare la vita a partire da lui, convinti che la sua fu una vita vera: una vita che conduce alla vita eterna. Il suo modo di vivere Dio quale Padre, di reagire sempre con misericordia, il suo impegno per far sorgere la speranza sono i migliori atteggiamenti che l'uomo può assumere a sua volta.

«Credere in Gesù» significa vivere e darsi da fare per qualcosa di ultimo e decisivo: sforzarsi per un mondo più umano e giusto, rendere più reale e più credibile la paternità di Dio, non dimenticare coloro che corrono il rischio di venire dimenticati da tutti, anche dalle religioni.

E tutto ciò sapendo che il nostro piccolo impegno, sempre povero e limitato, è l'opera più umana che possiamo compiere. Per questo, disinteressarci della vita degli altri, vivere tutto con indifferenza, rinchiuderci solo nei nostri interessi, ignorare la sofferenza della gente che incontriamo lungo il cammino. sono indizi del fatto che non ci stiamo «dando da fare» per la nostra fede in Gesù.

Il significato biblico del credere

Credere in Gesù non è difficile. Chiunque lo voglia può credere in lui. Credere nel Signore non è banale. Non si può credere in Gesù - nel suo significato biblico - se la fede non viene suscitata da qualcosa di forte e di persuasivo.

Il vangelo di Giovanni è l’unico documento evangelico che indica con chiarezza lo scopo per cui è stato scritto: “Ora Gesù fece in presenza dei suoi discepoli molti altri segni miracolosi, che non sono scritti in questo libro; ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” Gv 20:30-31

Ciò è notevole. È come se Giovanni dicesse: “I segni miracolosi che ho scelto per il mio vangelo hanno in sé la potenza di scuotere la vita del peccatore che si avvicina ad essi con interesse”. I segni miracolosi riportati da Giovanni costituiscono l’ossatura della sua opera:

  • L’acqua mutata in vino ; Gv 2:1-11
  • La guarigione del Figlio di un ufficiale ; Gv 4:43-54
  • La guarigione di un paralitico a Betesda ; Gv 5:1-16
  • La moltiplicazione dei pani e dei pesci ; Gv 6:1-15
  • Gesù cammina sul mare ; Gv 6:16-21
  • La guarigione di un uomo cieco fin dalla nascita ; Gv 9:1-41
  • La resurrezione di Lazzaro ; Gv 11:1-46

I sette segni miracolosi scelti da Giovanni avevano un duplice obiettivo. PRIMO, l’obiettivo di difendere la vera identità di Gesù Cristo: “…affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio”; i segni avevano un valore apologetico.

IN SECONDO LUOGO, i segni miracolosi avrebbero presentato ai lettori il vangelo che salva: “…e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”; i segni avrebbero assunto un significato evangelistico.

Cominciamo a comprendere che il vangelo è un messaggio semplice ma non semplicistico. Non è difficile credere in Gesù ma non è banale. Un’eccessiva semplificazione del vangelo rischia di nascondere al peccatore i tratti fondamentali del volere di Dio, determinanti per la salvezza.

Nella teologia di Giovanni il termine “credere” è di assoluta importanza. Ricorre circa cento volte. Un simile dato non doveva passare inosservato agli occhi dei primi destinatari del vangelo, come agli occhi del lettore di oggi. La ripetitività di un tale concetto aveva lo scopo di imprimersi nella mente dei lettori di tutti i tempi.

Giovanni descrive il Dio preesistente, il Creatore che si è fatto uomo (Gv 1:1-3, 14). Gesù Cristo è vita e luce (vv. 4-5). Il precursore, il Battista, ha testimoniato di lui (vv. 6-9). Gesù venne nel mondo che aveva creato, ma il mondo e il suo popolo non l’hanno né conosciuto né ricevuto (vv. 10-11).

Credere in Gesù vuol dire comprendere chi egli è realmente e cosa ha fatto; ricevere, accettare e afferrare ogni cosa di lui, personalmente: il pensiero e le opere, la visione, la sua volontà. Ogni cosa del Cristo diventa determinante per il peccatore che si arrende a lui.

