La seconda domenica di Quaresima presenta il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù secondo Marco (Mc 9,2-10). Dopo l’annuncio della passione e l’invito a seguirlo portando la croce, Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni su un alto monte, dove manifesta per un momento la gloria che attraverserà la sua morte e troverà compimento nella risurrezione.
La Trasfigurazione rivela che Gesù è il Figlio di Dio e che la via della croce non è fine a se stessa, ma conduce alla gloria. La voce del Padre indica il centro dell’episodio e della vita cristiana: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». Il cammino quaresimale chiede dunque preghiera, ascolto della Parola, vigilanza e disponibilità a seguire Cristo nella vita quotidiana.
Il Vangelo della Trasfigurazione: Marco 9,2-10
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche.
E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti.
Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

La Trasfigurazione nel cammino della Quaresima
Nel nostro cammino quaresimale ci troviamo nella seconda domenica di quaresima in cui viene proclamato nella liturgia eucaristica il vangelo della trasfigurazione di Gesù. Questo episodio è strettamente legato alla grande professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo e al primo annuncio della passione di Gesù con la presentazione della croce come compagna di viaggio per chi vuole seguire il messia.
Gesù descrive le condizioni per seguirlo ai discepoli e alle folle ma poi, con Pietro Giacomo e Giovanni, si ritira su un alto monte, loro soli. Dopo aver annunciato ai suoi discepoli la necessità della sua morte e resurrezione e aver esposto loro con chiarezza le condizioni per seguirlo in tale cammino, Gesù prende con sé i tre discepoli a lui più intimi e sale sul monte.
Se la prima domenica di Quaresima ci ha presentato Gesù a confronto con la tentazione, faccia a faccia con Satana nella solitudine del deserto, questa seconda domenica ci mostra Gesù che conosce la trasfigurazione del suo volto e di tutta la sua persona, resa partecipe dell’indicibile gloria del Padre.
Nell’itinerario quaresimale la trasfigurazione di Gesù indica il fine a cui tende questo cammino: la resurrezione, di cui la trasfigurazione è anticipazione e profezia.
Il monte, luogo dell’incontro con Dio
I riferimenti a Mosè sono chiari. Il monte è il luogo dell’incontro con Dio e Gesù sente questo bisogno, da solo, lontano dalla folla come diverse volte è capitato nel suo pellegrinare.
Il monte è un’ambientazione tipica del vangelo di Matteo: è il luogo culmine delle tentazioni (Mt 4,8), è il luogo da cui Gesù tiene il suo primo discorso (Mt 5), ed è da un monte che Gesù si mostrerà ai discepoli risorto (Mt 28,16ss).
Gesù ha bisogno di chiarirsi a tu per tu con alcuni dei suoi discepoli, in modo particolare con Pietro, dopo il rimprovero da parte di lui - in seguito al primo annuncio della passione - a cui, lì per lì, il Maestro gli aveva risposto: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8, 33b).
Un dubbio atroce tormenta i dodici: è il vero Messia quello che stanno seguendo? e, se sì, come interpretare il profetizzato, e non certo confortante, epilogo del suo ministero pubblico?
Gesù non solo capisce che i suoi stanno attraversando una vera e propria crisi, ma, con delicatezza, se ne fa carico, conducendoli per mano sul Tabor e accettando, a sua volta, di lasciarsi trasfigurare dalla mano del Padre, per mostrare un riflesso della sua Gloria.
La preghiera e il volto trasformato di Gesù
L’evangelista Luca è quello che insiste maggiormente sulla preghiera di Gesù: egli prega al momento del battesimo ricevuto da Giovanni, prega prima di scegliere i Dodici, prega nell’imminenza della sua passione. Ebbene, anche la trasfigurazione di Gesù avviene nel contesto della sua preghiera, nel mistero del suo colloquio personalissimo con il Padre: «mentre pregava, l’aspetto del suo volto divenne altro».
Con il suo Padre, su quell’alto monte, Gesù si trasfigura, le sue vesti divennero bianche, in una visione apocalittica indice della gloria ultraterrena insieme ai santi, e il suo volto splendente, splendore che deriva dalla vicina presenza di Dio.
