Il messaggio finale di Papa Francesco per il Giubileo della Misericordia

Il messaggio finale di Papa Francesco per il Giubileo della Misericordia è racchiuso nella Lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata il 21 novembre 2016, al termine dell’Anno Santo. Il Papa ricorda che la misericordia non si conclude con la chiusura della Porta Santa: essa deve continuare a essere celebrata, accolta e vissuta nella vita della Chiesa e di ogni cristiano.

«Termina il Giubileo e si chiude la Porta Santa. Ma la porta della misericordia del nostro cuore rimane sempre spalancata». La Porta Santa attraversata durante l’Anno giubilare ha immesso i fedeli «nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia».

Il significato della Lettera apostolica Misericordia et misera

Misericordia et misera sono le due parole che sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11). Non poteva trovare espressione più bella e coerente di questa per far comprendere il mistero dell’amore di Dio quando viene incontro al peccatore: «Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia».[1]

Comincia con queste parole la lettera apostolica del Papa a chiusura dell’anno giubilare, in cui Francesco definisce la pagina evangelica in questione «icona di quanto abbiamo celebrato nell’Anno Santo, un tempo ricco di misericordia, la quale chiede di essere ancora celebrata e vissuta nelle nostre comunità».

«La misericordia non può essere una parentesi nella vita della Chiesa - sottolinea il Papa - ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo». «Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso del Padre».

Un anno intenso di grazia

Nella Lettera Apostolica anche per un bilancio del Giubileo: «un anno intenso, durante il quale ci è stata donata con abbondanza la grazia della misericordia. Come un vento impetuoso e salutare, la bontà e la misericordia del Signore si sono riversate sul mondo intero».

«E davanti a questo sguardo amoroso di Dio che in maniera così prolungata si è rivolto su ognuno di noi, non si può rimanere indifferenti, perché esso cambia la vita. In questo Anno Santo la Chiesa ha saputo mettersi in ascolto e ha sperimentato con grande intensità la presenza e vicinanza del Padre, che con l’opera dello Spirito Santo le ha reso più evidente il dono e il mandato di Gesù Cristo riguardo al perdono».

Tanti pellegrini hanno varcato le Porte sante e fuori del fragore delle cronache hanno gustato la grande bontà del Signore. Il Papa ha voluto un Giubileo sobrio, senza grandi spettacoli, e ha favorito la celebrazione dell’Anno Santo nelle diocesi di tutto il mondo.

Francesco ha pregato in silenzio, si è avvicinato al portale di San Pietro, ha chiuso la Porta Santa che aveva aperto l’8 dicembre 2015 e con essa l’Anno Santo della Misericordia.

La misericordia non è una parentesi

In un contesto in cui il futuro sembra essere ostaggio dell’incertezza e in cui «sentimenti di malinconia, tristezza e noia, che lentamente possono portare alla disperazione», «c’è bisogno di testimoni di speranza e di gioia vera, per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali».

Questo l’invito del Papa, secondo il quale «il vuoto profondo di tanti può essere riempito dalla speranza che portiamo nel cuore e dalla gioia che ne deriva. C’è tanto bisogno di riconoscere la gioia che si rivela nel cuore toccato dalla misericordia».

«Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita». «La gioia del perdono - continua il Papa - è indicibile, ma traspare in noi ogni volta che ne facciamo esperienza».

«All’origine di essa c’è l’amore con cui Dio ci viene incontro, spezzando il cerchio di egoismo che ci avvolge, per renderci a nostra volta strumenti di misericordia». «Fare esperienza della misericordia dona gioia».

Da qui l’invito: «Non lasciamocela portar via dalle varie afflizioni e preoccupazioni. Possa rimanere ben radicata nel nostro cuore e farci guardare sempre con serenità alla vita quotidiana».

La conversione pastorale della Chiesa

Papa Francesco chiama le comunità ecclesiali a una vera e propria «conversione pastorale», «plasmata quotidianamente dalla forza rinnovatrice della misericordia».

In primo luogo, occorre «celebrare la misericordia» con la liturgia, dove «ogni momento fa riferimento alla misericordia di Dio». Poi i due sacramenti «di guarigione»: la Riconciliazione e l’Unzione dei malati.

