I racconti di relazioni e amicizie con un sacerdote mostrano esperienze molto diverse: possono nascere legami profondi, confronti spirituali, sentimenti amorosi, crisi di coscienza e anche situazioni di abuso. In ogni caso, il rapporto deve essere valutato con chiarezza, rispetto reciproco e attenzione alla libertà di entrambe le persone.
Una relazione con un sacerdote attualmente impegnato nel ministero può comportare limiti, prudenza e conflitti interiori, soprattutto quando il sacerdote vive il celibato come una scelta personale oppure come un obbligo inseparabile dalla propria vocazione. L’affetto non elimina automaticamente le responsabilità, le asimmetrie di ruolo e le conseguenze delle decisioni assunte.
Quando l’amicizia con un sacerdote diventa amore
Ho fatto amicizia con un prete il quale dopo un po’ mi ha fatto capire di essere anche lui omosessuale, e quindi ci siamo confrontati ed io cerco di aiutarlo in questo momento in cui lui sente la necessità di vivere l’affettività in una dimensione più umana. Il problema che la nostra amicizia si sta trasformando in altro, ci vogliamo bene e stiamo bene quando usciamo insieme anche solo per fare una passeggiata.
Non so che fare, non so se devo evitare di coinvolgermi sentimentalmente con lui, o buttarmi e seguire quello che dicono i nostri cuori. Sono pienamente consapevole che sarebbe una storia un difficile anche perchè lui non ha per ora nessuna intenzione di abbandonare il suo ruolo di prete, nonostante sia difficile far convivere le due cose insieme.
Non vedo di per sé nulla di insuperabilmente difficile in un relazione omosessuale con un prete. Mi sembra, però, che sia necessaria una notevole chiarezza su alcune questioni che cerco semplicemente di ricordarti più che di illustrarti.
La scelta del sacerdote e il celibato
Un prete, per ciò che concerne il livello della sua fede e del suo ministero, può decidere di vivere una bella storia d’amore. Molti preti vivono storie d’amore con un uomo o con una donna e finalmente non decidono più di abbandonare il ministero. Ne conosco di felicissimi.
La legge del celibato è una semplice disposizione canonica e non obbliga quando ragioni di coscienza la relativizzano o la rendono irrilevante. Tanto più che per molte persone è diventata una innaturale repressione di un bisogno sano e costruttivo.
È ovvio che se tu ti trovi a fare i conti con un prete pieno di sensi di colpa, che avverte e vive la vostra relazione come una trasgressione o come una realtà che lo mette in conflitto con la sua fede o il suo ministero, allora le cose cambiano e i rischi di inoltrarti in un sentiero poco sereno si fanno reali e pesanti.
In ogni caso questo tuo compagno ha forse bisogno di chiarirsi bene con se stesso. Può occorrergli tempo e qualche buon confronto. L’indecisione, l’ansia e i sensi di colpa sono, come tu sai, la morte di una relazione amorosa. E tu hai diritto a viverti l’amore con una persona non divorata dall’ansia.
Prudenza, limiti e possibilità
Ovviamente una relazione amorosa con un prete attualmente nel ministero esige alcune “attenzioni” e “prudenze”, stando l’attuale legislazione sessuofobica ed omofobica della chiesa cattolica.
Ma non è priva di felicità, di spazi, di possibilità. Occorre certo essere consapevoli e concordi nell’assumere limiti e possibilità.
Questo percorso, mentre può garantire il bene delle persone, rappresenta anche uno dei possibili metodi per svuotare dall’interno questa disumana legge ecclesiastica nemica dell’amore.
Detto questo, a voi l’ardua decisione con l’augurio che la saggezza e l’amore guidino le vostre scelte che davvero sono tutte vostre e solo vostre. Prete o non prete, oggi o domani, ma è proprio essenziale che la vostra vita sia un paesaggio d’amore.
Una storia d’amore vissuta tra corpo, anima e fede
Il celibato non è un dogma, il fatto di sceglierlo consapevolmente è una rara scelta, ammirevole e la sento forte e convinta in te, una tua seconda pelle. Purtroppo mi sono resa conto che forse tu non mi ami quanto ti amo io, perché l’Amore vero è qualcosa che stravolge la vita e da coraggio.
Non è rimorso, non è rimpianto. Sono molto triste, non tornerò del tutto rilassata alla mia vita di tutti i giorni, ma solo con la speranza di poter fare questo “grande salto” che mi chiedi, e che fino a pochi mesi fa era il piu’ intenso desiderio della mia vita spirituale e affettiva.
Cioè il condividere platonicamente e con tutta l’ anima e il cuore non solo i sentimenti, ma anche i contenuti, la fede stessa per il Vivente. Purtroppo, o per grazia, abbiamo poi conosciuto la passione, quella autentica, e tutto è mutato.
Stanotte che sei fisicamente lontano, per tua scelta sofferta, sono felice di questo corpo nudo, di questa anima ansiosa, di questo cuore spalancato. Nulla toglie al mio essere salda cristiana e femmina vera.
Il conflitto tra castità e sentimento
Con dolore e con lotta interiore, accolgo cosa ora scegli, anche se per me è una castrazione. Ammiro la tua tenacia e la prendo ad esempio, ma ciò che provo in questo istante eterno è molto più travolgente di ogni moralismo.
Non mi serve constatare quali siano le tue mansioni tutti i giorni, anche se trovo assurdo che un presbitero solo debba celebrare 2 messe, un matrimonio e un funerale, andare dai malati, aiutare i poveri, e tutto in un solo giorno.
Anche se ti vedo stremato da impegni che ti costringono ad alzarti alle 4 per avere almeno una sola ora di adorazione eucaristica solitaria, tutto ciò non diminuisce il mio sentimento, anzi lo rafforza, perché vorrei starti più vicino, essere apostola con te.
