Giovanni Evangelista “in silenzio”: significato dell’icona e figura dell’apostolo

Giovanni Evangelista “in silenzio” è una particolare raffigurazione dell’apostolo Giovanni Teologo, riconoscibile dal gesto di una o due dita portate sulle labbra. L’immagine allude alla contemplazione dei misteri divini, alla sapienza ineffabile ricevuta da Cristo e alla necessità del silenzio come via della preghiera.

La tradizione cristiana identifica Giovanni con l’autore del quarto Vangelo, di tre lettere e dell’Apocalisse, e lo presenta come il discepolo «che Gesù amava», l’apostolo più vicino a Cristo e l’unico dei Dodici presente ai piedi della Croce. Secondo antiche tradizioni cristiane Giovanni sarebbe morto in tarda età ad Efeso, ultimo sopravvissuto dei dodici apostoli.

L’icona di Giovanni Teologo “in silenzio”

La raffigurazione dell’apostolo Giovanni Teologo “in silenzio” si afferma nell’arte russa dalla seconda metà del XVI secolo. Dettaglio tipico è il gesto dell’apostolo, che pone uno o due dita sulle labbra, come invito al silenzio.

Si può ritenere che tale iconografia si basi sulle parole conclusive del Vangelo di Giovanni: “Molte altre cose fece Gesù, ma se si scrivesse di tutto in particolare, allora, penso, l’intero mondo non riuscirebbe a contenere i libri scritti” (Giov: XXI, 25).

Sulla base di questa e di alcune altre testimonianze evangeliche si è formata l’idea dell’apostolo Giovanni come mistico che contempla sacri misteri, degno di particolari rivelazioni da parte del Salvatore, partecipe della ineffabile divina sapienza, la quale non può essere rivelata ai non iniziati.

Ebbe una indubbia influenza sulla formazione di questo particolare tipo iconografico anche la tradizione ascetica dei monaci isicasti, secondo la quale si poteva raggiungere una reale divinizzazione, una partecipazione alla sapienza divina, solo attraverso la preghiera nel silenzio.

Il gesto dell’apostolo può quindi alludere non solo alla sua partecipazione alla sapienza divina, ma anche all’unica via possibile per raggiungerla.

Infine, alcuni studiosi attribuiscono la larga diffusione di questa iconografia nei secoli XVII-XVIII all’influenza della cultura dei vecchi credenti, i quali potevano vedere in queste immagini un invito a una segreta adesione alla fede dei padri.

Icona russa di Giovanni Teologo in silenzio

Le caratteristiche dell’iconografia

Le più antiche icone di Giovanni Teologo “in silenzio” giunte fino a noi, in generale, presentano l’apostolo privo di qualsiasi attributo e senza personaggi secondari, a differenza dell’icona della collezione dell’Accademia fiorentina.

Gli attributi in questa iconografia compaiono non prima del XVII secolo, probabilmente per influenza delle immagini più tradizionali dell’apostolo autore del Vangelo, che si trovano nelle miniature di più antichi manoscritti e sulle Porte Regali.

Giovanni è tradizionalmente raffigurato anche con l’aquila, il libro e il calice con serpente. Il titolo di “teologo”, caro in particolare alla tradizione orientale greca, deriva dal fatto che tra i quattro vangeli quello di Giovanni è caratterizzato da numerose speculazioni teologiche.

L’icona conservata a Palazzo Pitti

Un’icona di Giovanni Teologo “in silenzio” appartiene al Museo delle Icone Russe ed è conservata a Palazzo Pitti, in Piazza de’ Pitti 1, Firenze.

ElementoDati
Datazionepost 1725 - ante 1749
Ambito culturaleAmbito Moscovita
Altre attribuzioniAmbito Di Novgorod
Materia e tecnicaargento, smalto, tavola, pittura a tempera
SupportoTavola intera, senza listelli
Preparazionelevkas
Numero d’inventarioInv. 1890, 9322
Codice di catalogo nazionale0900654258

Non c'è incavo; non si rileva la presenza della tela prepparatoria; levkas.

L’icona di Giovanni Teologo, così come alcune altre icone della collezione della Galleria dell’Accademia stilisticamente vicine (inv 1890/9353-inv 1890/9361), si distinguono decisamente dal nucleo fondamentale di opere della collezione stessa.

Il gruppo è stato messo in evidenza già da Marcucci e correttamente datato al XVIII secolo. Si può riferire la specificità dello stile di queste opere alla personalità e alla maniera di un medesimo artista o anche di più artisti che abbiano guardato con particolare attenzione all’attività di un medesimo laboratorio.

Tuttavia non si può nemmeno escludere che in uno stesso centro artistico sia esistito un secondo laboratorio, simile al primo per stile, maniera pittorica, livello artistico.

Stile e influenze artistiche

Comunque nell’icona in esame si percepiscono più chiaramente (anche se in modi fortemente semplificati) le tradizioni del Palazzo dell’Armeria, risalenti al periodo tra XVI e XVII secolo, soprattutto per il volto, con la fronte prominente, gli zigomi larghi, modellato con morbide zone in ocra e con larghe pennellate.

D’altra parte, sono qui ben percepibili i nuovi influssi del gusto barocco, pervenuti attraverso l’imitazione dell’arte in voga nella capitale, che nella prima metà del XVIII secolo era fortemente influenzata dalla pittura europea.

Tali influssi si manifestano soprattutto nelle grandi proporzioni della figura, che si inserisce a stento nel riquadro centrale, nella pesantezza e esagerazione plastica delle forme, e anche nel disegno dinamico di un gran numero di pieghe negli abiti, tratteggiate in biacca in modo convenzionale.

