I sacerdoti sono come gli aerei: perché si parla solo di quelli che cadono

«I sacerdoti sono come gli aerei: fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano». Con questa immagine Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra gli scandali che coinvolgono alcuni sacerdoti e il bene silenzioso compiuto ogni giorno da moltissimi altri.

La frase non attenua la gravità delle colpe, soprattutto quando un sacerdote tradisce la propria vocazione e fa del male alle persone affidate alla sua cura. Ricorda però che un singolo fallimento non può cancellare la dedizione di migliaia di presbiteri che pregano, servono le comunità, accompagnano i malati, annunciano il Vangelo e rimangono fedeli alla propria missione senza cercare visibilità.

Il significato dell’immagine degli aerei

Una volta ho letto che: i sacerdoti sono come gli aerei, fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano. Molti criticano e pochi pregano per loro. È una frase molto simpatica ma anche molto vera perché delinea l’importanza e la delicatezza del nostro servizio sacerdotale e quanto male potrebbe causare un solo sacerdote che cade a tutto il corpo della Chiesa.

«I sacerdoti sono come gli aerei: fanno notizia solo quando cadono, ma ce ne sono tanti che volano». Prendendo spunto dalla «immagine davvero straordinaria» utilizzata da Francesco nell’incontro con la Curia romana per gli auguri natalizi, il cardinale Beniamino Stella, prefetto della congregazione per il Clero, traccia in un’intervista all’Osservatore Romano l’identikit del prete secondo gli insegnamenti di papa Bergoglio.

Sulla scia della riflessione di Francesco, il porporato che da un anno regge il dicastero per il clero sottolinea che “«del prete si parla solo quando cade, ma delle migliaia di aerei che volano non si dice niente, lo si dà per scontato, per acquisito».

Quando, però, «c’è il dramma, allora se ne parla, c’è lo scandalo». Quest’immagine è stata, da parte del Papa, «un grande elogio del sacerdote e delle moltitudini di presbiteri che lavorano con dedizione e con passione, fedeli alla vita spirituale e alla propria missione».

La gravità di un sacerdote che cade

Il paragone non vuole nascondere le responsabilità personali né chiedere un giudizio indulgente davanti al male. Al contrario, mostra quanto sia delicato il servizio sacerdotale e quanto le conseguenze di una caduta possano estendersi all’intera comunità.

Parlando di abusi sessuali su minori, perché ha sentito il bisogno di offrire consolazione e conforto ai vescovi? “A Washington ho parlato a tutti i vescovi degli Stati Uniti, ho sentito bisogno di esprimere compassione perché e accaduta una cosa bruttissima e tanti di loro hanno sofferto, perché non lo sapevano questa cosa e quando è scoppiata hanno sofferto tanto: uomini di Chiesa, di preghiera, veri pastori.

Gli abusi, lo sappiamo, sono dappertutto, in famiglia, nel vicinato, nelle palestre…Ma quando un sacerdote commette un abuso è gravissimo perché la sua vocazione è far crescere quel bambino, quella ragazza verso la maturità affettiva, verso l’amore di Dio, e invece di fare questo commette il male.

Per questo è quasi un sacrilegio: ha tradito la vocazione, la chiamata del Signore. Sono colpevoli anche quelli che hanno coperto queste cose, anche alcuni vescovi che hanno coperto. É una cosa bruttissima.

La parole di conforto non è dire: stai tranquillo, non è niente; ma: è stato tanto brutto, immagino che voi abbiate pianto tanto. E oggi ho parlato duro”.

Perdono, responsabilità e verità

Lei ha parlato molto del perdono. Ci sono tanti sacerdoti che non hanno chiesto perdono per gli abusi commessi. Lei li perdona? “Se una persona ha fatto male, ne è consapevole e non chiede perdono, io lo perdono però lui non riceve il perdono, resta chiuso al perdono.

Una cosa è dare il perdono, tutti siamo obbligati a perdonare perché tutti siamo stati perdonati. Un’altra cosa è ricevere il perdono. Se questo sacerdote sta chiuso al perdono, non lo riceve perché ha chiuso la porta da dentro, si può solo pregare perché il Signore apra la porta.

Non tutti possono ricevere il perdono, lo sanno ricevere o sono disposti a riceverlo. E così si spiega che ci sia gente che finisce la sua vita male, e non può sentire la carezza di Dio”.

E le famiglie che non vogliono perdonare? “Comprendo che le famiglie non possano perdonare. Prego per loro, non le giudico, le comprendo.

Una volta, in una di queste riunioni mi incontrai con varie persone e una donna mi disse: quando mia madre sentì che mi avevano abusato, bestemmiò contro Dio, perse la fede e morì atea. Io la capisco, questa donna, la capisco.