Le rievocazioni della straordinaria simbiosi di Francesco e Chiara sono sempre attuali, ma siamo pure di carne ed io non sento più differenza tra corpo e anima: tu sei prete, ma sei anche uomo.
La pensiamo diversamente in questa fase purtroppo, come se ti fossi pentito di esserti donato a me anima e corpo. Fino a poco tempo fa la pensavo come te, ora ho compreso che questa storia della castità obbligatoria regge poco.
Una scelta che resta aperta nel tempo
Sono felice di intuire che sulle mie lacrime un giorno altre donne potranno essere amate completamente da presbiteri regolarmente ordinati, senza che alcuno le additi come tentatrici.
Io non ti ho perso, ma tu? Lo dirà il tempo, avrei dato la mia vita per te. Cristo mi è testimone di quanto dolore ho provato queste notti.
Nonostante ciò prego con e per te, per noi. Nuda, voglio stare nuda stanotte, vedere quanto è bello questo mio corpo, che Dio mi ha donato.
Non è sporco, non è lussurioso, non è scandaloso. È puro come il mio sentimento. Grande, forte, unico. Quanta sofferenza, quanta.
Quando ti ho chiesto: “che cosa faresti se potessi frequentarmi?” tu hai risposto “verrei a vivere da te, farei la valigia e partirei subito”.
Ho immaginato non certo per incontrare una amante in una alcova. Ma poi ti ho anche domandato semmai vi fosse consentito non essere celibi, se mi avresti accolto nella tua vita.
E tu mi hai fatto capire che ami il celibato, mentre mi avevi confessato che una sola mia dichiarazione di amore ben trentanni fa ti avrebbe fatto lasciare addirittura il seminario.
Quanto lotti anche tu? Quanto sei scisso? Mi sembra un controsenso rispetto all’amore da te dichiarato, nuovamente un anno fa.
Forse lo hai detto per non determinare le mie scelte future, per non tenermi al laccio, o perché lo senti anche. Ma non è la verità che ci rende del tutto liberi.
Amicizia spirituale e confini del rapporto
Un sacerdote può avere amici? Questo chiedeva, quasi 50 anni fa, don Pietro Margini ai suoi ragazzi. Suonava singolare: allora il sacerdote era molto custodito, distante nel suo ruolo sacrale.
Il passaggio ad una forte secolarizzazione è avvenuto in modo improvviso, provocando disorientamenti e non di rado anche disordini. Ad accompagnare il sacerdote erano le famiglie di origine per i preti diocesani o le famiglie religiose per i consacrati.
La risposta dei giovani, pur affezionatissimi a don Pietro, fu titubante. La sua fu serenamente limpida: “I sacerdoti devono avere amici, non solo tra i sacerdoti.”
Il mondo è cambiato. A noi chiede la testimonianza di una vita totalmente di Dio e per questo pienamente umana, fatta di ricche e profonde relazioni.
Un’amicizia autentica richiede prudenza
Certo ai nostri giorni appare in tutta evidenza quanto l’amicizia vera tra sacerdoti, giovani e famiglie esiga una rigorosa e trasparente ascesi.
È facile trasformare l’amicizia in cameratismo o riporre la propria fiducia e confidenza in persone immature che non la sanno custodire e valorizzare.
Una cosa è voler bene a tutti, altra è una amicizia che non sia unilaterale, ma diventi reciprocità esigente.
Tanto più si desidera essere amici, tanto più occorre vincere ogni forma anche nascosta di egoismo e coltivare l’onestà e la purezza del cuore, la virtù della discrezione e della prudenza e la stima per l’altrui dignità e vocazione.
Se non si è così, l’esperienza acerba di amicizia si può trasformare in disillusione, in ferite profonde, in cinica chiusura.
Molti guasti che si verificano nelle famiglie, nei sacerdoti e nei giovani dipendono oggi dalla mancanza di Dio e di una sapienza umana, dimenticata da una modernità che ha travolto ogni buon senso.
La testimonianza dell’amicizia tra un prete e un giovane
Gesù ci ha dato l’esempio: “Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre ve l’ho fatto conoscere” (Gv. 15,15).
È l’amicizia tra un prete e un giovane, poi un fidanzato e uno sposo. Non è stato tra i primi ragazzi che ho conosciuto nel ministero di Sassuolo, poiché non era della mia parrocchia.
Mi è stato presentato da Chiara e da alcuni amici comuni. Sulle prime mi accorgevo che mi studiava attentamente con una certa curiosità e distanza.
La stima che la sua ragazza aveva per ciò che stavamo facendo era uno stimolo a cercare un incontro personale. Avvenne, penso su incoraggiamento di Chiara, nel mio studio.
Ricordo bene la tempesta di domande e i dubbi che aveva, pur presentati senza quell’arroganza di chi si interroga sulla fede senza voler ascoltare ragioni.
Ricordo che gli risposi: “Fai come ti suggerisce la tua coscienza. Ho molta fiducia in te.”
Queste parole sono state la chiave di tutto il nostro rapporto, fatto di stima ed affetto sempre crescenti fino ad oggi. Ancora sento la sua voce e ricorro ai suoi consigli.
Non nascondo che spesso mi confido con lui e mi affido alla sua amicizia. Indubbiamente alla stima iniziale è seguita una corrispondenza di sensibilità e di visione della vita e delle persone che ritengo un dono di Dio.
Pur avendo interessi e passioni differenti, abbiamo sperimentato una condivisione grande. All’inizio è stato prevalentemente il consiglio legato alle sue scelte ad offrirci occasioni di incontro.
Poi, via via, il confronto assieme a Chiara sul cammino comune, poi le esperienze formative e missionarie condivise, le più disparate.
Condividere ideali, responsabilità e vita quotidiana
Ci siamo sempre confrontati sui singoli ragazzi, su come riconoscere il bene che c’è in ciascuno e valorizzarlo, su come aiutare e correggere quelli che facevano fatica.