Sul libro dell’icona è riportato l’incipit del Vangelo di Giovanni in caratteri cirillici, a pennello, in russo:

IN PRINCIPIO ERA IL VERBO, E IL VERBO ERA PRESSO DIO E IL VERBO ERA DIO EGLI ERA IN PRINCIPIO PRESSO DIO: TUTTO È STATO FATTO PER MEZZO DI LUI, E SENZA DI LUI NIENTE È STATO FATTO DI TUTTO CIÒ CHE ESISTE. IN LUI ERA LA VITA E LA VITA ERA LA LUCE DEGLI UOMINI

Giovanni, il discepolo che Gesù amava

“Il discepolo che Gesù amava”: semplicemente così, nel suo Vangelo, si autodefinisce Giovanni e ha ragione a vederla in questo modo, perché è lui a rivestire uno dei ruoli più importanti nella storia della salvezza, oltre, ovviamente, a Maria, che Gesù gli affida espressamente in punto di morte con quell’“ecco tuo figlio” ed “ecco tua madre”.

Da allora in poi Giovanni prende Maria con sé come “la cosa più cara” e il punto di unione tra i due è proprio la purezza, la vita verginale che entrambi conducono.

La tradizione cristiana lo identifica con l’autore del quarto vangelo e per questo gli viene attribuito anche l’epiteto di evangelista.

San Giovanni Evangelista, in ebraico יוחנן, Yehohanàn, letteralmente “YH fece grazia”, traslitterato in greco Ιωάννης Ioànnes e in latino Ioànnes (Betsaida, I secolo; † Efeso, 104 ca.), è un personaggio del Nuovo Testamento, evangelista e apostolo ebreo di Gesù.

Origini e famiglia

È originario della Galilea, in una zona sul lago di Tiberiade e infatti viene da una famiglia di pescatori. Suo padre è Zebedeo e sua madre Salomè; il fratello Giacomo, detto il Maggiore, sarà anche lui un apostolo.

Giovanni, originario di Betsaida, era figlio di Zebedeo agiato capo di pescatori, e fratello dell’apostolo Giacomo. Fu tra i primi chiamati all’apostolato da Gesù (Matteo, IV, 21) e tra i preferiti di lui, come fu più tardi tra le “colonne” della chiesa di Gerusalemme a testimonianza di S. Paolo (Galati, II, 9).

La famiglia era dedita alla pesca. Il padre aveva dei garzoni (Mc ) e i suoi figli sono detti soci di Simon Pietro (Lc ), ed è possibile che la famiglia facesse parte di una sorta di cooperativa di pescatori.

Il fatto che nelle liste stereotipate degli apostoli nei sinottici (ma non negli Atti) Giovanni segua Giacomo, o che quest’ultimo venga spesso indicato come “figlio di Zebedeo”, mentre Giovanni sia indicato come suo fratello, può lasciare concludere che Giacomo fosse il fratello maggiore.

Questo potrebbe spiegare come mai l’ “altro discepolo” presente al processo di Gesù, tradizionalmente identificato con Giovanni, fosse conosciuto “al sommo sacerdote” (Gv ), o meglio ai domestici del suo palazzo che lo fecero entrare: è verosimile che la sua famiglia gestisse un commercio ittico e in quanto tale è possibile che godesse di tale conoscenza.

La chiamata e la vicinanza a Gesù

È sempre nominato da Gesù ed è nella cerchia dei ristrettissimi che lo accompagnano nelle occasioni più importanti, come quando viene resuscitata la figlia di Giairo, nella Trasfigurazione sul Monte Tabor e durante l’agonia nel Getsemani.

Anche nel corso dell’Ultima Cena siede in un posto d’onore, alla sua destra, e gli poggia il capo sulla spalla con un gesto d’affetto: è proprio in quel momento che lo Spirito Santo gli infonde la sapienza del racconto evangelico che scriverà in vecchiaia.

Il quarto vangelo non nomina mai l’apostolo Giovanni. Di contro è presente in esso un personaggio assente negli altri testi neotestamentari, il “discepolo che Gesù amava” (Gv ).

La tradizione cristiana ha identificato con sicurezza questo anonimo discepolo, indicato anche genericamente come “l’altro discepolo” (Gv ), con lo stesso Giovanni.

In caso contrario sarebbe totalmente assente nel quarto vangelo un personaggio che è descritto come di primo piano negli altri tre vangeli e negli Atti degli apostoli.

Quel discepolo è infatti tra i primi seguaci di Gesù, insieme con gli altri compaesani di Betsaida, Pietro e Andrea: ha anch’egli un fratello (Giov., I, 41), mentre due sole sono le coppie di fratelli nel numero dei dodici; all’ultima cena ha una posizione d’onore, poiché si trova al fianco sinistro di Gesù, sul triclinio, in modo da posare, chinandosi, il capo su di lui.

Pietro prega lui di chiedere a Gesù il nome del traditore (XIII, 23-36). È ancora lui “noto al pontefice”, che introduce Pietro nell’atrio del palazzo di Caifa (XVIII, 14).

Giovanni nella passione e nella risurrezione

È l’unico a stare ai piedi della Croce assieme a Maria e con lei trascorre in attesa i tre giorni precedenti alla Resurrezione.

Si trova fra le donne e con la madre di Gesù sul Calvario, e a lui Gesù affida la madre sua, che rimaneva sola (XIX, 25-27).

È ancora il primo ad arrivare al sepolcro vuoto dopo l’annuncio di Maria Maddalena, ma lascerà entrare Pietro perché ha rispetto dell’anzianità.

All’annuncio del sepolcro di Gesù trovato vuoto dalle pie donne, corre con Pietro al sepolcro (XX, 1-10).