Credere in Gesù è la risposta a qualcosa di forte. Il peccatore vede, sente e incontra il Cristo nel vangelo. Risponde responsabilmente con la fede suscitata dall’ascolto della Parola (cfr. Ro 10:17; Ef 1:13).

Non è difficile credere in Gesù. Persino un bambino - che diventa l’emblema perfetto dei “piccoli” che credono in Gesù, ovvero i credenti (gente di poco valore agli occhi del mondo) - potrà farlo: “In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli… Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me…” Mt 18:3, 6

La fede non è una formula semplificata

La fede che salva è semplice e complessa. La nostra cultura contemporanea - frenetica, approssimativa, amante delle facili soluzioni - vive di surrogati. Spesso impone delle scorciatoie che non portano da nessuna parte.

La cultura che tende a semplificare non sempre paga. Crediamo, per esempio, di poter imparare l’inglese, l’uso del PC o di un qualsiasi strumento musicale in sole venti lezioni? Pura utopia! Eppure, la filosofia del “mordi e fuggi” dei nostri giorni sembra essersi profondamente radicata nello stile di vita occidentale.

Un simile modo di vivere è drammaticamente distante da un approccio responsabile alle questioni sollevate. Un’eccessiva semplificazione del vangelo può rivelarsi fatale dal punto di vista spirituale e psicologico.

Il vangelo deve essere predicato nella sua interezza. L’anima - scossa dall’urgenza del messaggio e dalle istanze dello Spirito del Signore che convince (Gv 16:8) - è chiamata al ravvedimento sulla base delle verità che le sono state predicate.

Nascondere le realtà bibliche fondamentali - il peccato, l’ira di Dio, il giudizio, l’inferno, ma anche la necessità del discepolato e il riconoscimento della signoria di Cristo - equivale ad annunciare un altro vangelo.

Il vangelo biblico si basa su una persona, Gesù Cristo; presenta i fatti veri che hanno segnato la storia e l’umanità; mostra una teologia oggettiva, dottrinalmente sana e non manipolabile; indica uno stile di vita nuovo, perseverante, come risultato della potente rigenerazione divina; manifesta il ristoro spirituale per gli afflitti e i bisognosi; offre certezza ai peccatori pentiti; al di sopra di tutto promuove la gloria di Dio, i credenti sono “nati da Dio”.

Credere in Gesù implica tutto questo. La salvezza non può essere ereditata, “…non sono nati da sangue”; non può essere trasmessa da un sistema religioso né da artifici umani, “…né da volontà di carne”; non risiede in noi e non ci appartiene, “…né da volontà d’uomo”. I credenti sono “…nati da Dio”.

La dimensione comunitaria dell’essere cristiani

Non c’è posto nella Chiesa per forme individualistiche di credenza. La libertà è adesione per scelta a qualcosa/Qualcuno che apre a nuove possibilità di esistenza.

Secondo questa prospettiva, ogni credente si pone accanto agli altri, accogliendo e donando il carisma proprio, affinché la comunità resti il corpo, cioè la visibilizzazione, del Signore Gesù.

Per affrontare il tema del ruolo della comunità nella vita di fede sembra opportuno premettere qualche breve osservazione sulla dimensione comunitaria dell’essere cristiani. Infatti, per quanto la fede sia un’esperienza radicalmente interiore, decisa dalla libertà di ciascuna/o e giocata là dove risiede il mistero più profondo della persona, essa è anche costitutivamente comunitaria.

Chi crede nel Vangelo sa di averlo ricevuto e di essere chiamata/o a testimoniarlo: in questo modo la condivisione della medesima esperienza è tutt’uno con l’esperienza stessa.

A questo però occorre aggiungere altro. La catena di testimonianze che costituisce la traditio ecclesiale va pensata non come una serie di anelli separati, ciascuno dei quali sarebbe un credente, ma come una moltitudine, un popolo che, mosso dal medesimo Spirito, riconosce in Gesù il Signore e vive di conseguenza.

