Giglioli Santa Arcangelo: Alfonso Giglioli e Odoardo H. Giglioli tra diplomazia e storia dell’arte

Il nome Giglioli Santa Arcangelo rimanda soprattutto ad Alfonso Giglioli e a Odoardo H. Giglioli, due figure legate alla cultura italiana tra età moderna e contemporanea. Alfonso Giglioli fu prelato, vescovo e nunzio apostolico a Firenze, mentre Odoardo H. Giglioli fu storico dell’arte, ispettore della Galleria Pitti e direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi.

Alfonso Giglioli nacque a Ferrara nel 1574 dal conte Scipione, di famiglia patrizia che anticamente si denominava dei Pellizzari, o Pellicciari. Odoardo H. Giglioli nacque a Firenze nel 1873 da famiglia emiliana illustre per dottrina in molteplici rami dello scibile.

Alfonso Giglioli: origini familiari e formazione

Zio paterno del G. era Girolamo Giglioli, ambasciatore residente di Alfonso II d'Este, e poi di Cesare d'Este a Firenze e a Roma. Il legame della famiglia Giglioli con Firenze, iniziato al tempo della Repubblica e stabilitosi durante il principato mediceo (nel 1430, con un antenato, Iacopo, la famiglia era stata cooptata tra i cittadini fiorentini e da lui discendeva il ramo di Carlo di Giovanni di Carlo, registrato nel 1597 come abitante nel quartiere di S. Giovanni), ebbe un peso non secondario nella carriera prelatizia del G. al momento della sua nomina a nunzio pontificio in Toscana.

Prima di allora i luoghi e le tappe della sua formazione culturale ebbero come centro la corte estense, in anni in cui Ferrara vantava ancora un'intensa attività accademica: il G. fu aggregato all'Accademia Partenia, di impronta gesuitica, e vi ricoprì la carica di principe. Della produzione accademica sono testimonianza orazioni e discorsi, ancora inediti, a parte un'orazione funebre per Fabrizio Gentina, data alle stampe nel 1591 (Ferrara, tip. B. Mamarelli).

In omaggio a questi interessi umanistici, il frate Giacomo Mercati, del monastero benedettino di Fabriano, dedicò al G. la traduzione latina delle epistole del sofista Libanio (Firenze, Bibl. nazionale, Magliabechiano VIII.1394: la dedica alla c. 2). Un riconoscimento letterario potevano vantare anche il padre del G., Scipione, eletto giudice de' Savi nel 1598 dopo la devoluzione di Ferrara alla Chiesa, e uno zio, Ercole, membro del Consiglio di Ferrara (di cui faceva parte pure un terzo fratello, Girolamo).

Scipione ed Ercole figurano, infatti, tra i protagonisti dei Discorsi del ferrarese Annibale Romei, unito da legami di parentela con i Giglioli per aver sposato nel 1562 una Giulia Giglioli. Editi una prima volta a Venezia nel 1585, i Discorsi compendiavano, attorno ai temi dell'amore, dell'onore, della nobiltà e della filosofia, i motivi portanti della conversazione colta tardorinascimentale, sebbene fossero recepiti nel secolo successivo soltanto come testo emblematico della scienza cavalleresca.

Il fratello del G., Ippolito, seguì le orme degli zii Ercole e Girolamo, entrando nel Consiglio cittadino; dal 1617 fu ambasciatore della Municipalità a Roma. Il G., invece, perseguì la carriera prelatizia, iniziando nel 1599 come protonotario apostolico, cameriere segreto e familiare di Clemente VIII, dal quale era stato concesso con speciale privilegio perpetuo che tra i dodici auditori della rota romana dovesse esserci un ferrarese.

La carriera ecclesiastica e il vescovato di Anglona-Tursi

Dopo un'ambasceria presso la corte del duca di Urbino, l'11 genn. 1603 il G. divenne governatore di Camerino, nel 1608 referendario delle due Segnature e, dopo avere acquistato nel luglio 1615, per 13.000 scudi, l'ufficio delle contradette, prelato di Consulta.