Il precetto della misericordia vale non solo per i singoli cristiani, ma per la Chiesa nel suo insieme. Se la Chiesa è un sacramento dell’amore di Dio in Cristo, è anche un sacramento della misericordia di Dio.

La Chiesa non è una sorta di istituzione di assistenza sociale o di ente di beneficenza: in quanto corpo di Cristo, è il sacramento della prosecuzione della presenza efficace di Cristo nel mondo, il sacramento della misericordia in quanto «Cristo totale», capo e membra.

Ma c’è anche un secondo aspetto. La Chiesa non è solo lo strumento della misericordia di Dio, ne è anche l’oggetto. In quanto corpo di Cristo, è da Lui redenta.

Un punto in ogni caso deve essere chiaro: una Chiesa senza carità e senza misericordia non sarebbe più la Chiesa di Gesù Cristo. Il peggior rimprovero che può essere indirizzato alla Chiesa - spesso meritato - è di non praticare ciò che proclama.

Per questo Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II, disse che la Chiesa deve innanzi tutto usare «la medicina della misericordia».

La riconciliazione e il perdono

«Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre». Perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, il Papa annuncia una disposizione destinata a proseguire oltre la conclusione dell’Anno Santo.

«Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto». Si estende così a tempo indeterminato una facoltà concessa ai sacerdoti per l’Anno Santo.

Durerà oltre l’Anno giubilare anche la possibilità di ricevere validamente e lecitamente l’assoluzione sacramentale dei loro peccati per quanti frequentano le chiese officiate dai sacerdoti della Fraternità San Pio X.

«Per il bene pastorale di questi fedeli - scrive il Papa - e confidando nella buona volontà dei loro sacerdoti perché si possa recuperare, con l’aiuto di Dio, la piena comunione nella Chiesa cattolica, stabilisco per mia propria decisione di estendere questa facoltà oltre il periodo giubilare, fino a nuove disposizioni in proposito, perché a nessuno venga mai a mancare il segno sacramentale della riconciliazione attraverso il perdono della Chiesa».

I Missionari della Misericordia

Nella lettera apostolica Misericordia et Misera, il Papa cita il servizio dei 1.142 «Missionari della Misericordia», inviati da lui in tutto il mondo in occasione del Giubileo.

La loro azione pastorale «ha voluto rendere evidente che Dio non pone alcun confine per quanti lo cercano con cuore pentito, perché a tutti va incontro come un Padre».

«Questo ministero straordinario non si conclude con la chiusura della Porta Santa», annuncia il Papa, ringraziandoli per il loro servizio e rivelando il desiderio che «permanga ancora, fino a nuova disposizione, come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace».

«Sarà cura del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione seguire in questo periodo i Missionari della Misericordia, come espressione diretta della mia sollecitudine e vicinanza e trovare le forme più coerenti per l’esercizio di questo prezioso ministero», le indicazioni di Francesco.

La Parola di Dio e la cura dell’omelia

Nella consapevolezza che ha «un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio», prima di tutto nella messa domenicale, dal Papa arriva la raccomandazione ai sacerdoti per la preparazione dell’omelia e la «cura» della predicazione.

Il Papa esprime inoltre il desiderio «che la Parola di Dio sia sempre più celebrata, conosciuta e diffusa, perché attraverso di essa si possa comprendere meglio il mistero di amore che promana da quella sorgente di misericordia».

Da qui la proposta che «ogni comunità, in una domenica dell’anno liturgico, potesse rinnovare l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura: una domenica dedicata interamente alla Parola di Dio, per comprendere l’inesauribile ricchezza che proviene da quel dialogo costante di Dio con il suo popolo».

In questo senso il Papa cita anche «la diffusione più ampia della lectio divina».

La Giornata mondiale dei poveri

Alla luce del Giubileo delle persone socialmente escluse, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, il Papa ha intuito «che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri».

«Sarà una Giornata - chiarisce il Pontefice - che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa, non potrà esserci giustizia né pace sociale».