Giovanni come apostolo e “colonna” della Chiesa

Sebbene non sia chiamato mai direttamente “apostolo” (traslitterazione del greco ἀπόστολος “inviato”), Giovanni è presente in tutti e quattro gli elenchi apostolici del Nuovo Testamento (Mt ; Mc ; Lc ; At ).

In un solo passo del Nuovo Testamento (Gal ) Paolo chiama Giovanni, assieme a Pietro e Giacomo (non suo fratello), “Colonna” della Chiesa, per sottolinearne l’importante ruolo rivestito nella comunità di Gerusalemme.

Nei primi capitoli degli Atti degli apostoli lo troviamo accanto a Pietro in occasione della guarigione dello storpio al Tempio di Gerusalemme e poi nel discorso al Sinedrio.

In un rapido passaggio della Lettera ai Galati (2, 9) Paolo lo associa ancora una volta a Pietro e a Giacomo, le «colonne della Chiesa».

Pertanto, nel 49, anno dell’incontro di Paolo con gli apostoli, Giovanni si trovava ancora a Gerusalemme.

La vita a Efeso e il rapporto con Policarpo

Dopo questa data, certamente si trasferì a Efeso: Eusebio di Cesarea, autore nel IV secolo di una Storia ecclesiastica, colloca il fatto nel 67, allo scoppio della guerra giudaica (Hist. eccl. III, 23, 4).

In quell’anno Pietro era già morto. Da allora, per più di trent’anni Giovanni resterà, fra gli apostoli, l’unico testimone oculare della vita terrena del Signore.

Questo fatto deve aver creato intorno a lui una particolare venerazione, da cui forse nacque tra i cristiani la diceria che l’apostolo non sarebbe morto fino al ritorno di Gesù nella gloria.

Poi si trasferirà con Maria a Efeso, da dove si occuperà dell’evangelizzazione dell’Asia Minore.

In quegli anni Giovanni incontra Policarpo, che sarà da lui ordinato vescovo di Smirne. Ireneo, vescovo di Lione nato in Asia Minore intorno al 130, aveva a sua volta conosciuto Policarpo.

Proprio lui ci ha serbato il vivo ricordo e l’emozione di aver potuto vedere l’amico dell’apostolo prediletto.

Nella lettera allo gnostico Filone, che era stato suo compagno in gioventù, Ireneo scrive: «Quando ancora ero ragazzo, io ti ho visto in Asia, accanto a Policarpo [. ]. Ti potrei indicare ancora oggi il luogo nel quale Policarpo sedeva allorché parlava [. ], i discorsi che teneva al popolo, quello che raccontava della sua dimestichezza con Giovanni e con le altre persone che avevano visto il Signore, il racconto che egli faceva della loro vita, e ancora ciò che aveva udito da loro intorno al Signore, i suoi miracoli e la sua dottrina» (citato da Eusebio in Hist. eccl. V, 20, 4).

Pure nativo d’Oriente è Ireneo, vescovo di Lione, le cui affermazioni hanno una speciale importanza perché se ne può indicare una delle fonti, cioè Policarpo, discepolo di Giovanni l’apostolo.

In una lettera a un suo amico d’infanzia, Florino, egli scrive: “Perché io t’ho veduto, quand’ero giovinetto (παῖς), nell’Asia inferiore, presso Policarpo. Io mi ricordo meglio, infatti, di quei tempi che degli avvenimenti recenti. Perché ciò che s’apprende nella prima età cresce con l’anima e forma una sola cosa con essa: di modo che io posso dire in qual luogo il beato Policarpo sedeva a parlare, come entrava e usciva, e quali il carattere della sua vita, il suo aspetto fisico, i discorsi che faceva alla folla; come egli parlava delle sue relazioni con Giovanni e gli altri discepoli che avevano veduto il Signore, come ricordava le loro parole e le cose che egli da loro aveva udite raccontare sul Signore, sui miracoli come sul suo insegnamento: come Policarpo aveva ricevuto tutto questo dai testimoni oculari del Verbo di vita e lo ripeteva in conformità con le Scritture” (Eusebio, Hist. Eccl., V, 20, 5-6).

Che Policarpo parlasse dell’autore del IV Vangelo, è dimostrato dagli accenni al “Verbo di vita” di cui parla il IV Vangelo in proprio.

Il Vangelo di Giovanni

“Il fiore dei Vangeli”

Così viene chiamato il Vangelo scritto da Giovanni, noto anche come “Vangelo spirituale” o Vangelo del Logos, grazie alla raffinatezza del linguaggio teologico e al conio del termine polisemico “logos” per indicare Gesù con i significati di “parola”, “dialogo”, “progetto”, “verbo”.

Nel suo Vangelo, inoltre, ricorre 98 volte la parola “credere”, perché è così che si raggiunge il cuore di Gesù, credendo nella libertà e accogliendo la grazia come il discepolo prediletto di Cristo ci mostra.

Il suo è anche un Vangelo altamente mariano, non tanto per la quantità dei riferimenti alla Vergine, quanto per la speciale grazia di Colei che più di tutti conosce il Figlio e che rende il Mistero di Cristo.

Eppure Maria nel racconto di Giovanni appare solo due volte: alle nozze di Cana e sul Calvario.

Di particolare importanza proprio il racconto delle nozze di Cana, che costituisce anche il primo incontro di Gesù con Giovanni.

Ma la chiamata di Giovanni - che assieme ad Andrea era già seguace di Giovanni il Battista - avviene probabilmente a Betania, presso il fiume Giordano.

Quando arriva Gesù, il Battista lo saluta come “l’Agnello di Dio”. Giovanni resta talmente colpito da questo incontro da ricordare perfino l’ora in cui è avvenuto (la decima, circa le 16) e pertanto non potrà, dopo allora, non seguire Gesù.