L’adolescenza e la giovinezza offrono alla persona il terreno su cui cresce e fruttifica il seme del Regno di Dio.
Mi è piaciuta la libertà con cui Umbo ha affrontato ogni scambio di idee e l’intelligenza con cui sapeva vedere lontano, assieme alla umile fortezza di un vero uomo di fede che in lui è cresciuto fino ad una statura che non avrei immaginato.
Così sono arrivate le scelte del fidanzamento e del Matrimonio, della comunità e della sua disponibilità ad avviare un cammino formativo nel Movimento che, negli anni era diventato sempre più la sua casa.
Innumerevoli sono state le esperienze condivise: campi, ritiri, feste, riflessioni, viaggi, pellegrinaggi.
Quando era lui ad organizzare sapevamo la meticolosa attenzione con cui tutto era predisposto. La passione educativa, “il cuore”, come diceva, fanno la differenza.
Desiderava che tutti avessero la possibilità di essere amati ed accolti. La comunità di amici è stata un dono prezioso per la sua famiglia, compimento di un suo cammino nel quale desiderava accompagnare tanti giovani, perché non fossero mai soli.
Perché avvertissero sempre accanto a sé la presenza del Signore, perché potessero condividere gioie e prove.
Il sacerdote come guida e presenza spirituale
Sono convinto che la sua presenza sia decisiva, come amico e ancor prima come sacerdote. Il sacerdote porta Dio nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità!
Da soli ci perdiamo, ci sediamo: la nostra vita spirituale, nel contesto odierno, tende a scivolare ai minimi termini. E così si spegne il motore di tutto e non gira più niente.
Il sacerdote è carburante per la nostra vita spirituale perché ci aiuta ad alzare lo sguardo verso l’alto, perché è per noi segno e presenza viva di Dio.
Non mi stancherò mai di dire ai ragazzi di cercarsi un bravo prete, di tenerselo stretto, di fare una buona direzione spirituale. Che strumento prezioso! Che dono e responsabilità grande per il sacerdote!
Investiamoci preghiera, cuore e tempo.
Una vocazione condivisa nell’amicizia
La nostra amicizia è cresciuta, non solo perché è cresciuto negli anni un sentimento di affetto, ma per aver comunicato ad uno stesso ideale.
Abbiamo camminato insieme nel Movimento Giovani della Familiaris Consortio, che non sarebbe quello che è oggi, senza l’impegno, la dedizione, la visione e la passione di Umbo.
Ha accompagnato i giovani, con il suo carisma, con la sua competenza e con un cuore di padre, sempre più dilatato.
Gli anni segnati dalla malattia, sono stati di un’intensità umana e spirituale molto alti. Andare a casa di Umbo e Chiara significava arrivare sul Tabor, dove “l’annuncio della passione”, non offuscava la luce trasfigurante della fede, della visione educativa, dell’amicizia.
Ciò di cui ringrazio e che custodisco come balsamo della nostra amicizia, è l’aver partecipato da vicino al suo cammino verso il Cielo: l’amicizia può raggiungere la sua pienezza, solo quando può accedere alla relazione con il Tu assoluto, cioè con Dio.
Sono testimone di come la malattia abbia portato una bellezza ed una verità sempre più grande al suo cuore. E sono onorato perché lui mi ha fatto accedere a questo cammino di santificazione.
“Questo è il miracolo dell’amicizia. Quando scegliamo di non sfuggire dalla croce, ma di viverla”, scriveva Umbo.
Più cresceva in lui l’amore di Dio, più si dilatava l’umiltà. Ha abitato la sua vocazione, il suo sì alla volontà di Dio e a Chiara, fino alla fine.
Quando il rapporto con un sacerdote diventa una situazione di abuso
Le relazioni con un sacerdote non sono tutte storie d’amore reciproche o amicizie spirituali. Esistono anche situazioni nelle quali una persona fragile viene avvicinata, condizionata o manipolata da chi occupa una posizione di autorità religiosa.
Una donna di quarant’anni ha raccontato di avere avuto una relazione con un sacerdote perché non passasse il messaggio che è sempre la donna a sedurre il sacerdote.
È duro a morire il pregiudizio per cui la donna che va col prete è di facili costumi, ma io sono l’esempio vivente che non è così.
Fragilità, dipendenza e autorità
Chi va in Chiesa lo fa perché ha bisogno di un riferimento e quando lo trova non riesce più a staccarsene. La Chiesa crea dipendenza, perché dà certezze, e i preti diventano insostituibili.
Per paura di non essere creduta e di essere invece guardata e giudicata male, la donna non aveva parlato subito. Non voleva mettere in difficoltà il sacerdote, lo amava, quindi aveva taciuto e il tempo era passato.
Finché è emerso il senso di colpa: e se poi circuisce altre donne, magari ci prova con minorenni, con bambini?
Ci vuole una grande forza psicologica per far cadere il velo, hai contro il mondo.
Una relazione iniziata durante una crisi personale
Ho conosciuto questo sacerdote, bello e carismatico, nel 1999. Aveva 40 anni, io ero già laureata ma ero in crisi: non trovavo lavoro, il fidanzato mi aveva lasciata e in famiglia i rapporti erano tesi.
Soffrivo di depressione e attacchi di panico. Una signora con cui facevo volontariato e che teneva la contabilità per la parrocchia del prete in questione mi ha consigliato di seguire le sue prediche.
Era un grande motivatore, insegnava come vivere nel modo giusto le emozioni. Le sue messe erano sempre piene, al sabato, alla domenica e due sere infrasettimanali.
Sono andata a confessarmi, c’era sempre tanta gente: lui accoglieva i fedeli dalle 15 alle 19 ma bisognava mettersi in coda già alle 10 e spesso non riuscivi lo stesso a parlarci.
Più che confessioni erano colloqui psicologici. Gli ho raccontato tutto di me, della mia vita, della famiglia, e lui mi incalzava: tu mi stai nascondendo qualcosa, c’è dell’altro.