E Dio che è più buono di me la capisce. Sono sicuro che questa donna Dio l’ha accolta, perché quello che è stata distrutta era la sua propria carne, la carne di sua figlia.

Io lo capisco. Non giudico qualcuno che non può perdonare. Dio è un campione per trovare vie di perdono”.

Le migliaia di sacerdoti che “volano”

Per un aereo che cade, ci sono mille aerei che invece fanno bene il loro percorso. Però si sottolinea soltanto l’aereo che cade; quelli che invece arrivano a destinazione nessuno lo dice.

Molto spesso devo dire che c’è una vera persecuzione nel sottolineare una fragilità, senza mai dire niente del bene che fanno gli altri. Ma questo è un prezzo che dobbiamo pagare: è accaduto sempre così, non dobbiamo scoraggiarci.

Stella aggiunge che nei giorni scorsi, «un sacerdote mi chiedeva di suggerire al Santo Padre di essere un po’ più affettuoso con i preti».

E racconta: «Sono rimasto sorpreso, mi pare che il Papa ha sempre parlato con garbo, rispetto ed eleganza della vita dei presbiteri; certamente, è esigente e rigoroso, ma è innegabile la compassione e l’umanità del Santo Padre verso i collaboratori dell’ordine episcopale».

Perciò «ci sarebbe da sorprendersi se Papa Francesco, a partire anche dalla propria esperienza di formatore e di pastore, non facesse appello alla conversione e alla fedeltà».

E «nessuno può dubitare di questo grande cuore del Santo Padre, soprattutto verso migliaia di sacerdoti che volano senza farsi notare, senza richiamare l’attenzione, e che sono la forza delle comunità cristiane».

Prete accanto alla comunità parrocchiale

Il sacerdote secondo Papa Francesco

In un colloquio con i seminaristi e i sacerdoti che studiano a Roma, Francesco ha affrontato numerosi temi: dallo stile compassionevole dei preti, chiamati ad essere vicini alla gente e non arrampicatori, alla direzione spirituale, dall’uso delle nuove tecnologie al discernimento, dal dialogo tra scienza e fede al ruolo della Chiesa nelle guerre.

Ad un interrogativo postogli sulla concretezza della misericordia, il Papa ha risposto che è necessario imparare il linguaggio dei gesti che esprimono vicinanza e tenerezza.

E questo vale anche quando si tengono le omelie: “lasciare che l’espressione sia totale”. “Se tu non sei umano con i gesti, anche la mente si irrigidisce e nella predica dirai cose astratte che nessuno capisce, e qualcuno avrà la tentazione di andare fuori a fumare una sigaretta”.

Francesco ha parlato di tre linguaggi che rivelano “la maturità di una persona: il linguaggio della testa, il linguaggio del cuore e linguaggio delle mani” e ha esortato ad imparare a esprimersi “in questi tre linguaggi: che io pensi quello che sento e faccio, senta quello che penso e faccio, faccia quello che sento e penso”.

Vicinanza, compassione e tenerezza

E poi bisogna assumere lo stile di Dio, che è vicinanza. Dio “si è fatto vicino nell’incarnazione di Cristo. È vicino a noi”.

“Un buon prete è vicino compassionevole e tenero”, ha chiarito Francesco, ribadendo ancora che lo stile di Dio “è sempre vicinanza, compassione e tenerezza. E se tu sei vicino con passione e tenerezza”.

Un sacerdote, secondo questa prospettiva, non è un funzionario distante né un amministratore di pratiche religiose, ma una persona chiamata a condividere la vita concreta della gente.

L’odore delle pecore e il contatto con il popolo

A chi gli ha chiesto come vivere il sacerdozio senza perdere quell’odore delle pecore che deve essere proprio del ministero sacerdotale, Francesco ha risposto che, seppure si è impegnati negli studi o in lavori di Curia “è importante mantenere il contatto con la gente, con il popolo fedele di Dio, perché c’è l’unzione del popolo di Dio: sono le pecore”.

Perdendo l’odore delle pecore, allontanandole, si potrà essere “un teorico, un teologo bravo, un filosofo bravo, un curiale bravissimo che fa tutte le cose” ma si sarà persa “la capacità di odorare le pecore”.

“Anzi, la tua anima ha perso la capacità di lasciarsi svegliare dall’odore delle pecore” ha rimarcato il Papa, che ha raccomandato di mantenere le esperienze pastorali “in una parrocchia, in una casa di ragazzi o ragazze, o di anziani: qualsiasi sia”, perché non si perda il contatto con il popolo di Dio.

La vicinanza al popolo di Dio impedisce al sacerdote di chiudersi in un mondo astratto e lo mantiene a contatto con il dolore, le speranze, le domande e le necessità delle persone.

