La solennità di Cristo Re dell’universo chiude l’anno liturgico e ci conduce davanti alla croce, il trono sul quale Gesù manifesta la sua regalità. Il Vangelo secondo Luca non presenta un re circondato dalla potenza, dalla gloria o dalle guardie, ma un condannato deriso, apparentemente sconfitto e incapace di salvare sé stesso.
Eppure proprio sulla croce Gesù rivela il potere più profondo: il potere di donarsi, di amare, di perdonare e di dare tutto. Il suo regno non è fondato sulla violenza, sulla sopraffazione o sul dominio, ma sull’amore di Dio, capace di raggiungere e risanare ogni cosa.
Il Vangelo: Gesù è proclamato re sulla croce
Il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena?»
«Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Il regno di Cristo è misterioso e in questa scena appare celato, nascosto. I termini Re e Messia risuonano intorno alla croce in frasi beffarde e provocanti. In questa situazione Gesù compie un gesto veramente regale e assicura al malfattore pentito l’ingresso nel regno del Padre.
Una regalità diversa da ogni potere umano
Croce e regalità appaiono un binomio improbabile. I discepoli e la Chiesa delle origini hanno dovuto misurarsi con lo scandalo della croce e comprenderne il mistero alla luce dell’insegnamento di Gesù e delle Scritture. Il credente è chiamato a contemplare nel legno di Cristo il segno della redenzione e salvezza del mondo.
Oggi Gesù rivela quale sia il potere più profondo. Per noi, normalmente, avere potere significa guardare gli altri dall’alto in basso, essere sopra, dominare; invece, qui Dio rivela che il suo è il potere di non avere potere, cioè il potere di donarsi, di amare, di dare tutto.
Oggi celebriamo Cristo Re dell’Universo, un titolo che può nascondere ambiguità se non è capito: potrebbe indicare qualcosa di sfolgorante, di dominante, di mondano, invece il vero potere di Gesù Crocifisso è quello di dare tutto, di consegnarsi, il potere di amare. In questo lui è re.
La sua regalità è paradossale. La grandezza del suo regno non è la potenza secondo il mondo, ma l’amore di Dio, un amore capace di raggiungere e risanare ogni cosa.
Per questo amore Cristo si è abbassato fino a noi, ha abitato la nostra miseria umana, ha provato la nostra condizione più infima: l’ingiustizia, il tradimento, l’abbandono; ha sperimentato la morte, il sepolcro, gli inferi. In questo modo il nostro Re si è spinto fino ai confini dell’universo per abbracciare e salvare ogni vivente.
Il trono del nuovo Messia
L’investitura regale di Gesù si svolge attorno alla croce, trono del nuovo Messia. Luca ricorda l’iscrizione che domina la croce, ma senza dire che si tratta di un motivo di condanna. Così l’iscrizione tiene il posto della parola di investitura, simile a quella del Padre che investì il proprio Figlio al battesimo.
Gesù non vuole che la sua regalità gli venga dallo sfuggire alla sua sorte, ma dalla sua fedeltà alla medesima. Egli non salva sé stesso perché è venuto a salvare noi. La sua morte e la sua risurrezione inaugurano il Regno di Dio che viene a noi, ogni giorno.
Il giusto che non ha fatto nulla di male è colui che introduce «nel paradiso» l’umanità che sa accoglierlo. Gesù manifesta il suo amore riconciliante non nell’esercizio di un potere sovrano terreno, ma nella croce quale simbolo di un dono di amore portato fino alla fine.
Gesù, quindi, esercita e manifesta la sua regalità non nella affermazione di un potere dispotico, ma nel servizio di un perdono che tende alla riconciliazione. Cristo è re perché perdonando e morendo per la remissione dei peccati, crea una nuova unità fra gli uomini.
Il potere del dono, non della violenza
C’è bisogno enorme di una festa come questa, come quella di oggi, per richiamare i cristiani alla realtà. Credono a un re che muore sulla croce, non che fa morire i suoi avversari. Credono a un re che non si fa difendere dalle guardie, non esorta i suoi a dare la vita pur di salvarlo, ma offre la sua, fino in fondo.
