Haggadah con letture bibliche: struttura, significato e testi della narrazione di Pesach

L’Haggadah è il testo che accompagna il rituale della Pasqua. Il termine è analogo a quello di aggadah, e significa sostanzialmente “racconto”, “narrazione”. L’haggadah contiene porzioni di testo biblico, commenti di rabbini, discussioni e riflessioni in margine al racconto dell’Esodo dall’Egitto, inni e salmi di lode.

La Haggadah è il testo che ripercorre la storia della schiavitù degli ebrei in Egitto e della loro liberazione così come è narrata nel libro dell’Esodo e accompagna il seder di Pesach, la cena rituale e simbolica che si svolge generalmente in famiglia nelle prime due sere della cosiddetta Pasqua ebraica. Il rituale del seder prevede la lettura integrale di questo testo, che è sicuramente uno dei più popolari della tradizione ebraica.

Che cos’è l’Haggadah di Pesach

Pesach, in ebraico “passaggio”, è la festa della primavera, ma anche di una nuova consapevolezza degli ebrei che, stanziati da troppo tempo in Egitto in condizioni di sudditanza, prendono coscienza di essere un popolo e di avere il diritto a una vita libera in una propria terra. La cena pasquale ebraica è quindi una celebrazione rituale della memoria, nella quale il racconto biblico dell’Esodo viene trasmesso, interpretato e reso presente attraverso parole, domande, gesti, cibi simbolici e canti.

La Haggadah non è soltanto una raccolta narrativa, ma un testo composito nel quale si intrecciano la Torah, altri passi della Bibbia ebraica, commenti rabbinici, inni, salmi e riflessioni. Ne sono testimonianza i tantissimi manoscritti - spesso miniati - e le altrettanto numerose edizioni a stampa.

Secondo Josef Yerushalmi (Haggadah and History, 1976) si possono catalogare tremilacinquecento edizioni della Haggadàh di Pesach uscite nell’arco di cinque secoli. E queste sono solo le edizioni che si sono potute reperire: quante altre ne saranno ancora esistite sconosciute o andate perdute in un così lungo periodo di tempo?

Forse perché è un libro che si legge in "una notte diversa da tutte le altre"; una notte nella quale i bambini rivolgono ai più anziani delle domande e tutti sono consapevoli dell’unicità della notte di Pesach, o forse anche perché l’Haggadah è un libro destinato soprattutto ai bambini, e questo ne fa spesso oggetto di dono e anche di allegra usura, tra scarabocchi, macchie e piccole distruzioni, come si vedrà anche in mostra, sia nelle più modeste edizioni contemporanee., sia nella stessa preziosissima Haggadah di Sarajevo.

Haggadah medievale miniata di Pesach

La centralità della narrazione biblica

Il cuore dell’Haggadah è il racconto della liberazione dall’Egitto. “Schiavi fummo del Faraone in Egitto; ma di là ci fece uscire il Signore, nostro Dio, con mano forte e braccio disteso”. Se il Santo - benedetto egli sia - non avesse fatto uscire i nostri padri dall'Egitto, noi, i nostri figli e i figli dei nostri figli saremmo ancora schiavi del Faraone in Egitto.

Perciò, anche se fossimo tutti saggi, tutti intelligenti, tutti esperti nella Legge, sarebbe ancora nostro dovere intrattenerci sull'uscita dall'Egitto; anzi quanto più ci si sofferma a trattare dell'uscita dall'Egitto, tanto più si è degni di lode. In ogni epoca ciascuno ha il dovere di considerarsi come se egli stesso fosse uscito dall'Egitto.

La memoria non riguarda dunque soltanto un avvenimento passato. “In quel giorno racconterai a tuo figlio: per quello che fece a me il Signore quando uscii dall'Egitto” (Es 13,8). Perché non solo i nostri padri liberò il Santo - benedetto Egli sia - ma anche noi liberò insieme con loro, come è detto: “Anche noi Egli fece uscire di là per portarci qui e darci la terra che aveva giurato ai nostri padri” (Dt 6,23).