La seconda volta mi ha preso le mani e mi ha detto: tienimele strette con gli occhi chiusi, vediamo se ti fidi di me.
Segnali di manipolazione e violazione dei confini
Questi soggetti sanno scegliersi bene le vittime tra le persone più fragili.
Quando gli ho portato un regalino per il compleanno, mi ha ricevuta per ultima nel suo studio e mi ha chiesto: posso fare una cosa io, come se tu fossi mia madre, mia sorella o mia figlia?
Mi ha preso le mani e me le ha messe intorno alla sua vita. Io ero ancora innamorata del mio ex, ma lui faceva allusioni strane e io pensavo che si stesse infatuando di me e non avesse il coraggio di dirmelo.
Che ingenua. Mi pareva pulito, sincero.
Sì, pensavo: devo allontanarmi da lui, non può innamorarsi di me, sarebbe un bel pasticcio. Ma mi affascinava.
Si era sparsa la voce che fosse un taumaturgo, che avesse guarito dal tumore se stesso e altre persone. Ti prendeva, ti trasmetteva energia.
Mi sono trasferita lontana dalla città e dopo un mese gli ho scritto un biglietto: vorrei salutarla, non verrò più a messa da lei. Gli avevo sempre dato del lei.
Qualche sera dopo sono andata a trovarlo in parrocchia e mi ha fatta entrare nel suo studio. Ha chiuso a chiave e mi ha detto: dimmi perché sei venuta e cosa vuoi veramente.
Io esitavo, lui mi incalzava: sarebbe ora che mi facessi vedere se hai le palle. Ci siamo abbracciati, lui mi faceva intendere che fossi io la padrona del gioco.
Faceva fare a me le cose, finché ha detto: se non ti togli i vestiti, te li strappo via io.
Le conseguenze psicologiche
Ero inesperta, così ha cercato di stemperare la tensione sussurrandomi: guarda che per me è la prima volta. In seguito ho saputo che aveva una relazione in corso e un figlio.
In quel momento gli ho risposto: lo sai che così si fanno i bambini? E lui: non preoccuparti, faccio tutto io, stai tranquilla.
Ma non aveva il preservativo, perciò ci siamo fermati. Le sue uniche parole sono state: non sentirti in colpa.
Nei giorni successivi stavo male, non riuscivo a mangiare nè a dormire, gli telefonavo e non mi rispondeva.
Sono tornata da lui qualche mese dopo, per portargli un piccolo dono. Mi ha ordinato: togliti il cappotto.
Non l’ho fatto e allora ci ha infilato le mani dentro e mi ha palpato seno e sedere. Senza dire niente.
Sono rimasta choccata, me ne sono andata impietrita. Ma ero sempre convinta che fosse innamorato di me e che si comportasse così per il grande dolore che lo stava dilaniando.
Da allora ho deciso di non vederlo più. L’ho incrociato ad un incontro di preghiera, mi ha sfiorato il seno con la mano.
Sono andata alla polizia, ma non avendo subìto violenze non c’erano gli estremi per la denuncia. Però ho parlato con i vertici della Curia, che hanno preso provvedimenti.
Oggi lui non è più un sacerdote. Ma io sono ancora in cura dallo psicologo. Non riesco a superare i sensi di colpa.
Il ruolo della confessione e della direzione spirituale
La confessione e la direzione spirituale possono offrire ascolto e sostegno, ma non dovrebbero trasformarsi in strumenti di dipendenza personale o in occasioni per oltrepassare i confini dell’altro.
Il sacerdote può essere una guida importante, ma la relazione deve rimanere rispettosa della dignità, della libertà e della vulnerabilità di chi si affida a lui.
Non si conosce nessuno, se non per mezzo dell’amicizia.
Mi risulta ancora difficile, dopo più di un anno, parlare di Umbo, di quello che è significato nella mia vita e nella mia vocazione sacerdotale.
È complicato raccontare un’amicizia, cresciuta tanto negli anni, e divenuta sempre più parte essenziale della mia vita: significa entrare in quel campo, che è il mistero della vocazione e della chiamata di Dio.
Non riesco a pensare i miei anni di sacerdozio, e neppure gli ultimi anni da parroco, senza la presenza costante di Umbo: i suoi consigli, le sue analisi, il suo incoraggiamento, il suo aiuto in prima persona.
La reciprocità come elemento essenziale
In tante occasioni ha avuto la premura del fratello maggiore, ma è stato soprattutto un amico fedele, che ha condiviso in modo sempre più intimo la sua vita, la sua missione e la sua fede.
Ha saputo spronarmi, con verità e tenerezza; mi è stato sostegno nelle avversità e conforto nelle prove; paziente nei miei tempi e fraterno nelle correzioni; mi ha rincuorato nelle delusioni e parlato costantemente della bellezza del sacerdozio, anche attraverso il suo essere famiglia.
Mi sono sentito molto stimato ed amato da Umbo, non per le mie caratteristiche umane, ma per la mia vocazione, per quello che la mia vita rappresenta.
Non ha mai perso occasione per ricordarmi la bellezza del sacerdozio, e del dono che fossi per lui, la sua famiglia ed i suoi amici.
Nutriva grande considerazione per noi, e noi frequentavamo volentieri la sua casa; “sacerdoti che la provvidenza ha legato in modo speciale alla mia famiglia”, diceva.
Un’amicizia che aiuta una persona a vivere meglio la propria vocazione può essere profonda senza diventare possessiva. Il suo valore dipende dalla libertà, dalla sincerità, dalla capacità di rispettare i limiti e dalla disponibilità a riconoscere eventuali squilibri.
Racconti simbolici sul sacerdote e sulla fede
Molti racconti brevi presentano il sacerdote come figura di guida, ma mostrano anche i rischi di una fede vissuta in modo meccanico, astratto o separato dalla realtà.
