La Natività della Vergine di Giotto appartiene al ciclo delle Storie della Vergine nella Cappella degli Scrovegni di Padova, decorata dall’artista tra il 1303 e il 1305 circa. L’affresco rappresenta la nascita di Maria e mostra già alcuni caratteri fondamentali della pittura giottesca: l’attenzione alla vita quotidiana, la concretezza degli ambienti, la naturalezza dei gesti e la partecipazione emotiva dei personaggi.
Nel programma iconografico della cappella, la scena introduce la storia della Vergine prima ancora della nascita di Cristo. Giotto trasforma un episodio religioso in un’immagine intensamente umana: la casa, le donne, la madre distesa, la neonata e le persone che si affacciano alla soglia rendono visibile la continuità tra la dimensione domestica e il disegno divino.
La collocazione della Natività della Vergine nel ciclo degli Scrovegni
Nel 1303, a Padova, il ricchissimo banchiere Enrico Scrovegni fece edificare un piccolo ambiente a una sola navata, detto Cappella degli Scrovegni, e chiese a Giotto (1267-1336) di decorarla. Il grande artista ricoprì l’intera superficie muraria con più cicli di affreschi, secondo un programma assai complesso, concependo grandi scene figurate, disposte su tre registri sovrapposti in modo da seguire un andamento rigorosamente narrativo.
Le scene narrano le Storie di Anna e Gioacchino (i genitori della Madonna), le Storie della Vergine e le Storie di Cristo. Il ciclo è concluso da una grande raffigurazione del Giudizio Universale, dipinto sulla controfacciata.
La cappella presenta una pianta formata da un unico vano rettangolare che, grazie ad un arco trionfale, termina in un’abside poligonale. Lo spazio interno risulta illuminato grazie alla presenza di numerose aperture sull’esterno, sei monofore sul lato sud, due nel lato est, una trifora in facciata sul lato ovest e un oculo nel presbiterio.
Nella composta simmetria volumetrica del piccolo edificio, il soffitto, voltato a botte, ricopre l’ambiente donando monumentalità classica e spaziale. La decorazione delle pareti della cappella prese avvio presumibilmente entro due date uguali ma in anni diversi, tra il 25 Marzo 1303 e il 25 Marzo 1305.
La decorazione, iniziata dai registri più alti per evitare lo sgocciolamento del colore sugli affreschi sottostanti, è incentrata su di un variegato impianto architettonico che divide proporzionalmente lo spazio in riquadri, clipei e cornici polilobate.
Tutte le pareti, tranne la controfacciata e il presbiterio (risalente a interventi di ricostruzione successivi), sono organizzate in quattro registri: uno inferiore rappresentante un finto basamento marmoreo con le personificazioni dei vizi e delle virtù e tre superiori nei quali trovano spazio le scene della vita di Gioacchino ed Anna, Maria e Gesù.
| Elemento | Informazione |
|---|---|
| Artista | Giotto di Bondone |
| Opera | Natività della Vergine |
| Periodo | 1303-1305 circa |
| Luogo | Cappella degli Scrovegni, Padova |
| Tecnica | Affresco |
| Ciclo | Storie di Anna e Gioacchino e Storie della Vergine |

Il soggetto: la nascita di Maria
La Natività della Vergine raffigura la nascita di Maria, figlia di Anna e Gioacchino. Il racconto appartiene alla tradizione cristiana e trova il proprio sviluppo soprattutto nei testi apocrifi, poiché i Vangeli canonici non descrivono direttamente la nascita della madre di Gesù.
Nel ciclo degli Scrovegni, la storia di Maria viene preceduta dagli episodi relativi ai suoi genitori. La narrazione procede così dall’attesa alla nascita, dalla nascita alla presentazione al Tempio e quindi agli eventi che preparano l’Annunciazione e l’Incarnazione.
Questa caratteristica, non scontata, si accentra sul mistero dell’incarnazione, su quegli episodi biblici che, con questa trattazione, si cercherà di analizzare passo dopo passo con i riferimenti tratti dal maestro toscano nei Vangeli, con lo spirito nella luce della gioia, nella pienezza portatrice di vita e speranza che è il Natale.
