Giambattista Basile fu poeta e novelliere italiano, noto soprattutto per Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de’ peccerille, raccolta postuma di cinquanta fiabe scritte in lingua napoletana e conosciuta anche con il titolo di Pentamerone. Vissuto in epoca barocca, fu il primo italiano a distinguersi nel genere letterario della fiaba.
La sua opera più celebre riunisce cinquanta favole raccontate in cinque giornate da dieci narratrici e combina la materia popolare con una raffinata sapienza letteraria, una rutilante immaginativa stilistica e una straordinaria invenzione lessicale. Il Pentamerone fu valorizzato nell’età romantica dai fratelli Grimm e venne “tradotto” in italiano da Benedetto Croce nel 1925.
Chi era Giambattista Basile
Giambattista Basile (Giugliano, 1566-1632), soldato al servizio di Venezia, governatore di diverse terre del viceregno napoletano, intellettuale versatile e brillante. Fu poeta e novelliere.
Dopo un periodo trascorso tra Venezia e Candia, in qualità di soldato mercenario della Serenissima, tornò a Napoli nel 1608. Soggiornò in seguito alla corte dei Gonzaga, a Mantova, e quindi, rientrato in patria, divenne governatore di vari feudi, per conto di alcuni signori meridionali.
Dopo un periodo trascorso tra Venezia e Candia, arruolato nella flotta della Serenissima, e un soggiorno a Mantova presso i Gonzaga, tornò a Napoli. Alla corte spagnola scoprì Cervantes e Quevedo, frequentò le accademie dove fiorivano le nuove teorie scientifiche e la critica dell’Antico, compose versi e madrigali e ideò spettacoli e architetture effimere per le feste reali e per quelle di popolo.
La formazione tra Venezia, Candia e Napoli
Sappiamo poco dei suoi primi anni di vita e anche della giovinezza sappiamo poco se non che dovette girovagare per l’Italia. Si arruolò soldato a Venezia e fu inviato insieme con il suo reggimento nell’isola di Candia, allora minacciata dai Turchi.
Nella colonia veneta di questa città, trovando l’incoraggiamento di famiglie dell’alta società, Basile fece per la prima volta sfoggio delle sue abilità letterarie e fu accolto nell’Accademia degli Stravaganti. Entrò in seguito anche nell’Accademia degli Oziosi.
Nel 1607 fu ancora al servizio di Venezia in una campagna navale e servì su una delle navi capitanate da Giovanni Bembo, 92° doge di Venezia. Una volta finiti i doveri militari, Basile rientrò nella sua città natale.
Il soggiorno presso i Gonzaga e il ruolo di Adriana Basile
Da lì, complice il successo straordinario della sua famosa sorella Adriana Basile, cantante lirica, fu attirato a Napoli. Adriana era una cantante straordinaria e poli-strumentista, capace di destreggiarsi in particolare negli strumenti a corda, come l’arpa o la chitarra spagnola.
Adriana fu in quegli anni ospite onorata e ammirata presso la corte di Luigi Carafa, principe di Stigliano, ma anche presso i Gonzaga dove introdusse il fratello (1612-1613). Forse per motivi di salute il suo soggiorno presso la prestigiosa corte di Mantova durò assai poco: fu di nuovo a Napoli per i suoi ultimi anni.
Dalla sorella e dal marito di lei, Muzio Baroni, gentiluomo calabrese, ricevette cura e affetto. Sarà per cura e volontà della sorella che il capolavoro del fratello Giambattista, Lo cunto de li cunti, vedrà le stampe postumo.