Credono in un re che sembra schiacciato dal peso di un fallimento senza precedenti e invece esercita il suo potere proprio dalla croce. Il potere del dono, non della rapina. Il potere dell’amore, non della violenza. Il potere della misericordia e della compassione, non di giudicare e di condannare.
Il regnare di Dio è l’alternativa al regnare dell’odio e delle divisioni. Le lacerazioni che attraversano l’umanità e la Chiesa stessa contraddicono il progetto che Dio ha manifestato in Gesù.
Spezzando la spirale dell’odio offre la possibilità di un nuovo futuro. Riconoscendo che Gesù è re, noi crediamo che con lui Dio ha manifestato in modo pieno che la realizzazione dell’uomo può avvenire solo nell’obbedienza alla sua volontà.
Il popolo davanti alla croce
Il Vangelo incomincia con queste parole: «la gente stava a vedere». Il verbo usato nella lingua greca dice non soltanto “un guardare occasionale”, “un vedere distratto”: la gente sta ad osservare, quasi si lascia penetrare da quello che sta succedendo.
Vedere è un atto possessivo: Dio non si può vedere, non si può possedere. Quando Dio si fa vedere in Gesù, Verbo incarnato, accade qualcosa di sconcertante. In un certo modo, il Dio che si fa vedere si lascia “possedere”, si lascia “inchiodare”, prima che sul legno della croce, dal nostro sguardo.
Gesù è l’unico oggetto che trasforma chi lo guarda. Contemplando Gesù sei tu che vieni cambiato, non sei tu che domini Gesù. Gesù contemplato capovolgerà il tuo modo di essere.
I capi che scherniscono Gesù raffigurano la nostra razionalità che non accetta quello che accade sotto i nostri occhi. «Non è possibile che non sia capace di salvare se stesso. Ha salvato tanti altri, perché non salva se stesso?». Questa è una delle proteste più forti contro Dio.
Perché Dio non ha voluto salvare sé stesso? È una domanda che testimonia la nostra difficoltà di fede. In realtà, quello che accade durante la Passione è una risposta su che cosa sia il vero potere secondo Dio.
Il buon ladrone: la fede che riconosce il Re
San Luca è forse l’evangelista che più ha sottolineato questo amore misericordioso di Gesù durante la sua passione; un amore capace di sopportare ogni cosa per salvarci. Uno degli episodi lucani più caratteristici narra la conversione del buon ladrone, che in questa scena appare come la primizia della vittoria di Cristo e del suo misterioso regno.
Quell’uomo subiva gli stessi tormenti di Gesù; ma invece di unirsi alla derisione degli altri e rinfacciargli la sua apparente passività davanti all’ingiustizia, sa riconoscere nel nazareno, suo compagno di supplizio, il Figlio di Dio.
Uno dei due ladroni, ancora una volta, riformula l’accusa contro Gesù: «Ha salvato altri, salvi se stesso e noi». Non accetta un Dio che non salva se stesso. Nella sua vita di malfattore ha ragionato sempre al contrario: dominare, spadroneggiare sugli altri, essere prepotente, arrogante.
Invece il buon ladrone accetta di non essere Dio; implicitamente ha percepito che in Gesù Crocifisso c’è la presenza di Dio: uno che non salva se stesso. Il Signore Gesù, pur di stare con noi nella morte, accetta quella posizione così scomoda e trasforma il nostro morire nella comunione con Lui.
Il timore di Dio e la verità del cuore
Il buon ladrone manifesta una disposizione fondamentale che non ha l’altro suo compagno di sventura: «non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena!». Qui il timore di Dio ha il significato di assumere responsabilmente e sinceramente le conseguenze dei propri atti, senza scaricarne su Dio la colpa.
È ciò che il buon ladrone spiega all’altro malfattore: «Noi [siamo qui] giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». Il timore di Dio spinge il buon ladrone a riconoscere e confessare la propria colpa.
Dice al suo ormai ex collega: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male».
Riconosce che egli riceve il giusto per le proprie azioni ed ecco che, in questa verità, trova la forza della sua conversione e apre la porta del suo cuore alla grazia della salvezza.