La scena non mostra un evento pubblico o miracoloso, ma un momento intimo collocato dentro una casa. Il carattere straordinario della nascita di Maria non viene espresso attraverso una manifestazione spettacolare del soprannaturale: è la normalità della vita domestica a diventare il luogo nel quale si manifesta il disegno della salvezza.
Descrizione della scena e organizzazione dello spazio
La composizione è costruita attorno a un ambiente architettonico aperto verso lo spettatore. Giotto rappresenta una stanza della casa, separata dal mondo esterno da una parete e da una soglia che consentono di osservare contemporaneamente l’interno e l’esterno.
La scena è abitata da una moltitudine di figure, tutte ben definite e interconnesse tra loro, a differenza della pittura bizantina, che tendeva a solari i personaggi, rendendoli quasi etere e lontani.
All’interno si trova Anna, distesa sul letto dopo il parto. La madre appare inserita nel ritmo concreto della vita familiare, circondata dalle donne che si occupano della neonata e dell’ambiente. La piccola Maria viene accolta e accudita come ogni bambina appena nata.
La porta e la parete hanno una funzione decisiva: non sono semplici elementi architettonici, ma organizzano la lettura dell’immagine. Da una parte mostrano ciò che accade all’interno della casa; dall’altra introducono la presenza di persone che partecipano all’evento dall’esterno.
La costruzione spaziale non è più quella di una scena astratta, disposta su un fondo privo di profondità. Le figure occupano uno spazio credibile, si muovono, si affacciano, entrano in rapporto tra loro e con gli elementi dell’ambiente.
La stanza domestica
L’ambiente domestico è uno degli aspetti più innovativi dell’affresco. Giotto non presenta la nascita di Maria come un’immagine lontana e idealizzata, ma come un avvenimento inserito nella concretezza di una casa.
La casa diventa così uno spazio teologico: il luogo umile e quotidiano nel quale prende avvio la storia della salvezza. Il divino non è separato dall’esperienza degli uomini, ma entra nella loro vita attraverso gesti semplici e riconoscibili.
Il paesaggio che fa da sfondo alla scena non è solo decorativo ma contribuisce a rendere la scena più concreta e vicina alla realtà. L’uso dello spazio è altrettanto rilevante: le figure non sono più disposte in modo piatto, come nelle tradizione precedenti, ma sembrano occupare uno spazio reale, interagendo tra loro e con l’ambiente circostante.
Le donne e le attività quotidiane
Le donne presenti nella scena svolgono attività diverse: accudiscono la madre, ricevono la neonata, sistemano il letto e partecipano all’evento con gesti naturali. La varietà delle azioni evita una composizione rigida e conferisce alla scena un andamento quasi narrativo.
Questi personaggi, per quanto umili, sono trattati con la stessa dignità delle figure sacre, creando un’atmosfera di unità tra il divino e l’uomo. Fu tra i primi pittori a dare risalto alla dimensione umana e concreta dei soggetti sacri, rompendo con la rigidità e la astrattezza dell’arte medievale.
La presenza di figure femminili impegnate in attività ordinarie ha anche un valore affettivo. L’evento non è osservato da personaggi immobili, ma vissuto attraverso una rete di gesti, cure e attenzioni che rendono visibile la solidarietà della comunità.
Analisi dei personaggi
Anna
Anna è raffigurata nel letto, provata dal parto ma circondata dalla cura delle altre donne. La sua posizione mostra la dimensione fisica e concreta della nascita, senza cancellare la sacralità dell’evento.
La madre non è presentata come una figura astratta o isolata, ma come una donna coinvolta in un’esperienza corporea. La fatica, il riposo e l’assistenza ricevuta rendono la scena vicina alla sensibilità dello spettatore.
Questa rappresentazione della maternità appartiene alla svolta realistica di Giotto. L’artista riesce a dare profondità emotiva realismo ai soggetti religiosi, pur rimanendo saldamente ancorato alla tradizione cristiana medievale.
La neonata Maria
La piccola Maria è il centro simbolico dell’episodio, anche quando non occupa geometricamente il centro della composizione. La sua nascita inaugura la storia che condurrà all’Annunciazione e alla nascita di Gesù.
La neonata è presentata attraverso un gesto di accoglienza e di cura. In questo modo Giotto sottolinea che la grande storia della salvezza comincia da una creatura fragile, affidata alle mani degli adulti.