Le quattro vicinanze del sacerdote

Vicinanza a Dio, al vescovo, tra i presbiteri e al popolo sono i quattro atteggiamenti “che danno solidità alla persona” di un sacerdote, presentati da Francesco nell'intervento di apertura, in Aula Paolo VI, del Simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, promosso dalla Congregazione dei Vescovi.

Non “discorsi interminabili” e teorie “su ciò che dovrebbe essere” la teologia del sacerdozio, ma quattro “vicinanze”, a Dio, al vescovo, tra i presbiteri e al popolo, che “possono aiutare in modo pratico, concreto e speranzoso a ravvivare il dono e la fecondità che un giorno ci sono stati promessi” come presbiteri.

L’intervento di Papa Francesco che apre il Simposio “Per una teologia fondamentale del sacerdozio”, promosso dalla Congregazione per i Vescovi, in Aula Paolo VI, ha lo scopo di “condividere gli atteggiamenti che danno solidità alla persona del sacerdote, le quattro colonne costitutive della nostra vita sacerdotale” e che chiama le “quattro vicinanze”, “perché seguono lo stile di Dio, che fondamentalmente è uno stile di vicinanza”.

Un articolato discorso, che lo impegna per quasi un'ora, nel quale il Papa riporta concetti già espressi, soprattutto nella Evangelii gaudium, la sua prima esortazione apostolica, ma sui quali si sofferma “in maniera più estesa”, perché il sacerdote “più che di ricette o di teorie, ha bisogno di strumenti concreti con cui affrontare il suo ministero, la sua missione e la sua quotidianità”.

Le sue parole, chiarisce, sono “frutto dell’esercizio di riflettere” sulla testimonianza “che ho ricevuto da tanti sacerdoti nel corso degli anni”, contemplando “quali erano le caratteristiche che li distinguevano e davano ad essi una forza, una gioia e una speranza singolari nella loro missione pastorale”.

La vicinanza a Dio

Per questo, Papa Francesco approfondisce le quattro “vicinanze”, che definisce “fondamenta solide” per la vita di un sacerdote oggi, partendo dalla vicinanza a Dio, “vicinanza al Signore delle vicinanze”.

Senza “una relazione significativa con il Signore - ribadisce - il nostro ministero è destinato a diventare sterile”.

“La vicinanza con Gesù, il contatto con la sua Parola, ci permette di confrontare la nostra vita con la sua e imparare a non scandalizzarci di niente di quanto ci accade, a difenderci dagli “scandali””.

Molte crisi sacerdotali, prosegue il Papa, “hanno all’origine proprio una scarsa vita di preghiera, una mancata intimità con il Signore, una riduzione della vita spirituale a mera pratica religiosa”.

In momenti importanti “della mia vita”, confida, “questa vicinanza al Signore è stata decisiva per sostenermi”.

Senza la vicinanza concreta “nell’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della Riconciliazione”, un sacerdote è “solo un operaio stanco che non gode dei benefici degli amici del Signore”.

La preghiera e il silenzio

Francesco lamenta che “troppo spesso, nella vita sacerdotale si pratica la preghiera solo come un dovere”, mentre “un prete che prega è un figlio che si fa vicino al Signore”.

Bisogna però abituarsi “ad avere spazi di silenzio nella giornata”. Riuscire a “rinunciare all’attivismo”, accettando “la desolazione che viene dal silenzio, dal digiuno di attività e di parole, dal coraggio di esaminarci con sincerità”.

Perseverare nella preghiera, per il Pontefice, significa “non scappare quando proprio la preghiera ci conduce nel deserto. La via del deserto è la via che conduce all’intimità con Dio, a patto però di non fuggire, di non trovare modi per evadere da questo incontro”.

Le guide spirituali, aggiunge "a braccio", che accompagnano i sacerdoti", devono chiedere loro. "Sei capace di lasciarti andare al deserto? O vai subito all’oasi della televisione o qualche altra cosa?"

“Un sacerdote deve avere un cuore abbastanza “allargato” da fare spazio al dolore del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore”.

Accettare la propria fragilità

Infatti, spiega Papa Francesco “abbracciare, accettare e presentare la propria miseria nella vicinanza al Signore” per il sacerdote “sarà la migliore scuola per poter, piano piano, fare spazio a tutta la miseria e al dolore che incontrerà quotidianamente nel suo ministero, fino al punto di diventare egli stesso come il cuore di Cristo”.

La consapevolezza della propria fragilità non è una giustificazione del male, ma una condizione per evitare l’autosufficienza e imparare a riconoscere il bisogno della grazia, della correzione e dell’aiuto degli altri.

La vicinanza al vescovo

Parlando poi della vicinanza al vescovo, il Papa lamenta che “per molto tempo è stata letta solo in maniera unilaterale”, dando all’obbedienza “un’interpretazione lontana dal sentire del Vangelo”.

Obbedire significa infatti “imparare ad ascoltare e ricordarsi che nessuno può dirsi detentore della volontà di Dio, e che essa va compresa solo attraverso il discernimento”.