È dal rapporto con il Padre che Gesù è dinamicamente trasformato: la piena identificazione con il Padre risplende sul volto del Figlio. La preghiera è per Gesù spazio di accoglienza in sé della Presenza di Dio, Presenza che è santità, cioè alterità capace di trasfigurare colui che accetta di accoglierla radicalmente nella sua vita.
La preghiera, inoltre, è comunicazione di Dio a Gesù mediata dalla sua «conversazione» con Mosè e Elia, che personificano la Legge e i Profeti, ossia le Scritture dell’Antico Testamento.
Sì, la preghiera di Gesù è essenzialmente ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, un ascolto che diviene colloquio con chi è vivente in Dio, una vera e propria esperienza della comunione dei santi.
Il cammino di trasformazione interiore è lo stesso per Gesù e per il cristiano: la preghiera, vissuta come ascolto-dialogo di fede e di umile abbandono a Dio, ha la capacità di trasformare la vita del cristiano e del missionario.
Infatti, la preghiera è l’esperienza fondante della missione. È impossibile seguire un cammino quaresimale di conversione se manca la preghiera, l’incontro con colui che attua la nostra metamorfosi.
La luce che emana dal volto del Figlio
La domanda essenziale di tutto il Vangelo di Marco trova una risposta nella Trasfigurazione di Gesù. L’antifona d’ingresso ci offre una chiave di lettura dei testi biblici e liturgici di questa domenica: “Cercate il suo volto. Il tuo volto io cerco, o Signore. Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26,8-9).
Una risposta a tale insistente supplica arriva da un “alto monte, in disparte”, dove Gesù “fu trasfigurato” davanti a tre discepoli prescelti: “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”.
Marco insiste sullo splendore luminoso, che mette in evidenza l’identità di Gesù. La luce non viene da fuori, ma emana dal di dentro della persona di Gesù.
La piena identificazione con il Padre risplende sul volto del Figlio. Questa nuova possibilità di conoscere la bellezza del Cristo nella pienezza della sua vocazione di Messia, della sua identità di Figlio di Dio, della sua missione di Salvatore in mezzo agli uomini, si capisce solo e soprattutto quando uno entra in preghiera.
Essa non è un aspetto secondario per la conoscenza autentica del Figlio di Dio. Ed anche le altre scienze, come la teologia per esempio, come la storia delle religioni o altre realtà, altri linguaggi o anche la nostra stessa emotività, non sono sufficienti a farci raggiungere la pienezza di questa rivelazione, cioè la gloria già trasparente, già evidente e splendente sul volto umano del Cristo.
La metamorfosi del cristiano
Dopo l’invito a vegliare, che la liturgia ci ha offerto nel mercoledì delle ceneri, e alla conversione, domenica scorsa prima di quaresima, in questa domenica è bello soffermarsi sulla metamorfosi che procura l’incontro con Dio.
L’esperienza dell’alto monte è una condizione fondamentale per comprendere la realtà che ci attende. L’incontro con Dio, l’unione intima con Lui ci trasforma, ci trasfigura sia il volto, rendendolo espressione di pace, che le vesti bianche splendenti del candore della santità.
Il volto trasfigurato e affascinante di Gesù è un preludio della sua realtà post-pasquale e definitiva; la stessa che è promessa anche a noi: «Quel corpo, che si trasfigura davanti agli occhi attoniti degli apostoli, è il corpo di Cristo nostro fratello, ma è anche il nostro corpo chiamato alla gloria; quella luce che lo inonda è e sarà anche la nostra parte di eredità e di splendore. Siamo chiamati a condividere tanta gloria, perché siamo ‘partecipi della natura divina’ (2Pt 1,4). Una sorte incomparabile!»
Così lasciò scritto Paolo VI nel messaggio che avrebbe dovuto pronunciare all’Angelus di domenica 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione, poche ore prima di morire alla sera di quello stesso giorno.
Abbiamo vissuto momenti e situazioni in cui gli altri hanno visto risplendere sul nostro volto la somiglianza con Gesù?
Mosè ed Elia: la Legge e i Profeti convergono in Cristo
La presenza di Mosè ed Elia, rappresentanti rispettivamente della Legge e dei Profeti, indica che tutta la storia della salvezza converge in Cristo.