I libri di Giambattista Basile
Basile scrisse opere in lingua e in dialetto. Con le prime, per lo più poemetti e liriche di tipo marinistico, non si solleva dal gusto dell’epoca; mentre è per due opere in dialetto napoletano, firmate Gian Alesio Abbattutis, che è universalmente noto: Le muse napolitane, nove egloghe dialogate, e soprattutto la raccolta di fiabe Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de’ peccerille.
| Opera | Anno | Genere o caratteristica |
|---|---|---|
| Il pianto della Vergine | 1608 | Poemetto |
| Madriali et ode | 1609 | Componimenti celebrativi ed encomiastici |
| Le avventurose disavventure | 1611 | Favola marittima |
| Egloghe amorose e lugubri | 1612 | Egloghe |
| La Venere addolorata | 1612 | Dramma per musica in cinque atti |
| Le opere poetiche | 1613 | Raccolta poetica ripubblicata a Mantova |
| Imagini delle più belle dame napoletane ritratte da' lor propri nomi in tanti anagrammi | 1624 | Opera in versi e anagrammi |
| Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de' peccerille | 1634-1636 | Raccolta di cinquanta fiabe |
| Le Muse Napolitane. Egloghe | 1635 | Opera postuma in dialetto napoletano |
| Teagene | 1637 | Poema postumo |
La produzione poetica e teatrale
Basile fu un letterato molto raffinato capace di esprimersi ad alti livelli sia in poesia sia in prosa. Non fu un Marino o un Sannazaro, ma ebbe una fama solida.
Egli fu capace di mettere a frutto tutte le suggestioni letterarie dell’epoca barocca, dalla poesia classicheggiante a quella marinista fino alla prosa dialettale e alla commedia dell’arte. La sua prima produzione in lingua è rappresentata dal poemetto Il pianto della Vergine, apparso a Napoli nel 1608.
Seguì un volumetto di Madriali et ode (1609), di argomento perlopiù celebrativo ed encomiastico. Le avventurose disavventure (Napoli 1611) è invece una favola marittima che riprende gli schemi tassiani della favola pastorale e boschereccia, riadattandoli secondo i motivi e gli ambienti marinari.
Nel 1612 pubblicò le Egloghe amorose e lugubri e la Venere addolorata, dramma per musica in cinque atti, ambedue stampate a Napoli. Nel 1613, a Mantova, ripubblicò tutte Le opere poetiche, aggiungendo ai Madriali et ode una terza parte, dedicata al Gonzaga, in quel momento suoi protettori.
Altra poesia davvero interessante è dedicata all’eruzione del Vesuvio, il vulcano sterminatore, l’icona più rappresentativa di Napoli. Una poesia davvero icastica, che quasi ci ricorda alcuni passi de La Ginestra di Leopardi.
Lo cunto de li cunti: il capolavoro di Basile
Tuttavia il capolavoro del Basile apparve postumo: Lo cunto de li cunti overo Lo trattenemiento de’ peccerille (1634-36). Come ho anticipato prima, questa raccolta di fiabe fu pubblicata grazie all’interesse della sorella Adriana.
È la prima raccolta almeno in Europa di 50 fiabe popolari, distribuite in cinque giornate, da cui il titolo Pentamerone. Si tratta infatti di 50 favole, raccontate in cinque giorni da dieci vecchie.
È uno dei massimi esempi di prosa barocca perché combina insieme la popolare materia fiabesca con una raffinata sapienza letteraria, capace di creare uno stile favoloso e immaginifico, in piena sintonia con la sensibilità barocca.
Fu scritto in dialetto napoletano così da poter comunicare con un vasto strato popolare: all’epoca operazione giusta e legittima, che gli diede grande fortuna. Il linguaggio utilizzato dai personaggi è una parlata napoletana vivace e accattivante, che esalta gli aspetti iperbolici e drammatici del barocco artistico.

La struttura del Pentamerone
Nell’introduzione che funge da cornice letteraria incontriamo Zoza, una principessa, che aveva ricevuto come maledizione da una vecchia il dover sposare per forza il principe di Camporotondo, vittima a sua volta di un’altra maledizione: era addormentato in una tomba e si sarebbe svegliato se e solo se fosse stata riempita un’anfora piena di lacrime nel tempo di due giorni.
L’impresa era quasi riuscita, ma una schiava, Lucia “gamba di grillo”, capricciosa e malvagia, le ruba l’anfora piena di lacrime, approfittando di una distrazione della ragazza, e le ruba così anche il futuro marito Taddeo, che si sveglia e la sposa, ignaro di tutto e la mette presto incinta.