La traditio è un fiume che porta con sé tutta la vita della Chiesa (tutto ciò che essa è, ci dice la Dei verbum al n. 8) costituita dalla vita e dalla fede di tutti e di ognuna/o. Ciascuna goccia costituisce il fiume, ma solo insieme a tutte le altre.

D’altra parte, lo Spirito, che viene donato ai credenti e senza il quale non è possibile nemmeno credere, altro non è che l’amore del Padre e del Figlio, per cui, quando viene riversato nei cuori dei credenti, li rivolge gli uni verso gli altri, costituendo i molti come membra di uno stesso organismo, le une a servizio delle altre per essere tutte insieme un solo corpo.

Credere e amare sono in fondo la stessa cosa, perché la fede è un tipo di amore, anzi è - per citare Bernard Lonergan - essere illimitatamente inn-amorati, cioè scoprirsi immersi nell’amore sconfinato di Dio e lasciarsi muovere da esso, ridefinendo il proprio orizzonte esistenziale a partire appunto da questo amore, alla luce del quale vengono colti tutti i valori e si rinnova la comprensione stessa della realtà.

Dal momento quindi che la fede stessa è un’esperienza d’amore che spinge ad amare per opera dello Spirito, si comprende bene come l’amore reciproco sia il luogo in cui è possibile sperimentare e vedere ciò che il Vangelo annuncia, cioè la comunione con Dio e la comunione fra esseri umani (cfr. Lumen gentium, n.1).

Comunità cristiana riunita in preghiera

La presenza di Cristo nella comunità

Su questa linea, nel Vangelo di Matteo la presenza di Cristo, la possibilità di incontrarlo, accoglierlo e servirlo, viene legata proprio al radunarsi dei credenti nel nome di Lui, cioè vivendo la sua stessa logica: «dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).

E in questo senso va letta la promessa che chiude il primo Vangelo: «Ed ecco sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

Il Gesù di Matteo non ascende al cielo, ma resta nei credenti che, radunandosi, sono capaci di renderlo presente, se vivono il Vangelo, cioè (così è tutta la logica del capitolo diciottesimo che riporta il discorso ecclesiologico di Gesù) se scelgono di farsi piccoli e, allo stesso tempo, se scelgono di prediligerli, accogliendoli e cercandoli.

La piccolezza diventa così la dimensione fondamentale dei discepoli, perché è quella che Gesù ha scelto per sé identificandosi con i bambini («chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me»: Mt 18,3) e con i fratelli più piccoli, come viene affermato nella descrizione del giudizio universale (Mt 25,31-46).

La presenza di Cristo, l’esperienza di lui: la fede stessa ha bisogno della dimensione comunitaria nel suo momento sorgivo e, poi, continuamente.

Ci si trova così intrecciati gli uni agli altri e gli uni per gli altri, animati dall’unico Spirito e impossibilitati a vedere il Risorto se non tramite il radunarsi nel suo nome, al punto che ci si può dire membra gli uni degli altri (cfr. 1Cor 12), costituenti il corpo stesso di Cristo.

In quest’ottica, se qualcuno si separasse dagli altri, finirebbe per negarsi la possibilità di essere membro vivo del corpo di Lui. Bisogna concludere dunque che sono proprio le relazioni umane a trasmettere la fede e la vita di Dio.

Se la fede è esperienza che intreccia le relazioni umane e stringe i credenti fra di loro fino a costituirli come un popolo, i cui membri sono così connessi da essere riconosciuti come un unico corpo, si capisce perché la comunità sia il luogo in cui la fede è vissuta e fatta crescere.

Il popolo di Dio e l’impossibilità di salvarsi da soli

Al n. 113 dell’Evangelii gaudium papa Francesco scrive: «Questa salvezza, che Dio realizza e che la Chiesa gioiosamente annuncia, è per tutti, e Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati.

Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana.

Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa. Gesù non dice agli Apostoli di formare un gruppo esclusivo, un gruppo di élite. Gesù dice: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 28,19).

San Paolo afferma che nel popolo di Dio, nella Chiesa “non c’è Giudeo né Greco. perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28)».

La fede cristiana non è quindi una realtà privata, chiusa nell’interiorità del singolo. Essa integra la persona in una rete di relazioni nella quale riceve, vive e trasmette la vita ricevuta da Dio.

I carismi come dono per l’intero corpo

Il primo aspetto del ruolo della comunità nella vita di fede su cui ci si deve soffermare riguarda i carismi. Normalmente si usa il termine “carisma” per indicare qualche capacità riconosciuta come un dono fatto ai singoli credenti e tramite i quali questi possono servire gli altri.

In realtà il carisma si può intendere in modo molto più radicale, come l’azione dello Spirito che invade il credente rendendo la sua stessa vita un’esistenza carismatica, cioè spinta dall’amore e offerta come dono agli altri.

Si tratta dell’opera dello Spirito che, lasciato agire dal credente, lo rende membro vivo dell’unico corpo ecclesiale, configurandolo in modo unico e, allo stesso tempo, rivolgendolo al bene di tutto il corpo.

In questo senso l’esistenza intera del credente va considerata un dono per la Chiesa e quindi non può essere pienamente vissuta e fatta fiorire senza che la Chiesa la riconosca come dono e l’accolga.

Fino a che, infatti, un dono non viene riconosciuto, fatto proprio dal destinatario e in qualche modo “goduto” e quindi restituito, esso rimane infruttuoso, persino inutile: quindi, anche il dono costituito da ciò che lo Spirito opera nel credente, perché venga offerto alla Chiesa, deve essere riconosciuto dalla Chiesa.

Se questo non dovesse avvenire, il dono andrà sprecato: il riconoscimento altrui infatti è indispensabile perché i credenti possano vivere ciò che lo Spirito dona loro di essere, e quindi per realizzare le proprie vite.

Non si può vivere autonomamente la vita cristiana, dunque, proprio in quanto è esistenza carismatica, cioè offerta perché la Chiesa la riconosca come dono e se ne nutra.

La comunità è allora lo spazio vitale e vivificante, nel quale porta frutto ciò che lo Spirito stesso opera in ciascuno di noi, ma allo stesso tempo è lo spazio vitale da cui attingere tutto ciò che lo Spirito opera negli altri.

Se infatti ogni esistenza credente è carismatica, è chiaro che ciascuna/o è chiamata/o a riconoscere e accogliere le esistenze dei fratelli e delle sorelle come dono per se stessa/o.

Nessuno può avere tutti i doni e tutti i carismi da solo, ma può godere di tutti i doni e i carismi proprio dentro quella rete di relazioni che costituisce la comunità e che, tutta insieme, ci restituisce l’intera opera dello Spirito.

La santità come cammino condiviso

Una dinamica simile si può riscontrare anche nel cammino di santificazione, al quale tutti sono chiamati. La santità infatti non nasce nella solitudine di prestazioni eroiche, ma è abbarbicata alla moltitudine dei credenti che, come accade quando una folla cammina, trascina con sé nella direzione giusta anche chi è più titubante.

A questo proposito riprendiamo quanto scritto da papa Francesco in Gaudete et exsultate, n. 3: qui, infatti, per sottolineare come la santità sia un dono vissuto da moltissimi nella Chiesa, e spesso nascostamente, il papa afferma che «siamo invitati a riconoscere che siamo “circondati da una moltitudine di testimoni” (Eb 12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta».

Poi, dopo aver puntualizzato come i santi restino in comunione con la Chiesa che ancora cammina nella storia, il papa torna a sottolineare come la santità sia un dono diffuso: «Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché “Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità”.

Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo (Gaudete et exsultate, n. 6).