La preghiera è comunicazione di Dio a Gesù mediata dalla sua «conversazione» con Mosè e Elia, che personificano la Legge e i Profeti, ossia le Scritture dell’Antico Testamento.
La legge e i profeti rappresentati da Mosè ed Elia discorrono con Lui in modo pacifico, ultraterreno. La visione estatica è all’apice.
È in questa preghiera che Gesù trova conferma al proprio cammino, ormai orientato verso la passione, morte e resurrezione, e lo coglie in continuità con la storia di salvezza condotta da Dio con il suo popolo.
Ecco perché Mosè ed Elia parlano con lui del suo «esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme», l’esodo da questo mondo al Padre.
Essi parlano del “suo esodo”, riferendosi al cammino che Gesù sta per intraprendere verso la passione, morte e risurrezione a Gerusalemme. Questo “esodo” non è solo un evento personale di Gesù, ma rappresenta la liberazione definitiva dell’umanità dal peccato e dalla morte.
La voce del Padre: «Ascoltatelo!»
I discepoli spettatori di così tanta poesia sono coinvolti dalla nube dove siede Dio nella sua gloria. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce.
La voce del Padre che proclama Gesù come “Figlio mio, l’eletto” e invita ad ascoltarlo, richiama l’importanza dell’obbedienza alla Parola di Cristo.
La parola celeste costituisce il punto culminante di tutto l’avvenimento. Oltre a rinnovare il riconoscimento divino del proprio Figlio - come al battesimo -, inserisce un elemento nuovo: «ascoltatelo».
Dio in persona offre la propria garanzia ai rappresentanti dei discepoli: Gesù, suo Figlio, il diletto, é il Profeta che devono ascoltare (ascolto-ubbidienza).
Devono prendere sul serio le sue parole, anche quando parla di sofferenza. Devono seguirlo su un cammino che, attraverso la croce, conduce alla gloria.
Il grande comandamento consegnato a Israele: «Ascolta, Israele!» (Dt 6,4), ormai risuona come: «Ascoltate lui, il Figlio!», la Parola fatta carne in Gesù, l’uomo in cui le Scritture trovano il loro compimento.
Questo è l’essenziale della nostra fede! Il vangelo di questa domenica ci mette dunque in guardia: Gesù non può essere la proiezione dei nostri desideri, ma è il Gesù Cristo secondo le Scritture, e per conoscerlo occorre ascoltare, meditare e pregare la Parola contenuta in tutte le Scritture.
In un mondo pieno di voci contrastanti, siamo chiamati a discernere e seguire la voce del Buon Pastore, che ci guida verso la vita eterna.
Pietro e il desiderio di fermare la gloria
La visione estatica è all’apice. I discepoli si impauriscono, sebbene seguaci e amici di Gesù rimangono uomini.
Tra lo spavento e l’emozione, è ancora Pietro che prende la parola a nome di tutti: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia».
Pietro dimostra di non capire quando chiede di costruire tre capanne, così come avviene nella festa dei tabernacoli, vuole perpetuare questa visione paradisiaca sulla terra rinunciando così alla croce, elemento scomodo ma indispensabile.
Pietro avrebbe voluto evitare quel misterioso “esodo” a Gerusalemme, di cui parlavano Mosè ed Elia con Gesù; avrebbe voluto congelare quella esperienza, fermare nel tempo quella bella visione del Regno come una perenne “festa delle capanne”.
«…Facciamo dunque tre tende…» Strano destino quello di Pietro «progettista», Si direbbe che non ne azzecchi una.
Poco prima, in occasione della rivelazione da parte del Cristo dell’itinerario che conduce al Calvario, ha la pretesa di tracciare per il Maestro una strada «diversa», non riuscendo a capire che la strada è già stata tracciata con largo anticipo da Dio.
Propone l’installazione di tre tende, senza avvedersi che la nube è più adatta allo scopo. Interpreta la visione come segnale di riposo e vorrebbe organizzarsi in tal senso, mentre essa costituisce un segnale di partenza, un invito a camminare.
Non dobbiamo scandalizzarci se qui viene aggiunto un altro tratto caratteristico del discepolo: oltre a essere «uno che non capisce» è anche «uno che non sa quello che dice».
No. Non è questione di umiliare il discepolo. Semplicemente, si tratta di precisare, correggere continuamente la sua posizione rispetto alle parole del Maestro.