Zoza non si dà per vinta e va ad abitare davanti ai due sposi, forte del fatto dei doni ricevuti in precedenza dalle fate tra cui c’è una bambola fatata. La bisbetica schiava, sposa di Taddeo, la desidera a tutti i costi e spinge il marito a chiederla in dono a Zoza.
Lei gliela concede ma, prima di consegnarla, ordina alla bambola di far venire alla sua rivale d’amore la voglia di raccontare fiabe. Così nella bisbetica incinta si accende la voglia delle fiabe.
E Taddeo deve provvedere altrimenti «Si no venire gente, e cunte contare, mi punia a ventre dare e Giorgetiello mazzoccare!». È incinta e minaccia un maldestro aborto.
Le dieci narratrici e i cinquanta racconti
Abbiamo incontrato le nostre dieci narratrici dai nomi decisamente buffi: Zeza sciancata, Cecca storta, Meneca gozzosa, Tolla nasuta, Popa gobba, Antonella bavosa, Ciulla musuta, Paola scerpellata, Ciommetella tignosa e Iacova squarquoia.
Dieci narratrici per cinque giorni sono cinquanta fiabe. Arrivati al quinto giorno una delle donne è malata, e a Zoza viene chiesto di sostituirla.
Il cinquantesimo e ultimo racconto non è altro che la storia di Zoza raccontata da lei stessa: una volta svelata la verità Lucia viene punita, e Tadeo sposa Zoza.
| Elemento | Numero o caratteristica |
|---|---|
| Narratrici | Dieci |
| Giornate | Cinque |
| Fiabe | Cinquanta |
| Racconto finale | La storia di Zoza raccontata da lei stessa |
Le fiabe più note
Ma quali sono queste fiabe? “La gatta Cenerentola”, “La pulce”, “Il racconto dell’orco”, “La papera”, “Le tre corone”, “Il corvo”, “Il dragone” solo per citarne alcune.
La favola di Cenerentola comincia da qui. Quella tratta dal Cunto de li cunti (1634-36) è la più antica versione del tradizionale racconto.
Quella tratta dal Cunto de li cunti è la più antica versione del tradizionale racconto di Cenerentola, che ha poi ispirato Perrault e i fratelli Grimm.

Fiaba, morale e visione del mondo
Tutte le fiabe hanno come conclusione dei proverbi, fatto non del tutto estraneo neanche a raccolte di facezie e di novelle, offrendo così una morale finale contro l’invidia, la superbia, l’avidità etc.
Ogni racconto è un’accusa contro persone come Lucia, la serva, quelle che osano troppo - l’antica hybris dei Greci - per i motivi sbagliati, e ogni punizione finale di un antagonista non fa che anticipare la sorte ineluttabile che toccherà alla serva stessa.
Nell’epoca in cui Basile vive, il concetto di verità si fa più ambiguo e sfuggente, un bosco, un intrigo di idee da cui non si riesce a venire fuori. Il bosco non è il luogo delle fiabe per eccellenza?
Allora la fiaba permette a Basile «una coscienza del reale più complessa, dove non vige più una legge univoca, evidente per l’intelligenza dell’uomo; e manca una regola ferma, chiara per il suo costume, ma dove tutto è sempre nuovo, disponibile ad esiti molteplici, non sempre prevedibili» (Giovanni Getto).
La lingua napoletana e lo stile barocco
Giambattista Basile è stato uno scrittore strettamente legato alla cultura napoletana, fatto che all’epoca, nel Seicento, era di grande prestigio perché Napoli è stata in quegli anni una delle più fiorenti città barocche.
L’aver scritto in lingua napoletana l’ha però reso di difficile fruizione nelle epoche successive, al punto che oggi è difficile leggere il suo capolavoro Lo cunto de li cunti in lingua originale: abbiamo tutti più dimestichezza con il fiorentino, essendo la lingua letteraria per eccellenza della nostra nazione.
La felicità creativa di Basile consiste nel sapiente dosaggio di elementi della cultura letteraria e di fantasia popolare. Benedetto Croce definì il Pentamerone «il più bel libro italiano barocco».