Il prologo del quarto Vangelo

Questo è l’inimitabile incipit del Vangelo di Giovanni:

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me».

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

Umanità di Cristo e stile del Vangelo

Ma oltre all’alto valore teologico, il Vangelo di Giovanni differisce dai sinottici anche per le sottolineature sull’umanità di Cristo che emerge dai dettagli di alcuni racconti, come il sedersi stanco, le lacrime versate per Lazzaro o la sete manifestata sulla Croce.

Il IV Vangelo si presenta come opera di un discepolo diretto di Gesù, tra i primi chiamati alla sua sequela e ammesso all’intimità di lui.

Né lo scrittore è da paragonarsi agli autori di vangeli apocrifi, i quali mettono in evidenza la propria personalità o ostentano un nome conosciuto e venerato; l’evangelista invece si mantiene anonimo, insinuandosi solo con la frase “il discepolo diletto” (non “prediletto”, il che poteva esser forse poco riguardoso per gli altri discepoli).

L’autore è palestinese, non un greco dell’Asia. Un forestiero, per quanto si supponga aver dimorato lungamente in terra palestinese, difficilmente poteva acquistare una conoscenza e un interesse così spontaneo a particolarità tanto minute di geografia e di costumi.

Anche lo stile è ebraico più che non greco: vi si nota un frequente parallelismo simmetrico proprio della poesia ebraica; difetta l’uso sapiente delle particelle del discorso e del periodare di un pensatore e di uno studioso greco.

I concetti sono ordinariamente giustapposti, senza che ne sia indicata la relazione che pure esiste: cosicché una delle maggiori difficoltà dell’esegesi del IV Vangelo è cogliere i nessi, che s’intravedono ma non sono espressi.

Le lettere e l’Apocalisse

Giovanni scrive anche tre lettere e l’Apocalisse, l’unico libro profetico del Nuovo Testamento.

Esso conclude le Scritture e già dal suo nome - che significa “rivelazione” - indica il concreto messaggio di speranza che porta in sé, mettendo in un certo qual modo un punto fermo al dialogo di Dio con l’uomo: d’ora in poi sarà la Chiesa a parlare, a leggere l’azione di Dio all’interno della Storia, fino al suo ritorno sulla Terra alla fine dei tempi.

In questo senso l’Apocalisse è anche una “profezia”.

Quanto alle tre Lettere, o Epistole, di Giovanni, scritte probabilmente a Efeso, sono lettere sull’amore e sulla fede che mirano a difendere alcune fondamentali Verità spirituali contro l’attacco delle dottrine gnostiche.

Secondo la tradizione, l’autore dell’Apocalisse si identifica col nome di Giovanni e si dice residente nell’isola di Patmos. La successiva tradizione cristiana, a partire da inizio II secolo, lo ha identificato con certezza con l’apostolo ed evangelista.

La persecuzione di Domiziano

Sono ancora Ireneo ed Eusebio a dare notizie sugli ultimi anni della vita di Giovanni.

Eusebio non fa menzione del suo viaggio a Roma, ma afferma che al tempo di Domiziano «l’apostolo ed evangelista Giovanni era ancora in vita. A causa della sua testimonianza al Verbo di Dio fu condannato ad abitare nell’isola di Patmos» (Hist. eccl. III, 17).

Siamo all’incirca nel 95. La venuta di Giovanni a Roma, il processo e la condanna che vi subì potrebbero essere di poco anteriori.

La permanenza di Giovanni a Efeso, dove scrive il Vangelo (secondo quanto afferma ancora Ireneo), è interrotta, come le stesse fonti antiche ci dicono, dalla persecuzione subita sotto Domiziano (imperatore dall’81 al 96), probabilmente verso l’anno 95.

Domiziano negli ultimi anni del suo impero, conosciuta la fama dell’apostolo, lo convocò a Roma e - qui si innesta la tradizione - dopo averlo fatto rasare i capelli in segno di scherno, lo fece immergere in una caldaia di olio bollente davanti alla porta Latina; ma Giovanni ne uscì incolume.

Giovanni martire a Roma: tradizione e testimonianze

È pur vero che molti studiosi sono propensi a relegare la vicenda nel novero delle leggende, ma la tradizione che vuole a Roma «il discepolo che Gesù amava» non è una tarda notizia medievale.

La Chiesa fondata sul sangue di Pietro e Paolo ha per secoli serbato memoria di questo singolare avvenimento: ai due apostoli che diedero testimonianza al Signore nella città capitale dell’impero, i cristiani di Roma avevano presto associato il nome di Giovanni.

La domanda storica riguarda quindi non soltanto la possibilità del viaggio a Roma, ma anche il significato da attribuire al termine “martire” e alla tradizione della caldaia di olio bollente.

La testimonianza di Tertulliano

La più antica testimonianza del fatto ci proviene da Tertulliano, l’apologista vissuto in Africa tra il II e il III secolo.

In un famoso passaggio del De praescriptione haereticorum, composto intorno al 200, per dimostrare l’autorità e la preminenza della Tradizione apostolica rispetto alle dottrine degli eretici, Tertulliano accenna al primato che, in questo campo, ha la Chiesa di Roma:

«Se poi vai in Italia, trovi Roma, da dove possiamo attingere anche noi l’autorità degli apostoli. Quanto è felice quella Chiesa, alla quale gli apostoli profusero tutta intera la dottrina insieme con il loro sangue, dove Pietro è configurato al Signore nella passione, dove Paolo è incoronato della stessa morte di Giovanni il Battista, dove l’apostolo Giovanni, immerso senza patirne offesa in olio bollente, è condannato all’esilio in un’isola» (De praescr. 36).

