Evangelici arrestati in America per la diffusione della letteratura cristiana

Negli Stati Uniti, le notizie di arresti legati alla diffusione di contenuti cristiani riguardano soprattutto predicatori e pastori fermati mentre distribuivano o duplicavano materiale religioso, non una generale proibizione della letteratura cristiana. Un caso documentato riguarda tre pastori protestanti laotiani arrestati nel 2013 con l’accusa di “diffondere la religione cristiana” attraverso un DVD intitolato “La fine dei Tempi”.

Negli stessi Stati Uniti, invece, gruppi cristiani, suore, membri di parrocchie e altri leader religiosi sono stati arrestati durante manifestazioni di disobbedienza civile contro le politiche migratorie, dopo aver pregato, recitato il Rosario e portato immagini di bambini migranti morti nelle strutture di custodia federali.

Arresti durante le proteste cristiane contro le politiche migratorie

Sono entrati nella rotonda d’ingresso al Senato americano con in mano le foto dei bambini migranti, morti nelle strutture di custodia del governo federale degli Stati Uniti d’America. Incuranti degli avvertimenti degli agenti, cinque degli attivisti si sono sdraiati sul pavimento del Campidoglio formando una croce umana e in coro hanno intonato i nomi delle piccole vittime: “Darlyn, Jakelin, Felipe, Juan, Wilmer, Carlos”.

La polizia è dovuta intervenire arrestandoli, mentre giacevano a terra e cantavano. È successo giovedì scorso a Washington nell’ambito della manifestazione organizzata dal Centro Colomban per la difesa e la sensibilizzazione, dalla Conferenza dei superiori maggiori maschili, dalla Conferenza dei Gesuiti di Canada e Usa, dalla Conferenza delle religiose degli Stati Uniti, da Pax Christi Usa e altri, per protestare contro le politiche sull’immigrazione messe in atto alla frontiera, in particolare nei confronti dei bambini.

Poco prima di manifestare, gli attivisti avevano pregato, ascoltato testimonianze di migranti terrorizzati dall’idea di perdere i propri figli e hanno letto anche i messaggi dei vescovi arrivati a sostegno di questa manifestazione di disobbedienza civile. In manette sono finiti anche suore, membri di parrocchie e altri leader cattolici, portati via mentre recitavano l’Ave Maria.

Tra i 70 arrestati c’è anche suor Pat Murphy, una religiosa di 90 anni, che lavora con migranti e rifugiati a Chicago e che da ben 13 anni organizza tutti i venerdì veglie di preghiera settimanali davanti all’agenzia delle migrazioni. “Il trattamento dei migranti dovrebbe oltraggiare tutte le persone di fede”, ha ribadito suor Pat e con lei lo ha ripetuto anche suor Ann Scholz, della Conferenza delle responsabili delle religiose americane: “Siamo qui perché il Vangelo ci obbliga ad agire e siamo indignati per il trattamento orribile riservato alle famiglie e in particolare ai bambini”.

“Questo trattamento non può continuare nel nostro nome”, ha concluso la suora. I dimostranti hanno recitato il Rosario dopo essersi riuniti in un edificio del Senato Usa, il Russell Senate Office Building.

Qui sono stati arrestati: secondo la polizia stavano manifestando in violazione della legge, avendo “bloccato un luogo pubblico”. La manifestazione di giovedì, scrive Maddalena Maltese su Agensir, è solo una delle tante che da sabato scorso si svolgono in varie città del Paese.

L’annuncio dei raid degli agenti dell’immigrazione ha mobilitato centinaia di persone di tutte le fedi che insieme chiedono una radicale modifica delle leggi sulla migrazione e lo stop al trattenimento dei migranti nei centri di detenzione al confine con il Messico, dove le immagini di bambini immigrati, separati dalle famiglie e detenuti in gabbie di recinzione, insalubri e malsane hanno indignato la nazione.