Riprendendo quasi alla lettera quanto scritto in Evangelii gaudium e richiamando anche qui il secondo capitolo di Lumen gentium, papa Francesco ribadisce come siano le relazioni ecclesiali la trama dentro la quale la storia di santità di ciascuno può venire scritta, perché nessuno si salva da solo, nessuno può vivere i doni dello Spirito per sé e nessuno può portare a buon fine da solo la propria chiamata alla santità.

Le relazioni con gli altri, infatti, il loro esempio, i loro doni, persino gli ostacoli che ci pongono davanti, finiscono per custodire il cammino credente, per farci crescere nella fede e nella vita.

Proprio come dicevamo per i carismi, ciascuna/o ha il suo dono e il suo cammino non può essere identico a quello di nessun altro, ma questo non significa che sia possibile viverlo da sé: ciò che ciascuna/o è e spera di essere sembra realizzabile solo nella vita condivisa del popolo, senza essere parte del quale non si dà vita cristiana.

La Gaudete et exsultate aiuta ad approfondire in che modo la comunità determini la crescita della vita cristiana: «la santificazione è un cammino comunitario, da fare a due a due. Così lo rispecchiano alcune comunità sante. [. ] Allo stesso modo ci sono molte coppie di sposi sante, in cui ognuno dei coniugi è stato strumento per la santificazione dell’altro. Vivere e lavorare con altri è senza dubbio una via di crescita spirituale» (n. 141).

Parola, liturgia e vita quotidiana

Questo accade perché è proprio la comunità - come detto in apertura - lo spazio in cui il Signore si rende presente (cfr. Gaudete et exsultate, n. 142) e così la Parola, che ci convince dell’amore del Padre e ci converte, è sempre una parola ascoltata insieme, così come i gesti liturgici, che sostengono tutta la vita cristiana, sono sempre gesti di tutto il popolo, come indica il termine stesso di “liturgia”.

Se infatti il sacramento che permette l’ingresso stesso nella vita cristiana, il battesimo, segna contemporaneamente anche l’ingresso nella Chiesa, l’Eucaristia, da cui la Chiesa stessa trae il proprio sostentamento, altro non è che ripetere il gesto capace di rendere presente il Risorto, che consiste propriamente nel mangiare insieme lo stesso pane.

Il gesto centrale del vivere cristiano è un gesto comunitario. Se però è vero che sono la Parola condivisa e il gesto liturgico compiuto insieme a sostentare il cammino di ogni credente, è pure vero che la comunità è protagonista anche del cammino quotidiano che si esplica nei piccoli dettagli delle relazioni (cfr. Gaudete et exsultate, n. 143).

«La comunità che custodisce i piccoli particolari dell’amore, dove i membri si prendono cura gli uni degli altri e costituiscono uno spazio aperto ed evangelizzatore, è luogo della presenza del Risorto che la va santificando secondo il progetto del Padre» (Evangelii gaudium, n. 145).

È chiaro dunque che le relazioni, giocate nelle piccole occasioni di ogni giorno, come anche i gesti liturgici, sempre per loro intima natura gesti condivisi, e l’ascolto della Parola, scritta e rivolta ad ogni persona mentre viene rivolta al popolo intero, nutrono il cammino di ogni fedele, che impara così ad assecondare lo Spirito, a celebrare, a comprendere e testimoniare la propria fede e ad agire coerentemente con essa.

Non è un processo individuale o risolvibile nella sola relazione con Dio, quanto piuttosto un cammino in cui la reciprocità e la condivisione con altri si rivelano come decisive proprio per poter vivere la propria personale relazione con Dio.

I segni della comunità cristiana

La pianta topografica del locale è qui utilizzata per dare una breve nota di informazioni sulla fede e il culto della nostra comunità.

La Croce è segno della nostra fede. Noi crediamo in Gesù Cristo, condannato e crocifisso dai potenti di questo mondo e risuscitato per la potenza di Dio.

Non vedete altri segni che rimandino ad altre persone (Maria, santi …) perché il nostro culto è unicamente centrato su Dio e Cristo.