Il parroco e la ragazza
Era il mese di maggio e, dopo il rosario, una ragazza si avvicinò al parroco e disse: “Nel rosario voi non fate che ripetere sempre le stesse parole! E chi ripete sempre le stesse parole, è noioso e lascia pensare che non crede in quello che dice. Io non crederei mai ad una persona che ripete sempre le stesse cose!”
Il parroco le chiese chi fosse il giovane che l’accompagnava. La ragazza rispose che fosse il suo fidanzato.
“Ti vuole bene?” chiese il prete. “Certamente!” rispose lei. “E come lo sai?” domandò, allora, il parroco. “Me lo ha detto!” spiegò la ragazza.
“Che cosa ti ha detto?” le chiese. “Io ti amo!” esclamò sicura la ragazza.
“Quando te lo ha detto?” continuò il parroco. “Me lo ha ripetuto, l’ultima volta, un’ora fa!” rispose la ragazza.
“Te lo aveva detto anche prima?” domandò il sacerdote. “Sì, ieri sera!” spiegò la ragazza.
“Che cosa ti ha detto?” proseguì il parroco. “Io ti amo!” replicò lei.
“Ed altre volte è capitato?” chiese, allora, il prete. “Tutte le sere!” esclamò la ragazza.
“Gli hai mai rinfacciato che ripete sempre le stesse cose?” domandò il prete. “Certo che no!” rispose la ragazza, un po’ sorpresa.
“Ti annoia sentire dire ripetutamente: ‘Io ti amo!’?” le chiese allora. “No… Anzi, mi preoccuperebbe, se non lo facesse!” spiegò la ragazza.
“Bene, adesso hai capito perché, con il Rosario, diciamo sempre le stese cose…” concluse sorridendo il parroco.
Il sacerdote, la competenza e l’ascolto
Una studentessa irrequieta aveva vissuto la brutta esperienza di una “overdose”: come tanti suoi coetanei aveva deciso di “risolvere” i propri problemi d’infelicità nello sballo.
Tuttavia, invece di essere consegnata alla polizia, fu accompagnata dagli amici in una comunità di accoglienza.
Quando la situazione lo permise, il prete che guidava la comunità, un uomo colto e preparato, professore di teologia e di psicologia, la invitò nel suo ufficio.
Così ricorda: “Ogni sua parola era intercalata da una bestemmia. Devo ammettere che in quel momento mi chiesi se mangiasse con la stessa bocca con cui parlava. Cominciò col raccontarmi del suo ‘brutto viaggio’!”
I colloqui, nonostante tutto, continuarono. “Ero semplicemente e completamente sconvolto dalle cose che mi descriveva ad ogni nostra seduta”, riferisce il prete, che cercava di cambiare la ragazza con i ragionamenti più sottili e convincenti.
Quando per gli studenti iniziarono le vacanze estive, finirono gli incontri tra il professore e la ragazza. Alla ripresa autunnale, la ragazza non si fece vedere.
Il prete domandò alla sua migliore amica dove fosse. “Oh,” disse l’amica, “si è convertita e adesso vive in una comunità cristiana del Nord, e scrive lettere come una suora!”
Il prete rimase di stucco: non se lo sarebbe proprio aspettato.
Passarono diversi mesi ed un giorno la ragazza tornò per vedere la famiglia e gli amici. Andò anche nell’ufficio del prete e per prima cosa lo abbracciò.
Era evidentemente molto cambiata. Il prete le chiese come fosse avvenuta la sua conversione e soprattutto se era stato grazie ai loro colloqui, ma lei rispose: “Oh, no. Lei mi ha trattata con i guanti di velluto.”
“Il cuoco della pizzeria in cui ho lavorato quest’estate, invece, ha usato dei modi diversi. Più di una volta mi ha detto, con il suo forte accento: ‘Certo che sembri proprio triste, ragazza. Perché non permetti a Gesù Cristo di entrare nella tua vita? Lascia che Gesù esca dalle pagine della Bibbia per entrare nella tua vita!’.”
La ragazza sorrise e continuò: “Io gli rispondevo: ‘Taglia corto con queste fesserie’ ma, a sua insaputa, cominciai a leggere la Bibbia tutte le sere.”
“E, una di quelle sere, Gesù Cristo ‘uscì’ veramente da quelle pagine per entrare nella mia vita.”
Il prete professore con tutti i suoi gradi accademici era stato completamente superato dal cuoco di una pizzeria.
La provvidenza e la responsabilità di riconoscere le occasioni
Tre barche in soccorso
Un prete stava preparando una predica sulla provvidenza, quando sentì un gran boato. Si affacciò alla finestra e vide della gente che correva avanti ed indietro in preda al panico.
Scoprì che aveva ceduto una diga, il fiume era in piena e stavano evacuando le persone. Il prete vide che l’acqua saliva dalla strada sottostante.
Fece un po’ fatica a soffocare il panico che lo stava attanagliando, ma disse: “Sono qui a preparare una predica sulla provvidenza ed ecco che mi si presenta l’occasione per mettere in pratica quello che racconto agl’altri: Non fuggirò, starò qui e confiderò nella salvezza che mi verrà dalla provvidenza Divina!”
Quando l’acqua raggiunse la sua finestra, arrivò una barca carica di persone. “Salti dentro, padre!” gridarono.
“No, no figli miei”, replicò il sacerdote con calma, “Confido nella provvidenza di Dio che mi salverà!”
Il padre tuttavia salì sul tetto e, quando l’acqua arrivò fino lassù, passò un’altra barca carica di persone, le quali incoraggiarono il prete a salire.
Ma egli rifiutò di nuovo. Alla fine dovette arrampicarsi in cima al campanile.
Quando l’acqua gli arrivò alle ginocchia e gli mandarono un pompiere a salvarlo con una barca a motore.