La rappresentazione della neonata stabilisce inoltre una continuità tra la Natività della Vergine e la Natività di Gesù. In entrambe le scene la sacralità si manifesta attraverso la vulnerabilità di un neonato e attraverso l’attenzione concreta di chi lo accudisce.
Le levatrici e le figure femminili
Le levatrici hanno un ruolo essenziale nella costruzione realistica della scena. Esse rendono visibile il passaggio dalla nascita alla cura quotidiana, trasformando l’episodio sacro in una situazione riconoscibile.
Un aspetto che colpisce dell’opera è l’inclusione di personaggi che normalmente non avrebbero avuto un posto in un dipinto della tradizione in voga fino a quel momento. Giotto introduce, infatti, una serie di figure di contadini, pastori e animali che si avvicinano alla mangiatoia.
La stessa attenzione riservata alle levatrici sarà riconoscibile nella Natività di Gesù, dove è presente un’inserviente che aiuta Maria a deporre il Bambino nella mangiatoia. Cosa assai insolita per rappresentazioni della Natività, è la presenza di una levatrice che aiuta la Madonna a deporre Gesù nella mangiatoia.
Le figure sulla soglia
Le persone che si affacciano alla porta collegano lo spazio interno della casa con quello esterno. La soglia diventa un punto di passaggio tra la dimensione privata e la comunità, tra il nucleo familiare e il mondo che attende di conoscere l’evento.
La scena è complessa: la croce che noi vediamo dal retro e che pende dal muro di delimitazione del coro tenta una prospettiva insieme al ciborio e al leggio con il messale; le donne che si affacciano e si accalcano sulla soglia della porta stretta danno l’idea di una folla di persone.
Questa capacità di mettere in relazione gruppi diversi di figure è una delle qualità più importanti della pittura di Giotto. I personaggi non sono semplicemente accostati, ma partecipano a una situazione comune.
Il significato religioso dell’affresco
La Natività della Vergine ha un significato che supera la descrizione di una nascita. Maria è colei che renderà possibile l’Incarnazione del Figlio di Dio; la sua nascita costituisce quindi un momento preliminare e necessario della storia cristiana.
La scena rappresenta l’inizio di una genealogia spirituale. Da Anna e Gioacchino nasce Maria; da Maria nascerà Gesù. Il racconto procede attraverso una successione di generazioni, maternità e nascite nelle quali il progetto divino si sviluppa dentro la storia umana.
La narrazione degli eventi coincide e si diparte dall’arcone centrale dove, nella parte più alta, Giotto raffigura su di una tavola lignea incastonata nella muratura, Dio Padre mentre, attorniato dalle schiere angeliche, manda il suo messaggero, l’arcangelo Gabriele, a portare il lieto annuncio all’umanità.
Non a caso, infatti, al di sotto, trova spazio la rappresentazione dell’Annunciazione a Maria. Inusualmente quest’ultima non occupa un riquadro unico ma viene divisa dalla luce dell’arco, a sinistra è presente Gabriele mentre a destra Maria inginocchiata.
Entrando dal portale centrale della cappella tale scena è forse la prima ad essere osservata, non solo perché rimarca il ruolo determinante che ebbe il giorno della memoria della suddetta festa per le fasi costruttive dell’edificio, ma perché voleva incentrare tutta la storia del genere umano a partire dal fiducioso “sì” che la Vergine pronunciò dopo la notizia dell’Angelo.
La sacralità della vita quotidiana
Non è solo un capolavoro di tecnica pittorica, ma una riflessione sulla sacralità della vita quotidiana. L’opera trasmette un messaggio di umanità e speranza, rivelando come la bellezza del divino si possa manifestare anche nelle situazioni più quotidiane.
La casa di Anna diventa un luogo sacro non perché sia separata dalla realtà, ma perché la realtà stessa viene assunta come spazio della rivelazione. I gesti delle donne, la cura della bambina e la presenza della famiglia assumono un valore universale.
Questo principio attraversa l’intero ciclo degli Scrovegni. Giotto mantiene la semplicità delle forme, delle linee e delle ambientazioni; riveste di spessore teologico gli episodi senza però appesantirne la leggibilità, riassume egregiamente senza tralasciare, fa nascere una pittura “non più greca ma latina” e rinascere gli eventi delle Sacre Scritture nell’animo dell’osservatore.