Le principali letture bibliche dell’Haggadah

La storia dei patriarchi e la discesa in Egitto

In principio i nostri padri furono idolatri, ma ora Dio ci ha portati al suo culto, come è detto: “Giosuè disse a tutto il popolo: Così ha detto il Signore, Dio di Israele: i vostri padri, Terah, padre di Abramo e padre di Nahor, abitarono fin dall'antichità al di là dell'Eufrate e servirono dei stranieri. Ma io ho tratto di là vostro padre Abramo e l'ho condotto per tutto il paese di Canaan e ho moltiplicato la sua discendenza e gli ho dato Isacco e ad Isacco ho dato Giacobbe ed Esaù; e ad Esaù ho dato in possesso il monte Seir, mentre Giacobbe e i suoi figli discesero in Egitto” (Gs 24, 2-4).

La narrazione collega così la liberazione dall’Egitto alla storia dei patriarchi e alla continuità della promessa. La discesa di Giacobbe e dei suoi figli in Egitto diventa il punto di partenza della vicenda di oppressione, ma anche della formazione di Israele come popolo.

L’oppressione degli Egiziani

“Gli Egiziani ci fecero del male, ci affissero e ci imposero una dura servitù”(Dt 26,6). Gli Egiziani ci fecero del male, come è detto: “Orsù, difendiamoci con astuzia da esso, affinché non si accresca e, se ci fosse una guerra, si unisca anch'esso con i nostri nemici e combatta contro di noi e ci abbandoni” (Es 1,10).

Ci afflissero, come è detto: “Posero su di esso degli aguzzini, che lo affliggessero con angherie; ed esso costruì delle città-deposito per il Faraone: Pitom e Ramses”(Es 1,11). E ci imposero una dura servitù, come è detto: “Gli Egiziani fecero servire i figli di Israele con durezza” (Es 1,13).

“Implorammo il Signore, Dio dei nostri padri, ed egli ascoltò la nostra voce e vide la nostra sofferenza e la nostra oppressione”. “II Signore ci fece uscire dall'Egitto con mano forte, con braccio disteso, con terrore, con segni e prodigi” (Dt 26,8).

La liberazione operata direttamente da Dio

Il Signore ci fece uscire dall'Egitto non per mezzo di un angelo, non per mezzo di un serafino, non per mezzo di un inviato: ma il Santo - benedetto Egli sia - Egli stesso nella sua gloria e da se stesso, come è detto: “Io passerò per la terra d'Egitto questa notte, colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, dall'uomo agli animali, e di tutti gli dei d'Egitto farò giustizia: io sono il Signore!” (Es 12,12).

Io passerò per la terra d'Egitto: io stesso e non un angelo; colpirò ogni primogenito: io e non un serafino; e di tutti gli dei d'Egitto farò giustizia: io e non un inviato; io sono il Signore: io e nessun altro.

Il sacrificio pasquale

L'agnello pasquale che i nostri padri mangiavano quando esisteva ancora il Tempio, perché lo mangiavano? Perché il Santo - benedetto Egli sia - passò oltre le case dei nostri padri in Egitto, come è detto: “Voi direte: questo è il sacrificio pasquale per il Signore che passò oltre le case dei figli di Israele in Egitto, quando sterminò gli Egiziani e preservò le nostre famiglie. E il popolo si inchinò e si prostrò” (Es 12,26-27).

L’azzima

Quest'azzima che noi mangiamo, perché la mangiamo? Perché la pasta dei nostri padri non ebbe il tempo di lievitare, poiché il Re dei Re, il Santo - benedetto Egli sia - si manifestò e li liberò subito, come è detto: “Fecero cuocere con la pasta che avevano portato via dall'Egitto delle focacce azzime, cioè non lievitate, perché erano stati cacciati dall'Egitto e non avevano potuto attendere (che lievitasse) e non si erano portati con sé altre provviste” (Es 12,39).

L’erba amara

Quest'erba amara che noi mangiamo, perché la mangiamo? Perché gli Egiziani amareggiarono la vita dei nostri padri in Egitto, come è detto: “Amareggiarono la loro vita con lavori pesanti costringendoli a preparare malta e mattoni e a lavorare la campagna: tutti i lavori che essi facevano furono loro imposti” (Es 1,14).

Le quattro domande e la trasmissione ai bambini

Nella cena di Pesach vengono sollecitate le domande dei bambini, per spiegare loro il significato del rito e della storia. L’haggadah - il racconto recitato sulla base della Torah - prevede quattro diverse figure tra i figli: il saggio, l’empio, il semplice e colui che non sa domandare.