La nuova Giornata, infine, nelle parole di Francesco «costituirà anche una genuina forma di nuova evangelizzazione, con la quale rinnovare il volto della Chiesa nella sua perenne azione di conversione pastorale per essere testimone della misericordia».

La via della carità e le opere di misericordia

«La Porta Santa che abbiamo attraversato in questo anno giubilare ci ha immesso nella via della carità che siamo chiamati a percorrere ogni giorno con fedeltà e gioia», prosegue Francesco.

«È la strada della misericordia che permette di incontrare tanti fratelli e sorelle che tendono la mano perché qualcuno la possa afferrare per camminare insieme». E ancora: «È il momento di dare spazio alla fantasia della misericordia per dare vita a tante nuove opere, frutto della grazia».

Le indicazioni sono chiare: «Ancora oggi intere popolazioni soffrono la fame e la sete, e quanta preoccupazione suscitano le immagini di bambini che nulla hanno per cibarsi. Masse di persone continuano a migrare da un Paese all’altro in cerca di cibo, lavoro, casa e pace».

«La malattia, nelle sue varie forme, è un motivo permanente di sofferenza che richiede aiuto, consolazione e sostegno. Le carceri sono luoghi in cui spesso, alla pena restrittiva, si aggiungono disagi a volte gravi, dovuti a condizioni di vita disumane».

«L’analfabetismo è ancora molto diffuso e impedisce ai bambini e alle bambine di formarsi e li espone a nuove forme di schiavitù. La cultura dell’individualismo esasperato, soprattutto in occidente, porta a smarrire il senso di solidarietà e di responsabilità verso gli altri».

«Dio stesso rimane oggi uno sconosciuto per molti; ciò rappresenta la più grande povertà e il maggior ostacolo al riconoscimento della dignità inviolabile della vita umana».

«Le opere di misericordia corporale e spirituale costituiscono fino ai nostri giorni la verifica della grande e positiva incidenza della misericordia come valore sociale», che «spinge a rimboccarsi le maniche per restituire dignità a milioni di persone che sono nostri fratelli e sorelle, chiamati con noi a costruire una città affidabile».

«Il carattere sociale della misericordia esige di non rimanere inerti e di scacciare l’indifferenza e l’ipocrisia, perché i piani e i progetti non rimangano lettera morta», l’indicazione tracciata dal Papa.

Opere di misericordia corporale e spirituale

La misericordia e i poveri

La Chiesa come testimone della misericordia è centrale nel programma di essere una Chiesa povera per i poveri. Questo programma non è così nuovo come sembra: è il programma stesso di Gesù Cristo, che è venuto «per annunziare ai poveri un lieto messaggio» (Luca 4,18).

Ma non si è limitato a predicare: da ricco che era si è fatto povero, in modo che potessimo diventare ricchi (cfr 2 Corinzi 8,9). I nostri fratelli e sorelle poveri sono parte del corpo di Cristo.

Come il Papa sottolinea, nelle ferite dei poveri e dei malati tocchiamo le ferite di Cristo povero. Cristo stesso ci ha detto: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).

Da questi santi possiamo apprendere la sensibilità e la tenerezza di Dio, una sensibilità e tenerezza che dovremmo imitare con il nostro prossimo. La misericordia è il tema centrale del suo pontificato e una grande sfida, soprattutto per le nostre Chiese ricche del Nord del mondo.

La misericordia nella vita quotidiana

«Portare quella carezza di Dio perché così Dio ha accarezzato noi con la sua misericordia. Portare agli altri, a quelli che hanno bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore, sono tristi, avvicinarsi con quella carezza di Dio che è la stessa che lui ha avuto con noi».

È l’invito lanciato da Papa Francesco nella catechesi sulla misericordia. «La mia vita, il mio atteggiamento e il modo di andare per la vita - ha detto il Papa - devono essere un segno concreto che Dio è vicino a noi. Piccoli gesti di amore, di tenerezza, di cura. Devono far pensare che Dio è vicino a noi. E così si apre la porta della misericordia».

