«Santo piacere. Dio è contento quando godo» è un monologo teatrale di Giovanni Scifoni dedicato al rapporto tra sesso e amore, tra corpo e anima, tra desiderio umano e fede religiosa. Lo spettacolo affronta questi temi attraverso comicità, riflessione, mimica, musica, danza e un diretto coinvolgimento del pubblico.
Scifoni prova a porre fine all’eterno conflitto tra Fede e Godimento e a fare luce su una verità definitiva e catartica, dove l’anima possa ruzzolarsi sovrana nel sesso e il corpo finalmente abbracciare l’amore più puro, in grazia di Dio. Il tema non viene presentato come una contrapposizione rigida tra bigotti e libertini, ma come una ricerca di equilibrio tra spirito e corpo, desiderio e responsabilità, piacere e amore.
Il tema dello spettacolo
Non c’è sesso senza amore è solo il riff di una canzone o una verità assoluta? Come la mettiamo con il VI Comandamento? Tutti dobbiamo fare i conti con la nostra carne e troppo spesso i conti non tornano.
Anima e corpo sono in guerra da sempre, alla ricerca di una agognata indipendenza. Come in tutte le guerre, nel tempo mutano le strategie e i rapporti di forza. Ma noi, credenti, bigotti o atei incalliti, continuiamo ad inciampare nelle nostre mutande, tra dubbi e desideri.
Lo spettacolo racconta del rapporto tra sesso e amore, tra dubbi e desideri che la nostra educazione, ma anche la nostra religione, ci trasmettono. Cercare di conoscere quale sia la migliore soluzione, non sempre ci lascia liberi di riflettere e sapere a cosa si va incontro, non sempre aiuta nella scelta.
La difficoltà delle scelte mette sempre in contrasto la Fede e il Godimento, e Scifoni prova a riportare l’anima verso il corpo, facendola abbracciare all’amore puro, poiché in questo modo sarebbero in grazia di Dio.
Un confronto tra fede, desiderio e libertà
Il confronto è continuo, come lo sono i quadri e le persone messe a confronto, mentre lo stesso attore si spoglia, lentamente, come a liberarsi di pregiudizi e luoghi comuni.
Lo spettacolo naturalmente non dà risposte univoche ma parte da una premessa: il piacere è santo perché l’ha creato Dio. E solleva una domanda cruciale: cosa sei disposto a fare del tuo desiderio sessuale? Una schiavitù o una liberazione che ti fa sentire in pienezza e in armonia con te stesso?
La profondità dei sessi. Per il quale va superata l’obsoleta e fuorviante dicotomia fra bigotti e libertini, fra carne senza cielo, quindi assoggettata a bassi e umilianti istinti, e mistica senza carne, pertanto astratta e priva di vita vera.
«La vera adesione - ribadisce Scifoni - è la mistica della carne, una perfetta fusione fra spirito e corpo. Anche in teatro il pubblico non applaude lo spirito dell’attore ma la sua carne, quando ovviamente questa non è scollata e risponde pienamente all’idea, allo spirito che anima e guida l’interprete».
La struttura del monologo
In effetti sono novanta minuti di un “one man show” sapientemente amalgamato in cui diversi registri confluiscono e si alternano con un ritmo perfetto.
Comicità esilarante, mimica versatile, sensibilità lirica, intime condivisioni e storiche escursioni, tutto contribuisce a rendere l’eclettico monologo mai banale, a tratti commovente, sempre affascinante.
Sotto la regia scintillante e visionaria di Vincenzo Incenzo sequestra così per un’ora il mezzo il pubblico e lo pone al centro di un esperimento unico e irresistibile, avventurandosi tra vizi, ragioni e sentimenti della fauna umana.
Il protagonista oscilla come un esilarante pendolo tra gli estremi del sesso e della Fede, in metamorfosi continua tra i suoi personaggi, il morigerato Don Mauro schiavo di un catechismo improbabile, e l’illuminato Rashid, pizzettaio musulmano modernista.
Personaggi e metamorfosi
In un flusso di coscienza tempestoso e irresistibile, alto e comico al contempo, Scifoni fa rimbalzare Papi e martiri, santi e filosofi, scimmioni primitivi e cardinali futuribili, anni ’80 e Medioevo.
L’uomo è visto, all’inizio dello stesso, come il primate, infatti appare sotto forma di scimmia, a sottolineare il primordiale senso di ricerca all’accoppiamento.
All’inizio del genere umano, prima dell’avvento della religione, era un fattore naturale, che serviva a procreare e a dare piacere. La mente umana, nei secoli, ha modificato questa sensazione, portandola a confrontarsi con la più attenta analisi di un comportamento dettato dalla coabitazione tra molti simili e con le limitazioni della religione.
Scifoni fa rimbalzare Papi e martiri, santi e filosofi, scimmioni primitivi e cardinali futuribili, anni ’80 e Medioevo, dribblando continuamente la tentazione di un meraviglioso e furastico corpo femminile che incombe sulla scena a intervalli regolari per saggiare l’effettiva disintossicazione da sesso del pubblico.
Il rapporto con il pubblico
Chiacchierandone insieme al pubblico, perché è questo l’approccio dello spettacolo, appare semplice comprendere che, il godimento è schiavo di una percezione religiosa che esula dalla volontà divina, o no?
Non manca il coinvolgimento del pubblico a volte preso elegantemente di mira, altre chiamato in causa per alzata di mano ad auto-classificarsi in una delle categorie fra atei, agnostici o credenti.