«Gesù, ricordati di me»
In tal modo passa, mediante la contrizione, dal timore all’amore: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno!». E allora riceve non soltanto il perdono di Dio, ma anche la promessa del paradiso.
Il buon ladrone non domanda nulla, se non un ricordo. A Gesù, il malfattore chiede solo un ricordo. Non domanda né una parola, né uno sguardo e neppure alcune gocce d’acqua. Dice soltanto: ricordati di me.
Il buon ladrone, forse, domandava a Gesù solo questo: essere depositato nel suo cuore, perché quella tragedia immane che lo aveva condotto su una croce non lo annientasse del tutto. Chiede di rimanere non da qualche parte, ma in Gesù: perché qualcosa di lui non sia distrutta, ma rimanga!
Ma aggiunge: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»! Che ne sapeva, lui, di questo Regno? Forse era lì nel pretorio quando Pilato chiese a Gesù: Tu sei re? E lì aveva udito la risposta: Il mio regno non è di questo mondo… io sono re.
Ed ecco che è proprio la verità a liberare questo malfattore. Dice al suo ormai ex collega: «Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». Riconosce la verità, riconosce la propria colpa e riconosce l’innocenza di Gesù.
«Oggi con me sarai nel paradiso»
Gesù gli risponde: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». Sant’Ambrogio esclamerà: quam velox misericordia, com’è rapida la misericordia! Gesù non gli dice: «domani», ma oggi!
La promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso, dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno!
Il paradiso non viene descritto con immagini di fantasia. Il paradiso è “essere con Gesù”. «Sarai con me»: trasformo la tua morte, il tuo fallimento, la tua vita fallita, nel massimo dell’intimità con me.
Bellissimo contemplare il Signore Crocifisso e così, sotto il suo sguardo, vedere come anche i nostri fallimenti vengono trasformati in un incontro con lui: «Oggi sarai con me in paradiso».
Notare l’avverbio «oggi». Forse il ladrone pensava che il Regno di Dio era qualcosa che sarebbe venuto in futuro. Invece, Gesù dice che è qualcosa che è presente adesso.
«Oggi» è la parola chiave di tutta la Liturgia cristiana. È una parola che sta lì per dirci che mediante la Liturgia - anche in questa Santa Messa - noi siamo fatti contemporanei del mistero pasquale di Cristo, con tutta la sua energia di grazia e di salvezza.
Cristo al centro della creazione, della Chiesa e della storia
Le Letture bibliche che sono state proclamate hanno come filo conduttore la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia.
San Paolo ci presenta Cristo come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore.
Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose. Signore della creazione, Signore della riconciliazione.
Questa immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e pertanto l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere.
E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo, le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo.
Oltre ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione, Cristo è centro del popolo di Dio. Cristo, discendente del re Davide, è proprio il “fratello” intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita.
In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo.
E, infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita.

La regalità di Cristo come perdono e riconciliazione
Luca fa seguire a questo brano l’episodio dei due ladroni, quasi ad indicare che per Cristo il modo di esercitare la sua regalità su tutti gli uomini, compresi i suoi nemici, è quello di offrire loro il perdono.
Luca è sensibilissimo a questa idea in tutto il racconto della passione, ma qui essa tocca il vertice. Con questo perdono, Cristo si presenta come novello Adamo, colui che può aiutare l’umanità a reintegrare il paradiso perduto dal primo uomo.
Occorre ancora che questa umanità nuova accetti il perdono di Dio e non si ripieghi orgogliosamente su sé stessa. Cristo arriva al momento della sua vita in cui potrà inaugurare una nuova umanità, liberata dalle alienazioni del peccato; egli offre al buon ladrone di farne parte, perché la sua volontà di perdono è senza limiti.
Anche nei confronti degli avversari più accaniti, Gesù dirà parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Cristo è re perché perdonando e morendo per la remissione dei peccati, crea una nuova unità fra gli uomini.