E il legame-vicinanza col vescovo, "che non è un vigilatore, è un padre", come le altre tre “vicinanze”, consente di rompere ogni tentazione di chiusura in se stessi e aiuta ogni presbitero e ogni Chiesa particolare “a discernere la volontà di Dio”.

Ma non dobbiamo dimenticare che il vescovo stesso può essere strumento di questo discernimento solo se anch’egli si mette in ascolto della realtà dei suoi presbiteri e del popolo santo di Dio che gli è affidato.

Francesco ricorda che nella Evangelii gaudium raccomandava di “esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale”.

Cosi obbedienza “può essere anche confronto, ascolto e, in alcuni casi, tensione”. Questo richiede necessariamente che i sacerdoti preghino per i vescovi e sappiano esprimere il proprio parere con rispetto e sincerità.

Richiede ugualmente ai vescovi umiltà, capacità di ascolto, di autocritica e di lasciarsi aiutare. Se difenderemo questo legame procederemo sicuri nel nostro cammino.

La fraternità tra i presbiteri

La terza vicinanza, quella tra i presbiteri, per il Pontefice si esprime nella fraternità, che è “scegliere deliberatamente di cercare di essere santi con gli altri e non in solitudine”.

Per spiegare le sue caratteristiche “che sono quelle dell’amore”, chiede aiuto alla “mappa” del capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinzi di san Paolo.

Fraternità quindi come pazienza, “capacità di sentirci responsabili degli altri, di portare i loro pesi”, lontana dall’invidia, che è incapacità di gioire “quando vedo il bene nella vita degli altri”, che “tanto tormenta i nostri ambienti e che è una fatica nella pedagogia dell’amore, non semplicemente un peccato da confessare”.

Putroppo, commenta lasciando il testo scritto, "E’ tanto presente l’invidia nelle comunità sacerdotali. E la Parola di Dio ci dice che è l’atteggiamento distruttore: per invidia del diavolo è entrato il peccato nel mondo".

E su questo "dobbiamo parlare chiaro, nei nostri presbiteri c’è l’invidia. Non tutti sono invidiosi, no, ma c’è la tentazione dell’invidia a portata di mano. E dall’invidia al chiacchiericcio".

Nella fraternità “non abbiamo bisogno di vantarci”, né di mancare “di rispetto a chi ci è accanto”. Perchè, chiarisce "a braccio", ci sono anche forme clericali di bullismo.

Amore fraterno, celibato e amicizia

L’amore fraterno, ricorda Papa Francesco “non cerca il proprio interesse, non lascia spazio all’ira, al risentimento”, non ricorda “per sempre il male ricevuto” fino al punto magari “di godere dell’ingiustizia quando riguarda proprio chi mi ha fatto soffrire”, e “considera un peccato grave attentare alla verità e alla dignità dei fratelli attraverso le calunnie, la maldicenza, il chiacchiericcio”.

Fraternità che non è utopia, ma palestra dello spirito.

Non si tratta di un’utopia, assicura Francesco, anche se “tutti sappiamo quanto può essere difficile vivere in comunità, condividere il quotidiano con coloro che abbiamo voluto riconoscere come fratelli”.

“L’amore fraterno, se non vogliamo edulcorarlo, accomodarlo, sminuirlo, è la “grande profezia” che in questa società dello scarto siamo chiamati a vivere.

Mi piace pensare all’amore fraterno come a una palestra dello spirito, dove giorno per giorno ci confrontiamo con noi stessi e abbiamo il termometro della nostra vita spirituale”.

Solo “chi cerca di amare è al sicuro” sintetizza il Pontefice, perché “chi vive con la sindrome di Caino” convinto , “di non poter amare perché sente sempre di non essere stato amato”, proprio per questo “è più esposto al male: a farsi male e a fare del male”.

Mi spingo a dire che lì dove funziona la fraternità sacerdotale e ci sono legami di vera amicizia, lì è anche possibile vivere con più serenità anche la scelta celibataria.

Il celibato, infatti, “è un dono che per essere vissuto come santificazione necessita di relazioni sane, di rapporti di vera stima e vero bene che trovano la loro radice in Cristo”.

Senza amici e senza preghiera, ricorda Papa Francesco, “può diventare un peso insopportabile e una contro-testimonianza alla bellezza stessa del sacerdozio”.

La vicinanza al popolo di Dio

E ancora Francesco ha ribadito quello che chiama il principio delle quattro vicinanze dei preti: vicinanza con Dio - la preghiera -, vicinanza con il vescovo, vicinanza con gli altri sacerdoti e vicinanza al popolo di Dio: “Se non c’è vicinanza al popolo di Dio, tu non sei un buon prete”.