Giotto e il superamento della tradizione bizantina
Giotto di Bondone, è uno dei maestri indiscussi della pittura italiana, è conosciuto per aver gettato le basi di quello che poi sarebbe diventato il Rinascimento, rompendo la tradizione bizantina.
Giotto e Duccio sono stati due giganti della pittura del Trecento e dell’arte di tutti i tempi. Fiorentino il primo, senese il secondo. Giotto venne celebrato da sommi poeti e letterati come Dante, Petrarca e Boccaccio, che gli riconobbero il merito di aver reinventato la pittura occidentale.
Di lui, ancora in vita, Andrea Lancia, un commentatore dantesco del XIV secolo, disse: «è Giotto fra li pittori, che li uomini conoscono, il più sommo». Alla fine del Trecento, il trattatista Cennino Cennini scrisse invece che Giotto «rimutò l’arte del dipignere di greco in latino e ridusse al moderno».
Secondo Cennini, insomma, grazie a questo artista, l’arte bizantina (greca) aveva lasciato il posto a quella classica (latina), che il trattatista, da uomo certamente colto e attento agli sviluppi culturali del suo tempo, già percepiva come “moderna”. Era la prima volta che questa definizione veniva applicata all’arte.
La differenza rispetto alla pittura bizantina non consiste soltanto nell’uso di uno spazio più credibile. Giotto modifica il rapporto tra immagine e spettatore: i personaggi mostrano emozioni, reagiscono agli eventi e sembrano vivere davanti agli occhi di chi guarda.
In questo caso, ciò che colpisce immediatamente è il realismo con il quale il pittore rappresenta la scena: i personaggi, pur restando sacri, sono resi con una sensibilità che li avvicina al pubblico.
Spazio, architettura e profondità
Giotto rivoluzionò anche l’uso dello spazio e della luce, due aspetti che oggi sembrano scontati, ma che all’epoca era innovativi. In questa opera, la luce non è solo un elemento decorativo simbolico, ma diventa una parte integrante dell’affresco.
La Natività della Vergine mostra la capacità dell’artista di costruire un ambiente attraverso piani sovrapposti, aperture, pareti e soglie. Lo spettatore non si trova davanti a una superficie uniforme, ma percepisce una stanza abitabile.
Il rapporto tra interno ed esterno crea una profondità narrativa. L’interno raccoglie il momento della nascita e delle cure materne; l’esterno suggerisce la presenza della comunità e la continuità della vita oltre il limite della casa.
Il modo in cui Giotto utilizza il contrasto tra luce e ombra, contribuisce a creare un senso di tridimensionalità, dando profondità allo spazio alle figure. Le architetture, pur semplificate, non sono decorative: guidano lo sguardo e definiscono il significato delle azioni.
La luce e il rapporto con la scena
La luce contribuisce a rendere leggibili i volti e i gesti. La luce che proviene dal bambino non solo illumina l’ambiente ma rende visibili anche i volti dei personaggi, facendo emergere i loro emozioni.
Nella Natività della Vergine la luminosità non assume necessariamente la forma di un’apparizione miracolosa. È piuttosto una qualità diffusa dello spazio, che permette di distinguere i personaggi e di rendere concreta la scena.
La luce diventa così uno strumento di partecipazione. Lo spettatore riesce a seguire le azioni, riconoscere la relazione tra le figure e sentirsi vicino a un momento che appartiene alla storia sacra ma è rappresentato con modalità quotidiane.
Il tema dello sguardo nella pittura di Giotto
C’è un filo rosso che lega queste opere: lo sguardo. Giotto ha dipinto alcuni affreschi legati tutti dallo stesso tema della Natività del Signore.
Nel Medioevo la vista è quello che dei cinque sensi ha goduto di maggiore attenzione. La correlazione tra vista e conoscenza discende dal mondo antico. Per Platone e Aristotele la conoscenza è una conseguenza della vista.
Nella storiografia classica quando si vuole avvalorare la veridicità di ciò che si racconta si premette, quasi come una formula, “racconto perché ho visto”, come scrive Erodoto. Nella poesia trobadorica e poi in quella duecentesca e nello Stilnovismo, corre un rapporto assai stretto tra occhi e cuore.