Il contesto crea l’impressione che la notizia fosse di comune dominio nell’ambito della comunità cristiana di Roma.

Sarebbe strano che Tertulliano avesse associato due eventi assolutamente certi come il martirio di Pietro e Paolo a Roma con una notizia poco documentata.

La testimonianza di Girolamo

Un’altra preziosa testimonianza, che risale alla fine del IV secolo, ci deriva da Girolamo: preziosa perché si tratta di un autore ben allenato alla critica storica e al discernimento delle fonti.

Nel suo commento al Vangelo di Matteo, e precisamente al passo in cui Gesù preannunzia a Giacomo e Giovanni che anch’essi avrebbero bevuto con lui il calice della passione (Mt 20, 22), a proposito del prediletto, Girolamo osserva che «Giovanni terminò la sua propria vita con una morte naturale.

Ma se si leggono le storie ecclesiastiche apprendiamo che anch’egli fu messo, a causa della sua testimonianza, in una caldaia d’olio bollente, da cui uscì, quale atleta, per ricevere la corona di Cristo, e subito dopo venne relegato nell’isola di Patmos.

Vedremo allora che non gli mancò il coraggio del martirio e che egli bevve il calice della testimonianza, uguale a quello che bevvero i tre fanciulli nella fornace di fuoco, anche se il persecutore non fece effondere il suo sangue» (Comm. in Ev. secundum Matthaeum).

L’allusione di Giovenale

Alle antiche fonti cristiane sul martirio di Giovanni a Roma si può ora aggiungere con buona attendibilità (grazie a uno studio di Ilaria Ramelli) anche l’allusione del pagano Giovenale (inizi del II secolo), che, nella IV Satira, critica Domiziano raccontando l’episodio della convocazione del Senato per decidere che fare di un enorme pesce, venuto da lontano e portato all’imperatore, che viene destinato a essere cotto in una profonda padella.

Il significato di “martire”

Anche Policrate, vescovo di Efeso alla fine del II secolo, in una lettera indirizzata a papa Vittore intorno al 190, enumera «le grandi stelle che riposano in Asia», tra cui occupa un posto eminente quel Giovanni che «riposò sul petto del Signore, fu sacerdote, e ne portava l’insegna, fu anche martire e maestro [mártuw kaì didáskalow]; questi riposa in Efeso» (citato da Eusebio in Hist. eccl. V, 24, 2-6).

Se quest’espressione debba essere intesa nel senso che Giovanni subì il martirio, pur non trovandovi la morte, o solo che fu per eccellenza testimone del Signore, non è possibile dire.

La parola marturía, nel greco cristiano, può significare entrambe le cose.

Lo stesso può dirsi del passo dell’Apocalisse in cui Giovanni afferma di essere stato confinato a Patmos «a causa della parola di Dio e della testimonianza [marturía] resa a Gesù» (Ap 1, 9), benché il senso generale dell’espressione lasci pensare ad un contesto di persecuzione.

La moderna critica testuale preferisce parlare di scritti redatti all’interno di una “scuola giovannea”.

L’esilio a Patmos

A Patmos Giovanni redige l’Apocalisse.

Eusebio ci dice che da Domiziano Giovanni «venne condannato al confino nell’isola di Patmos a causa della testimonianza resa al Verbo divino» (Storia ecclesiastica, III, 18, 1), e riprende questa notizia dalle parole dello stesso Giovanni nell’Apocalisse, dove l’apostolo dice di se stesso di essere deportato «a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù» (Ap 1, 9).

Lì, in quell’isola delle Sporadi a circa settanta chilometri da Efeso, Giovanni scrive l’Apocalisse.

Con la morte di Domiziano nel 96 e la revoca del suo esilio, l’apostolo torna ad Efeso, come ancora una volta conferma Eusebio: «A quel tempo era ancora in vita, in Asia, colui che Gesù amava, Giovanni apostolo ed evangelista, che governava quelle Chiese dopo il suo esilio nell’isola di Patmos, in seguito alla morte di Domiziano» (Hist. eccl. III, 23).

Isola di Patmos e grotta dell’Apocalisse

Il ritorno a Efeso e la morte

Qui compose il quarto Vangelo, dietro insistente richiesta dei cristiani della sua comunità.

«Giovanni, il discepolo del Signore» spiega Ireneo «quello che riposò sul suo petto, pubblicò anch’egli il Vangelo, mentre dimorava ad Efeso, in Asia» (Adv. Haer. 3, 3, 4).

Infine, sempre secondo Ireneo, morì durante il regno di Traiano: «La Chiesa di Efeso, fondata da Paolo e dove visse Giovanni fino ai tempi di Traiano, è testimone verace della Tradizione degli apostoli» (Adv. haer. 3, 1, 1).

Dopo la morte di Domiziano nel 96, sale al trono l’imperatore Nerva tollerante verso i cristiani e l’apostolo torna a Efeso, come testimonia ancora Eusebio: «In quei tempi Giovanni, il prediletto di Gesù, insieme apostolo ed evangelista, era ancora in vita in Asia, dove, ritornato dall’esilio nell’isola per la morte di Domiziano, dirigeva le Chiese di quella regione» (Storia ecclesiastica, III, 23, 1).

A Efeso Giovanni muore forse nel 104, e lì viene sepolto.

La tradizione cristiana lo presenta come il più longevo dei Dodici. Sembra anche che dovrà subire la persecuzione di Domiziano ed essere esiliato nell’isola di Patmos, dalla quale, con l’avvento di Nerva, tornerà a Efeso per finire qui i suoi giorni da ultracentenario, intorno al 104.