“No, grazie, amico!” egli esclamò con un sorriso tranquillo, “Ho fiducia in Dio, capisce? Lui non mi abbandonerà!”
Quando il prete annegò e andò in Paradiso, la prima cosa che fece fu di lamentarsi con Dio: “Mi sono fidato di te! Perché non hai fatto niente per salvarmi?”
“A dire il vero,” rispose Dio, “ti ho mandato ben tre barche!”
Il perdono sacerdotale e il conflitto interiore
Il mendicante ed il prete
Un uomo mendicava da 25 anni davanti ad una chiesa. Si era fatto amico anche del prete che celebrava lì.
Il sacerdote sapeva che cosa significa “sofferenza”: era rimasto senza famiglia a 10 anni; i suoi genitori e familiari erano stati tutti trucidati durante la guerra.
Ma da qualche giorno il mendicante era sparito. Il sacerdote lo andò a cercare; lo trovò morente in una catapecchia abbandonata.
Fu allora che il povero mendicante supplicò: “Padre, ho un peso da confessare prima di morire: tanti anni fa ero a servizio da un’ottima famiglia.”
“Marito, moglie, la figlia e, soprattutto il figlio ancor fanciullo, mi volevano molto bene. Io ero povero; attratto dal desiderio di venire in possesso di tutti i beni di quella famiglia, dissi che erano partigiani: furono uccisi.”
“Solo il figlio piccolo riuscì a fuggire. Con l’ingiusta eredità divenni ricco, mi diedi a tutti i piaceri, sperperai tutto, ma non riuscii a dimenticare l’enorme delitto.”
“Ora sono pentito. Ma è tardi per ricevere il perdono di Dio!”
Mentre il povero penitente si confessava, a poco a poco, ritornava alla mente del sacerdote confessore la storia della sua famiglia.
Alla fine fu colpito al cuore da una lucida conclusione: quell’uomo era l’assassino dei suoi e il dilapidatore dei beni della sua famiglia!
Scoppiò allora una furiosa battaglia nel suo cuore tra il perdono e il desiderio di giustizia.
Dopo alcuni istanti d’una tremenda lotta, che gli rigò il viso di sudore e di lacrime, alzò la mano sacerdotale e disse: “In nome di Dio e mio ti perdono tutto!”
Il sacerdote davanti alle difficoltà concrete
Provvidenza e sale
Nei primi anni del 1900, un mezzadro di nome Giacomo, si era iscritto alle Leghe Bianche sorte in Veneto.
Le “Leghe Bianche” erano un sindacato del mondo rurale contadino di ispirazione Cattolica per il riscatto socio-economico della categoria contadina, che soffriva mali endemici come la malnutrizione e l’analfabetismo.
Il latifondista saputo che il suo contraente aveva aderito alla temuta lega, gli diede lo sfratto. Sarebbe dovuto andare via entro San Martino.
Avvenne come ben descritto nel film di Ermanno Olmi, l’Albero degli Zoccoli. Giacomo era disperato, aveva una famiglia e sei figli piccoli, e non sapeva dove sbattere la testa.
Desolato, stava seduto su un bordo di un canale con tristi pensieri, quando, improvvisamente, fu raggiunto dal parroco, che si fece spiegare l’angosciosa situazione e abbracciandolo gli disse: “Giacomo, io sono un povero strumento della Divina Provvidenza, ed in questo caso posso aiutarti.”
“Se e solo se sarai sempre riconoscente a Questa e diventerai sale, facendo buone azioni di promozione umana, ti si sarà rassicurata polenta a sufficienza. Però dovrai rispettare il riposo festivo.”
Gli indicò la possibilità di condurre un piccolo podere al margine del paese, al quale si dedicò con tutto se stesso lavorando sodo.
Riuscì anche a riscattarlo con il passare del tempo ed ebbe altri sei figli.
Il celibato, le relazioni clandestine e i figli
La legge del celibato obbligatorio è vissuta sempre di più come un peso, dal quale forse ci si potrebbe liberare.
Poiché è possibile essere contemporaneamente buoni sacerdoti e buoni mariti. E padri di famiglia. Il dibattito è aperto.
Da allora sono passati venticinque anni e, a quanto si vede, avevano ragione i pessimisti. La legge del celibato resiste.
Fino a quando? Certo, alcuni sintomi di apertura si notano.
Anche se, al momento, l’attenzione delle gerarchie ecclesiastiche sembra più rivolta alla possibilità di ordinare sacerdoti uomini già sposati di provata fede per celebrare messe in quelle zone rimaste senza parroci.
Ciò detto, “Vocatio”, associazione di preti sposati fondata nel 1978, torna periodicamente alla carica, facendo presente, tra l’altro, che sono numerosi gli spretati, la cui fede non è venuta meno, che vorrebbero essere reintegrati nella gestione delle parrocchie.
Le nascite nascoste e le conseguenze familiari
Quanti sono i figli dei preti, delle monache o di entrambi? Il calcolo è complicato e inevitabilmente approssimativo.
Ancora più incerto se si considerano le nascite “nascoste”, non riconducibili cioè a mogli o compagne dei sacerdoti che hanno abbandonato lo status ecclesiale e vivono la loro storia alla luce del sole.
I numeri diffusi, in base ad alcune fonti giornalistiche e a ricerche di associazioni, indicano un esercito di figli sparsi nel mondo, costituito da molte migliaia di persone.
Per restare in Europa, ecco la cifra attribuita alla Francia: circa quattromila.
In Italia? A fronte di ottomila/diecimila ex sacerdoti sposati, il 4 per cento avrebbe prole.
Restano fuori i nati da coppie clandestine, che si muovono fra parrocchie e conventi.
Violenza, segretezza e ricerca della verità
In alcuni casi i figli sono persino il frutto di violenze sessuali consumate all’ombra dei chiostri: quale comportamento adottano, in tal caso, le vittime e chi si occupa dei figli?
