Il numero di pagine di Resurrezione di Lev Tolstoj dipende dall’edizione, dalla traduzione e dal formato del volume. L’edizione Garzanti indicata nel materiale, appartenente alla collana «I grandi libri», conta 544 pagine, è in formato brossura ed è stata pubblicata il 14 giugno 2002.
Un’altra descrizione presenta il romanzo come un libro di quasi 600 pagine, mentre alcune recensioni parlano genericamente di 500 pagine o più. Queste differenze dipendono dalle diverse edizioni e non modificano il dato specifico dell’edizione Garzanti: 544 pagine.
Quante pagine ha Resurrezione di Tolstoj?
| Edizione | Numero di pagine | Traduzione | Formato |
|---|---|---|---|
| Garzanti, «I grandi libri», edizione 24 | 544 | Emanuela Guercetti | Brossura |
I dati bibliografici dell’edizione sono i seguenti: Editore: - Garzanti . Collana: - I grandi libri . Edizione: - 24 . Traduttore: - Guercetti E. Data di Pubblicazione: - 14 giugno 2002 . EAN: - 9788811361572 . ISBN: - 8811361575 . Pagine: - 544 . Formato: - brossura .
La traduzione dell’edizione Garzanti è di Emanuela Guercetti e l’introduzione è di Serena Vitale. Serena Vitale nasce a Brindisi il 10 luglio 1945. Allieva di Angelo Maria Ripellino, diventa una grande conoscitrice della lingua e della letteratura russa. Ha vissuto a Mosca e a Praga e dal 1972 insegna Lingua e Letteratura russa. Consulente editoriale, critica letteraria, ha tradotto migliaia di pagine dal ceco e dal russo.

Perché il romanzo può avere un numero diverso di pagine
Il numero complessivo delle pagine può cambiare in base all’editore, alla collana, alla traduzione, all’apparato introduttivo e alle dimensioni del carattere. Un classico si affronta sempre con una certa riverenza, massimamente se, come nel caso di "Resurrezione" di Tolstoj, si tratta di un libro di quasi 600 pagine che ha come argomento una conversione religiosa e, ancor prima, di vita e d’intenti.
La fama di autori, diciamo, “non facili” della quale godono i romanzieri russi completa il quadro e fa sì che non molti, fra i lettori d’oggi, possano vantare la lettura di "Resurrezione", che appartiene peraltro alla produzione più significativa di Tolstoj. Si tratta invece di un libro forse non estremamente appassionante, ma in qualche strano modo scorrevole, malgrado l’incedere lento, fatto di minuziose descrizioni di fatti e conversazioni, lungo una trama tutto sommato lineare e con ben pochi colpi di scena.
La presenza di introduzioni, note, appendici o testi integrativi può quindi spiegare perché un’edizione venga descritta come composta da 544 pagine e un’altra come un volume di quasi 600 pagine. Per individuare il dato esatto bisogna sempre fare riferimento all’edizione specifica.
Di che cosa parla Resurrezione
In un’aula di tribunale il principe Nechljudov riconosce nella prostituta Ljubaša, imputata per omicidio, la contadina Katjuša Maslova, che egli aveva sedotto dieci anni prima. Oppresso dal senso di colpa, consapevole della propria responsabilità nella rovina della ragazza, Nechljudov si offre di sposarla, adoperandosi intanto per salvarla dalla condanna.
Resurrezione, ultimo grande romanzo di Tolstoj composto seppur con lunghi intervalli tra il 1889 e il 1899, prende spunto da un caso giudiziario realmente avvenuto per trasformarlo in un’emblematica storia di redenzione. All’ineluttabilità del male, all’ingiustizia universale della sofferenza, l’uomo può opporre solo la prospettiva del riscatto individuale, come quello che trovano, ciascuno a proprio modo, Katjuša e Nechljudov.
Resurrezione è la storia della resurrezione spirituale di Nechljudov, principe e latifondista russo che trova la forza di cambiare la propria vita quando, a dieci anni di distanza, rivede il suo primo amore: Katiuscia Maslova. L’ultima volta era andata così: lui, il giovane erede di una fortuna, aveva sedotto lei, la domestica delle zie, per poi abbandonarla con 100 rubli in mano e un figlio nella pancia.
Adesso sono in tribunale, Nechljudov tra i giurati e la Maslova tra gli imputati. Lei è una prostituta accusata di veneficio, lui è un nobile fancazzista che ha appena ereditato le proprietà di famiglia. Nechljudov si sente responsabile dell’attuale condizione della donna e, in men che non si dica, si trasforma da aristocratico puttaniere in novello Messia - ma senza apostoli - convinto di poter riparare all’antico torto sposandola.