“Luci per la libertà” è il nome che si è dato a questi appuntamenti, che hanno scelto come simbolo la Statua della Libertà, un’icona dell’accoglienza degli immigrati negli Usa.

Manifestanti cristiani arrestati al Senato americano

La protesta del dicembre 2025

Sono finiti in manette ieri alcuni partecipanti alla manifestazione di disobbedienza civile organizzata al Senato degli Stati Uniti dal Centro Colomban per la difesa e la sensibilizzazione, dalla Conferenza dei superiori maggiori maschili, dalla Conferenza dei Gesuiti di Canada e Usa, dalla Conferenza delle religiose degli Stati Uniti, da Pax Christi Usa e altri, contro le politiche di immigrazione messe in atto alla frontiera, in particolare nei confronti dei bambini.

Sono entrati nella rotonda d’ingresso al Senato con in mano le foto dei bambini migranti, morti nelle strutture di custodia del governo federale. Poco prima sul prato esterno avevano pregato, ascoltato testimonianze di migranti terrorizzati dall’idea di perdere i propri figli, letto i messaggi dei vescovi arrivati a sostegno di questa manifestazione di protesta.

Incuranti degli avvertimenti degli agenti, riferisce l’agenzia Sir, cinque degli attivisti si sono sdraiati sul pavimento del Campidoglio formando una croce umana e in coro hanno intonato i nomi delle piccole vittime: “Darlyn, Jakelin, Felipe, Juan, Wilmer, Carlos”. La polizia è dovuta intervenire arrestandoli, mentre giacevano a terra e cantavano.

Insieme con loro sono finiti in manette, suore, membri di parrocchie e altri leader cattolici, portati via mentre recitavano l’Ave Maria. Tra i 70 arrestati c’è anche suor Pat Murphy, una religiosa di 90 anni, che lavora con migranti e rifugiati a Chicago e che da ben 13 anni organizza tutti i venerdì veglie di preghiera settimanali davanti all’agenzia delle migrazioni.

“Il trattamento dei migranti dovrebbe oltraggiare tutte le persone di fede”: ha ribadito suor Pat e con lei lo ha ripetuto anche suor Ann Scholz, della Conferenza delle responsabili delle religiose americane. “Siamo qui perché il Vangelo - ha precisato - ci obbliga ad agire e siamo indignati per il trattamento orribile riservato alle famiglie e in particolare ai bambini”.

Le proteste interreligiose e gli altri arresti

“Luci per la libertà” La manifestazione di giovedì è solo una delle tante che da sabato scorso si svolgono in varie città del Paese: l’annuncio dei raid degli agenti dell’immigrazione ha mobilitato centinaia di persone di tutte le fedi che insieme chiedono una radicale modifica delle leggi sulla migrazione e lo stop al trattenimento dei migranti nei centri di detenzione al confine con il Messico, dove le immagini di bambini immigrati, separati dalle famiglie e detenuti in gabbie di recinzione, insalubri e malsane, hanno indignato la nazione.

“Luci per la libertà” è il nome che si è dato a questi appuntamenti, che hanno come simbolo la Statua della Libertà, un’icona dell’accoglienza degli immigrati negli Stati Uniti. Martedì scorso, scrive nel suo articolo Maddalena Maltese, sono stati arrestati anche dieci manifestanti di religione ebraica.

L’accusa era quella di essersi introdotti illegalmente nell’ingresso del quartier generale dell’Agenzia per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione a Washington, mentre altri 100 attivisti avevano creato una barriera umana, tenendosi per mano di fronte alle porte e ai garage dell’edificio per interrompere le operazioni di rastrellamento degli agenti dell’immigrazione.

Le reazioni dei vescovi e delle comunità religiose

Il cardinale di New York Timothy M. Dolan, dopo la messa domenicale nella cappella di Santa Francesca Cabrini, patrona degli immigrati, ha denunciato l’atteggiamento generalmente negativo nei confronti dei rifugiati e dei richiedenti asilo, proprio in un Paese che per definizione “è nazione di immigrati”.