Finalmente, dopo vari tentativi andati a vuoto, il 17 giugno 1619 riuscì a ottenere da Paolo V il vescovato di Anglona-Tursi nel Regno di Napoli, le cui entrate ammontavano a 6000 ducati napoletani, che si andavano ad aggiungere ad altri benefici accumulati in precedenza, tra cui 300 scudi d'oro provenienti dalla mensa del vescovato di Ferrara.

AnnoIncarico o avvenimento
1599Protonotario apostolico, cameriere segreto e familiare di Clemente VIII
11 genn. 1603Governatore di Camerino
1608Referendario delle due Segnature
Luglio 1615Acquisto dell'ufficio delle contradette e nomina a prelato di Consulta
17 giugno 1619Nomina al vescovato di Anglona-Tursi
1622Nomina alla nunziatura di Firenze
1630Morte a Firenze

La città di Anglona, anticamente Aquilonia, distrutta dal 1546, aveva spostato la sede della curia episcopale nel castello di Chiaromonte, servendosi come cattedrale della chiesa di S. Maria dell'Annunciazione di Tursi, suffraganea della diocesi di Matera. Altri due ferraresi, Giulio Grandi e Niccolò Grana, erano stati vescovi di Anglona nel XVI secolo, senza peraltro mai risiedervi, considerandolo un beneficio meramente funzionale a incarichi curiali, quali legazioni e nunziature.

Della piccola diocesi della provincia lucana, il G. non mancò di stendere una relatio ad limina, indirizzata al pontefice Gregorio XV, rilevando per prima cosa la necessità di interventi sull'unico edificio superstite di Anglona, la chiesa cattedrale intitolata alla Natività di Maria Vergine, nella quale si venerava un'immagine miracolosa, custodita da due cappellani e meta di pellegrinaggio da parte degli abitanti delle terre circonvicine.

La nunziatura apostolica a Firenze

Le ambizioni di carriera del G. furono coronate nel 1622, quando Gregorio XV lo nominò alla nunziatura di Firenze al posto di Innocenzo Massimi, vescovo di Bertinoro, inviato dal pontefice alla nunziatura di Spagna. La nunziatura del G., durata fino al 1630, cadeva in un momento particolarmente delicato per la situazione interna del Granducato di Toscana.

Lo Stato era governato con fermezza da Cristina di Lorena, vedova del granduca Ferdinando I, e dalla nuora Maria Maddalena d'Austria, vedova del granduca Cosimo II, in attesa della maggiore età del principe Ferdinando de' Medici, futuro Ferdinando II, ma motivi d'inquietudine erano generati dalla congiuntura politica internazionale, dominata dalla guerra dei Trent'anni.

I Francesi, infatti, avevano ricondotto la Valtellina sotto il governo protestante della Lega svizzera dei Grigioni e avevano lasciato provvisoriamente al papa alcune piazzeforti conquistate dalla Spagna, al fine di evitare una guerra ulteriore. Oltre a occuparsi di queste vicende internazionali, il G. intervenne sui rapporti Chiesa-Stato in materia di giurisdizione, nonché in materia di fede e di comportamenti sociali, affrontando contenziosi rivendicati di volta in volta dai tribunali dell'Inquisizione toscana e romana, dal tribunale dello stesso nunzio e da quello delle curie episcopali del Granducato.

Una ricca fonte di informazione su questi maneggi è costituita dal cospicuo carteggio tenuto dal G. con i cardinali nepoti Alessandro Ludovisi e Francesco Barberini, con i cardinali C. de' Medici, C. Pio, B. Bevilacqua, L. Magalotti, R. d'Este, F. Sacrati, G.G. Millini, con altri prelati, principi, ministri e personaggi diversi, laici ed ecclesiastici.

Le istruzioni di Gregorio XV e il ruolo diplomatico

Nelle istruzioni del maggio 1622 date al G. da Gregorio XV appare preminente l'intento di fare della nunziatura toscana, secondo una tradizione diplomatica ormai consolidata, un osservatorio privilegiato, aperto a filtrare le "notizie del mondo che qui alle volte più prestamente si odono e secondo il giudizio d'uomini sottili ed avvedutissimi sempre si considerano".