Ma la Maslova, per un errore della giuria di cui Nechljudov stesso fa parte, viene condannata a 4 anni di lavori forzati. Il principe la segue da un carcere all’altro, fino in Siberia, prodigandosi per aiutare anche gli altri carcerati. In tutto ciò trova pure il tempo di regalare parte delle sue terre ai contadini…
La vicenda di Katjuša Maslova e Nechljudov
Il principe Nechljudov riconosce nella prostituta Ljubasa, accusata in un processo per omicidio, la contadina Katjusa Maslova, che egli aveva sedotto dieci anni prima, provocandone la rovina. Oppresso dai sensi di colpa, si adopera per salvare la donna e, con lei, la propria anima.
Da un «affare giudiziario» realmente avvenuto prende spunto l'ultimo grande romanzo di Tolstoj, che è soprattutto una riflessione sull'ineluttabilità del male, sull'ingiustizia universale della sofferenza, alla quale l'uomo può opporre solo la prospettiva di un riscatto individuale, come quello che troveranno, ciascuno a modo proprio, Katjusa e Nechljudov.
Dentro il carcere: è qui che incontriamo Maslova, la protagonista di Resurrezione di Lev Tolstoj, una prostituta che sta per essere condotta in tribunale. Tra i giurati del processo c'è il principe Nechljudov, che riconosce in questa prostituta la contadina che ha sedotto in gioventù (e a cui ha rovinato la vita, lasciandola incinta al suo destino di miseria e perdizione).
Le colpe ci inseguono per tutta la vita e, prima o poi, bisogna farci i conti. Da qui inizia il tentativo di redenzione del principe Nechljudov, che abbandona potere e ricchezze (la vera ossessione tardiva di Tolstoj) e segue la Maslova in Siberia perché vuole sposarla e riparare ai suoi torti.
Nechljudov, giurato al processo per omicidio dove viene condannata la donna da lui un tempo sedotta e abbandonata, la giovane prostituta Katjuša, si rende conto di aver avuto un’enorme responsabilità sulla sorte infelice della ragazza. Divorato dal rimorso, abbandona la sua vita di agi per seguirla nei lavori forzati in Siberia.
La colpa, la redenzione e la giustizia
Un viaggio nella colpa e nella redenzione, il tormentato percorso di un’anima, la dolorosa e catartica trasformazione di un uomo divenuto d’improvviso consapevole del significato delle proprie azioni e delle conseguenze che hanno prodotto; e ancora il racconto di una straziante discesa agli inferi, di un riscatto personale perseguito con fermezza, con volontà ferrea, di una dignità difesa a ogni costo.
E sui destini dei singoli, come un cielo carico di nubi tempestose, il giudizio severo della società, la giustizia divenuta sistema, organizzazione, che emette sentenze, stabilisce pene e separa con nettezza gli onesti dai delinquenti, i “sani” dai “malati”.
Corre lungo questi binari, in una sorta di tripla narrazione che tuttavia costantemente si intreccia dando vita a un quadro unico, Resurrezione di Lev Nikolaevic Tolstoj, un romanzo amaro, vibrante, umanissimo, colmo di quella particolare pietà per il prossimo che riescono a provare soltanto coloro che hanno imparato a giudicare se stessi prima di chiunque altro.
La storia ruota attorno al protagonista, un aristocratico travolto dal senso di colpa quando scopre che fine abbia fatto la ragazza che un tempo aveva sedotto e abbandonato, ma soprattutto il suo ruolo nel processo in cui ella viene condannata ingiustamente a lavori forzati. Questo evento lo costringe a una lenta e dolorosa presa di coscienza: l’uomo che credeva di essere e quello che è diventato sono due entità opposte, divise dal privilegio, dall’indifferenza e da un intero sistema sociale ingiusto e corrotto.
La redenzione non è un dono naturale né un precetto sociale e neppure una grazia, ma solo una conquista individuale, in cui ognuno deve trovare (se può), la propria strada. Tolstoj in questo romanzo mette in discussione e sotto accusa tutto e tutti, anche se stesso
Il processo e la condanna
Eroe, e nel medesimo momento antieroe dell’opera del grande scrittore russo, è l’affascinante principe Nechljudov, seduttore di una giovane cameriera (liquidata con cento rubli e dimenticata immediatamente dopo) e anni dopo membro della giuria chiamata a giudicarla per un crimine brutale: l’avvelenamento, in concorso con altri, di un uomo a scopo di rapina.