La logica delle vicinanze, chiarisce Francesco, consente al sacerdote “di rompere ogni tentazione di chiusura, di autogiustificazione e di fare una vita ‘da scapolo’, o da scapolone”, perché invita a fare appello agli altri “per trovare la via che conduce alla verità e alla vita”.

Sono quattro dimensioni che ci permettono, conclude “di gestire le tensioni e gli squilibri con cui ogni giorno abbiamo a che fare”, una “buona scuola per ‘giocare in campo aperto’, dove il sacerdote è chiamato, senza paure, senza rigidità, senza ridurre o impoverire la missione”.

Non sono “un incarico in più”, ma “un dono” che il Signore fa “per mantenere viva e feconda la vocazione”.

Sacerdozio, servizio e non carriera

Il Papa ha poi parlato dei preti che vivono il sacerdozio come fosse un impiego, con orari prestabiliti, i sacerdoti funzionari, che cercano la tranquillità - non disturbare il prete, il prete è impegnato - e una vita comoda; il comodismo insomma.

“Il sacerdozio è un servizio sacro a Dio - ha spiegato Francesco -, il servizio di cui l’Eucaristia è il più alto grado, è un servizio alla comunità”.

Quindi ha affrontato l’argomento dei “sacerdoti arrampicatori”, quelli che mirano a fare carriera, invitandoli a fermarsi: “L’arrampicatore alla fine è un traditore, non è un servitore. Cerca il proprio e poi non fa niente per gli altri”.

Per un prete, invece è importante la comunione, la partecipazione e la missione, servire gli altri, “il pericolo di cercare il proprio piacere e la propria tranquillità, è il pericolo di arrampicarsi, e purtroppo nella vita ci sono tanti carrieristi”.

La distinzione tra progredire e arrampicarsi viene spiegata da Francesco attraverso un ricordo familiare.

“La nonna ci insegnava: ‘Nella vita dovete progredire’, cioè subito i mattoni, la terra, la casa, progredire, cioè fare una posizione, una famiglia, e ci insegnava questo.

Ma state attenti a non confondere progredire con l’arrampicarsi, perché l’arrampicatore è uno che sale, sale, sale e quando è su fa vedere il … la nonna diceva la parola! - ha continuato il Pontefice -. Ti fa vedere, lui è così, ti fa vedere quello.

L’unica cosa che gli arrampicatori fanno è il ridicolo, fanno il ridicolo. Questo mi ha fatto bene nella vita”.

Le malattie che indeboliscono il servizio

Lunedì mattina Papa Francesco ha ricevuto in udienza i cardinali e vari membri della Curia romana - l’apparato amministrativo e dirigenziale del Vaticano - per gli auguri natalizi.

Nel corso dell’incontro il Papa ha tenuto un discorso sulle “malattie spirituali” della Curia, che indeboliscono il servizio dei sacerdoti verso Dio.

Tra le altre cose il Papa ha parlato del “sentirsi immortale o indispensabile”, dell'”Alzheimer spirituale” e dei pettegolezzi: tutte tentazioni che sono un pericolo per i cristiani in generale quindi anche per i sacerdoti e per la Curia.

La Curia è chiamata a migliorarsi, a migliorarsi sempre e a crescere in comunione, santità e sapienza per realizzare pienamente la sua missione.

Eppure essa, come ogni corpo, come ogni corpo umano, è esposta anche alle malattie, al malfunzionamento, all’infermità.

E qui vorrei menzionare alcune di queste probabili malattie, malattie curiali. Sono malattie più abituali nella nostra vita di Curia. Sono malattie e tentazioni che indeboliscono il nostro servizio al Signore.