In particolare, si raccomandava al G. di vigilare sulla difesa dell'immunità ecclesiastica, dato che i prelati toscani, beneficiati dai Medici e "allevati in un certo timore più che reverenziale" verso di loro e verso i loro ministri, guardavano di più "agli interessi de' parenti e delle case loro" che a quelli del proprio ufficio e dignità.

Si faceva, inoltre, presente che il G. avrebbe potuto contare sull'arcivescovo di Pisa Giuliano de' Medici, su quello di Firenze Alessandro Marzi de' Medici, nonché su quello di Siena Ansaldo degli Ansaldi, considerato un pastore zelante, da portare a modello per gli altri.

Altri punti già indicati a suo tempo come importanti al nunzio Massimi erano la riscossione delle decime ecclesiastiche, la composizione degli "spogli", la questione annosa delle acque della Chiana che scorrevano verso Firenze e Roma. Ma, più di ogni altra cosa, si poneva come urgente l'intervento del G. nel convincere i Medici, in nome della loro linea di neutralità, a farsi mediatori presso i duchi di Mantova nel pericoloso contrasto scoppiato con i Savoia a proposito del possesso del Monferrato.

Il rapporto con la corte medicea

Giunto a Firenze nella notte del 29 ag. 1622, il G. constatava con piacere di essere stato ricevuto con "amorevolezza et honorevolezza straordinarij né soliti con gli altri nunzi" (Arch. di Stato di Firenze, Carte Strozziane, s. 1, filza 164, cc. 2-5); altrettanto favore gli dimostrò l'ambasciatore mediceo alla corte di Roma Francesco Niccolini.

In realtà, la condotta del G. fu subito, anche se in maniera dissimulata, piuttosto avversa agli interessi dei Medici, che nel 1623 cercarono invano uno sbocco strategico verso il mare Adriatico, entrando in possesso del Montefeltro, feudo imperiale, attraverso il matrimonio di Vittoria Della Rovere, figlia di Federico Ubaldo duca di Urbino e di Claudia de' Medici, con il futuro granduca Ferdinando II.

Negli intendimenti dei Medici, il feudo avrebbe dovuto fare parte dei beni concessi in dote a Vittoria, in opposizione ai diritti rivendicati da Urbano VIII sul Ducato di Urbino rimasto privo di successori legittimi. Il negozio fu trattato in un primo momento dalla stessa Cristina di Lorena, ma si concluse a favore del papa, che si mostrò molto grato al G. per la funzione avuta in tutta la vicenda (Arch. segr. Vaticano, Nunziatura Firenze, 16, cc. 1-101).

Fin dal suo arrivo a Firenze il G. continuò a mantenere contatti con i parenti di Ferrara, in particolare con la cognata Costanza Bevilacqua Giglioli e con il nipote Francesco. Questi, tra il 1624 e il 1629, seguì sia da Ferrara sia da Roma gli interessi dello zio presso i cardinali Pio, Medici, Magalotti e il cardinal nepote A. Barberini, in vista di una promozione del G. al cardinalato.

Ma già dall'elezione al soglio pontificio di Urbano VIII (1623), frate Felice Franchini da Cascia, uno dei protagonisti del negoziato di Urbino, aveva fatto sapere al G. che il cardinale Barberini lo giudicava "troppo buono per Firenze" e più utile nella nunziatura che altrove.

Contenziosi religiosi e rapporti tra Chiesa e Stato

L'azione del G. non fu sempre in sintonia con la corte toscana, quando si andavano a ledere privilegi e consuetudini che i Medici mantenevano in vita senza badare alle implicazioni che potevano avere per la religione cattolica.

Per esempio, quando, nel 1624 furono incarcerati alcuni sospetti di ebraismo, tra cui figuravano gli auditori della rota fiorentina Antonio Diaz Pinto e Tommaso Enriquez, il G. chiese clemenza per gli arrestati al cardinale Barberini e al papa, dato il ruolo pubblico degli inquisiti e il turbamento provocato in città dalla loro detenzione (Arch. segr. Vaticano, Nunziatura Firenze, 16, c. 104).