Dapprima con stupore, poi con angoscia crescente, Nechljudov riconosce nell’imputata, Ekaterina Maslova, la ragazza che aveva conquistato, e scopre quel che le è accaduto dopo il suo abbandono: la gravidanza (procurata da lui), l’abbandono del bambino e la sua prematura morte, la costante ricerca di impiego da parte della donna frustrata dalle importune attenzione degli uomini presso cui riusciva a trovare servizio, e infine l’abisso della prostituzione, illusoria promessa di libertà e autonomia abbracciata più per disperazione che come frutto di meditata scelta.
Nechljudov, smarrito, colpevole, prima cerca di far assolvere Ekaterina (lei è innocente, ma non è questo che interessa Tolstoj; se infatti la giustizia degli uomini, fallibile per definizione, in questo caso non sbagliasse, per il principe non ci sarebbe possibilità di redimersi. Per la sua salvezza è necessario un sacrificio, e la vita ha già da tempo condannato Ekaterina), poi decide di condividerne il destino - la condanna ai lavori forzati e la deportazione - rinunciando a tutti i suoi averi e seguendola.
Per un mero errore di forma, la Màslova, innocente, viene condannata ai lavori forzati in Siberia: inizia così il vero e proprio calvario di Nehljuodov, che non solo si propone di far sì che venga riparato all’errore, ma addirittura di sposare Katjuša per espiare il proprio peccato.
Il mondo delle carceri e dei detenuti
Ad abbracciare queste due figure principali e le loro pene è il mondo nascosto, cupo e violento delle carceri, del regime detentivo, che Tolstoj denuncia in tutta la sua fallimentare brutalità: “«È come se ci si fosse proposti il problema di quale fosse il modo migliore, il più efficace, di guastare il più gran numero di persone», diceva a se stesso Nechljudov, penetrato ormai nell’intimo di quel che accadeva nelle prigioni e nei luoghi di tappa.
Centinaia di migliaia di uomini, anno per anno, venivano condotti al più alto grado di corruzione; e quando erano ben corrotti, venivano rilasciati in libertà, affinché diffondessero quanto nelle prigioni avevano assimilato di corruzione fra tutto il resto del popolo.
Ciò che colpisce è come Tolstoj usi il viaggio di Nechljudov non solo come redenzione personale, ma come denuncia di un sistema giudiziario e carcerario disumano. Ogni pagina è una critica feroce alla società russa dell’epoca, con un realismo che sfiora il documentario: prigioni sovraffollate, burocrati ottusi, nobili ipocriti.
Resurrezione è un romanzo che pretende molto dal lettore. Tolstoj racconta una vicenda dura, ignobile e meschina senza mai attenuarne la sgradevolezza e parla degli orrori che si consumano nelle prigioni con la precisa intenzione di smascherarli (ed è triste constatare quanto le sue pagine siano di impressionante attualità anche oggi), ma sa anche volgersi agli uomini con una purezza di sguardo che non può non lasciare commossi.
La trasformazione di Nechljudov
Tolstoj dedica 50 pagine alla perdizione di Nechljudov e della Maslova, e quasi 400 all’opera messianica del principe e alla lenta (ma in realtà rapida e netta) conversione della donna. Con queste proporzioni, piuttosto che Resurrezione doveva chiamarsi Risorto.
Il cambiamento di Nechljudov è radicale e improvviso, ma soprattutto totale. Da nero diventa bianco (come Michael Jackson). Non ci vuole un genio a riconoscere nel nuovo Nechljudov l’alter ego di Tolstoj: un credente anarchico, filantropo e pacifista.
Solo che mentre Tolstoj diviene tale nell’arco di una vita, a Nechljudov basta una giornata. Altra scelta che non condivido è quella di “dire tutto“: Tolstoj non nasconde la morale nelle pieghe del romanzo, ma la scrive una volta, due volte, decine di volte, per un predicozzo che sembra non finire mai.
Forte della sua posizione e del suo capitale, Nechljudov si propone come salvatore degli oppressi, o almeno ci prova. Ma le sue soluzioni - prendere in sposa la Maslova, cedere i terreni ai contadini - non vengono accolte con l’entusiasmo che si aspettava.
Questo perché Nechljudov sa cos’è il bene e cos’è il male, ma non tiene conto della libertà degli uomini. Anche quella di rifiutare la felicità. Se con questa intuizione Tolstoj è davvero grande, il rammarico che il resto non sia all’altezza lo è ancora di più.
La posizione di Katjuša Maslova
Dal canto suo, la donna sopporta le proprie pene con la rassegnata semplicità dei vinti; certo, alla lettura della sentenza scoppia in singhiozzi e protesta la sua estraneità al delitto, ma poi accetta con composta dignità la pena, si guadagna il rispetto, l’ammirazione (e in un caso perfino l’amore) degli altri condannati e, quando Nechljudov le propone di sposarlo, ha ancora sufficiente rispetto di sé per rifiutare.