Le quindici malattie spirituali

  1. La malattia del sentirsi “immortale”, “immune” o “indispensabile”. Una Curia che non si autocritica, che non si aggiorna, che non cerca di migliorarsi è un corpo infermo. Essa deriva spesso dalla patologia del potere, dal “complesso degli Eletti“, dal narcisismo che guarda appassionatamente la propria immagine e non vede l’immagine di Dio impressa sul volto degli altri, specialmente dei più deboli e bisognosi.
  2. La malattia del “martalismo”, dell’eccessiva operosità. Si tratta di coloro che si immergono nel lavoro, trascurando, inevitabilmente, “la parte migliore”: il sedersi sotto i piedi di Gesù. Per questo Gesù ha chiamato i suoi discepoli a “riposarsi un po‘” perché trascurare il necessario riposo porta allo stress e all’agitazione.
  3. La malattia dell’“impietrimento” mentale e spirituale. È la malattia di coloro che posseggono un cuore di pietra e un “duro collo”; di coloro che, strada facendo, perdono la serenità interiore, la vivacità e l’audacia e si nascondono sotto le carte diventando “macchine di pratiche” e non “uomini di Dio”.
  4. La malattia dell’eccessiva pianificazione e del funzionalismo. Quando l’apostolo pianifica tutto minuziosamente e crede che facendo una perfetta pianificazione le cose effettivamente progrediscano, diventando così un contabile o un commercialista.
  5. La malattia del cattivo coordinamento. Quando i membri perdono la comunione tra di loro e il corpo smarrisce la sua armoniosa funzionalità e la sua temperanza, diventando un’orchestra che produce chiasso, perché le sue membra non collaborano e non vivono lo spirito di comunione e di squadra.
  6. La malattia dell’“alzheimer spirituale”. È la dimenticanza della “storia della salvezza”, della storia personale con il Signore, del «primo amore». Lo vediamo in coloro che hanno perso la memoria del loro incontro con il Signore.
  7. La malattia della rivalità e della vanagloria. Quando l’apparenza, i colori delle vesti e le insegne di onorificenza diventano l’obiettivo primario della vita.
  8. La malattia della schizofrenia esistenziale. È la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare.
  9. La malattia delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi. È una malattia grave, che inizia semplicemente, magari solo per fare due chiacchiere e si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania”.
  10. La malattia di divinizzare i capi. È la malattia di coloro che corteggiano i Superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza. Sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo, onorano le persone e non Dio.
  11. La malattia dell’indifferenza verso gli altri. Quando ognuno pensa solo a sé stesso e perde la sincerità e il calore dei rapporti umani.
  12. La malattia della faccia funerea. È quella delle persone burbere e arcigne, le quali ritengono che per essere seri occorra dipingere il volto di malinconia, di severità e trattare gli altri con rigidità, durezza e arroganza.
  13. La malattia dell’accumulare. Quando l’apostolo cerca di colmare un vuoto esistenziale nel suo cuore accumulando beni materiali, non per necessità, ma solo per sentirsi al sicuro.
  14. La malattia dei circoli chiusi. Sono quei contesti dove l’appartenenza al gruppetto diventa più forte di quella al Corpo e, in alcune situazioni, a Cristo stesso.
  15. La malattia del profitto mondano e degli esibizionismi. Si manifesta quando l’apostolo trasforma il suo servizio in potere, e il suo potere in merce per ottenere profitti mondani o più poteri.

La guarigione attraverso la conversione

Fratelli, tali malattie e tali tentazioni sono naturalmente un pericolo per ogni cristiano e per ogni curia, comunità, congregazione, parrocchia, movimento ecclesiale, e possono colpire sia a livello individuale sia comunitario.

Occorre chiarire che è solo lo Spirito Santo - l’anima del Corpo Mistico di Cristo, come afferma il Credo Niceno-Costantinopolitano: «Credo… nello Spirito Santo, Signore e vivificatore» - a guarire ogni infermità.

È lo Spirito Santo che sostiene ogni sincero sforzo di purificazione e ogni buona volontà di conversione. È Lui a farci capire che ogni membro partecipa alla santificazione del corpo e al suo indebolimento.

È Lui il promotore dell’armonia: “Ipse harmonia est”, dice san Basilio.

La guarigione è anche frutto della consapevolezza della malattia e della decisione personale e comunitaria di curarsi sopportando pazientemente e con perseveranza la cura.

La fatica “bella” di essere sacerdoti

Nella Festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, lo scorso 28 giugno, si è celebrata la Giornata mondiale di santificazione sacerdotale.

Un’occasione importante non solo per i sacerdoti di riflettere sulla preziosità del loro ministero, per i credenti e per l'umanità intera, ma anche un invito a tutti i fedeli perché siano consapevoli dell’aiuto che debbono offrire ai loro pastori.

“Il sacerdote - ricorda Papa Francesco - è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge.

Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze”.

È giusto il legame tra il cuore di Gesù e il sacerdozio. Infatti, i sacerdoti sono un dono dell’amore di Dio.

Diceva il Curato d’Ars che “un santo sacerdote è il più bel dono che Dio possa fare al suo popolo”.

Pensiamo a san Vincenzo de Paoli, al bene che ha fatto: era un sacerdote. Pensiamo a don Giovanni Bosco, al bene che ha fatto e alle indicazioni che ha dato nell’educazione dei giovani: era un sacerdote.

Pensiamo a don Luigi Orione: riuscì a colpire anche il giovane Ignazio Silone. Pensiamo a don Carlo Gnocchi: dopo aver dato tutto, per testamento ha donato anche gli occhi. Pensiamo a Don Oreste Benzi.

Solo alcuni esempi e potrei citarne tantissimi. Certo, c’è anche il mistero di Giuda, ma non dimentichiamo: se c’è un Giuda, gli altri undici sono morti martiri.

C’è un prezzo che il sacerdozio paga anche alla fragilità umana, ma quanti santi sacerdoti, quanta bellezza di sacerdozio c’è in giro. Ringraziamo il Signore: è un dono del cuore di Gesù.