Ma il G. si trovò ad affrontare altre questioni delicate, sintomatiche di una situazione ancora molto fluida nei rapporti Chiesa-Stato: un omicidio avvenuto nel 1622 nell'eremo di Camaldoli, proprio quando si tentava di sottrarre l'eremo all'unione con la Congregazione di Monte Corona, sempre avversata dai Medici; l'arresto di Maddalena Palagi e Margherita Serchia da Certaldo, accusate di stregoneria.

In questa occasione il G. difese le ragioni del cardinal Millini: Arch. di Stato di Firenze, Carte Strozziane, s. 1, 186, cc. 95-97: lettera del Millini al G. del 21 marzo 1626. Affrontò inoltre la questione della congregazione del S. Uffizio contro il giudice criminalista Antonio Cospi e altri ministri laici fiorentini.

Sulle entrate dell'Inquisizione fiorentina il G. stese per Gregorio XV una minuziosa relazione, segnalando una situazione bisognosa, a suo avviso, di provvedimenti. Vi era evidenziata la sempre maggiore importanza che si attribuiva in quegli anni al ruolo dei tribunali periferici dell'Inquisizione contro gli eccessi sopracitati e nello stesso tempo a favore di un'azione capillare contro la diffusione di eresie e comportamenti morali ritenuti illeciti, quali bestemmia, concubinato, casi di affettata santità e altri.

I Vangeli arabici e la tipografia orientale medicea

Poco fortunato fu l'intervento del G., più volte sollecitato da Gregorio XV e da Urbano VIII attraverso i cardinali L. Ludovisi e O. Bandini, per ottenere in dono dai Medici i Vangeli arabici da loro posseduti e i pregiatissimi caratteri della tipografia orientale creata dal granduca Ferdinando I.

I caratteri tipografici, in particolare, dopo l'istituzione della congregazione di Propaganda Fide nel 1622, erano ambiti a Roma per la stampa del catechismo di R. Bellarmino tradotto in lingua araba.

Per dimostrare ancora una volta il suo zelo, il G. cercò di ovviare ai rifiuti incontrati alla corte toscana, offrendo di far stampare a Firenze, a sue spese, con i caratteri della tipografia medicea, almeno la Dottrina piccola del Bellarmino, che, secondo le direttive di Roma, si prevedeva dovesse essere distribuita tra i cristiani copti, armeni e persiani in numero di 1500 esemplari (ibid., 185, cc. 442-443: lettera del card. Ludovisi al G. del 6 ott. 1625).

Gli ultimi anni e la morte

Da approfondire, alla luce dell'epistolario del G., resta il ruolo da lui avuto nel primo processo a Galileo Galilei, che, a un primo esame della corrispondenza, sembrerebbe non essere tra gli argomenti ricorrenti.

La nunziatura del G. si concluse con la sua morte, avvenuta a Firenze il 24 marzo 1630, mentre si apprestava a visitare la diocesi di Anglona. Il 23 giugno di quell'anno fu sepolto nella chiesa della Ss. Annunziata di Firenze nel sepolcro dei Gonzaga.

Odoardo H. Giglioli e la storia dell’arte

Con la morte di Odoardo H. Giglioli è sparito uno dei più distinti amatori e critici d’arte della vecchia guardia. Nato a Firenze nel 1873 da famiglia emiliana illustre per dottrina in molteplici rami dello scibile, fin da giovanissimo si sentì attratto dall’arte del disegno e della pittura, cui tentò dedicarsi, conservando nozioni tecniche che gli furono di gran giovamento per le sue future mansioni.

Quando Corrado Ricci, direttore delle Gallerie di Firenze, volle rifare lo schedario ragionato dei dipinti, compresi quelli accumulati nei molti e vasti depositi, tra le persone adatte a tale scopo scelse anche il Giglioli. Promosso poi nel 1907 ispettore, ebbe lungamente la sorveglianza della Galleria Pitti.

Ivi il suo squisito gusto naturale e il suo acume critico ebbero occasione di perfezionarsi all’ esame scrupoloso di tanti capolavori, dei quali fece eccellenti schede analitiche e storiche concluse col tempo in un ottimo catalogo.

Frattanto aveva ricevuto anche l’incarico di compilare guide e monografie artistiche di Pistoia, di Fiesole, di Empoli, mediante le quali fece conoscere e apprezzare varie opere d’arte poco o punto conosciute.