La tomba e la basilica di Efeso

Intorno al 190 Policrate, vescovo di Efeso, in una lettera indirizzata a papa Vittore dice: «Anche Giovanni, colui che si abbandonò sul petto del Signore, che fu sacerdote e portò l’insegna, martire [qui forse nel senso di testimone] e maestro, giace a Efeso» (il brano è citato in Eusebio, Storia ecclesiastica, V, 24, 2).

La sua tomba, tuttora visibile, si trova in una camera funeraria sotterranea sulla collina di Ayasuluk, a un chilometro e mezzo dall’antica Efeso.

Agli inizi del IV secolo vi fu costruito sopra un martyrion quadrangolare di circa 20 x 19 metri, nominato nell’Itinerario di Egeria.

Attorno a esso fu costruita, circa un secolo dopo, una chiesa cruciforme, fatta demolire nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano che fece erigere al suo posto per i numerosi pellegrini una grandiosa Basilica, intitolata all’apostolo, a tre navate, lunga 110 metri e larga circa la metà.

La tomba di Giovanni venne a trovarsi collocata nella cripta sotto l’altare.

Tutta la collina fu recintata da un muro per proteggere il santuario e le dipendenze.

Distrutta la Basilica da terremoti e saccheggi, le sue imponenti rovine, oggetto di varie ricerche archeologiche e restauri, sono state recentemente in parte rialzate.

San Giovanni in Oleo e la Porta Latina

Il tempietto di San Giovanni in Oleo ante portam Latinam ha oggi un aspetto rinascimentale.

Fu ricostruito su una precedente cappella nel 1509 dal cardinale Benedetto Adam e decorato con fregi nel 1658 dal Borromini.

Ma la pianta di questo singolare edificio rivela la sua indubbia antichità.

L’archeologo Guglielmo Matthiae, che lo ha studiato a lungo, ritiene che la sua attuale struttura possa risalire a un precedente impianto paleocristiano.

Infatti la forma ottagonale, «che ben conviene ad un martyrion», cioè ad un edificio costruito sul luogo di un martirio, ricorda molte costruzioni analoghe presenti nel territorio dell’impero romano, in special modo in Oriente.

«La posizione del tempietto sul margine di una via consolare» spiega Matthiae «non escluderebbe neppure, almeno in teoria, la possibilità di un mausoleo pagano anteriore alla cinta aureliana trasformato o adattato al nuovo uso».

Sembra infatti, come testimoniavano ritrovamenti archeologici visibili in epoca rinascimentale, che sul luogo del martirio di Giovanni esistesse un tempio in onore di Diana, l’Artemide dei greci che veniva venerata proprio a Efeso.

Anche Paolo aveva subito persecuzioni in quella città dai devoti della dea (At 19, 23-41).

«Se anzi» osserva ancora Matthiae «la tradizione di un martirio dell’evangelista a Roma risale ad alta antichità, il piccolo edificio potrebbe realmente appartenere al III secolo. [. ] D’altra parte, Roma non presenta per quel che ora ne sappiamo, altri sacelli ottagonali durante tutto il Medioevo, e nel Rinascimento non vi sarebbe stato motivo di creare proprio in quel punto un sostegno monumentale a una leggenda che poteva più agevolmente essere localizzata nella vicina ed antichissima basilica» (G. Matthiae, San Giovanni a Porta Latina e l’oratorio di San Giovanni in Oleo, Roma 1956).

Alla fine del V secolo, sotto il pontificato di papa Gelasio I, a poche decine di metri dal tempietto, sorgerà la Basilica di San Giovanni a porta Latina.

Tempietto San Giovanni in Oleo Porta Latina

Il culto romano di San Giovanni

Lo sviluppo del culto in onore dell’apostolo a Roma aveva ricevuto un grande impulso, in seguito al ritorno dei presbiteri romani da Efeso dopo il Concilio del 431.

Alla sua diffusione contribuì soprattutto il papa Ilaro (461-468), che al tempo del Latrocinium ephesinum del 449 si era salvato dal furore dell’eretico Dioscoro celandosi nella tomba di san Giovanni.

Ilaro eresse un oratorio nel Laterano in onore dell’apostolo, presso il Battistero.

Vi si conserva all’esterno l’iscrizione: «Liberatori suo beato Iohanni Evangelistae, Hilarus episcopus famulus XPI» («Al suo liberatore, il beato Giovanni evangelista, il vescovo Ilaro, servo di Cristo»).

Pietro si era rifugiato all’ombra di Giovanni: sarà così che la Basilica lateranense, l’abitazione dei papi fino a tutto il Medioevo, assumerà, oltre al titolo del Santissimo Salvatore conferitole da Costantino, anche quello di Giovanni evangelista.

Il santuario principale tradizionalmente associato all’apostolo è la Basilica di San Giovanni in Laterano, a Roma.

La festa romana del 6 maggio

Nel frattempo, mentre si sviluppava questa devozione romana, il ricordo del martirio di san Giovanni a Roma veniva già celebrato nella liturgia.

L’inno di sant’Ambrogio in onore del discepolo che Gesù amava risale alla fine del IV secolo: «Vinctus tamen ab impiis / calente olivo dicitur / tersisse mundi pulverem / stetisse victor aemuli» («Legato poi dagli empi / si narra che in olio bollente / lavò la polvere del mondo / e si levò vittorioso del nemico»).

E così, alla sede di Pietro continuò a legarsi anche il nome di Giovanni: il Sacramentario Gregoriano (composto tra il 625 e il 638) menziona una messa in ricordo del martirio dell’apostolo prediletto («pridie nonas maias - Natale sancti Iohannis ante portam Latinam») e da allora la festa “romana” dell’apostolo è collocata tradizionalmente il 6 maggio.