Pietro è fatto così, spesso impulsivo, ma Dio si serve di lui per confermare la sua predilezione per il suo figlio unigenito che bisogna ascoltare perché proprio la sua voce determina la salvezza.
La gloria non elimina la croce
Gesù dopo aver rivelato a Pietro che il figlio dell’uomo dovrà soffrire dimostra che la sua vera realtà è la gloria. Gesù viene glorificato dal Padre e questa intronizzazione avviene proprio davanti ai suoi discepoli, li rassicura e li rincuora.
La via della croce non è fine a se stessa ma porta alla gloria. Le realtà dolorose non vengono per nulla eliminate, anzi sono confermate esplicitamente. Tuttavia non potranno più essere separate da quella luce.
La Trasfigurazione rappresenta un momento di rivelazione della divinità di Cristo ai suoi discepoli, offrendo loro un anticipo della gloria della risurrezione.
Gli apostoli si spaventano, perché, avendo visto una chiara manifestazione divina, temono di morire, ma l’esperienza è così bella che vorrebbero continuasse, come sarà in Paradiso.
Ma la trasfigurazione è soltanto un segno che anticipa ciò che sarà nella risurrezione e nel Regno definitivo.
La morte di Gesù ci mostra la logica dell’amore fino alla fine, la logica del dono, del seme che muore e poi rifiorisce e risorge. A garanzia del primato della vita!
Scendere dal monte: dalla visione alla vita quotidiana
Dopo la manifestazione di Dio tutto torna normale, tutto svanisce, si ritorna alla vita ordinaria aspettando senza dir nulla i grandi eventi di Gerusalemme, dove il ministero di Gesù toccherà il culmine.
«Ma, all’improvviso, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo». Si guardavano attorno perché, probabilmente, aspettavano ancora qualche altra manifestazione eccezionale.
Ma, tornando a fissare lo sguardo su Gesù, lo ritrovano «solo», non più trionfante, ma nel suo aspetto ordinario. Il velo che è sempre steso sulla persona di Gesù è stato strappato da Dio.
Per un attimo gli apostoli hanno intravisto il segreto della sua grandezza. Adesso il velo torna a chiudersi. La peregrinazione continua.
Bisogna ridiscendere. E fanno, forse, più fatica che a salire. Tutto continua come prima.
Tuttavia quel lampo, unito alla luce che ritroveranno dopo la Pasqua, costituirà un elemento importante della loro guarigione dalla cecità, e li aiuterà a familiarizzarsi sempre più col mistero.
La fede non si basa su visioni statiche, ma su un cammino dinamico di ascolto e sequela, un movimento.
Pietro vuole «fermare» il momento di Paradiso. Gesù lo riporta nella quotidianità. I momenti di felicità piena hanno lo scopo di illuminare e renderci capaci di riempire di amore concreto la vita quotidiana e i sacrifici.
Alla fine, in compagnia di Pietro, Giacomo e Giovanni, tocca anche a noi discendere dal monte e rimetterci in marcia nella pianura, o - per restare in tema - attraverso il deserto quaresimale, dentro quella quotidianità, alle volte arida, ma dove più risuona l’invito all’ascolto e alla sequela di Gesù nel suo cammino verso la Pasqua di morte e risurrezione.
Questo è il vero e più grande segno. Affrettando i passi e affinando orecchie e cuore, potremo essere, a nostra volta, segni, probabilmente non eclatanti, eppure efficaci, della presenza e dell’amore del Cristo che abbiamo incontrato.
Il rapporto tra la Trasfigurazione e la Pasqua
Questa pagina evangelica è il preludio necessario all’evento pasquale di morte e risurrezione di Gesù. I discepoli hanno sperimentato, seppur brevemente, come un sogno, la gloria di Dio e il suo abbraccio paterno immersi dalla nube.
La Trasfigurazione è una anticipazione della comunione che attende tutti gli uomini nel Regno, è primizia del mondo completamente posto sotto il segno della bellezza di Dio; ma appunto, è solo una primizia.
Le realtà dolorose non vengono per nulla eliminate, anzi sono confermate esplicitamente. Tuttavia non potranno più essere separate da quella luce.
Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti. Gli apostoli, soprattutto, si rendono conto che l’esperienza fatta, pur essendo qualcosa di decisivo, non potrà mai considerarsi terminata.
La Trasfigurazione illumina quindi il mistero pasquale senza sostituirlo. La gloria intravista sul monte non permette di evitare Gerusalemme, ma rende possibile affrontare la strada verso la passione con una fede più salda.
Abramo, Isacco e il Dio della vita
Lo stesso è avvenuto con Abramo, del quale la seconda domenica di Quaresima ci presenta sempre una delle vicende emblematiche: la chiamata, l’alleanza, il figlio Isacco.
La pagina del cosiddetto sacrificio di Isacco suscita emozioni e reazioni molto forti dal punto di vista umano. Però è una pagina da leggere nella fede.
Il Primo Testamento ha molte situazioni e simboli comprensibili solo alla luce di tutto quello che Gesù ha mostrato e rivelato nella pienezza dei tempi: l’infinito e incomparabile amore di Dio Padre, che ha accettato il sacrificio del Figlio unigenito per la nostra salvezza.
La fede di Abramo allora può diventare rimprovero alla nostra fede debole e vacillante, che può somigliare a quella degli apostoli prima della risurrezione del Signore.
Egli capì che non doveva seguire la prassi dei sacrifici umani assai diffusa presso i popoli vicini, moabiti, ammoniti e altri.
Il messaggio del racconto è chiaro: «Il primo insegnamento, il più evidente e immediato, è che il Dio d’Israele ripudia, come un crimine abominevole, il sacrificio dei bambini.
È sempre stata una caratteristica degli idoli quella di pretendere sacrifici umani. Il Dio d’Israele, invece, arrestando il braccio di Abramo che stava per colpire il figlio, ha mostrato di essere il Signore che ama la vita, colui che dà a tutti la vita e non vuole la morte di alcuno».
Analizzando il racconto del sacrificio di Isacco con i criteri dell’inculturazione missionaria, risulta evidente come la Parola di Dio valuta, giudica, corregge, purifica i costumi dei popoli.
La vicenda del sacrificio di Isacco segna la fine della religione del sacrificio e il passaggio alla fede come dono.
Quella mano fermata, quel pugnale di Abramo sospeso in aria ci insegnano che il Dio vero non vuole sacrifici umani né versamento di sangue.
Non è lecito uccidere nessuno in nome di Dio, o di qualunque religione, dei fondamentalismi religiosi, dei giochi di potere, del sistema, dell’economia!
Isacco non sarà sacrificato, mentre Gesù, l’Innocente, sarà vittima di un complotto religioso basato su false interpretazioni riguardo al Dio vivente.
Il volto trasfigurato e i volti sfigurati
La dignità di ogni persona umana - che per nessun motivo deve soffrire deturpazione - trova il suo fondamento nella vocazione alla vita e alla gloria.
Purtroppo il volto di Gesù è spesso sfigurato in tanti volti umani: «Questa situazione di estrema povertà generalizzata acquista nella vita reale dei lineamenti molto concreti, nei quali dovremmo riconoscere le sembianze del Cristo sofferente, del Signore che ci interroga e ci interpella».
E i vescovi presentano a continuazione una sequenza di deturpazioni:
- volti di bambini malati, abbandonati, sfruttati;
- volti di giovani disorientati e sfruttati;
- volti di indigeni e di afroamericani emarginati;
- volti di campesinos abbandonati e sfruttati;
- volti di operai mal retribuiti, disoccupati, licenziati;
- volti di anziani emarginati dalla società familiare e civile.
E la lista potrebbe continuare con le situazioni che ognuno conosce nel proprio ambiente e a livello mondiale.
Qualunque volto deturpato, chiunque sia, è un appello pressante, rivolto a ciascuno di noi, ai responsabili delle nazioni, ai seguaci e missionari del Vangelo di Gesù.
Sulla croce vediamo tutti la seconda trasfigurazione di Gesù. In ogni persona che soffre siamo chiamati a «vedere» il volto del Figlio di Dio sofferente.
Gesù lo ha detto fin troppo chiaramente: «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».

La Trasfigurazione e la domanda «Chi è Gesù?»
“Chi è Gesù?” La domanda essenziale di tutto il Vangelo di Marco trova una risposta nella Trasfigurazione di Gesù.