Il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi

Nel 1918 il Giglioli, nominato Direttore del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, divenne il vero interprete del concetto creativo di Corrado Ricci; poiché sotto di lui tale Istituto prese un incremento attivissimo.

Dette larga e oculata estensione all’ annessa biblioteca, mediante acquisti di pubblicazioni e riproduzioni di disegni d’altri istituti. Quelli degli Uffizi li riordinò in modo da renderne pratica la visione, collocando i più famosi in eleganti passepartouts meglio maneggevoli per gli studiosi.

Egli non trascurò mai di estendere tali collezioni mediante acquisti pregevoli di disegni e di incisioni anche dei più illustri artisti moderni. Dette pure continuo incremento alla ivi annessa collezione iconografica, complemento di quella pittorica esposta nel corridoio PittiUffizi.

Sotto la direzione quindi di O. H. Giglioli il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, dall’ignobile topaia dove l’aveva trovato il Ricci, venne elevato all’ altezza dei meglio organizzati. Mentre col suo garbo signorile e servizievole egli lo rendeva un centro di cultura largamente accogliente per gli studiosi di tutto il mondo.

In seguito a un così perspicace studio di tutto quel materiale che egli schedò per un futuro catalogo, il Giglioli divenne uno dei più acuti conoscitori di quelle arti. E lo scrivente se ne potè render conto nel vederlo scorrere con prontezza e giustezza di discernimento varie collezioni straniere, soffermandosi estatico innanzi ai tratti del genio.

Perché sotto un’ apparenza fredda egli celava una natura entusiasta pronta ad accogliere i pregi artistici d’ogni tendenza e d’ogni tempo.

Pubblicazioni e studi su Giovanni da San Giovanni

O. H. Giglioli non ha lasciato molte pubblicazioni; tuttavia a raccogliere tutti i suoi articoli sparsi per vari periodici, c’è sempre da farne un volume cospicuo per acume di critica e per interesse di documenti di notevole contributo alla storia dell’arte.

Quando Corrado Ricci ideò per l’Istituto di Arti Grafiche una serie di atlanti delle scuole italiane di pittura, prevista in una decina di volumi e affidata a studiosi di speciale competenza, il Giglioli ebbe l’incarico di compilare i due concernenti l’Arte Toscana.

Nel 1932 escì il suo primo volume con 319 tavole di dipinti documentati o segnati da Cimabue fino a tutto il Quattrocento. Detta serie rimase interrotta per la morte del promotore.

Ma l’opera alla quale il Giglioli dedicò con passione la sua attività fu la vasta monografia di Giovanni da San Giovanni. Per la sua vita e la sua derivazione pittorica, egli si attenne a quanto ne scrisse con coscienzioso amore il contemporaneo Baldinucci.

Egli quindi vide e fece fotografare quanto di questo maestro, così ricco d’immaginazione, di grazia e di spirito, si conserva in chiese, in palazzi, in ville in Toscana e a Roma; e raccolse quanti documenti egli potè rinvenire in proposito.

Ma per molteplici circostanze soltanto nel 1939 escì il tanto atteso volume, edito da Gilberto Petralli a inizio di una « collana azzurra » di monografie artistiche.

Il testo scritto con quella sobria eleganza e chiarezza proprie dell’autore, nelle belle, vive descrizioni e nelle analisi critiche manifesta tutta la passione intima, che ispira il Giglioli.

Una vasta scelta di ottime illustrazioni lo correda efficacemente; documenti numerosi, notizie di opere scomparse, elenchi di opere falsamente ascritte a Giovanni da San Giovanni, indici accuratissimi, completano quest’opera, fondamentale per la conoscenza di tale artista.

Ciò malgrado tale pubblicazione passò quasi inosservata ed io stesso mi rimprovero di non averne fatto una recensione; ma ero allora troppo spesso e lungamente assente dal mio centro di studi.

Ma della scarsa accoglienza avuta dal suo libro, Giglioli si amareggiò, si chiuse sempre più in se stesso; la sua salute andò declinando e purtroppo divenne quasi cieco.