La croce ha risanato tutto, ha ricongiunto il cielo e la terra e ha riportato la pace. Il prefazio della solennità esalta Cristo come “Sacerdote eterno” e “Re dell’universo”, il quale alla fine dei tempi offrirà al Padre suo «il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace».
Il regno del Figlio dell’amore
La seconda lettura proclama che il Padre ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose.
È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Gesù è Re perché dona la vita ed è così redime noi e tutta la creazione, per ricondurre al Padre tutto quello che era stato fatto per lui e in vista di lui. La sua morte e la sua risurrezione inaugurano il Regno di Dio che viene a noi, ogni giorno.
La Chiesa, corpo regale di Cristo
La solennità di Cristo Re ci mostra come Cristo è Re solo insieme a noi, solo condividendo la regalità di Figlio di Dio con ognuno di noi. Colui per mezzo del quale tutto è stato creato, colui nel quale abita la pienezza di ogni cosa, è anche la testa di un corpo chiamato chiesa, di cui noi siamo membra.
Colui che ha un trono nei cieli e il potere su ogni cosa, ha condiviso il trono più umano che ci sia, la croce sulla quale il potere umano ama mettere gli altri. Salendo sulla croce, Gesù santifica la vita di ognuno di noi fin nelle profondità della nostra fragilità e ci offre un posto nel suo Regno.
È anche la festa di quanti hanno ricevuto dalla potenza del Figlio il potere di diventare figli di Dio, fatti passare dalla schiavitù alla libertà, divenuti popolo di sacerdoti, re e profeti.
La dottrina della signoria di Cristo ci insegna ancora che la vita a cui siamo chiamati è la stessa vita che ha vissuto Gesù Cristo: vita di servizio ai fratelli. Vivendola noi confessiamo la sua signoria e diventiamo a nostra volta uomini di pace e di riconciliazione.
Nella Chiesa di Cristo, come in ogni comunità, il ministero, cioè il servizio, dell’autorità, è dato non per l’affermazione personale, ma in funzione dell’unità e della carità.
Cristo, buon pastore, è venuto non per essere servito ma per servire e dare la sua vita. Queste affermazioni aiutano a evitare le ambiguità inerenti al concetto di regalità non inteso nel senso di Cristo.
Una festa collocata al termine dell’anno liturgico
La solennità odierna fu istituita da Pio XI nel 1925; mentre si formavano in Europa le grandi dittature, questa celebrazione ebbe il compito di affermare l’unicità e la singolarità della regalità di Cristo, il “solo” Re giusto.
La solennità venne fissata l’ultima Domenica di Ottobre, con riguardo specialmente alla seguente festa di tutti i Santi, affinché «venga altamente proclamata la gloria di colui, il quale trionfa su tutti i santi e gli eletti».
Dopo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, la solennità portò il titolo di “Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo” e fu spostata all’ultima Domenica dell’Anno liturgico.
Così essa è più saldamente collocata in quel contesto escatologico che già da sempre era proprio dell’ultima Domenica dell’Anno liturgico. Ora può essere più chiaro che il Signore e Re glorificato è in generale non solo il punto cui mira l’Anno liturgico, ma il nostro pellegrinaggio terreno, «lo stesso ieri e oggi e sempre», «l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine».
Con la solennità di Cristo Re si conclude il ciclo dell’Anno liturgico per riaprirsi subito con la prossima Domenica che sarà la prima di Avvento. La Liturgia della Chiesa celebra il Mistero di Cristo in un crescendo incessante, a gloria del Padre, nello Spirito e a salvezza dell’uomo.
Il tempo ricevuto come dono
Nell’omelia si richiami il dono del tempo che Dio ci fa e le occasioni che durante l’Anno liturgico ci sono state offerte per accogliere la grazia salvifica della Pasqua di Cristo e per conformare sempre più la nostra vita a Lui.
Si suggerisca di compiere un buon esame di coscienza, per ripensare a tutte le volte che abbiamo sciupato l’incontro con il Signore, a tutte le volte che si ha assunto un atteggiamento superficiale nell’ascolto e nella meditazione della Parola di Dio, così come nella celebrazione dei Misteri della Salvezza e nella carità trascurata nei confronti di chi ci sta accanto.