Ad ognuno di loro occorre dare una risposta diversa. La domanda dei bambini introduce la spiegazione della notte, dei suoi gesti e dei suoi cibi, trasformando la cena in un esercizio di memoria condivisa tra generazioni.

La domanda sulla notte diversa

Nel seder il più giovane dei partecipanti pone la domanda che noi cantiamo invece alternandoci bambini e adulti con la melodia del canto del cammino neocatecumenale:

Che cosa c'è di diverso questa notte da tutte le altre notti? Da tutte le altre notti? Che tutte le altre notti andiamo a letto presto e non restiamo alzati. E non restiamo alzati. Ma questa notte, questa notte restiamo tutti alzati.

Che cosa c'è di diverso questa notte da tutte le altre notti? Da tutte le altre notti? Che tutte le altre notti andiamo a letto presto dopo aver cenato. Dopo aver cenato. Ma questa notte, questa notte abbiamo digiunato.

Che cosa c'è di diverso questa notte da tutte le altre notti? Da tutte le altre notti? Che tutte le altre notti andiamo a letto presto e non aspettiamo niente. E non aspettiamo niente? Ma questa notte, questa notte restiamo ad aspettare.

Che cosa c'è di diverso questa notte da tutte le altre notti? Da tutte le altre notti? Per restare alzati, per restare digiuni, per restare ad aspettare.

Il figlio saggio

La domanda del figlio saggio è quella di Deuteronomio 6,20: Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: «Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste prescrizioni che il SIGNORE, il nostro Dio, vi ha date?»

Il figlio saggio ha già colto da solo il cuore della questione e fa la domanda più assennata: si interroga sul valore della Torah stessa, sul significato delle istruzioni, delle leggi e delle prescrizioni.

Tu risponderai a tuo figlio: «Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il SIGNORE ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il SIGNORE operò sotto i nostri occhi miracoli e prodigi grandi e disastrosi contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa, e ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci.

Il SIGNORE ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi e di temere il SIGNORE, il nostro Dio, affinché venisse a noi del bene sempre ed egli ci conservasse in vita, come ha fatto finora. Questa sarà la nostra giustizia: l’aver cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti davanti al SIGNORE nostro Dio, come egli ci ha ordinato».

Al figlio saggio sarà quindi chiarito il significato essenziale della storia e sarà detto ciò che è necessario ricordare e tramandare: la condizione di schiavitù in cui si trovava Israele; la liberazione potente e miracolosa operata da Dio; la sua promessa della terra; l’ordine di rispondere a questo grande atto di liberazione col mettere in pratica tutte le sue leggi e con l’obbedirgli, per riceverne sempre la benedizione e per adempiere la giustizia.

Il figlio semplice

La domanda del figlio semplice si trova in Esodo 13,14: “Che significato ha tutto questo”? Il figlio semplice è stupito, quasi incantato dal mistero di quella celebrazione, così nuova per lui.

La risposta che gli si dà, sottolinea gli aspetti più fiabeschi, se così si può dire, della haggadah, quelli cioè che più possono colpire la fantasia del bambino, rivelandogli tuttavia l’essenziale: la liberazione prodigiosa operata da Dio, con la sua potenza, che colpisce l’empietà del Faraone.

La risposta al figlio semplice è comunque lineare, elementare: secondo il Rebbe Nachmann di Breslov il semplice non cerca sofisticate esposizioni intellettuali: la sua anima già sa, egli già sente dentro di sé ciò che occorre sapere.

“Il SIGNORE ci fece uscire dall’Egitto, dalla casa di schiavitù, con mano potente; e quando il faraone si ostinò a non lasciarci andare, il SIGNORE uccise tutti i primogeniti nel paese d’Egitto, tanto i primogeniti degli uomini quanto i primogeniti degli animali. Perciò io sacrifico al SIGNORE ogni primo parto maschio, ma riscatto ogni primogenito dei miei figli”.

Il figlio che non sa domandare

La Torah prevede anche il caso del figlio che non sappia domandare, per timidezza, per pigrizia mentale, perché ancora troppo piccolo. La risposta che gli si darà, sarà la stessa che verrà data all’empio e che vedremo ora, ma con la differenza che il figlio incapace di porre domande sarà comunque salvato, a differenza dell’empio, non per i suoi meriti, ma per quelli della comunità dalla quale, ancora una volta a differenza dell’empio, non si è escluso.