Ed era una gran pena vederlo in tale stato, ripensando al più felice periodo della sua vita, quando dirigeva con tanta cortese sollecitudine il Gabinetto dei Disegni e Stampe degli Uffizi e godeva dell’apprezzamento e della riconoscenza dei più illustri studiosi dell’arte.

Principali opere e contributi di Odoardo H. Giglioli

  • Un nuovo studio sul Bernini, in Rass. Nazionale, 1900, CXIV, p. 305.
  • La Gioventù del Perugino, in Riv. d’Italia, 1902, fasc. VI, pp. 946-53.
  • Tre capolavori di scultura fiorentina in una Chiesa di Napoli, ivi, 1902, voI. XII, pp. 1030 - 44.
  • A Prato - impressioni d’Arte, Firenze 1902.
  • L’allegoria politica negli affreschi di A. Lorenzetti, in Emporium, 1904, XIX, pp. 265-82.
  • Pistoia nelle sue opere d’arte, Firenze 1904, p. 176.
  • Arte Pisana, in Riv. d’Italia, ottobre 1904.
  • Empoli artistica, Firenze, 1906.
  • Nuovi acquisti della Gallerie degli Uffizi e del Museo Nazionale di Firenze, in Emporium 1906, XXIII, pp. 213 -40.
  • La R. Gall. degli Uffizi, Roma 1932.
  • Toscana - Le pitture (sec. XIV-XV), Bergamo 1932.
  • Fiesole, catalogo ragionato delle opere d’arte, Roma 1933.
  • Mostra degli incisori Toscani del 600, Firenze 1942.
  • Incisori Italiani del 700, Firenze 1943.
  • Leonardo. Iniziazione alla conoscenza di lui e delle questioni Vinciane, Firenze 1944.
  • Giovanni da S. Giovanni, Firenze 1949.
  • Due bozzetti inediti di Michelangelo, Firenze 1951.
  • La critica d’arte. Considerazioni e commenti, in L’Italia moderna, s. a.

Il nome Giglioli nella catalogazione delle opere d’arte

Il Giglioli (1906) li citò per la prima volta ed entrarono a far parte della collezione del Museo nel 1956, dopo un complesso restauro che permise di recuperare l’immagine dell’Arcangelo sotto quella di un santo vescovo, di fattura cinquecentesca, che la copriva interamente.

La vocazione popolare dell’anonimo maestro appare nell’eccessivo e iperbolico decorativismo delle vesti, dai colori assai vivaci, nel ridondante bagaglio di attributi iconografici, come anche nell’arcaismo del prato fiorito.

Da notare il vistoso errore prospettico che trasforma in pavimento quello che dovrebbe essere il tramezzo di marmi alle spalle dei santi.

Periodo metà del XV secolo. Tecnica e materiali tempera su tavola. Dimensioni cm 127 x 40 (ciascun pannello). Origine Chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani, altare di San Raffaele. Piano primo Sala dei dipinti del secolo XV.

Nella stessa stanza. Personaggi: San Raffaele Arcangelo; Tobia; San Michele Arcangelo; San Gabriele Arcangelo. Attributi: (San Raffaele Arcangelo) ali; cofanetto; cane. Attributi: (Tobia) cane. Attributi: (San Michele Arcangelo) ali; l’armatura; spada; bilancia; drago. Attributi: (San Gabriele Arcangelo) ali; giglio.

Le tavole attribuite a Michele Tosini

OGGETTO dipinto MATERIA E TECNICA tavola/ pittura a olio ATTRIBUZIONI Tosini Michele Di Ridolfo Del Ghirlandaio (attribuito) LOCALIZZAZIONE Tavarnelle Val di Pesa (FI).

Il Fornaciai (1903) riporta che il coro "cum duabus tabulis a parte posteriore" furono eseguiti al tempo dell’Abate Niccolò Unghero e cioè nel 1549. Entrambi i dipinti recano uno stemma, per ora non identificato, comunque non appartenente agli Unghero.

Il Vasari (1578) nella vita di Domenico Ghirlandaio, afferma che egli lavorò alla Badia di Passignano col fratello David e Bastiano da San Gimignano, ma non specifica i lavori eseguiti.