Di certo il tema è trasversale, accattivante e trattato da Scifoni senza falso pudore ma con molto ardore e soprattutto con l’intento dichiarato di fare un’incursione nella coscienza collettiva oltre i comodi cliché.
«Quando si parla di sesso - dichiara l’attore classe 1976 - a tutti interessa solo sapere che squadra tifi, da che parte stai, ci fermiamo alla pelle senza andare in profondità, senza guardare nel pozzo».
La figura femminile e la danza
Sulla scena, ad intervalli, appare anche la figura femminile, interpretata da una brava danzatrice, Anissa Bertacchini.
Nel suo abito bianco, con i capelli biondi che le incorniciano il viso, è una visione sempre più vicina a quella angelica: sarà lei la meta divina? Sembra chiedersi e chiedere l’attore in scena.
Intanto lui la rincorre, la corteggia, la cerca, la desidera e la vuole. Il corpo femminile diventa così una presenza scenica ricorrente, capace di mettere alla prova il protagonista e il pubblico, ma anche di rappresentare il desiderio, l’attrazione e la possibilità di un incontro.
Scenografia e simboli visivi
Scenografia scarsa, ma adeguata alla praticità e all’argomento, dove troneggia un letto matrimoniale al centro e alla cui destra appare la cultura, la scienza, con una montagna di libri, mentre alla sinistra un crocifisso per rammentare, in ogni momento, la fede religiosa.
Il letto matrimoniale richiama la dimensione dell’intimità e della relazione, mentre i libri rappresentano la cultura e la scienza. Il crocifisso mantiene costante il riferimento alla fede e al confronto con la tradizione religiosa.
Dalla comicità alla commozione
Dovrebbe essere uno spettacolo molto ilare, divertente, che però, in moltissimi quadri, soprattutto iniziali, fa solo sorridere.
Non si vedono quei momenti davvero intensi di comicità e ironia che un testo del genere dovrebbe far emergere. Spesso l’attore stesso sembra incatenato nel suo personaggio, tanto da perdere i ritmi.
Non uno spettacolo particolarmente esilarante, ma la visione di un racconto che potrebbe far passare una serata serena.
Godimento degli occhi, grazie anche ai personaggi sulla scena, ma avremmo voluto sentire e vedere molta più ironia e un testo più appropriato all’argomento che si presta, sicuramente, a una interpretazione più ricca.
Il finale: il momento più intenso
L’esplosione più bella, sicuramente perché commovente, è quella finale, dove ci si avvicina alla vicenda tra uomo e donna, anche per la parte personale, ricca di affetti e ricordi che trasforma il quadro finale in una visione del vissuto di ognuno di noi.
Questa è la parte, infatti, più sentita e partecipata anche dal pubblico.
Liberandosi di pregiudizi, luoghi comuni e vestiti, Scifoni ci trascina seminudo a riva con l’ultimo sorprendente quadro, che sembra mettere finalmente d’accordo Piacere e Santità: un ballo lento degli affetti e dei ricordi che ci farà uscire, dopo tante risate, con le lacrime della commozione.
Lo aiutano l’esempio dei suoi genitori che ancora oggi, come emblematicamente inscenato nel finale dello spettacolo, danzano insieme con amore «nella gioia e nel dolore».
Le origini dell’idea
L’epifania che ha portato alla genesi dello spettacolo, svela Giovanni Scifoni, è stata l’illuminante lettura del saggio del filosofo e insegnante Fabrice Hadjadj, Mistica della carne.
Parola non di un teologo, né di un mistico, ma di un giullare, un attore-narratore che da anni ormai, dai tempi di Guai a voi ricchi, incuriosisce le platee rendendo divulgativi, ma mai volgarizzando, tematiche prettamente cristiane attraverso percorsi artistici che attingono anche con leggerezza, ma sempre con incisività, a sacre scritture, letteratura e cultura alta e bassa.
Lui è Giovanni Scifoni che stavolta ha volutamente provato a smantellare equivoci e veli di ignoranza su un argomento erroneamente considerato tabù dai detrattori del cattolicesimo: il sesso.
Il VI Comandamento e l’idea dell’amore
Inevitabile un riferimento al VI Comandamento: «Non esistono atti impuri - si infervora l’affabulatore - Dio ci invita ad amare e a moltiplicare questo amore. È l’adulterio che va evitato perché è sesso vissuto lontano dal dono dell’amore».
La riflessione dello spettacolo non si limita quindi alla proibizione, ma si concentra sul significato del desiderio e sul modo in cui esso può essere vissuto. Il piacere viene inserito in una visione più ampia, nella quale l’amore rappresenta una dimensione decisiva della libertà e della responsabilità.
La serie «Il santo del giorno»
Giovanni Scifoni è famoso anche per la serie dei santi su Facebook. «Il santo del giorno è nato dall’allora direttore di Tv2000, Paolo Ruffini, che mi disse: racconta ogni giorno un santo».
«Ho cominciato a raccontare il santo davanti alla telecamera, ma era una noia infinita. Poi a un certo punto ho avuto un’idea: alle 4 di notte sono andato a svegliare mia moglie che dormiva, chiedendole che cosa ne pensasse di San Tommaso d’Aquino».
«Là ho capito il segreto: risvegliare i morti, coinvolgere la famiglia, utilizzo il santo come pretesto per raccontare l’uomo, le miserie e le bellezze dell’uomo, utilizzando il comico, la follia, i miei figli».