Il Libro sul tavolo è un esemplare della Bibbia. Contiene L’Antico e il Nuovo Testamento. Essa non appartiene solo a noi, ma a tutti i cristiani: qui ascoltiamo il messaggio dell’Evangelo e la richiesta della legge di Dio.

Gli insegnamenti che crediamo e cerchiamo di vivere sono tratti soltanto dalla Bibbia, nella convinzione che lo Spirito Santo giuda la nostra lettura. Non abbiamo altri libri o codici normativi e non riteniamo di possedere o avere il monopolio della Verità, che è più grande di noi e ci vuole disponibili alla sua azione innovatrice.

Il Pulpito, serve per la spiegazione di quanto è scritto nella Bibbia, per la predicazione. Questo compito non è solo di una persona, ma di ogni credente al quale la comunità ritenga utile affidarlo.

E’ il sacerdozio cristiano, dato a tutti, per non creare di nuovo una casta, una classe sacerdotale intermedia e mediatrice tra Dio e l’essere umano.

La Tavola davanti al pulpito, serve per la celebrazione del sacramento della “Cena del Signore” (detto anche “Eucaristia” o “Comunione”). Ripetendo le parole e i gesti dell’ultima cena di Gesù con i discepoli, prendiamo il pane e il vino.

La Cena del Signore è il sacramento di quelli che credono in Cristo e testimoniano di avere salvezza per la sua grazia.

A destra della Tavola si trova il Fonte Battesimale per la celebrazione del sacramento del Battesimo. Col Battesimo una creatura non diventa automaticamente cristiana, ma è riconosciuta quale parte del popolo di Dio, ci si impegna a testimoniarle la fede, in attesa di una sua decisione responsabile.

Oggi tanti preferiscono non battezzare i bambini e le bambine, in attesa di una loro decisione adulta, che sarà sancita dal battesimo.

Le Pareti sono nude. La mancanza di quadri, di statue, di edicole e di quanto impreziosisce altre chiese, non da una buona impressione. Noi crediamo che se Dio ha ordinato di non fare queste cose (leggi Esodo 20,3) va obbedito.

Del resto, la ragione è chiara: dall’uso delle immagini sono venute deviazioni superstiziose, abusi e commerci d’ogni sorta.

L’Organo. I credenti evangelici esprimono con il canto la loro fede e la loro preghiera.

Le Panche. Sono l’arredo più vistoso, che occupa gran parte della sala. E’ usato dalla chiesa che si ritrova per rendere il suo culto a Dio.

Noi crediamo, ed è cosa ovvia, che “la chiesa” siano le persone, i fedeli seguaci di Cristo, e non un locale. La nostra chiesa (comunità di credenti) è in comunione con le altre chiese evangeliche sparse nel mondo.

Siamo convinti che è vitale per la nostra società avere più di una comunità religiosa, come alternativa.

Avrete Notato che gli arredi sottolineano queste cose:

  • la centralità, l’unicità della fede e del culto resi a Dio e a Gesù Cristo, solo capo della Chiesa.
  • Il fatto che qui si tratti di una chiesa cristiana è rilevato da due segni: la retta predicazione dell’Evangelo e la retta amministrazione dei sacramenti: il battesimo e la Cena del Signore.

Essi annunziano nelle parole e nei gesti l’amore di Dio che chiama a nuova vita e ci vuole inseriti in una comunità credente, suoi testimoni nel mondo.

La comunità come luogo dell’annuncio

Camminare insieme e rivolgersi gli uni agli altri, inoltre, permette di discernere la voce dello Spirito che si fa udibile proprio là dove la Chiesa riesce a convenire dopo un processo di reale ascolto della realtà, della Parola e gli uni degli altri.

Dalla condivisione della vita, della liturgia, del discernimento e della cura reciproca, sgorga poi un annuncio credibile, che si appoggia non sulla testimonianza di un singolo o sulle sue capacità persuasive, ma su ciò che la Chiesa vive e a partire dal quale può annunciare un amore che coinvolge tutti e chiama tutti a formare un’unica famiglia di figli e figlie di Dio.