Purtroppo gli episodi di violenze sessuali esistono. Avvengono sia nell’ambito ecclesiastico tout court, i sacerdoti nei confronti delle monache, sia in situazioni diverse: sacerdoti che approfittano delle donne con cui hanno abitualmente a che fare: perpetue, parrocchiane collaboratrici, eccetera.
Inoltre, vanno considerate le monache insidiate e violentate da laici.
La vicenda dello stupro risale agli anni Trenta del ‘900, e successivamente ha fatto scalpore per le tenaci e vane ricerche della genitrice portate avanti da Francesca, che, senza remore, si è esposta pubblicamente.
Un’altra figlia del peccato è Teresa, adottata in fasce. In età adulta, è stata lei stessa a scoprire, dopo tante ricerche e peripezie, chi era e dove si trovava la madre naturale.
Teresa fu generata in un convento di suore, partorita in ospedale e abbandonata al brefotrofio. Ha studiato fino alla laurea, nel frattempo si era staccata dalla famiglia adottiva, trovando poi la sua strada.
Rimane, però, il mistero del padre. Secondo le reticenti ammissioni della madre-suora, le insidie sarebbero avvenute da parte di un operaio che, per motivi di lavoro, prese a frequentare la casa conventuale.
Ma Teresa è scettica. Da alcuni indizi raccolti, crede piuttosto che la paternità sia riconducibile a un religioso. Ipotesi che non ha trovato conferme.
Il caso di Erik
Di sicuro, il capitolo più forte è quello intitolato “Stupro in canonica, la storia di Erik”.
Fatti agghiaccianti raccontati con dovizia di particolari da Erik Zattoni, oggi quarantenne con moglie e figli.
Sua madre fu violentata dal parroco del paese, piccolo centro nei pressi dei Lidi Ferraresi, all’età di quattordici anni.
Ma il sacerdote ha sempre negato di essere il padre di Erik. Fino a che lo stesso figlio, ormai adulto, riuscì a smascherarlo ricorrendo alle vie legali e inchiodandolo al test del Dna.
“Ma il don rimase prete fino alla morte”, mi ha confidato Erik durante il colloquio avvenuto nella sua casa, a Lagosanto, Ferrara.
“Ho fatto l’impossibile affinché quel sacerdote fosse ridotto allo stato laicale. Non ci sono riuscito”.
Questo caso evidenzia come a chiedere giustizia sia stato il figlio e non la madre, vittima dello stupro.
Non è facile, del resto, per le vittime reagire, affrontando percorsi tortuosi, esponendosi a contraccolpi mediatici; in definitiva, aggiungendo dolore a dolore.
Talvolta succede. Ma la prassi è che la madre, umiliata e offesa, non abbia la volontà e soprattutto la forza di esporsi, mentre si trova a dover provvedere in solitudine alla crescita e all’educazione del bimbo.
Sopportando anche il peso economico. A meno che il padre “occulto” non si degni di intervenire con qualche contributo.
Il dramma dei figli dei sacerdoti
Va molto peggio invece per la prole delle ragazze-madri sedotte e abbandonate. Non da un uomo qualsiasi ma da un sacerdote in carica.
È davvero complicato raccontare a un figlio che il padre è un ministro di Dio. Spiegare rapporti amorosi complicati, quando non vere e proprie violenze.
Insomma, è faticoso per le madri trovare il coraggio di entrare in argomento. La scoperta tardiva, perfino casuale, magari indotta da avvenimenti gravi, da situazioni ormai insostenibili.
Da qui lo sconcerto del figlio. Le reazioni peggiori portano a depressioni, sbandamenti esistenziali, disturbi della personalità.
Inoltre, non va sottovalutato l’aspetto pubblico della vicenda umana privata. Soprattutto in età delicata come l’adolescenza.
I compagni di scuola scherniscono “il figlio del prete”, lo apostrofano, lo emarginano. Con prevedibili conseguenze psicologiche.
Qualcuno accoglie la rivelazione sul padre fino a quel momento ignoto come una liberazione, dopo anni di dubbi e di domande.
Altri restano sconvolti e provano un senso di disillusione e di abbandono che può segnarli per tutta la vita: rapporti che si spezzano, dipendenza dalle droghe, pensieri suicidi.
Molti perdono la fede nella Chiesa.
Quando la fede diventa un cammino umano
Siate come il vetro
Siate come il vetro; il vetro, se è pulito, non si vede! Però fa vedere al di là di se stesso.
Anche voi, se siete limpidi e non appannati dall’orgoglio e dall’egoismo, sarete come il vetro: lascerete vedere Gesù al di là di voi stessi e così aiuterete tanta gente a incontrarlo.
Il sogno di Rodolfo
Anticamente, quando i genitori volevano inculcare nei figli l’idea che l’uomo, fin dall’infanzia, deve battere le vie della santità, senza lasciare le questioni della religione per la vecchiaia, erano soliti raccontare loro delle storie, come questa.
Il giovane Rodolfo, uomo forte e sano, di bell’aspetto, non immaginava che sarebbe un giorno morto o, per lo meno, pensava questo gli sarebbe accaduto dopo molti e molti anni.
In un freddo pomeriggio di ottobre del 1321, egli si inoltrò in una folta foresta, durante una passeggiata.
Ormai all’imbrunire, avvistò tra gli alberi qualcosa che gli sembrava una parete. Stanco, si avvicinò e vide che era un’antica cappella abbandonata.
Entrò. Tutto era in rovina: vetrate rotte, banchi capovolti, polvere accumulata, pipistrelli, ecc.
Per lo meno, pensò, ci sono le pareti ed un tetto, è meglio che niente.
Unendo alcuni banchi, improvvisò dunque un letto e, esausto com’era, si addormentò in un baleno.
A notte fonda fu svegliato da un suono di campane. Estremamente sorpreso, si sfregò bene gli occhi, non riuscendo a credere a quello che vedeva: la piccola cappella era illuminata e piena di fedeli.