Anche gli Acta Iohannis (V-VI secolo) nel far menzione dell’episodio sottolineano il legame stretto tra i due apostoli: «Come Giovanni e Pietro erano stati compagni nei prodigi e nelle meraviglie, così dovevano avere a Roma un ricordo del loro trionfo.

La porta Vaticana è ritenuta segno di trionfo ed è insigne per la croce di Pietro, così anche la porta Latina è insigne e memorabile per la caldaia di Giovanni».

Le tradizioni sulla vecchiaia dell’apostolo

Attorno alla vecchiaia dell’apostolo si andò cioè raccogliendo un ciclo di tradizioni le quali, degne di lui per il contenuto, tanto più devono essere conservate, in quanto nel IV Vangelo sorprendiamo l’idea, sorta fra i fedeli nel lentissimo declinare della sua vita, che egli dovesse sfuggire alla morte.

Infine diviene sì vecchio che si divulga la voce avergli Gesù permesso di rimanere in vita sino al ritorno glorioso di Gesù stesso, voce che l’ultimo capitolo del Vangelo ha cura di correggere e spiegare (XXI, 20-25).

Uno narra che Giovanni, ormai vecchissimo e portato a braccia alle sinassi cristiane, soleva ripetere la sola frase: “Figliuoli, amatevi gli uni gli altri”, e che a quelli che si lamentavano di questa monotonia di parole rispondeva: “Se questo solo si compia, basta”.

Un altro è relativo all’eretico Cerinto: avendolo incontrato casualmente al bagno, G. fuggì per timore che i bagni cadessero (Ireneo, Haer., III, 3, 4; cfr. II Giov., 10-11: nec Ave ei dixeritis).

Infine si narrava d’un giovane convertito dall’apostolo a Cristo, divenuto quindi brigante e raggiunto dal vecchio G. tra i monti dove si riparava, e di nuovo per mezzo di lui tornato a saggezza (Clemente Aless., Quis dives salvetur, XLII).

La questione della morte prima dell’anno 70

E. Schwartz espose per primo l’idea, accolta poi da J. Réville, W. Bousset, A. Loisy, A. Jülicher, che G. morisse in Giudea, a epoca imprecisata, ma avanti l’anno 70.

Fondamenti precipui di quella tesi sono: 1. il testo di Marco, X, 39, secondo il quale Gesù aveva predetto che i due apostoli figli di Zebedeo avrebbero bevuto il calice ch’egli stesso berrebbe, e sarebbero battezzati del battesimo di cui egli sarebbe battezzato; 2. la testimonianza di Papia (verso il 130), quale ci è riferita nel sec. IX da Giorgio Monaco (v.).

Ma la frase di Gesù in Marco è troppo generica per esigere un martirio di sangue per ambedue i fratelli.

Il “calice” è simbolo anche di dolore e angoscia: le sofferenze dell’esilio di Patmo, se non si accetti la tradizione di Tertulliano del bagno nell’olio bollente, potevano esserne sufficiente avveramento.

Se G. fosse già morto al tempo in cui Marco scriveva il proprio Vangelo, rimarrebbe incomprensibile il silenzio degli Atti, i quali pure narrano il martirio di Giacomo fratello di lui.

La testimonianza di Papia non è conservata letteralmente, ed è priva del proprio contesto: è probabile che il testo originario parlasse di Giovanni Battista, dato che nel martirologio di Cartagine, la cui redazione finale è di poco posteriore al 505, sono uniti in una stessa frase Giacomo e il Battista per la ragione che entrambi furono uccisi dai Giudei.

D’altronde, se Papia nei libri delle Interpretazioni dei detti del Signore avesse esplicitamente parlato della morte di G. apostolo, Ireneo che non solo studiò, ma valutò esageratamente l’opera di Papia, non avrebbe potuto affermare la lunga dimora di G. apostolo a Efeso e la sua morte sotto Traiano.

Similmente Eusebio, che cercò in Papia la menzione di un altro Giovanni denominato il “presbitero”, non rilevò l’affermazione della morte immatura di G. l’evangelista in terra palestinese.

Infine non si potrebbe spiegare il sorgere, teste il IV Vangelo stesso, quindi nell’ambiente e nel periodo stesso delle sue origini, della leggenda d’una sua immortalità, collegata poi con un ciclo di altre tradizioni.

Le fonti storiche su Giovanni

Le fonti storiche dalle quali attingere i dettagli della vita dell’apostolo evangelista, sono diverse, alcune apocrife come un altro Vangelo, secondo alcuni da attribuire proprio alla sua penna.

Al pari degli altri personaggi neotestamentari, in primis Gesù, la cronologia e la vita di Giovanni non ci sono note con precisione.

I testi evangelici lo indicano come un fedele seguace del maestro, ma il periodo precedente e seguente alla sua partecipazione al ministero itinerante di Gesù (probabilmente 28-30, vedi data della morte di Gesù) è ipotetico e frammentario.

Non esistono riferimenti archeologici diretti, come epigrafi, riferibili con assoluta certezza alla vita e all’operato di Giovanni e nemmeno riferimenti diretti in opere di autori antichi non cristiani.

Le fonti testuali pervenuteci sono di tre tipi: i testi del Nuovo Testamento, in particolare i quattro vangeli e gli Atti degli apostoli.

Redatti in greco all’interno del I secolo, contengono gli unici riferimenti diretti alla vita di Giovanni.

Gli altri scritti neotestamentari a lui attribuiti, le tre lettere e l’Apocalisse, non forniscono informazioni dirette sulla sua vita.

Alcuni scritti apocrifi a lui attribuiti o riferiti sono gli Atti di Giovanni, l’Apocrifo di Giovanni e l’Interrogatio Johannis.