Neanche l’annuncio che possiamo fare, dunque, è un gesto che non coinvolge la comunità, e non solo perché tutto ciò che ciascuno è lo deve a quelli che intrecciano con lui la propria vita, ma anche perché è la vita della Chiesa, e quindi la vita condivisa dei credenti, che indica la credibilità di quanto è stato annunciato.

La comunità non trasmette soltanto parole, ma rende visibile attraverso le relazioni il contenuto dell’annuncio. L’amore vissuto, la cura reciproca, il servizio e l’accoglienza diventano la forma concreta con cui i credenti mostrano il Vangelo.

La comprensione della fede nella vita ecclesiale

Anche la comprensione della fede, e quindi la crescita della tradizione ecclesiale, è poi frutto della vita comunitaria, perché se ciascuna/o restituisce una comprensione dell’esperienza credente che si appoggia sul proprio vissuto e sulle proprie categorie, questa si confronta con quella di tutte le altre, armonizzandosi con esse o entrando in dialettica.

Si tratta di un processo vivace che permette alla Chiesa di tenere insieme innumerevoli interpretazioni dell’esperienza credente, senza permettere mai una polarizzazione che porti alla divisione o a espressioni incapaci di esprimere l’esperienza stessa.

La tradizione cresce quindi attraverso l’ascolto reciproco, il confronto e il discernimento. La fede personale non viene cancellata dalla comunità, ma viene messa in relazione con la fede degli altri, così da contribuire alla comprensione comune del Vangelo.

Il nutrimento interiore e l’incontro con Gesù

«Credere in Gesù» significa vivere e darsi da fare per qualcosa di ultimo e decisivo: sforzarsi per un mondo più umano e giusto, rendere più reale e più credibile la paternità di Dio, non dimenticare coloro che corrono il rischio di venire dimenticati da tutti, anche dalle religioni.

Non sono più le religioni o i pensatori a caratterizzare i modelli di comportamento o lo stile di vita. La «nuova società» è sempre più diretta dalla moda consumistica. Si deve possedere l’ultima novità che ci viene offerta, conoscere nuove sensazioni ed esperienze.

La logica della «soddisfazione dei desideri» sta impregnando tutto. È noto quello che il sociologo francese Gilles Lipovetsky chiama l’«individuo-moda», dalla personalità e dai gusti fluttuanti, senza legami profondi, attratto dall’effimero.

Un individuo senza ideali né aspirazioni, preoccupato soprattutto di godere, possedere cose, rimanere in forma, divertirsi e rilassarsi. Un individuo più interessato a conoscere il bollettino meteorologico del fine settimana che il senso della propria vita.

Non dobbiamo demonizzare questa società. È cosa buona vivere ai nostri giorni, avendo tante possibilità di coltivare le diverse dimensioni della vita.

Il male è restare vuoti interiormente, presi solo da «necessità superficiali», smettere di fare il bene per cercare solo il benessere, vivere lontani da tutto ciò che non sia il proprio interesse, cadere nell’indifferenza, dimenticare l’amore.

Non è superfluo ricordare nella nostra società l’ammonimento di Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna».

Quando l’individuo si nutre solo dell’effimero, resta senza radici e senza consistenza interiore. Qualsiasi avversità provoca una crisi, qualsiasi problema assume dimensioni smisurate. È facile cadere nella depressione o nella mancanza di senso.

Senza cibo interiore la vita è in pericolo. Non si può vivere di solo pane, si ha bisogno di qualcosa di più.

Il pane della vita e la speranza dell’eternità

Quando osserviamo che la nostra salute con gli anni si sta deteriorando e che anche noi ci stiamo avvicinando alla fine dei nostri giorni, qualcosa si ribella dentro di noi. Perché si deve morire se nel profondo del nostro essere qualcosa ci dice che siamo fatti per vivere?

Il ricordo del fatto che la nostra vita si consuma continuamente giorno dopo giorno fa sorgere in noi un sentimento di impotenza e di pena. La vita dovrebbe essere più bella per tutti, più gioiosa, più lunga.