Sull’altare, un sacerdote stava celebrando la Messa. Vicino al presbiterio, c’era una bara.
Era dunque una Messa funebre, concluse. “Mi scusi, signora, ma in memoria di chi è celebrata questa Messa?” chiese.
“Allora non sa chi è morto? È uno che si è perso in questa foresta, mentre faceva una passeggiata ed è stato trovato morto oggi.”
Rodolfo ebbe un sussulto. Con uno strano presentimento, volle sapere chi fosse quel giovane.
Si avvicinò alla bara, sollevò il velo che copriva il volto del defunto e sentì un terribile brivido lungo la schiena.
Il morto era lui! Era ormai invecchiato, certamente, ma non c’era alcun dubbio che era proprio lui quello che si trovava nella bara.
Lanciò un grido di spavento e si svegliò.
Comprese allora che quel terribile sogno era un avvertimento del cielo: egli sarebbe morto esattamente di lì a 50 anni.
Uscì dalla chiesa e ritornò nella bella casa della sua agiata famiglia, dove era in corso una magnifica festa.
In mezzo all’allegria e ai divertimenti, pensò: “50 anni è molto tempo. Vuoi sapere una cosa? Farò una ripartizione intelligente: nei primi 25 anni, mi godrò la vita e nei 25 seguenti mi preparerò seriamente alla morte.”
Trascorse così 25 anni in divertimenti, viaggi, feste, gite e continua allegria. Ma passarono molto rapidamente!
Allora, il Conte decise: “Guarda, guarda, 25 anni è troppo tempo per prepararsi alla morte, così, i prossimi 15 anni saranno un prolungamento dei 25 anni che sono già passati. Quando ne mancheranno solo 10, allora sì, mi preparerò seriamente!”
E così accadde: furono altri 15 anni di piaceri, che trascorsero più rapidamente dei 25 anni precedenti.
Ad ogni scadenza, il Conte faceva una nuova “ripartizione intelligente” del tempo restante, giungendo in questo modo al suo ultimo mese di vita.
Un mese soltanto! Era, dunque, necessario congedarsi da parenti e amici.
Mandò una lettera a tutti gli amici, invitandoli ad una grande festa. Dopo 25 giorni, erano tutti riuniti nella sua villa.
Furono tre giorni d’intensa commemorazione. Gli restavano ora soltanto due giorni!
“Non posso lasciar partire i miei ospiti senza un banchetto di commiato!” pensò il Conte fissando un monumentale pranzo per il 25 ottobre, suo ultimo giorno di vita!
Dopo la festicciola, sentì la necessità di riposare un poco, per poter allora fare una buona confessione.
Mentre era a letto, sentì le prime avvisaglie della morte imminente, chiamò un domestico e, con voce da oltre tomba, lo mandò a chiamare in gran fretta un prete.
Il fedele servitore corse al villaggio vicino, alla ricerca del Parroco.
Nel frattempo Rodolfo, che aveva sprecato i 50 anni di tempo che aveva per prepararsi, cominciò a vedere figure che si muovevano intorno al suo letto, come fossero in attesa del momento di condurlo all’aldilà.
Ansimante, osservava l’ampollina del tempo che stava ormai esaurendosi. Mancavano appena cinque minuti alla mezzanotte, ed egli udì il rumore del carro che si approssimava, con il prete.
Troppo tardi! Prima che entrasse il sacerdote, scoccò il primo rintocco delle campane, che annunciavano il nuovo giorno!
Disperato, Rodolfo emise un terribile urlo e si svegliò veramente.
Con grande sollievo, si rese conto di trovarsi davanti al crocifisso arrugginito della cappella in rovina nel mezzo della foresta, dov’era entrato a riposare poche ore prima.
Non si era trattato che di un sogno. Ma non di un semplice sogno, no!
Perché il giovane Rodolfo prese sul serio il misericordioso avvertimento. Da quel momento in poi, seguì con determinazione il cammino della virtù.
Facendo un esame di coscienza quotidiano e la confessione frequente, si mantenne sempre preparato per l’ultimo e più importante giorno della sua vita: quello del suo incontro con Dio.
Riconoscere la differenza tra amore, amicizia e dipendenza
Le esperienze raccontate permettono di distinguere almeno tre forme di rapporto: l’amicizia spirituale fondata sulla reciprocità, la relazione amorosa vissuta tra adulti consapevoli e la dipendenza prodotta da una posizione di autorità o da una particolare vulnerabilità.
Nel primo caso, la relazione può sostenere la vocazione e la crescita di entrambe le persone. Nel secondo, richiede decisioni esplicite sui sentimenti, sul ministero, sul celibato e sui limiti concreti della vita comune.
Nel terzo caso, invece, il problema non è il sentimento della persona coinvolta, ma l’uso improprio del potere, della fiducia e della fragilità altrui.
Una cosa è voler bene a tutti, altra è una amicizia che non sia unilaterale, ma diventi reciprocità esigente. Tanto più si desidera essere amici, tanto più occorre vincere ogni forma anche nascosta di egoismo.
La franchezza, la discrezione, la prudenza e la stima per l’altrui dignità e vocazione sono indispensabili affinché il rapporto non si trasformi in disillusione o in ferita.
La certezza che mi abita ora, è sapere Umbo vivo nella patria celeste.
Rainer Maria Rilke afferma: «Ciò che chiamo patria si trova, sparso in molti luoghi, nella consapevolezza dell’amicizia».
Se la patria è là dove si trovano gli amici, ecco che il Paradiso diventa tangibile, diviene luogo sempre più famigliare.
È davvero consolante sapere di essere ancora in cammino insieme, ancora appassionati per gli stessi ideali, ed ancora in un servizio condiviso.
Grazie di cuore Umbo, per quello che sei stato, ma ancora di più per quello che continui ad essere ora.