Il figlio empio

La domanda di quest’ultimo è in Esodo 12, 26 e va considerata con attenzione: “Che cosa significa per voi questo rito?” Innanzitutto, mentre il figlio saggio aveva oculatamente distinto i tre tipi di comandamenti, il malvagio li unifica indiscriminatamente e quasi con aria di sufficienza parla di “rito”.

E soprattutto, lascia trapelare la sua estraneità a quel “rito”, chiedendo che cosa significa per voi. In tal modo egli si è già autoescluso dalla comunità.

Rabbi Shim‘on Bar Jochaj, l’allievo più radicale di Rabbi ‘Aqiva, nel più antico e autorevole commento rabbinico all’Esodo - noto come Mekhilta - così commenta: «Siccome egli si esclude dalla comunità, anche tu lo escluderai, dicendogli: “è ciò che JHWH ha fatto per me quando sono uscito dall’Egitto. Ha fatto per me, non per te».

Al figlio malvagio va quindi detto: «Tutto ciò è per quanto il Signore fece per me quando uscii dall’Egitto. Dirai “per me”, non “per lui”, perché se fosse stato lì non sarebbe stato liberato».

Non sarebbe stato liberato, perché non capisce e non apprezza il valore della libertà e la grandiosa azione di Dio che ce l’ha donata.

Le quattordici tappe del seder

Il testo della Haggadah accompagna il seder attraverso una sequenza ordinata di gesti, letture, benedizioni, cibi e canti. Le quattordici tappe tradizionalmente indicate sono:

NumeroNomeSignificato indicato nel testo
1QADDESHconsacrare
2URCHATZlavare
3KARPASsedano
4YACHATZdividere
5MAGGHIDnarrazione
6ROCHTZAHlavare
7MOTZI MATZZAHbenedizione dell’azzima
8MARORerba amara
9KOREKavvolgere
10SHULCHAN 'OREKcena
11TZAFUNnascosto
12BAREKbenedizione
13HALLELLode
14NIRTZAHaccettazione

1. Qaddesh: la consacrazione

Si riempie la prima coppa di vino. Poi si dice: Benedetto sii tu, o Signore nostro Dio, re dell'universo, che ci hai scelti fra tutti i popoli e ci hai innalzati sopra ogni lingua e ci hai santificati mediante i tuoi comandamenti.

Nel tuo amore per noi, Tu ci hai dato, o Signore nostro Dio, momenti di gioia, feste, tempi di letizia, questo giorno di festa delle azzime, questo bel giorno di sacra riunione, festa della nostra libertà, sacra riunione in ricordo dell'uscita dall'Egitto.

Veramente Tu hai scelto e consacrato noi fra tutti i popoli e ci hai dato le tue sante feste da vivere in gioia ed allegrezza. Benedetto sii Tu, o Signore, che santifichi Israele e le sue feste.

Benedetto sii Tu, o Signore nostro Dio, re dell'universo, che ci fai vivere, ci conservi e ci hai fatti arrivare a questo giorno. Ci si appoggia sul fianco destro e si beve la prima coppa.

2. Urchatz: il lavaggio

Colui che presiede, il padre, si lava le mani.

3. Karpas: il sedano

Colui che presiede, il padre, prende un pezzo di sedano, lo intinge nell'aceto o nell'acqua salata e dice: Benedetto sii Tu, o Signore nostro Dio, re dell'universo, Tu che crei il frutto della terra.

Dopo aver mangiato, lo distribuisce ai commensali, i quali recitano la stessa benedizione.

4. Yachatz: la divisione dell’azzima

Si divide in due la seconda azzima: una metà si pone sotto la tovaglia; l'altra metà si rimette tra le due.

5. Magghid: la narrazione

Si tolgono l'uovo e la zampa d'agnello dal vassoio, che viene sollevato mentre si recita: Ecco il pane della sofferenza, che i nostri padri mangiarono in terra d'Egitto; chiunque ha fame venga e mangi; chiunque ha bisogno venga e faccia la pasqua.

Quest'anno, qui; l'anno prossimo in terra d'Israele. Questo anno qui come schiavi; l'anno prossimo in terra d'Israele come uomini liberi. Si rimette il tutto sul vassoio.