Il Milanesi (1878) riporta che alla Badia esistono "due tavole lavorate dai fratelli Domenico e David" e la stessa attribuzione è nelle schede del Carocci (1889) e mentre del Fornaciai (1903) afferma di essere di ignoto artista del secolo XVI.

Thieme-Becker (1939) riferiscono i dipinti a Michele Tosini e con la stessa definitiva attribuzione li pubblica il Giglioli (1948) che, mettendoli a confronto con l’Annunciazione in collezione privata romana asserisce che tutte e tre le opere "devono appartenere all’attività più tarda ed evoluta dell’artista compresa nei sette anni che corrono fra il 1570 e il 1577 con la stessa attribuzione li pubblica il Berenson (1963).

Recentemente Simonetta Prosperi Valente Rodinò (1974) citando i due dipinti, parla di essi come le opere maggiori dell’artista "che si rifanno ancora all’arte narrativa e composta di Andrea del Sarto, ma di tavolozza più diluita e meno trasparente".

Questa osservazione consente di anticipare la datazione delle tavole che possono effettivamente essere state eseguite circa il 1549 con il tramezzo a cui, indiscutibilmente, hanno sempre appartenuto.

Le nostre tavole sono da mettersi in relazione con gli affreschi di Villa Caserotta a San Casciano Val di Pesa e con il ciborio ligneo dipinto conservato nella chiesa di San lorenzo a Montevarchi in cui il San Michele Arcangelo ripete esattamente la posa e il gesto di quella di Passignano.

Fonti e bibliografia su Alfonso Giglioli

  • La carriera curiale del G. è documentata dai fondi dell’Arch. segr. Vaticano citati da K. Jaitner, Die Hauptinstruktionen Gregors XV für die Nuntien und Gesandten an den europäischen Fürstenhofen 1621-23, Tübingen 1997, I, pp. 277-279; II, pp. 882-889.
  • La corrispondenza relativa alla nunziatura si trova in Arch. segr. Vaticano, Nunziatura Firenze, 16, 17, 18.
  • Il resto del carteggio del G. è conservato all’Arch. di Stato di Firenze, Carte Strozziane, s. 1, filze 162-191.
  • Materiale concernente l’attività del tribunale della nunziatura, atti civili e criminali, commissioni, lettere, remissorie ecc., è conservato nel medesimo Archivio, fondo Tribunale della Nunziatura.
  • A. Libanori, Ferrara d’oro imbrunito, Ferrara 1665, pt. I, pp. 99 s.; pt. III, pp. 22 s.
  • F. Ughelli - N. Coleti, Italia sacra, VII, Venetiis 1721, coll. 104 s.
  • G.V. Marchesi Buonaccorsi, Antichità ed eccellenza del protonotariato apostolico partecipante colle più scelte notizie de’ santi, sommi pontefici, cardinali e prelati che ne sono stati insigniti insino al presente, Faenza 1751, p. 395.
  • L. Ughi, Diz. stor. degli uomini illustri ferraresi nella pietà, nelle arti e nelle scienze con le loro opere o fatti principali, Ferrara 1804, pp. 12-14.
  • P. Savini, Storia della città di Camerino narrata in compendio, Camerino 1864, pp. 225-230.
  • Le Carte Strozziane del R. Arch. di Stato in Firenze. Inventario. Serie prima, a cura di C. Guasti, II, Firenze 1891, pp. 91-206.
  • H. Biaudet, Les nonciatures apostoliques permanents jusqu’en 1648, Helsinki 1910, p. 206.
  • F. Pasini Frassoni, Diz. stor. araldico dell’antico Ducato di Ferrara, Roma 1914, p. 238.
  • B. Katterbach, Referendarii utriusque Signaturae a Martino V ad Clementem IX et praelati Signaturae supplicationum a Martino V ad Leonem XIII, Roma 1931, p. 247.
  • P. Gauchat, Hierarchia catholica, IV, Monasterii 1935, p. 84.
  • C. Weber, Legati e governatori dello Stato pontificio (1550-1809), Roma 1994, p. 700.
  • S. Prandi, Il "cortegiano" ferrarese. I Discorsi di Annibale Romei e la cultura nobiliare nel Cinquecento, Firenze 1995, p. 75.
  • P.O. Kristeller, Iter Italicum, I, p. 133.
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