La Maslova, d’altro canto, non è la vittima innocente che un classico romanzo di redenzione vorrebbe: indurita dalla vita, dalla miseria e dall’ingiustizia, guarda con distacco e amarezza il tentativo di Nechljudov di salvarla e non accetta il matrimonio riparativo.
Katjuša, però, non vuole accettare il suo sacrificio. Resurrezione è un libro che parla di giustizia ingiusta, di come il tempo cambi le cose, che ci si possa impegnare per recuperare e diventare persone migliori, ma anche che non tutto è riparabile.
La critica alla società e alla Chiesa
Resurrezione diventa un pippone gigantesco sulle pietose condizioni di vita dei detenuti e dei contadini, l’ingiustizia del mondo (i ricchi troppo ricchi e i poveri troppo poveri), la crudeltà dell’uomo e del tribunale dell’uomo, e via di seguito.
Con qualche frecciata alla Chiesa (a volte meritate) e una serie di interpretazioni del Vangelo che definirei stravaganti, per non dire senili, semplicistiche e spesso completamente errate. Resurrezione è un saggio travestito da romanzo che fallisce sia come saggio, sia come romanzo.
Tolstoj con Resurrezione si spinge oltre la sua stessa idea di letteratura, trasformandola in un’arma morale, una sorta di processo in cui l’umanità intera è imputata. La vera grandezza del romanzo sta nel mostrare come questa realtà sia solo lo specchio di una colpa più profonda, quella di un’umanità che si è smarrita nel proprio egoismo.
La descrizione della Chiesa nel romanzo (cc. XXXIX, XL) è uno dei motivi per quali il 20-22 febbraio 1901 la Chiesa Ortodossa russa scomunicava solennemente il conte Lev Nikolaevič Tolstoj.
E a nessuno dei presenti, a cominciare dal sacerdote e dal direttore per finire con la Maslova, venne in mente che quello stesso Gesù, il cui nome il sacerdote aveva ripetuto fischiando un tale infinito numero di volte, lodandolo con ogni sorta di strane parole, aveva proibito appunto tutto ciò che si faceva lì; aveva proibito non solo quella assurda stregoneria verbosa e sacrilega dei sacerdoti-maestri sul pane e il vino, ma aveva esplicitamente proibito che alcuni uomini chiamassero maestri altri uomini, aveva proibito le preghiere nei templi, e aveva comandato a ognuno di pregare in solitudine, aveva proibito i templi stessi, dicendo che era venuto per distruggerli e che bisognava pregare non nei templi, ma in spirito e verità; e soprattutto aveva proibito non solo di giudicare gli uomini e di tenerli reclusi, torturarli, disonorarli, giustiziarli, come si faceva lì, ma aveva proibito qualsiasi violenza sugli uomini, dicendo che era venuto per dare ai prigionieri la libertà.
A nessuno dei presenti venne in mente che tutto ciò che si compiva lì era la più grande profanazione e derisione di quello stesso Cristo in nome del quale si faceva tutto ciò. A nessuno venne in mente che la croce dorata con i piccoli medaglioni di smalto alle estremità che il sacerdote aveva portato fuori e dato da baciare alla gente non era nient'altro che la raffigurazione della forca su cui era stato giustiziato Cristo proprio per aver proibito ciò che adesso si faceva lì nel suo nome.
A nessuno venne in mente che i sacerdoti che s'immaginano di mangiare il corpo e bere il sangue di Cristo nella forma del pane e del vino, mangiano davvero il suo corpo e bevono il suo sangue, ma non nei pezzetti di pane e nel vino, bensì perché scandalizzano quei «piccoli» con cui Cristo si era identificato, non solo, ma li privano del bene più grande e li sottopongono ai più crudeli tormenti, celando agli uomini la buona novella che egli era venuto a portare.
Stile e struttura del romanzo
Essenziale, trattenuta, come se non ci fosse spazio per la raffinatezza letteraria in sé, nella narrazione dei fatti, la scrittura di Tolstoj tocca vertici di splendore espressivo (e di profondità d’analisi) quando si concentra sui caratteri, sulle persone, e sui loro sentimenti.
L’autore non inventa nulla, come se i personaggi che descrive esistessero già (non a caso l’intreccio gli fu suggerito da un amico procuratore), ma ne osserva con attenzione ogni moto interiore.
Resurrezione è un romanzo non facile, ma neppure pedante, che ben descrive sia la situazione dei prigionieri russi dell’epoca che contempla, sia la presa di coscienza del principe, una valida riflessione anche per il lettore dei giorni nostri.