Si riempie la seconda coppa. La parte centrale del seder è costituita dalla narrazione dell’Esodo, dalle domande dei bambini, dalle risposte degli adulti, dalle letture bibliche e dai canti di lode.

6. RochTzah: il secondo lavaggio

La sequenza prosegue con il lavaggio previsto dal rito, in preparazione alla benedizione dell’azzima e alla consumazione dei cibi simbolici.

7. Motzi Matzah: la benedizione dell’azzima

La lettura sull’azzima ricorda la fretta della partenza e l’impossibilità di attendere che la pasta lievitasse. L’azzima rende visibile il carattere urgente della liberazione narrata nell’Esodo.

8. Maror: l’erba amara

L’erba amara richiama la durezza della schiavitù. Il suo sapore rende concreta la memoria dell’amarezza con cui gli Egiziani resero difficile la vita dei figli d’Israele.

9. Korek: l’avvolgimento

Il gesto dell’avvolgere riunisce gli elementi simbolici della cena e mantiene insieme racconto, interpretazione e memoria rituale.

10. Shulchan ’Orek: la cena

La cena si svolge all’interno della struttura narrativa del seder, dopo le letture, le benedizioni e la spiegazione dei simboli.

11. Tzafun: ciò che è nascosto

La tappa di ciò che è nascosto richiama la metà dell’azzima posta sotto la tovaglia durante la divisione iniziale.

12. Barek: la benedizione

La benedizione accompagna il rendimento di grazie e prosegue il rapporto tra il cibo condiviso e la memoria della liberazione.

13. Hallel: la lode

Si alza la coppa di vino e si dice: Perciò è nostro dovere ringraziare, lodare, celebrare, glorificare, esaltare, magnificare colui che fece per i nostri padri e per noi tutti questi prodigi: ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalla soggezione alla redenzione, dal dolore alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre ad una luce fulgida.

Proclamiamo dunque davanti a Lui: ALLELUIA! Si posa la coppa di vino. Qui il seder chiede di recitare i salmi dell'Hallel (dal 113 al 118).

Possiamo recitare a cori alterni il Sal 113: ALLELUJA Lodate, servi del Signore lodate il nome del Signore. Sia benedetto il nome del Signore.

14. Nirtzah: l’accettazione

La sequenza si conclude con Nirtzah, indicata come “accettazione”, dopo il percorso di consacrazione, lavaggio, narrazione, consumazione, benedizione e lode.

Il canto Dajenu

Il seder pasquale ha qui il famoso testo "Dajenu", "A noi sarebbe bastato". Lo possiamo cantare in una versione cristiana, composta dal cammino neocatecumenale:

Di quanti beni ci ha colmato il Signore. (3 v.) Se Cristo ci avesse fatto uscire dall'Egitto e non avesse fatto giustizia del faraone: Questo ci sarebbe bastato, ci sarebbe bastatoQuesto ci sarebbe bastato, ci sarebbe bastato ci sarebbe bastato, ci sarebbe bastato dajenu, dajenu, dajenu.

Se avesse fatto giustizia del Faraone e non ci avesse liberato da tutti gli idoli. Se ci avesse liberato da tutti gli idoli e non ci avesse dato le loro ricchezze. Se non ci avesse dato le loro ricchezze e non avesse aperto il mare per noi.

Se non avesse aperto il mare per noi e non avesse affondato i nostri oppressori. Se non avesse affondato i nostri oppressori e non ci avesse dato un cammino nel deserto. Se ci avesse dato un cammino nel deserto e non ci avesse nutrito con il pane della vita.

Se ci avesse nutrito con il pane della vita e non ci avesse dato il giorno del Signore. Se ci avesse dato il giorno del Signore e non avesse stretto con noi la nuova alleanza. Se avesse stretto con noi la nuova alleanza e non ci avesse fatto entrare nella Chiesa.

Se ci avesse fatto entrare nella Chiesa e non avesse costruito in noi il suo tempio. Se avesse costruito in noi il suo tempio e non avesse riempito del suo Spirito Santo.

Tanto più dobbiamo ringraziare il Signore! (3 v.) Che ci ha fatto uscire dall'Egitto (2v.) Che ha fatto giustizia del faraone. Che ci ha liberato di tutti i nemici. Che ci ha dato le loro ricchezze.