Il porporato ha dolorosamente riconosciuto che esistono “troppi luoghi” in cui i “rifugiati sono oggetto d’odio e di malizia”. In Texas, il vescovo di Brownsville, Daniel Flores, ha dichiarato che “le minacce di deportazioni sono crudeli per le famiglie e i bambini, e che la separazione dei genitori dai loro figli, senza nemmeno la possibilità di comparire in tribunale, è riprovevole”.

“Le leggi - ha aggiunto - dovrebbero trattare famiglie e bambini in modo diverso da come gestiscono i signori della droga “. Infine Christopher Kerr, direttore esecutivo della Rete di solidarietà ignaziana, ha spiegato che i gruppi e le parrocchie associate ai gesuiti nel servire i migranti, hanno distribuito manuali di emergenza durante le messe in spagnolo e molte parrocchie si sono dichiarate “santuario” per garantire l’incolumità delle famiglie che avrebbero chiesto accoglienza.

Evangelici, cattolici e politica negli Stati Uniti

Si sente spesso parlare di islamismo - di solito per condannarne il fondamentalismo - come di un blocco monolitico. Nella stessa logica, l’antisemitismo attacca gli ebrei senza distinzioni. E allo stesso modo anche il cristianesimo viene considerato una visione che ha caratterizzato in modo univoco la nostra civiltà, anche se oggi se ne registra il declino.

È raro che si sottolineino le profonde differenze che si riscontrano all’interno di queste religioni e che si manifestano anche nel loro rapporto con la politica. Per guardare a quella cristiana, che ci è più vicina e che pensiamo di conoscere meglio, è un esempio significativo di questi diversi approcci la situazione degli Stati Unti.

Il ruolo politico delle sette evangeliche

È noto il ruolo che hanno avuto le sette neo-evangeliche, nell’elezione di Donald Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. Meno noto, forse, è di che cosa si tratta.

L’evangelicalismo o evangelismo non prevede autorità religiose o la necessità di chiese consacrate: è un movimento teologico all’interno del protestantesimo (ampiamente maggioritario negli Stati Uniti) che si concentra sulla lettura della Bibbia, che non deve essere interpretata, ma considerata come «parola di Dio» e per questo insindacabile.

I membri di questi gruppi si considerano crociati impegnati in una lotta contro il male, nell’impaziente attesa dell’Apocalisse e del ritorno di Gesù Cristo. I loro principali testi di riferimento non sono i libri del Nuovo Testamento, ma quelli dell’Antico, che essi tendono a leggere in modo letterale.

Da qui la convergenza con gli ebrei ortodossi che ritengono loro missione ricostituire l’antico Israele sul territorio che Dio steso gli aveva promesso, cacciando via le popolazioni arabe che vi si erano insediate nel frattempo. Collegando la prospettiva vetero-testamentaria con quella neo- testamentaria, queste sette cristiane ritengono che proprio la ricostituzione del regno del popolo eletto in Palestina sia la condizione per la venuta del Messia da loro atteso.

Da qui il sostegno politico ed economico allo Stato ebraico e le pressioni su Trump perché sia garante della sua sicurezza. Organizzazioni come Christians United for Israel (CUFI), guidate da figure carismatiche come il pastore John Hagee, hanno avuto un peso decisivo nel riconoscimento, da parte degli Stati Uniti, di Gerusalemme come capitale di Israele.

Le caratteristiche dell’evangelicalismo americano

Gli evangelici bianchi costituiscono uno dei pilastri della base elettorale di Trump. Lo mostrano i dati delle primarie repubblicane stravinte dall’ex presidente, ma dove lo scarto con i suoi avversari è risultato ancor più ampio tra l’elettorato evangelico.