D’altronde, è Tolstoj che narra della sua esperienza attraverso di lui, questo è quindi comprensibile anche se rende il personaggio meno “reale”.
L’uomo di Tolstoj regala speranza; per quanto fitta sia la tenebra che lo circonda, egli non smette di irradiare luce.
La pubblicazione e la collocazione nell’opera di Tolstoj
Ultimo dei tre grandi romanzi di Tolstoj dopo «Guerra e pace» e «Anna Karénina», «Resurrezione» è la storia di Katjuša e Nechljudov e della loro rinascita.
Alla vicenda dei due giovani, con il finale riaffacciarsi a una nuova vita e la ritrovata dignità, si affianca quella di una folla di personaggi "umiliati e offesi". Tolstoj si fa portavoce degli ultimi, i contadini inurbati e i carcerati, povera gente vittima di ogni genere di soprusi, e raggiunge col suo profondo esame dei sentimenti umani quel "modo moderno di vedere le cose" che si era prefisso.
Ispirato da un fatto di cronaca e da un evento autobiografico, il romanzo Resurrezione di Lev Tolstoj pone in campo numerose questioni care all'autore in una storia di redenzione desiderata e non sempre ottenuta.
L’incipit di Resurrezione
Per quanto gli uomini, raccogliendosi su un breve spazio in parecchie centinaia di migliaia, si sforzassero di snaturare quel tratto di terra su cui s’accalcavano; per quanto avessero ricacciato sotto le pietre la terra, affinché nulla ci crescesse sopra, e rinettassero qualsiasi erba ne spuntasse fuori, e affumicassero tutto di carbone e petrolio, e mozzassero gli alberi, e allontanassero tutte le bestie e gli uccelli, la primavera era primavera anche in città.
Il sole scaldava, l’erba, tornata a vita, saliva e verdeggiava dovunque non fosse stata sarchiata, non solo nelle aiuole dei viali, ma perfino fra le lastre delle strade; e le acacie, i platani, i vìscioli dilatavano le gommose, profumate foglioline, e i tigli gonfiavano le gemme, che scoppiavano; e le gracchie, i passeri, i piccioni, con quel brio che hanno a primavera, avevano già preparato i nidi, mentre le mosche ronzavano lungo i muri, riscaldandosi al sole.
Allegri erano tutti: piante, e uccelli, e insetti, e bambini. Ma gli uomini - gli uomini grandi, gli uomini adulti - non smettevano d’ingannare e di tormentare se stessi e gli altri.
Credevano, gli uomini, che la cosa più sacra e più importante non fosse quella mattinata di primavera, non fosse quella bellezza del mondo, concessa per il bene di tutte le creature, giacché era una bellezza che disponeva alla pace, all’accordo e all’amore: ma fosse, la cosa più sacra e più importante, ciò che essi stessi avevano escogitato per poter dominare gli uni sugli altri.
Informazioni sull’autore e sull’edizione
Lev Tolstoj 1828, Jasnaja Poljana (Russia). Nato in una famiglia di antica nobiltà, rimasto orfano della madre a due anni e del padre a nove, fu allevato da alcune zie molto religiose; trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Mosca, la grande tenuta familiare di Jasnaja Poljana e Kazan’, dove nel 1844 si iscrisse all’università, frequentando prima la facoltà di studi orientali, poi quella di giurisprudenza, che concluse nel 1850.
In questi anni, disordinati e tempestosi ma anche nutriti da intense letture (J.-J. Rousseau, A. Puskin, N. Gogol’, L. Sterne), cominciò a tenere un diario, che continuò poi per quasi tutta la vita. Nel 1851-53 partecipò alla guerra contro il Caucaso, prima come volontario, poi come ufficiale di artiglieria.
Tra i suoi libri: Il bottone di Puskin, Adelphi (premio Viareggio per la saggistica, Comisso per la biografia e Basilicata per la narrativa), La casa di ghiaccio, Mondadori (Premio Bagutta, Premio Piero Chiara), L’imbroglio del turbante, Mondadori (premio Pen Club, Premio Grinzane Cavour). Nel 2015 esce per Adelphi Il defunto odiava i pettegolezzi.
L’edizione Garzanti presenta quindi un volume di 544 pagine, con traduzione di Emanuela Guercetti e introduzione di Serena Vitale. La lunghezza complessiva rende possibile seguire non soltanto la vicenda personale di Nechljudov e Maslova, ma anche l’ampia rappresentazione della società, dei tribunali, delle carceri, dei contadini e dei ceti privilegiati.
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