Che ha aperto il mare per noi. Che ci ha affondato i nostri oppressori. Che ci ha donato un cammino nel deserto. Che ci ha nutrito con il pane della vita. Che ci ha dato il giorno del Signore.

Che ci ha donato la nuova alleanza. Che ci ha fatto entrare nella chiesa. Che ci ha costruito in noi il suo tempio. E lo ha riempito del suo Spirito santo Nel perdono dei peccati.

Cristo nostra Pasqua è risorto per noi! (3v.) Cristo nostra Pasqua è risorto per noi! (3v.) nostra Pasqua è risorto per noi! (3v.) Alleluia, alleluia, alleluia. (3v.)

Oppure lo possiamo recitare a cori alterni secondo il testo originario:

Di quanti benefici noi siamo debitori al Signore! Se ci avesse fatti uscire dall'Egitto e non avesse fatto giustizia di loro, questo ci sarebbe bastato. Se avesse fatto giustizia di loro e non dei loro dèi, questo ci sarebbe bastato.

Se avesse fatto giustizia dei loro dèi e non avesse ucciso i loro primogeniti, questo ci sarebbe bastato. Se avesse ucciso i loro primogeniti e non ci avesse dato le loro ricchezze, questo ci sarebbe bastato.

Se ci avesse dato le loro ricchezze e non avesse diviso il mare per noi, questo ci sarebbe bastato. Se avesse diviso il mare per noi e non ci avesse fatto passare in mezzo ad esso all'asciutto, questo ci sarebbe bastato.

Se ci avesse fatto passare in mezzo ad esso all'asciutto, e non vi avesse fatto affogare i nostri persecutori, questo ci sarebbe bastato. Se vi avesse fatto affogare i nostri persecutori e non avesse provveduto alle nostre necessità nel deserto per 40 anni, questo ci sarebbe bastato.

Se avesse provveduto alle nostre necessità nel deserto per 40 anni e non ci avesse dato da mangiare la manna, questo ci sarebbe bastato. Se ci avesse dato da mangiare la manna e non ci avesse dato il sabato, questo ci sarebbe bastato.

Se ci avesse dato il sabato e non ci avesse condotto al monte Sinai, questo ci sarebbe bastato. Se ci avesse condotto al monte Sinai e non ci avesse dato la Legge, questo ci sarebbe bastato.

Se ci avesse dato la Legge e non ci avesse fatto entrare in terra di Israele, questo ci sarebbe bastato. Se ci avesse fatto entrare in terra di Israele e non avesse costruito per noi il Tempio, questo ci sarebbe bastato.

Quanto dunque dobbiamo essere riconoscenti a Dio dei benefici che ci ha accordato: ci fece uscire dall'Egitto, fece giustizia di loro e dei loro dèi, uccise i loro primogeniti, ci diede le loro ricchezze, divise il mare per noi, ci fece passare in mezzo ad esso all'asciutto, vi fece affogare i nostri persecutori, provvide alle nostre necessità nel deserto per 40 anni, ci diede da mangiare la manna, ci diede il sabato, ci condusse al monte Sinai, ci diede la Legge, ci fece entrare in terra di Israele e costruì per noi il Tempio perché potessimo espiare i nostri peccati.

La poesia persiana dedicata a Moses Montefiore

Nato a Livorno da una famiglia di origine anconetana, cresciuto e affermatosi a Londra, sir Moses Montefiore (1784-1885) è ritenuto il filantropo ebreo per eccellenza. Quasi ogni comunità ebraica che dovette difendersi a quel tempo da false accuse e calunnie, inclusa quella sempre di moda del sangue, serba un segno del suo passaggio e intervento.

Si riconnette a questa vicenda un toccante ritrovamento annunciato dalla Biblioteca Nazionale d’Israele (NLI) in un momento in cui la millenaria “dialettica” tra Israele e Persia conosce una delle fasi più sofferte ed è ormai alle porte Pesach, la Pasqua ebraica, festa della libertà del popolo d’Israele.

Si tratta di una Haggadah, il testo che accompagna il rituale del Seder, con in calce una poesia dedicata da un anonimo ebreo persiano a sir Montefiore e a sua moglie Judith. Un modo per dire loro grazie.