Lo avevano ben evidenziato le presidenziali del 2020, quando il margine tra Biden e Trump in questo segmento di votanti fu addirittura di 69 punti (84 a 15) a favore di Trump (erano stati quasi dieci di meno quattro anni prima). Numerosi importanti leader evangelici hanno negli anni preso posizione a favore del tycoon newyorchese, sostenendolo politicamente e legittimandolo presso fedeli inizialmente diffidenti se non ostili.

Perché in occasione della sua prima discesa in campo nelle primarie repubblicane del 2016 non era certo Trump il preferito degli evangelici. I cui voti inizialmente si dispersero su vari candidati, per poi concentrarsi sull’unico contendente rimasto, il senatore del Texas Ted Cruz.

Come si è superato questo scetticismo? Come ha fatto Trump - libertino, spesso volgare, pluridivorziato - a diventare il campione della destra cristiana sulla carta più intransigente e pia? Ad essere preferito a figure come il suo ex vicepresidente, Mike Pence, che di quella destra è stato a lungo incarnazione ed esponente politico?

A contenere con una certa facilità anche le denunce di alcune rilevanti figure e intellettuali evangelici, come l’allora direttore della importante rivista Christianity Today, Mark Galli, che nel dicembre 2019 invocò le dimissioni di Trump presentandolo come un uomo dal «carattere gravemente immorale».

Prima di rispondere, è opportuno fare chiarezza su un paio di problemi tutt’altro che semplici. Il primo è definire chi siano questi evangelici. Il secondo è di determinarne il peso politico effettivo e come questo sia mutato negli anni.

La galassia evangelica è multiforme e sfuggente, frutto di una storia tutta americana fatta di scismi, grandi risvegli religiosi, trasformazioni demografiche, differenze regionali, strutturazione politica e crescente impegno missionario, dentro e fuori gli Stati Uniti.

Nella definizione più celebre e utilizzata, quella dello storico britannico David Bebbington, i pilastri teologici e in ultimo politici dell’evangelicalismo sarebbero quattro: l’autorità della Bibbia da affermarsi attraverso una sua lettura (e interpretazione) letterale; la conversione matura e consapevole al cristianesimo, con un percorso di scoperta e “rinascita” individuale (born-again); l’impegno attivo alla diffusione del Vangelo, che giustifica impegno politico, proselitismo e azione missionaria; l’enfasi sul sacrificio di Gesù Cristo come salvifico momento di espiazione che permette la redenzione dell’umanità.

Biblicismo, “conversionismo”, attivismo e centralità della croce (crucicentrism) costituiscono - secondo questa definizione - i quattro fondamenti dell’esperienza evangelica. E però, la loro declinazione è stata (ed è) plurale e contestata.

Anche perché - per premessa teologica ed esperienza storica - le Chiese evangeliche si contraddistinguono per una struttura orizzontale, plurale e priva di gerarchie precise e riconosciute, capaci d’imporre disciplina e condivisa ortodossia.

È vero che nel 1942 si è costituita un’organizzazione nazionale, diventata poi il braccio politico degli evangelici (la NAE, National Association of Evangelicals). Ed è vero che nell’area di maggior diffusione dell’evangelicalismo - quella “cintura della Bibbia” che include gran parte del Sud e del primo Sud-Ovest degli Stati Uniti - molte Chiese evangeliche si sono federate sotto l’ombrello della Southern Baptist Convention (SBC), nata originalmente nel 1845 per difendere la schiavitù contestata invece da altri gruppi protestanti.

Nondimeno, la galassia evangelica rimane complessa, fluida e non di rado litigiosa, dove molte piccole Chiese non confessionali continuano a svolgere un ruolo attivo e centrale. E dove il numero di fedeli è significativamente diminuito negli ultimi dieci-quindici anni.

Il declino demografico degli evangelici bianchi

È questo uno dei dati forse meno noti e considerati quando si parla di evangelici e destra religiosa. Che si sono contraddistinti - dopo la Seconda guerra mondiale e ancor più gli anni Settanta - per un attivismo e un impegno politico nuovi, non di rado contestati da membri più tradizionali e antistituzionali, che continuavano a invocare la separazione dalla politica e l’astensionismo.