La missione e la fatica del servizio

Un sacerdote deve prima di tutto credere nella missione che ha ricevuto da Gesù. Quando un sacerdote crede nella missione che ha ricevuto da Gesù supera qualsiasi difficoltà.

La preghiera aiuta, ma anche la consapevolezza che la missione che noi abbiamo è una missione straordinaria.

Riporto una confidenza che mi fece don Oreste Benzi, che mi disse: “Quando aiuto una persona, quando la assolvo, mi sembra che Gesù stesso usi la mia mano, usi il mio cuore per parlare, per assolvere, per perdonare.

Sapesse che esperienza bella che è, che emozione che si prova”. Ecco, il sacerdote deve avere questa consapevolezza, e non avrà paura di niente.

Certo, ma è una fatica bella. Cito Einstein, lui era ebreo, sicuramente era credente ma non un fervente credente.

Eppure ha detto: “Soltanto una vita vissuta per gli altri è una vita che merita di essere vissuta”.

Il sacerdote, vivendo per gli altri, certamente fa una fatica. A volte le giornate di un sacerdote sono letteralmente aggredite, assalite, da mille richieste.

Però è bello spendersi. Madre Teresa una volta mi confidò: “Sai, molti mi chiedono perché io non prendo mai le ferie. Io rispondo: ‘Non ho bisogno di ferie perché i miei giorni sono tutti festivi. Fare del bene è una festa’”.

E questo lo può ripetere anche il sacerdote, però la fatica non peserà, ma sarà una fatica bella.

Il sostegno dei fedeli

La Giornata della santificazione sacerdotale deve essere un’occasione per avere da parte di tutti uno sguardo di misericordia verso i nostri sacerdoti?

Certamente e soprattutto vanno aiutati. E, qualche volta dire loro un “grazie”, fare un apprezzamento, anche una preghiera, perché la preghiera è sempre un grande dono, questo fa bene al sacerdote.

Io per esempio incontro tantissima gente e quando a volte qualcuno mi dice: “Ho sentito nella sua omelia quella parola, che mi ha fatto bene”. Questo mi gratifica, mi consola e mi incoraggia.

Ecco, qualche volta bisogna dare anche un incoraggiamento ai sacerdoti.

Molti criticano e pochi pregano per loro. Il sostegno dei fedeli non consiste nell’ignorare le colpe, ma nel pregare, incoraggiare il bene, dire la verità con rispetto e aiutare i sacerdoti a rimanere fedeli alla loro vocazione.

San Francesco e la dignità dei sacerdoti

Nella Lettera a tutti i chierici Francesco richiama l’attenzione su due grandi tesori a loro affidati: l’Eucaristia e la Parola di Dio.

Francesco esorta i sacri ministri ad amministrare con fede e decoro il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore Gesù e la sua Parola rivelata.

Gesù si pone ogni giorno «nelle nostre mani», ma anche noi ministri saremo «nelle sue mani», nel «giorno del giudizio».

Nell’Ammonizione I, Francesco pone un’analogia tra il grembo della Vergine che ha accolto il Verbo fatto carne, e le mani del sacerdote, che sotto il segno del pane, accoglie il Cristo nel Sacrificio della Messa: «Ecco, ogni giorno egli [il Signore nostro Gesù Cristo] si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote». (FF144)

Nella Lettera a tutti i fedeli, il Santo raccomanda: «riverenza verso i chierici, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per l’ufficio e l’amministrazione del santissimo corpo e sangue di Cristo che essi sacrificano sull’altare e ricevono e amministrano agli altri.

E tutti dobbiamo sapere fermamente, che nessuno può essere salvato se non per mezzo delle sante parole e del sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che i chierici pronunciano, annunciano e amministrano». (FF193-194)

Francesco poi pone una similitudine tra la Beata Vergine Maria e il sacerdote: «Ascoltate, fratelli miei. Se la beata Vergine è così onorata, come è giusto, perché lo portò nel suo santissimo grembo […] quanto deve essere santo, giusto e degno colui che tocca con le sue mani, riceve nel cuore e con la bocca e offre agli altri perché ne mangino, Lui non già morituro, ma in eterno vivente e glorificato, sul quale gli angeli desiderano fissare lo sguardo». (FF220)

La dignità non elimina la fragilità

In generale quindi i presbiteri (che siano preti diocesani o che siano religiosi e frati) sono preziosi per la comunità credente, per il popolo di Dio: è tramite loro che “accadono” i sacramenti, tramite loro che possiamo gustare di un Dio che viene in mezzo a noi in corpo e anima!

D’altra parte san Francesco sa bene che i sacerdoti non sono impeccabili.

Egli non si lascia però influenzare dagli atteggiamenti degli eretici a lui contemporanei, che ritenevano che se il prete era in peccato, allora i sacramenti che amministrava non erano validi.