Da qui il messaggio di Francesco: «Che questo Giubileo possa aiutare la nostra mente e il nostro cuore a toccare con mano l’impegno di Dio per ciascuno di noi, e grazie a questo trasformare la nostra vita in un impegno di misericordia per tutti».

«Tutti noi siamo peccatori, tutti». Ma bisogna «avere fiducia». Dio «si avvicina proprio per darci conforto e la misericordia perdona. È questo l’impegno di Dio e per questo ha mandato Gesù per avvicinarsi a noi, tutti noi».

«A partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio - ha quindi proseguito Francesco -, anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno».

Questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza: con le persone abbandonate, con quanti portano handicap molto pesanti, con i malati più gravi, con i moribondi, con quanti non sono in grado di esprimere riconoscenza.

La chiusura del Giubileo nella solennità di Cristo Re

La solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo corona l’anno liturgico e questo Anno santo della misericordia. Il Vangelo presenta infatti la regalità di Gesù al culmine della sua opera di salvezza, e lo fa in un modo sorprendente.

«Il Cristo di Dio, l’eletto, il Re» appare senza potere e senza gloria: è sulla croce, dove sembra più un vinto che un vincitore. La sua regalità è paradossale: il suo trono è la croce; la sua corona è di spine; non ha uno scettro, ma gli viene posta una canna in mano.

Non porta abiti sontuosi, ma è privato della tunica; non ha anelli luccicanti alle dita, ma le mani trafitte dai chiodi; non possiede un tesoro, ma viene venduto per trenta monete.

Gesù Cristo Re sulla croce

«Davvero il regno di Gesù non è di questo mondo; ma proprio in esso, ci dice l’Apostolo Paolo nella seconda lettura, troviamo la redenzione e il perdono».

«La grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa». Per questo amore Cristo si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono.

Ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi. In questo modo il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente.

«Non ci ha condannati, non ci ha nemmeno conquistati, non ha mai violato la nostra libertà, ma si è fatto strada con l’amore umile che tutto scusa, tutto spera, tutto sopporta».

«Solo questo amore ha vinto e continua a vincere i nostri grandi avversari: il peccato, la morte, la paura». Con gioia condividiamo la bellezza di avere come nostro re Gesù: «la sua signoria di amore trasforma il peccato in grazia, la morte in risurrezione, la paura in fiducia».

Le tre figure davanti alla croce

Sarebbe però poca cosa credere che Gesù è Re dell’universo e centro della storia, senza farlo diventare Signore della nostra vita: tutto ciò è vano se non lo accogliamo personalmente e se non accogliamo anche il suo modo di regnare.

Ci aiutano in questo i personaggi che il Vangelo odierno presenta. Oltre a Gesù, compaiono tre figure: il popolo che guarda, il gruppo che sta nei pressi della croce e un malfattore crocifisso accanto a Gesù.

Il popolo che guarda

Anzitutto, il popolo: il Vangelo dice che «stava a vedere»: nessuno dice una parola, nessuno si avvicina. Il popolo sta lontano, a guardare che cosa succede.

È lo stesso popolo che per le proprie necessità si accalcava attorno a Gesù, ed ora tiene le distanze. Di fronte alle circostanze della vita o alle nostre attese non realizzate, anche noi possiamo avere la tentazione di prendere le distanze dalla regalità di Gesù.

Si preferisce rimanere alla finestra, stare a parte, piuttosto che avvicinarsi e farsi prossimi. Ma il popolo santo, che ha Gesù come Re, è chiamato a seguire la sua via di amore concreto.

È chiamato a domandarsi, ciascuno ogni giorno: «che cosa mi chiede l’amore, dove mi spinge? Che risposta do a Gesù con la mia vita?».

La tentazione del potere

C’è un secondo gruppo, che comprende diversi personaggi: i capi del popolo, i soldati e un malfattore. Tutti costoro deridono Gesù.

Gli rivolgono la stessa provocazione: «Salvi se stesso!». È una tentazione peggiore di quella del popolo.

Qui tentano Gesù, come fece il diavolo agli inizi del Vangelo, perché rinunci a regnare alla maniera di Dio, ma lo faccia secondo la logica del mondo: scenda dalla croce e sconfigga i nemici.