Lo sguardo non mente, ed è anche il veicolo che porta all’amore. Giacomo da Lentini, ad esempio, dice che il desiderio amoroso scaturisce dalla visione dell’amato. Dante ribadisce il concetto. Occhi e cuore sono insomma un binomio ricorrente.
Non stupisce pertanto che Giotto concentri così tanta centralità allo sguardo. Questo guardarsi dritto negli occhi è proprio un tratto fondamentale di tutta la pittura di Giotto.
Una convenzione pittorica che ci dà l’impressione di leggere un libro intero, la sensazione di capire tutto quello che si dicono e quello che vogliono dirci. Anche quando i personaggi non pronunciano parole, la relazione visiva tra loro costruisce un racconto.
La teologia dello sguardo
Il rapporto occhi-conoscenza si inverte però totalmente nell’ambito della sfera religiosa. Come scrive Riccardo di San Vittore, priore dell’abbazia di Parigi nel XII secolo, Ubi amor ibi oculus, "Dove è l'amore lì c'è lo sguardo".
È l’amore che permette di vedere, che produce conoscenza e non lo sguardo fisico. Un concetto che troviamo di continuo nei Vangeli. “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv 9, 39) e ancora “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29).
Giotto ha dipinto l’amore ed è riuscito a renderlo perfettamente nello scambio di sguardi. In un certo senso ha creato nell’arte una vera e propria teologia dello sguardo.
Nella Natività della Vergine, il tema dello sguardo si manifesta soprattutto attraverso la disposizione dei personaggi e la partecipazione delle figure alla scena. Le donne guardano la neonata, si rivolgono alla madre e reagiscono all’evento; il pubblico esterno osserva dall’ingresso e diventa parte della narrazione.
Confronto con la Natività di Gesù
La Natività della Vergine e la Natività di Gesù sono due episodi diversi, ma presentano una profonda continuità. La prima racconta la nascita di Maria; la seconda racconta la nascita del Figlio che Maria darà alla luce.
La natività della Cappella degli Scrovegni è databile tra il 1303 e il 1305; la seconda si trova nel transetto destro della Basilica inferiore di Assisi, del 1310 circa, e la terza, un’Adorazione dei magi, è una tempera su tavoletta in legno, di dimensioni quindi più contenute, probabilmente del 1320, conservata nel Metropolitan Museum di New York.
L’affresco degli Scrovegni rappresenta uno dei punti più eccelsi del genio dell’artista. Sotto la consueta capanna sta distesa Maria mentre pone il Piccolo nella mangiatoia, aiutata dalla levatrice.
La Natività di Gesù, un’opera che segna la svolta Fa parte di una serie di affreschi che decorano la cappella degli Scrovegni a Padova, uno dei luoghi più significativi della pittura medievale.
Questi affreschi, che raccontano episodi della vita di Maria e di Gesù, sono un perfetto esempio della maestria del pittore nell’introdurre una nuova modalità di rappresentare la sacralità, più vicina alla vita umana e ai sentimenti.
La Natività di Gesù negli Scrovegni
La scena della Natività si trova fra le Storie di Gesù che decorano il registro centrale superiore della parete che si trova alla destra dell’altare. Giotto scelse di ambientare la scena sacra in un ambiente bucolico.
Nell’affresco della Natività di Gesù, il primo elemento di novità è il paesaggio roccioso che fa da sfondo alla scena che si svolge all’interno di una capanna di legno. Maria è raffigurata in posizione sdraiata e sembra provata dal parto, ma la sua bellezza appare ugualmente delicata, anche mentre si gira dolcemente per deporre il bambino nella culla.
Maria è raffigurata come una puerpera, ma ha gli occhi stanchi. Guardano lontano, in modo melanconico, presagendo quello che accadrà.
Giuseppe invece è rappresentato nella parte bassa dell’affresco, con una veste marrone chiaro e con la testa tra le mani: la sua espressione è particolarmente sognante, dovuta all’incredulità di tutto quello che sta accadendo in quel momento.