In fondo, tutti aspiriamo a una vita felice ed eterna. Da sempre l'essere umano ha sentito la nostalgia dell'eternità.

Quando l'essere umano cerca l'eternità, non sta pensando di stabilirsi sulla terra in un modo un po' più confortevole per prolungare il più possibile la propria vita. Ciò a cui anela non è la perpetuazione in eterno di quella miscela di gioie e sofferenze, successi e delusioni che già conosce, ma di trovare una vita di qualità definitiva che corrisponda pienamente alla sua sete di felicità.

Il vangelo ci invita a «darci da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna». Il credente si preoccupa di nutrire quello che c'è di eterno in lui, fondando la propria vita in un Dio che vive per sempre e in un amore che è «più forte della morte».

La risposta di Gesù è questa: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!». (Giovanni 6,24-35)

Pratiche personali e comunitarie per incontrare Dio

Ci sono persone che desiderano sinceramente incontrare Dio, ma non sanno quale via seguire. Senza dubbio, ciascuno deve seguire il proprio percorso personale, e nessuno ci può indicare dal di fuori i passi concreti che dobbiamo fare; vi sono tuttavia dei suggerimenti che possono essere utili a tutti.

  • Se cerchi Dio, anzitutto smetti di temerlo.
  • Non avere fretta.
  • Scendi nel tuo cuore e raggiungi le radici più segrete della tua vita.
  • Impara a pregare.
  • Prendi in mano il vangelo.

Se cerchi Dio, anzitutto smetti di temerlo. Ci sono persone che, quando sentono nominare Dio, cominciano a pensare alle loro miserie e ai loro peccati. Questo tipo di paura di Dio ti sta allontanando da lui.

Dio ti conosce e ti ama. Egli saprà trovare la via per entrare nella tua vita, per quanto questa sia mediocre.

Non avere fretta. Agisci con calma. Ci sono uomini che per alcuni giorni si muovono molto, pregano, vogliono libri, cercano metodi di preghiera; dopo un po' abbandonano tutto e tornano alla loro vita di sempre.

Tu invece, procedi lentamente, scopri con umiltà la tua povertà e il tuo bisogno di Dio. Egli non si trova al termine di chissà quali sforzi, ma ti è vicino e desidera farti vivere.

Scendi nel tuo cuore e raggiungi le radici più segrete della tua vita. Togliti le maschere. Come potrai andare camuffato incontro a Dio? Non hai bisogno di nascondere le tue ferite né il tuo disordine.

Domandati sinceramente: che cosa sto cercando nella vita? Perché non c'è pace nel mio cuore? Di che cosa ho bisogno per vivere con più gioia? In questo modo troverai una via che ti condurrà a Dio.

Impara a pregare. Può esserti utile cercare un luogo tranquillo e riservare a ciò un tempo appropriato. All'inizio non saprai che cosa fare e potrai sentirti addirittura a disagio: è tanto tempo che non ti fermi davanti a Dio.

Cerca nella Bibbia il libro dei Salmi e comincia a pregarne lentamente uno. Soffermati solo su quelle frasi che ti dicono qualcosa. Presto scoprirai che i salmi riflettono le tue sofferenze e le tue gioie, le tue aspirazioni e la tua ricerca di Dio.

Quando avrai imparato ad apprezzarli, non li lascerai più. Prendi in mano il vangelo. Non è un libro come un altro, vi incontrerai Gesù: egli è la vera via che ti condurrà a Dio.

Concediti tempo per leggerlo e gustarlo. Si suole dire che il vangelo è un «regola di vita». E vero, ma innanzitutto è una «Buona Notizia».

Medita le parole di Gesù e i suoi gesti: sentirai che qualcosa inizia a muoversi nel tuo cuore. Poco a poco Gesù ti guarirà. Ti insegnerà a vivere.

Se sei costante e continui ad alimentare la tua vita con questi vangeli che ti conducono a Gesù, un giorno scoprirai quanta verità contengono le sue parole: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

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