«Se è Dio, dimostri potenza e superiorità! Questa tentazione è un attacco diretto all’amore: “salva te stesso”; non gli altri, ma te stesso. Prevalga l’io con la sua forza, con la sua gloria, con il suo successo».

«È la tentazione più terribile, la prima e l’ultima del Vangelo». Ma di fronte a questo attacco al proprio modo di essere, Gesù non parla, non reagisce.

Non si difende, non prova a convincere, non fa un’apologetica della sua regalità. Continua piuttosto ad amare, perdona, vive il momento della prova secondo la volontà del Padre, certo che l’amore porterà frutto.

Il malfattore pentito

Nel Vangelo compare un altro personaggio, più vicino a Gesù, il malfattore che lo prega dicendo: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

Questa persona, semplicemente guardando Gesù, ha creduto nel suo regno. E non si è chiuso in se stesso, ma con i suoi sbagli, i suoi peccati e i suoi guai si è rivolto a Gesù.

Ha chiesto di esser ricordato e ha provato la misericordia di Dio: «oggi con me sarai nel paradiso». Dio, appena gliene diamo la possibilità, si ricorda di noi.

Egli è pronto a cancellare completamente e per sempre il peccato, perché la sua memoria non registra il male fatto e non tiene sempre conto dei torti subiti, come la nostra. Dio non ha memoria del peccato, ma di noi, di ciascuno di noi, suoi figli amati.

E crede che è sempre possibile ricominciare, rialzarsi. Chiediamo anche noi il dono di questa memoria aperta e viva.

Chiediamo la grazia di non chiudere mai le porte della riconciliazione e del perdono, ma di saper andare oltre il male e le divergenze, aprendo ogni possibile via di speranza.

La vera Porta Santa rimane il Cuore di Cristo

Per accogliere la regalità di Gesù, siamo chiamati a lottare contro questa tentazione, a fissare lo sguardo sul Crocifisso, per diventargli sempre più fedeli.

Quante volte, anche tra noi, si sono ricercate le appaganti sicurezze offerte dal mondo. Quante volte siamo stati tentati di scendere dalla croce.

La forza di attrazione del potere e del successo è sembrata una via facile e rapida per diffondere il Vangelo, dimenticando in fretta come opera il regno di Dio.

Quest’Anno della misericordia ci ha invitato a riscoprire il centro, a ritornare all’essenziale. Questo tempo di misericordia ci chiama a guardare al vero volto del nostro Re, quello che risplende nella Pasqua.

Ci chiama a riscoprire il volto giovane e bello della Chiesa, che risplende quando è accogliente, libera, fedele, povera nei mezzi e ricca nell’amore, missionaria.

La misericordia, portandoci al cuore del Vangelo, ci esorta anche a rinunciare ad abitudini e consuetudini che possono ostacolare il servizio al regno di Dio.

«Anche se si chiude la Porta santa, rimane sempre spalancata per noi la vera porta della misericordia, che è il Cuore di Cristo. Dal costato squarciato del Risorto scaturiscono fino alla fine dei tempi la misericordia, la consolazione e la speranza».

La Chiesa come strumento di misericordia

«Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth».

Con queste parole il Santo Padre, Papa Francesco, apre la Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, lasciando subito percepire che l’unico modo per poter camminare nella via della salvezza è quello di aprirsi all’esperienza della Misericordia di Dio.

«Essa - scrive il Santo Padre - è condizione di salvezza». Questa «condizione», resa possibile dall’iniziativa gratuita di Dio, la cui scaturigine è nella sovrabbondanza del suo amore per noi, deve qualificare anche le relazioni fra gli uomini.

È importante, dunque, considerare che noi dobbiamo riscoprire la chiamata «a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre», sperimentare la misericordia per diventare noi pure misericordiosi come il Padre.

Evidenziare con un Anno giubilare questa «qualità dell’onnipotenza di Dio» non significa semplicemente celebrare la sua infinita misericordia, ma indurre ad una analisi critica del cammino di fede dei cristiani, come singoli e come comunità ecclesiale.