La raffigurazione di Giuseppe a una certa distanza da Maria non è casuale, ma sottolinea la sua sottomissione al volere del Padre Divino. La sua distanza fisica dalla scena principale non è affatto casuale ma indica il suo ruolo nella procreazione di Cristo e la sua subordinazione a Dio, il Padre Celeste.
Gli angeli di Giotto non sono figure teoriche che fluttuano nell’aria ma sono ritratti con le vesti che si adattano ai loro corpi, esprimendo una fisicità mai vista prima. Questo aspetto contribuisce a rendere l’intera scena più umana e tangibile, con la quale anche lo spettatore può sentirsi più vicino.
Gli angeli giotteschi sono concreti ma non interi: si materializzano progressivamente, entrano nello spazio terreno della storia passando dallo stato impalpabile del vapore a quello plastico del corpo.
Il significato degli animali e dei pastori
“Maria pose il fanciullo nella mangiatoia e il bue e l'asino lo adorarono" (Psuedo Matteo, 13-14). Lo scorcio con il quale viene dipinto l'asino costituisce una delle invenzioni più innovative della pittura italiana.
Analogamente di scorcio sono raffigurati i due pastori, dialoganti con l'angelo in alto a significare l'unità di tempo e di azione, e quindi di partecipazione, all'episodio narrato.
L'iconografia di origine bizantina, e ricorrente in età medioevale, si rinnova profondamente per l'umana tensione affettiva delle figure. Giuseppe, accovacciato, così come i due pastori, diverranno modelli figurativi ricorrenti tra i collaboratori di Giotto, presenti anche negli affreschi del transetto destro della Basilica di Assisi.
Gli animali sono sempre molto partecipativi nei dipinti di Giotto; talvolta sembra quasi che capiscano, prima e meglio degli umani, l’importanza di quanto accade.
Il colore e il simbolismo
Anche i colori hanno una simbologia, ad esempio l’azzurro lapislazzulo del manto di Maria simboleggia la Grazia divina, mentre il rosso di cui la veste è composta ricorda il sangue di Gesù che verrà versato per l’umanità.
Il giallo degli abiti di Giuseppe annuncia invece che è appena accaduto qualcosa che trasformerà la storia dell’Uomo e il suo destino.
Il blu sta a indicare la Grazia Divina che ha deciso di accogliere nella sua vita dal momento dell’annuncio dell’Arcangelo Gabriele mentre il rosso ricorda il sangue che verserà suo Figlio per tutta l’umanità.
Nella Natività della Vergine il colore non è soltanto un elemento decorativo. Esso contribuisce a distinguere i piani della scena, a definire le figure e a rendere più leggibile l’ambiente.
La luce e il colore collaborano alla costruzione di una visione unitaria. La scena domestica appare concreta, ma la sua semplicità non cancella la dimensione spirituale: la rende percepibile attraverso la calma, l’ordine e la partecipazione delle figure.
La Natività della Vergine e il tema dell’Incarnazione
Il ciclo degli Scrovegni è costruito secondo una progressione che conduce dalla storia dei genitori di Maria alla storia della Vergine e quindi alla vita di Gesù. La Natività della Vergine occupa un punto decisivo in questa sequenza, perché collega la preparazione della salvezza al suo compimento.
La nascita di Maria non è quindi un episodio isolato. Essa è il primo passaggio visibile di una storia che prosegue con la sua crescita, il matrimonio con Giuseppe, l’Annunciazione, la nascita di Gesù e gli eventi della vita di Cristo.
Giotto introduce una serie di figure di contadini, pastori e animali che si avvicinano alla mangiatoia. Questi personaggi, per quanto umili, sono trattati con la stessa dignità delle figure sacre, creando un’atmosfera di unità tra il divino e l’uomo.
Questa unità tra il divino e l’umano è il nucleo teologico dell’intero ciclo. Il soprannaturale non viene collocato in uno spazio irraggiungibile, ma si manifesta nella casa, nella famiglia, nella maternità e nella cura dei bambini.
Il suo approccio innovativo ha spianato la strada per una nuova comprensione della pittura sacra, in cui divino non è separato dall’uomo, ma è parte della nostra stessa esperienza di vita.