Oggi tutti noi possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui.
Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: “Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno!”.
“Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me, Gesù!”.
La promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Gesù è proprio il centro dei nostri desideri di gioia e di salvezza.
La celebrazione: la croce, segno della regalità
Al cuore della celebrazione sta il Mistero pasquale di Cristo, dal quale scaturisce la sua peculiare regalità, non assimilabile a nessun potere umano. La conclusione dell’Anno liturgico ci orienta alla seconda venuta del Cristo, verso il compimento della sua vittoria.
L’antifona d’ingresso contiene, in una pregnante brevità, il messaggio del Mistero pasquale: l’Agnello immolato riceve «gloria e potenza nei secoli». La sua esaltazione e il suo insediamento a capo dell’intera creazione ci fanno domandare pieni di fiducia: «Che ogni creatura, libera dalla schiavitù del peccato, ti serva e ti lodi senza fine».
«Per i meriti del Cristo tuo Figlio concedi a tutti i popoli il dono dell’unità e della pace». Il prefazio esalta Cristo come “Sacerdote eterno” e “Re dell’universo”, il quale alla fine dei tempi offrirà al Padre suo «il regno eterno e universale: regno di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace».
In questa Domenica, culmine dell’Anno liturgico, dinanzi alle nostre assemblee, ben in vista troneggi la croce di Cristo Gesù, o almeno sia particolarmente ornata, illuminata e incensata. Egli non è un re come gli altri, è Re dalla croce e poiché noi siamo battezzati nella sua morte, siamo diventati suo corpo regale.
Fiori e ceri che ornano la croce esprimono l’adesione a Cristo che “regna dalla Croce”. L’uso dell’incenso oggi dà alla celebrazione una tonalità più “regale” e solenne, soprattutto là dove l’uso è quasi scomparso.
Sarà bene sottolineare la solennità di questa Domenica svolgendo la processione introitale che, partendo dal fondo della chiesa, ne percorra tutta la navata. Essa esprime la gioia di coloro che vanno alla casa del Signore.
È opportuno prestare particolare attenzione al segno della croce che apre la celebrazione, all’anamnesi all’interno della quale la dimensione escatologica è messa in evidenza, alla dossologia della prece eucaristica, che è bene venga cantata.
Tenendo conto della Parola di Dio di questa solennità, è bene valorizzare il segno di pace che ci scambiamo dopo il Padre nostro e prima della frazione del pane. Auguriamoci la pace che viene da Gesù, dalla sua passione, morte e risurrezione.
La pace è pienezza dei doni messianici, anticipo della pace della Gerusalemme celeste dove finalmente Cristo sarà definitivamente “La” nostra Pace.
L'ultima domenica ... - XXXIV Domenica del T.O - N.S. Gesù Cristo Re dell'Universo
La vita cristiana alla scuola del Re crocifisso
Riconoscendo che Gesù è re, noi crediamo che con lui Dio ha manifestato in modo pieno che la realizzazione dell’uomo può avvenire solo nell’obbedienza alla sua volontà. Non c’è azione dell’uomo che non sia sotto il giudizio di Dio, non c’è spazio nella storia che possa fare a meno del rapporto con Dio per mezzo di Gesù.
La dottrina della signoria di Cristo ci insegna ancora che la vita a cui siamo chiamati è la stessa vita che ha vissuto Gesù Cristo: vita di servizio ai fratelli. Vivendola noi confessiamo la sua signoria e diventiamo a nostra volta uomini di pace e di riconciliazione.
Il buon ladrone, unico contemporaneo di Cristo, ha offerto ragioni di speranza a tutti i crocifissi della storia e alle tante miserie che riempiono il nostro tempo. La sua umile richiesta di salvezza continua a essere la preghiera di ogni uomo che riconosce la propria fragilità e si affida alla misericordia.
Il Signore Gesù, pur di stare con noi nella morte, accetta quella posizione così scomoda e trasforma il nostro morire nella comunione con Lui. «Oggi sarai con me»: che sia così anche per noi.
Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano, e ci dà speranza, come avviene per il buon ladrone nel Vangelo di oggi.