Ben a ragione Papa Francesco, nella Misericordiae vultus, sottolinea anche che «è giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono».

«È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde coraggio per guardare al futuro con speranza».

Urge, così, la necessità di chinarsi sulle ferite dell’umanità, per curarle e «lenirle con l’olio della consolazione e fasciarle con la misericordia».

La misericordia come responsabilità

Questo sabato, Papa Francesco si è soffermato a riflettere nella sua «catechesi giubilare» sul tema dell’impegno. «Che cos’è un impegno? E cosa significa impegnarsi?».

«Quando mi impegno - ha spiegato il Papa -, vuol dire che assumo una responsabilità, un compito verso qualcuno; e significa anche lo stile, l’atteggiamento di fedeltà e di dedizione, di attenzione particolare con cui porto avanti questo compito».

Ogni giorno ci è chiesto di mettere impegno nelle cose che facciamo: nella preghiera, nel lavoro, nello studio, ma anche nello sport, nelle attività libere.

«Impegnarsi, insomma, vuol dire mettere la nostra buona volontà e le nostre forze per migliorare la vita». Anche Dio «si è impegnato con noi».

Il suo primo impegno è stato quello di creare il mondo, e nonostante i nostri attentati per rovinarlo, Egli si impegna a mantenerlo vivo. Ma il suo impegno più grande è stato quello di donare Gesù.

In Lui, «Dio si è impegnato in maniera completa per restituire speranza ai poveri, a quanti erano privi di dignità, agli stranieri, agli ammalati, ai prigionieri, e ai peccatori che accoglieva con bontà».

In tutto questo, Gesù era espressione vivente della misericordia del Padre. La vita cristiana diventa così una responsabilità concreta verso chi soffre e verso chi ha bisogno di speranza.

La preghiera per il Giubileo della Misericordia

Signore Gesù Cristo, tu ci hai insegnato a essere misericordiosi come il Padre celeste, e ci hai detto che chi vede te vede Lui. Mostraci il tuo volto e saremo salvi.

Il tuo sguardo pieno di amore liberò Zaccheo e Matteo dalla schiavitù del denaro; l’adultera e la Maddalena dal porre la felicità solo in una creatura; fece piangere Pietro dopo il tradimento, e assicurò il Paradiso al ladrone pentito.

Fa’ che ognuno di noi ascolti come rivolta a sé la parola che dicesti alla samaritana: Se tu conoscessi il dono di Dio!

Tu sei il volto visibile del Padre invisibile, del Dio che manifesta la sua onnipotenza soprattutto con il perdono e la misericordia: fa’ che la Chiesa sia nel mondo il volto visibile di Te, suo Signore, risorto e nella gloria.

Hai voluto che i tuoi ministri fossero anch’essi rivestiti di debolezza per sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore; fa’ che chiunque si accosti a uno di loro si senta atteso, amato e perdonato da Dio.

Manda il tuo Spirito e consacraci tutti con la sua unzione perché il Giubileo della Misericordia sia un anno di grazia del Signore e la sua Chiesa con rinnovato entusiasmo possa portare ai poveri il lieto messaggio, proclamare ai prigionieri e agli oppressi la libertà e ai ciechi restituire la vista.

Lo chiediamo per intercessione di Maria Madre della Misericordia a te che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.

CERIMONIA DI CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA:OMELIA DI PAPA FRANCESCO

Ringraziamo per questo e ricordiamoci che siamo stati investiti di misericordia per rivestirci di sentimenti di misericordia, per diventare noi pure strumenti di misericordia. Proseguiamo questo nostro cammino, insieme.

Ci accompagni la Madonna, anche lei era vicino alla croce, lei ci ha partorito lì come tenera Madre della Chiesa che tutti desidera raccogliere sotto il suo manto.

Ella sotto la croce ha visto il buon ladrone ricevere il perdono e ha preso il discepolo di Gesù come suo figlio. È la Madre di misericordia, a cui ci affidiamo: ogni nostra situazione, ogni nostra preghiera, rivolta ai suoi occhi misericordiosi, non resterà senza risposta.

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