Il brano della trasfigurazione costituisce, in certo modo, una sintesi del vangelo di Marco; egli lo apre con la proclamazione che Gesù è il Figlio di Dio, annuncio confermato nel battesimo al Giordano da Dio Padre stesso; alla fine della passione, un centurione pagano, vedendo come era morto Gesù, dichiara: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
E allora, il lettore, secondo Marco, non solo non si deve scandalizzare, come hanno fatto gli apostoli, della passione e della morte in croce, ma addirittura, proprio per come muore, senza neanche aspettare la risurrezione, può riconoscere in Gesù il Figlio di Dio.
La risurrezione è la conferma definitiva.
Proprio al centro del vangelo Pietro risponde a Gesù: «Tu sei il Cristo», che è la traduzione greca dell’ebraico «Messia».
Ma Gesù sa benissimo che l’idea di Messia che hanno i suoi amici è molto lontana dalla sua. Così comincia a mettere in chiaro le cose: «sono il Messia, ma sarò tradito e ucciso… il terzo giorno, però, risorgerò».
Gli apostoli, e Pietro per primo, non solo non capiscono, ma non accettano.
La pazienza di Gesù nell’educare gli apostoli è davvero «divina». Sa che non potranno capire che dopo la risurrezione, ma vuole incoraggiarli, per quanto è possibile.
Ne prende solo tre, i più vicini, e dà loro un segno della sua identità «intera»: li porta sul monte, richiamando il Sinai; diventa luminoso, come sarà da risorto; Mosè, il legislatore, ed Elia, il profeta rapito in cielo, conversano con lui; la nube, che nel deserto indicava la presenza di Dio, li copre e la voce di Dio Padre dichiara ai tre discepoli che Gesù è suo figlio e devono ascoltarlo, cioè imparare e lasciarsi guidare da lui.
Una scena ricchissima di significato e riferimenti biblici per dire che Gesù è uomo, è figlio di Dio, è il profeta definitivo che fa conoscere il vero volto di Dio, è il nuovo e ultimo legislatore, che passerà vittorioso attraverso la morte.
Il silenzio dei discepoli e il mistero da comprendere
E poi Gesù ordina di tacere. I suoi tre amici ricorderanno l’esperienza, ma conserveranno la discrezione necessaria, perché gli altri, forse, di fronte a una manifestazione così chiara della divinità di Gesù, avrebbero potuto confermarsi nell’idea di un Messia trionfatore in questo mondo.
Tutto continua come prima. E loro continuano a non capire: stavano discutendo «tra loro che cosa mai volesse dire risuscitare dai morti».
Quel lampo costituirà un elemento importante della loro guarigione dalla cecità, e li aiuterà a familiarizzarsi sempre più col mistero.
La Trasfigurazione non consegna ai discepoli una spiegazione immediata di ogni cosa. Offre piuttosto una luce capace di accompagnare il cammino, anche quando la passione, la sofferenza e la morte sembrano contraddire la fede nel Figlio di Dio.
Oscurità o eccesso di luce?
Ogni interpretazione proposta ha bisogno, per reggersi, di eliminare qualche particolare della narrazione che non va d’accordo con la spiegazione addotta.
Ho provato a fare un esperimento semplicissimo: cancellando, ad uno ad uno, tutti i particolari «inconciliabili» con le varie tesi, si scopre, alla fine, che del racconto si salvano soltanto i nomi di Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni, oltre a quelli di Mosè ed Elia.
Allora, non sarebbe il caso di accettare, senza tante complicazioni, il fatto storico che oltre al resto avrebbe il vantaggio di andar d’accordo con tutti i dettagli della narrazione?
Tanto più che non è necessario essere degli esperti per rendersi conto che le parole di Pietro, con quel timbro di ingenuità, rassomigliano parecchio al suo temperamento e non si adatterebbero a un racconto in chiave mitologica o simbolica.
Quella frase, così spontanea, così «sbagliata», così fuori luogo, come pure il commento non certo lusinghiero che provoca, si adattano perfettamente soltanto a un episodio realmente accaduto e che viene riferito così come si è svolto.