Barocco esso è certamente per la rutilante immaginativa stilistica; ma il cumulo delle metafore, la serie delle similitudini, la sovrabbondante invenzione lessicale finiscono per assumere, nell’atmosfera ingenua e primitiva evocata dall’autore, una levità e una gaiezza straordinarie.
La sua poesia sorridente e gentile non è però aliena da soluzioni incisivamente deformanti, grottesche, quali sono, per esempio, alcune scene di sensuale crudeltà presenti nelle fiabe Verde prato, Il serpente e La colomba.
Benedetto Croce e la riscoperta dell’opera
Valorizzato nell’età romantica dai fratelli Grimm, fu “tradotto” in italiano da Benedetto Croce nel 1925 per ovviare alla mancata fruizione di questo capolavoro nel pubblico più moderno.
Come dirò più avanti, hanno attinto a lui più facilmente gli autori stranieri, come i fratelli Grimm, che lo lessero in traduzione tedesca.
Partiamo proprio dalle parole di Benedetto Croce a proposito di questo capolavoro: «L’Italia possiede nel Cunto de li cunti o Pentamerone del Basile il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari; com’è giudizio concorde dei critici stranieri conoscitori di questa materia e, per primo, di Iacopo Grimm, colui che, insieme col fratello Guglielmo, donò alla Germania la raccolta dei Kinder und Hausmärchen più volte ristampata».
«Eppure l’Italia è come se non possedesse quel libro, perché, scritto in un antico e non facile dialetto, è noto solo di titolo, e quasi nessuno più lo legge nemmeno nel suo luogo d’origine, Napoli. Più facilmente lo leggono i tedeschi, che fin dal 1846 ne hanno a lor uso la traduzione del Liebrecht, e gl’inglesi, che fin dal 1848 ne hanno la copiosa scelta del Taylor, anch’essa più volte ristampata, e dal 1893 la traduzione completa del Burton».
«Intento di questa mia nuova fatica è di far entrare l’opera del Basile nella nostra letteratura nazionale, togliendola dall’angusta cerchia in cui ora è relegata, che non è più neanche quella dialettale e municipale, ma addirittura il circoletto degli eruditi, degli specialisti e dei curiosi, e di acquistare all’Italia il suo gran libro di fiabe».
L’influenza sui favolisti europei
La sua opera fu fonte d’ispirazione per favolisti stranieri come i fratelli Grimm, Charles Perrault e Ludwig Tieck. Più facilmente lo leggono i tedeschi, che fin dal 1846 ne hanno a lor uso la traduzione del Liebrecht, e gl’inglesi, che fin dal 1848 ne hanno la copiosa scelta del Taylor, anch’essa più volte ristampata, e dal 1893 la traduzione completa del Burton.
La raccolta di Basile ha contribuito alla storia europea della fiaba grazie alla sua capacità di fondere motivi popolari, strutture narrative complesse, personaggi grotteschi e una lingua fortemente espressiva.
Tra magia e realtà: le tematiche del Pentamerone di Giambattista Basile
Perché leggere oggi Giambattista Basile
Basile è stato il primo scrittore italiano a cimentarsi nelle fiabe, fondando così quel patrimonio comune che ancora oggi si rinnova di racconto in racconto, nelle case, per far sognare i più piccoli prima di addormentarsi o nei lunghi pomeriggi di pioggia per ingannare il tempo, quando cullati dalle parole si guarda fuori dalla finestra e si sognano reami, bestie prodigiose, principi, gatti parlanti, streghe.
La fiaba permette a Basile una coscienza del reale più complessa, dove non vige più una legge univoca, evidente per l’intelligenza dell’uomo; e manca una regola ferma, chiara per il suo costume, ma dove tutto è sempre nuovo, disponibile ad esiti molteplici, non sempre prevedibili.
Il contributo di Basile alla letteratura non si esaurisce quindi nella presenza di personaggi fantastici o nell’anticipazione di celebri versioni fiabesche. La sua originalità consiste nel modo in cui la fantasia popolare viene trasformata in una costruzione narrativa barocca, teatrale, ironica, crudele e profondamente legata alla cultura napoletana.
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