«La poesia è un bellissimo esempio di “melitzah”, un classico artificio letterario ebraico in cui frasi tratte dalla Bibbia, dalla letteratura rabbinica e dalla liturgia si intrecciano per creare una nuova espressione, in questo caso un omaggio alla coppia», ha affermato Chaim Neria, responsabile della sezione Judaica della NLI.

Il destino degli ebrei persiani fu caro a entrambi. «La scorsa notte non sono riuscito a dormire, perché ho pensato ai miei sfortunati fratelli che soffrono in Persia», si legge nel diario redatto da Montefiore in data 25 marzo 1865.

Durante una successiva carestia, sottolinea la NLI, mobilitò gli ebrei europei per salvare gli ebrei persiani dalla fame e in quel periodo progettò pure di andare in loco, ma non gli fu possibile per alcuni problemi di salute; tuttavia, nel 1873, incontrò lo scià Naser al-Din Shah Qajar a Buckingham Palace «per sollecitare la sua protezione per i sudditi ebrei» e «la richiesta fu accolta con favore».

Neria ha anche osservato come quasi ogni elemento della poesia leghi la coppia «alla ricostruzione fisica e spirituale di Gerusalemme, che fu il fulcro dell’eredità dei Montefiore, compresa la costruzione di Mishkenot Sha’ananim, il primo quartiere moderno di Gerusalemme al di fuori delle mura della Città Vecchia».

L’Haggadah di Sarajevo e la tradizione manoscritta

La mostra L’Haggadah di Sarajevo, curata da Alberto Rizzerio e Danièle Sulewic nata dalla collaborazione del MEB con il Centro Culturale Primo Levi e la Comunità Ebraica di Genova, è dedicata al codice pergamenaceo di età medievale di una delle più significative celebrazioni della tradizione religiosa ebraica.

Scampato a varie peripezie, tra cui due guerre, il manoscritto, dichiarato patrimonio dell’Unesco, è esposto attraverso 47 riproduzioni delle sue meravigliose miniature, ed è affiancato a una serie di suggestive fotografie di Edward Serotta intitolata “Sopravvivere a Sarajevo” che documenta la drammatica quotidianità dell’assedio di Sarajevo durante la guerra dei Balcani (1992-1995) e il formidabile contributo di solidarietà prestato dall’associazione “La Benevolencija”.

La mostra al MEB si arricchisce anche di numerose edizioni di Haggadoth a stampa, attraverso le quali è possibile avere una panoramica sull’ampiezza e la varietà di stili e registri che questo testo ha avuto nel corso del tempo e continua ad avere anche oggi.

Haggadah di Sarajevo miniature medievali

Leggere l’Haggadah in un contesto di studio

Il testo che presentiamo, che si richiama in gran parte al volume di O.Carena, Cena pasquale ebraica per comunità cristiane, Marietti, casale Monferrato, 1983) non comprende integralmente il testo dell'Haggadah, reperibile peraltro sul web nei siti specializzati, ma è una nostra sintesi, ad uso didattico, con integrazioni che ci sono sembrate utili; comprende comunque tutte le parti più importanti per una sua presentazione.

Consigliamo invece, vivamente, l'uso di questo testo per uno studio ed una riflessione, che può avvenire anche durante una vera e propria cena con la consumazione di alcuni cibi che il seder prescrive, sempre, però, conservando la coscienza che si tratta di un momento di studio e conoscenza e non di una "celebrazione" del seder pasquale.

Questo al fine di una maggiore stima e conoscenza della tradizione ebraica (senza dimenticare che la tradizione ebraica attuale non è identica a quella precedente la distruzione del Tempio; cfr. su questo le riflessioni di p.David Neuhaus che saranno presto on-line su questo stesso sito) e di una comprensione della continuità e della novità dell'eucarestia cristiana che si radica nell'Haggadah, ma insieme se ne distingue, affermando di esserne il compimento.

Non ci sembra corretto sia perché non sarebbe rispettoso - dato che questo testo appartiene alla liturgia ebraica - sia perché nessuna prassi liturgica cristiana è autorizzata in tal senso dalla competente Congregazione - è possibile e auspicabile, piuttosto, laddove ci fosse una amicizia con una famiglia ebrea, chiedere di essere invitati al seder pasquale ebraico presso di loro, perché tale possibilità è contemplata dalla tradizione ebraica.

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