Per la datazione tardiva e per il contenuto leggendario tuttavia, al pari degli altri apocrifi, non sono considerati come vere e proprie fonti storiche, ma è possibile che il più antico di questi, gli Atti di Giovanni, abbia raccolto alcuni dettagli storicamente fondati.

Altre informazioni provengono da alcuni accenni contenuti negli scritti di alcuni Padri della Chiesa, in particolare Tertulliano, Ireneo di Lione, Eusebio di Cesarea e Girolamo.

Il papiro P52, scritto in greco e paleograficamente datato attorno all’anno 125, è attualmente riconosciuto con certezza come il più antico documento riguardante Gesù che ci sia pervenuto.

Contiene frammentariamente Gv nel recto (davanti) e Gv nel verso (dietro).

Il nome e gli epiteti di Giovanni

Giovanni è il nome proprio usato nei testi neotestamentari, con la curiosa esclusione del quarto vangelo, e nella tradizione cristiana.

Il termine corrisponde all’ebraico יוחנן (Yehohanàn), letteralmente “YH fece grazia”, traslitterato in greco Ιωάννης (Ioànnes) e in latino Ioànnes.

Si tratta di un nome comune nell’onomastica ebraica e portato da altri personaggi del Nuovo Testamento, in particolare Giovanni Battista e Giovanni-Marco, l’autore del secondo vangelo.

Boanèrghes (Βοανηργες) è il soprannome aramaico che, secondo Mc , Gesù stesso diede a Giovanni e suo fratello Giacomo.

Secondo lo stesso passo evangelico significa “figli del tuono”.

In realtà il significato del termine non è immediato, in quanto la resa greca dell’aramaico non è perfetta.

La prima parte (βοανη, boanè) può corrispondere al plurale aramaico-ebraico בני (b ené), “figli di” (al singolare sarebbe bar, vedi Barabba).

Per la seconda parte (ργες) è stata ipotizzata un’errata lettura da un manoscritto aramaico, precedente alla redazione evangelica in greco, del termine r’m (“tuono”) nell’evangelico r’s (ργες), data la somiglianza tra la mem finale ם (quadrata) e la samech ס (tondeggiante).

In questo caso l’epiteto viene collegato al temperamento focoso dei due fratelli (vedi in particolare Mc ; Mc ; Lc ), oppure può riferirsi al fatto che, nelle teofanie dell’Antico Testamento, il tuono indica la voce di Dio: in tal senso “figli del tuono” indicherebbe la missione dei due fratelli di annunciatori della parola di Dio.

Un’interpretazione diversa ipotizza altre radici semitiche come רגש (ragàsh), “tumulto”, oppure רגז (ragàz), “ira”, “turbamento”.

In tal senso, è stato ipotizzato che il nome fosse riferito ai fratelli per una ipotetica loro appartenenza al movimento nazionalista zelota.

“Discepolo che Gesù amava” è il titolo con cui la tradizione identifica il personaggio anonimo del quarto Vangelo.

Epistèthios è un aggettivo neologistico plasmato dall’espressione ἐπὶ τὸ στῆθος (epì to stèthos, “su il petto”) di Gv : durante l’ultima cena Giovanni appoggiò il capo sul petto di Gesù per chiedergli chi l’avrebbe tradito.

L’epiteto è proprio della tradizione patristica greca.

Presbitero: sia la seconda che la terza lettera incluse nel Nuovo Testamento, che la tradizione cristiana attribuisce a Giovanni, sono indicate nei rispettivi incipit (2Gv ; 3Gv ) come opera di un anonimo “presbitero”, cioè letteralmente “anziano”, che viene tradizionalmente inteso però come autorevole grado onorifico attribuito agli apostoli o ai loro stretti collaboratori.

A favore dell’identificazione Giovanni apostolo ed evangelista = presbitero vi sono motivi di ordine filologico, cioè somiglianza di stile e contenuti tra le due lettere e gli altri testi giovannei.

Di contro, alcune indicazioni patristiche antiche, che attribuiscono anche all’anonimo il nome di Giovanni, distinguono i due personaggi.

Teologo è il titolo attribuito a Giovanni per la profondità speculativa dei suoi scritti.

Vergine, parthènos in greco, è un altro titolo presente nella tradizione cristiana.

Sacerdote: nella tradizione cristiana il solo Eusebio di Cesarea riporta un’affermazione che attribuisce a Policrate di Efeso, secondo la quale Giovanni, il quale poggiò il capo sul petto del Signore durante l’ultima cena, indossava la placca sacerdotale, petalon, cioè apparteneva a una delle classi sacerdotali che gestivano il culto del tempio di Gerusalemme.

Il valore storico dell’affermazione è controverso.

Il significato spirituale di Giovanni “in silenzio”

L’immagine di Giovanni con le dita sulle labbra non rappresenta soltanto un invito al tacere.

Il gesto esprime la consapevolezza che la sapienza divina supera le possibilità del linguaggio umano e che il mistero può essere accolto prima ancora di essere spiegato.

La figura dell’apostolo diventa così quella del testimone che ha visto, ascoltato e contemplato, ma che sa anche riconoscere il limite delle parole.

Il silenzio di Giovanni è quindi collegato al Logos: il Verbo può essere annunciato, ma la sua pienezza non può essere esaurita da nessun libro, secondo il senso delle parole conclusive del quarto Vangelo.

La sua iconografia unisce la memoria dell’apostolo, la teologia del Vangelo, l’esperienza della contemplazione e la spiritualità ascetica della preghiera silenziosa.

In questo senso, Giovanni Teologo “in silenzio” è insieme evangelista, mistico e custode di una sapienza che non si offre alla curiosità, ma alla contemplazione.

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