Francesco, ben saldo nella fede cattolica, può dire invece a proposito dei sacerdoti: «E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io discerno il Figlio di Dio e sono miei signori.

E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e sangue suo, che essi ricevono ed essi solo amministrano agli altri». (FF 113)

Nella Lettera a tutto l’Ordine, san Francesco quindi raccomanda ai frati sacerdoti: «che ogniqualvolta vorranno celebrare la messa, puri e con purezza compiano con riverenza il vero sacrificio del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo, con intenzione santa e monda, non per motivi terreni, né per timore o amore di alcun uomo, come se dovessero piacere agli uomini». (FF218)

Il Serafico Padre, acceso di santo zelo, minaccia il sacerdote che come «un Giuda traditore… si fa reo del corpo e del sangue del Signore».

A questo proposito, Francesco ammonisce i frati sacerdoti a non calpestare, a non oltraggiare il Corpo e Sangue del Signore, e a non assumerlo con leggerezza, come se si trattasse di un qualsiasi cibo ordinario (FF218-219).

La grandezza del ministero

Poi, Francesco stimola i sacerdoti a meditare sulla loro dignità: «Guardate la vostra dignità, fratelli sacerdoti, e siate santi perché egli è santo.

E come il Signore Iddio vi ha onorato sopra tutti gli uomini, con l’affidarvi questo ministero, così anche voi più di tutti amatelo, riveritelo e onoratelo.

È una grande miseria e una miseranda debolezza, che avendo lui così presente, voi vi prendiate cura di qualche altra cosa in tutto il mondo». (FF220)

Anche in questo testo rivolto a tutti i Frati, Francesco non riesce a nascondere il suo stupore di fede dinanzi al rapporto “celeste” tra Gesù Eucaristico e il sacerdote: «Tutta l’umanità trepidi, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, è presente Cristo, il Figlio del Dio vivo.

O ammirabile altezza e stupenda degnazione! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si umili a tal punto da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane!».(FF221)

La fede e la meditazione di queste realtà sublimi, ci spinge a prostrarci dinanzi al Signore in umile e adorante ringraziamento: «Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati». (FF221)

Fede nella Chiesa e nel sacerdozio

Verso il termine della vita, Francesco ribadisce la sua fede nella Chiesa Romana e nel sacerdozio ministeriale quali doni preziosi del Signore.

Così leggiamo nel Testamento (1226) del Serafico Padre: «Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine, che se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro.

E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi dei sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà.

E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori».(FF112-113)

Nella Compilazione di Assisi, nota anche come Leggenda perugina, leggiamo che il beato Francesco, quando dimorava alla Porziuncola, con ancora pochi frati, andava in giro per i villaggi a predicar la penitenza.

Dopo aver predicato al popolo, radunava in un altro luogo i sacerdoti presenti e parlava loro della «salvezza delle anime» esortandoli alla «massima cura nel mantenere pulite le chiese, gli altari e tutta la suppellettile che serve per la celebrazione dei divini misteri» (FF1588).

La Chiesa tra denuncia e riconoscenza

La frase sugli aerei contiene dunque due affermazioni inseparabili: la caduta di un sacerdote può essere gravissima, ma il bene compiuto dagli altri non dovrebbe essere trattato come irrilevante solo perché è quotidiano, discreto e privo di clamore.

Il sacerdote che vive il proprio ministero con fedeltà non cerca necessariamente il riconoscimento pubblico. La sua presenza si manifesta spesso in gesti che non diventano notizia: una visita, un ascolto, una celebrazione, una confessione, una parola di conforto, una preghiera, un accompagnamento nel lutto o nella malattia.

La sfida è mantenere insieme la protezione delle persone, la verità sui crimini, la responsabilità di chi ha commesso o coperto il male e la riconoscenza per il servizio fedele di tanti sacerdoti.

Per questo il Papa invita a non confondere il silenzio del bene con la sua assenza. Il fatto che molti sacerdoti “volino” senza attirare l’attenzione non significa che il loro lavoro valga meno, ma che spesso la fedeltà non produce titoli, scandali o clamore.

Un invito alla preghiera e alla vigilanza

Molti criticano e pochi pregano per loro.

La preghiera non sostituisce la giustizia, la tutela delle vittime o la necessità di correggere gli errori. Può però sostenere i sacerdoti fedeli, chiedere forza per chi è provato, invocare la conversione di chi ha fatto il male e aiutare la comunità a non lasciarsi guidare soltanto dal rumore degli scandali.

La guarigione è anche frutto della consapevolezza della malattia e della decisione personale e comunitaria di curarsi sopportando pazientemente e con perseveranza la cura.

Dunque, siamo chiamati - in questo tempo di Natale e per tutto il tempo del nostro servizio e della nostra esistenza - a vivere «secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16).

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