Il rapporto con Assisi e la formazione dell’immaginario giottesco
Per poter comprendere appieno la presenza del pittore toscano nella città patavina occorre innanzitutto rintracciare, negli anni precedenti al suo arrivo nella pianura padana, i luoghi e le numerose committenze che ne segnarono e accrebbero indelebilmente la fama.
Giotto, insieme alla sua bottega e a una miriade di altri artisti provenienti da molte località della penisola, aveva già decorato splendidamente, a partire dagli ultimi decenni del XIII secolo, le pareti della Basilica di San Francesco ad Assisi, le mura di una chiesa che costituì un luogo di cruciale importanza per il rinnovamento dell’arte, una fucina di talenti e innovazioni che determinò da quel momento un nuovo e inarrestabile sviluppo della pittura in Italia e nel resto del mondo.
Le decorazioni parietali, promosse grazie all’intervento di Niccolò IV (primo papa francescano), vennero commissionate agli artisti dai frati minori, ordine che rivestirà un ruolo dominante nella scena artistica dell’Italia del ‘300 e nella carriera personale dello stesso Giotto.
Dopo l’esperienza umbra, quest’ultimo fu infatti impegnato in altri affreschi ubicati in città nelle quali i francescani erano presenti in numerose chiese, si veda, ad esempio, Firenze dove l’artista si recò per decorare la cappella Peruzzi nella Basilica di Santa Croce.
Terminata la permanenza toscana egli, chiamato nuovamente dai minori, arrivò a Rimini per decorare l’interno della gotica San Francesco (trasformata nel corso del ‘400 nell’attuale “tempio Malatestiano”) e infine giunse a Padova, alla celebre Basilica di Sant’Antonio, seconda chiesa per importanza dell’ordine.
Proprio tra le navate della basilica Giotto, probabilmente, ebbe modo di entrare in contatto con un ricco banchiere padovano, Enrico Scrovegni che, da lì a poco, sarebbe diventato il mecenate di uno dei capolavori assoluti e indiscussi della storia dell’arte.
Il programma iconografico della Cappella degli Scrovegni
Nella cappella, la decorazione delle pareti procede secondo un ordine narrativo preciso. Le scene delle Storie di Gioacchino e Anna occupano il registro superiore; seguono le Storie della Vergine e le Storie di Cristo.
La varietà e il numero delle raffigurazioni, tuttavia, non comporta un’eccessiva difficoltà nel comprenderne il linguaggio. Giotto ordina gli episodi in modo da guidare la lettura dello spettatore, alternando scene pubbliche e momenti intimi.
L’invaso occupato dalle finestre del lato sud viene, per corrispondenza, riproposto in forma di fasce decorative nel lato opposto in modo da mantenere costante lo schema divisorio del vano.
Il soffitto voltato è costellato di numerose e incantevoli stelle a otto punte intervallate da tondi contenenti le figure del Redentore, di Maria con il Bambino e dei Profeti.
La Natività della Vergine deve quindi essere letta all’interno di un insieme più grande. Il suo significato nasce dal rapporto con gli episodi che la precedono e la seguono, non soltanto dalla scena rappresentata nel singolo riquadro.
Giotto e Duccio: due modi di rappresentare il sacro
Giotto e Duccio furono due grandi innovatori della pittura italiana e per certi versi i loro linguaggi artistici si dimostrano complementari. Essi, infatti, dettero voce a due aspetti ugualmente determinanti della cultura trecentesca: la voglia di modernità e il rispetto della tradizione.
Incarnarono due stili, due modi diversi di fare arte, marcando le differenze culturali fra Firenze e Siena al punto di provocare una cesura che non poté mai più ricucirsi. Scrive Erwin Panofsky, uno dei più importanti storici dell’arte del XX secolo: «L’arte di Duccio può dirsi lirica: le sue figure sono percorse da emozioni che le uniscono in una comunione di sentimento quasi musicale. L’arte di Giotto può esser detta epica o drammatica: le sue figure son trattate come individui che individualmente reagiscono l’un l’altro».
Con assoluta maestria, lo studioso ha rapidamente tratteggiato la differenza essenziale che intercorre tra due pittori egualmente grandi, ma che all’epoca furono antagonisti e la cui arte, ancora oggi, ci appare come alternativa, una rispetto all’altra.
I dipinti di Duccio e di Giotto costituiscono, infatti, due risposte differenti ad urgenze estetiche e teologiche altrettanto diverse.