I mistici si trovano più a loro agio sul monte della trasfigurazione che non gli studiosi. I loro balbettamenti risultano molto più convincenti delle dotte e complicate spiegazioni degli esperti.
Il motivo mi pare piuttosto evidente. Lo studioso parte dal proprio cervello per aggredire e illuminare il mistero. Il mistico parte dal mistero per aiutare e rischiarare la propria intelligenza.
Per questo il primo, di fronte al mistero, si ritrova al buio. Mentre il secondo si sente stordito, fuori di sé, ma per un eccesso di luce.
Il dottore si lamenta perché non capisce niente, e allora si sforza di spiegare, discutere, analizzare, chiarire, ridimensionare. Il contemplativo, normalmente, tace perché ciò che vive non è esprimibile con le parole.
Una luce per il presente
Rabbí Judah era solito spiegare: «La luce che il santo Benedetto creò il primo giorno doveva servire all’uomo per contemplare il mondo da un estremo all’altro. Ma il santo Benedetto vide la generazione del diluvio e la generazione della Torre di Babele la cui condotta era degenerata; allora decise di nasconderla e di riservarla ai giusti per il mondo futuro».
Signore, non appartengo alla generazione del diluvio. Ma neppure ho la pretesa di stare nella categoria dei giusti.
Quanto alla Torre di Babele, da tempo ho rinunciato a quel progetto. Che ne diresti di fornirmi una minuscola quantità di quella luce che tieni nascosta e inutilizzata?
Me ne basta poca. Una luce sufficiente a districarmi nella confusione della mia vita.
Nel mondo futuro, di luce penso ce ne sarà in abbondanza. E’ per il presente che ne avvertiamo una paurosa scarsità.
Signore, riconoscere di trovarsi al buio, è già un dono di luce?
Spunti per l’attualizzazione e la preghiera
Gli apostoli hanno «visto» l’invisibile di Gesù. Anche in noi c’è l’invisibile: siamo figli di Dio.
Abbiamo vissuto momenti e situazioni in cui gli altri hanno visto risplendere sul nostro volto la somiglianza con Gesù?
Sulla croce vediamo tutti la seconda trasfigurazione di Gesù. In ogni persona che soffre siamo chiamati a «vedere» il volto del Figlio di Dio sofferente.
Pietro vuole «fermare» il momento di Paradiso. Gesù lo riporta nella quotidianità.
I momenti di felicità piena hanno lo scopo di illuminare e renderci capaci di riempire di amore concreto la vita quotidiana e i sacrifici.
«Ascoltatelo». Nel momento in cui pensiamo che ormai il Vangelo lo sappiamo e non ci troviamo niente di nuovo per la nostra vita, se ci guardiamo dentro sinceramente, scopriamo di aver dato ascolto fin troppo ad altri maestri.
Forse senza accorgercene abbiamo scelto di tenerci stretta la nostra vita, fuggendo dalla Parola che ci chiede di convertirci.
In questa Quaresima, siamo invitati a salire anche noi sul monte della preghiera, a lasciarci trasfigurare dalla luce di Cristo e a rinnovare il nostro impegno a seguirlo con fede e amore, certi che, attraverso la croce, giungeremo alla gloria della Risurrezione.
La preghiera come ascolto e sequela
Accogliamo questo invito nel nostro impegno quaresimale, l’invito a trascorrere più tempo con Lui, ad ascoltarlo e a cogliere l’essenziale della nostra vita cristiana che non sono solo le tante opere buone che si producono qua e là ma il desiderio continuo e costante a vivere la santità.
Tutto questo nella consapevolezza che la preghiera non ci esenta dalla fatica quotidiana dell’obbedienza a Dio attraverso Gesù Cristo, ossia dal compimento della nostra personale vocazione.
Al contrario, la preghiera ci aiuta a riempirla di senso, perché trasfigura gli eventi e le relazioni di ogni giorno. Così è stato per Gesù, così può essere anche per noi.
Questa nostra trasformazione avviene dopo la contemplazione del volto di Gesù. È impossibile seguire un cammino quaresimale di conversione se manca la preghiera, l’incontro con colui che attua la nostra metamorfosi.
Se stiamo vivendo un periodo difficile, ricordiamo i momenti, le persone e le situazioni in cui abbiamo sperimentato l’amore del Signore e la bellezza della vita.