La Madonna di Duccio
Duccio, in cuor suo, rimase sempre un pittore bizantino; per lui la tradizione greco-orientale delle icone conservò un fascino incorrotto e un’attrattiva irresistibile.
Riconobbe, in quei modelli, l’autorità di una cultura che non aveva ancora esaurito il suo percorso. In particolare, lo incantarono la grazia e l’eleganza di quelle Madonne, la loro dolcezza arcaica, che a suo dire era la sola adatta alla rappresentazione del sacro.
Secondo lui, la pittura doveva proporre un’esperienza prima di tutto mentale; così, concepì immagini riconoscibili e, all’occorrenza, ripetute molte volte, in modo che il fedele potesse attivare la propria memoria e la propria fantasia per realizzare con l’immaginazione, da solo nella preghiera, tutte le associazioni necessarie.
La Madonna di Giotto
Osservando la Madonna della Natività di Giotto, percepiamo subito, anche senza capire, che ci troviamo di fronte a un’altra idea di arte. Ma solo riflettendo, comprendiamo che la pittura giottesca è diversa perché alimentata da una nuova concezione del rapporto col divino.
Maria deposita il figlio, appena abbozzolato nelle sue fasce, con materna e amorevole cautela. Lo guarda, chiaramente turbata e incredula: ella, che secondo i Vangeli ebbe questo figlio “senza conoscere uomo” è la prima testimone del “Mistero” su cui si basa l’intero cristianesimo, quello di un Dio che si è mostrato, che ha assunto il volto dell’uomo.
E non a caso, il Bambino, un neonato diverso da tutti gli altri, guarda a sua volta la madre, consapevole, sicuro, per certi versi rassicurante. Quell’incrociarsi di sguardi racconta che per la prima volta Dio e l’Uomo si sono guardati negli occhi; e lo hanno fatto con tutta la consapevole e reciproca responsabilità che questo avvenimento comportava e ancora oggi, per chi crede, comporta.
Qui, Giotto dimostra una maturità teologica eccezionale, che non a caso lo rende eccelso come Dante, suo grandissimo contemporaneo. Egli è stato il primo artista che davvero ha voluto entrare nel cuore dell’annuncio cristiano.
Attento e profondo conoscitore dei Vangeli, ha voluto chiarire ai fedeli, un tempo semplicemente terrorizzati dalle severe figure dei portali, che Dio è “entrato” nella Storia, ha “agito” nel mondo, ha parlato all’Uomo non “dall’alto dei suoi cieli” ma nella contingenza del presente quotidiano.
Un Dio che si è “proposto”, inaspettatamente, e nella concretezza della carne, per rispondere al bisogno dell’umanità.
Il valore umano e affettivo dell’opera
L’affresco di Giotto continua a emozionare per la sua capacità di combinare la sacralità con l’umana vulnerabilità, rendendolo ancora oggi un’opera di straordinario impatto visivo ed emotivo.
La Natività della Vergine rende visibile la vulnerabilità della nascita e, nello stesso tempo, il valore della cura. La bambina non è soltanto un simbolo teologico: è una creatura affidata alle mani di una comunità, circondata da gesti di protezione.
La concretezza dei personaggi permette allo spettatore di riconoscere nell’affresco qualcosa della propria esperienza. La nascita, l’assistenza, l’affetto e l’organizzazione della casa appartengono alla vita di ogni giorno, ma nell’opera diventano parte della storia della salvezza.
In questa opera, ciò che colpisce immediatamente è il realismo con il quale il pittore rappresenta la scena: i personaggi, pur restando sacri, sono resi con una sensibilità che li avvicina al pubblico.
Questo affresco di Giotto è una pietra miliare del percorso dell’arte occidentale. Il pittore fiorentino attraverso il suo lavoro ha gettato le basi per la rappresentazione realistica dell’uomo e della divinità influenzando profondamente grandi maestri del Rinascimento, da Masaccio a Michelangelo.
La Natività della Vergine mostra quindi il passaggio da una rappresentazione del sacro fondata soprattutto sull’astrazione e sulla distanza a una pittura capace di coinvolgere il corpo, gli affetti, lo spazio e il tempo della vita umana.