Che hanno visto il loro peso elettorale e la loro influenza politica crescere esponenzialmente tra gli anni Ottanta e primi anni Duemila. Ma che soffrono oggi di un impressionante calo di fedeli, relativo e assoluto.

Secondo stime recenti, che cercano d’incrociare vari dati offerti dal censimento della popolazione statunitense, tra il 2006 e il 2022 la percentuale di statunitensi bianchi che s’identificano come evangelici sarebbe quasi dimezzata, passando dal 23 al 13,6% del totale.

Un crollo spiegabile solo in parte con un calo di religiosità particolarmente acuto, dove la percentuale di chi dichiara di non avere alcuna affiliazione religiosa sfiora sì ormai il 30% (contro il 16-17% di quindici anni fa), ma colpisce meno altri gruppi religiosi della grande comunità cristiana (nello stesso periodo, i cattolici bianchi sarebbero passati dal 16 al 12,6%).

Incidono in questo profonde trasformazioni demografiche, ovviamente. Appare però evidente la chiara fatica di un evangelicalismo che a lungo è parso prossimo a egemonizzare il cristianesimo non cattolico negli USA.

Perché Trump è diventato il riferimento degli evangelici bianchi

E questo ci porta a Trump. Al suo essere diventato non solo il candidato votato - per scelta e non per necessità, come fu nel 2016 - da una maggioranza degli evangelici bianchi, ma di fatto il loro campione.

Tra tutti i gruppi religiosi, sono essi infatti quelli che oggi - per larghissimo distacco - hanno l’opinione più favorevole dell’ex presidente. Come è possibile? Che spiegazioni si possono dare?

Come può essere che Donald Trump - che si dichiara presbiteriano, ma è tra i presidenti dell’epoca moderna quello che meno ha mostrato una qualsivoglia sensibilità religiosa - sia diventato il punto di riferimento, se non addirittura l’icona, di tanto evangelicalismo bianco?

Le spiegazioni sono plurime, ma possono essere sintetizzate per convenienza in tre grandi categorie, tra loro strettamente intrecciate: politiche, ideologiche e teologiche.

La dimensione politica

La politica, innanzitutto. Quello tra evangelici bianchi e Trump è chiaramente un matrimonio d’interesse. Da presidente, Trump ha ricambiato il supporto dei primi dando loro gran parte di quel che chiedevano.

Ha nominato giudici - alla Corte suprema e a quelle d’appello e distrettuali - sensibili alle cause evangeliche, quella contro il diritto all’aborto su tutte. E ha chiaramente privilegiato il mondo evangelico come principale punto di riferimento religioso, ricevendo molti suoi leader alla Casa Bianca, sostenendone le campagne e istituendo, durante il suo mandato, un comitato consultivo di soli evangelici, che abbandonava i modelli ecumenici di tanti suoi predecessori.

Gli evangelici hanno trovato il loro “dream President”, avrebbe dichiarato nel 2017 Jerry Falwell Jr., figlio del leggendario tele-vangelista Jerry Sr., e all’epoca presidente di una delle più importanti istituzioni accademiche evangeliche, la Liberty University (ruolo da cui fu poi costretto a dimettersi per scandali a sfondo sessuale e finanziario).

Accanto a questo - alla natura fortemente “transazionale” del rapporto tra Trump e gli evangelici - un secondo aspetto politico va menzionato: invertendo la causalità, è possibile anche dire che gli evangelici votano Trump in quanto prima di tutto repubblicani.

In quanto, cioè, elettori e militanti di un partito che Trump ormai controlla e domina; capaci di avere un ruolo centrale dentro un movimento e in una base di votanti pienamente “trumpizzata”; sostenitori da tempo di posizioni - su “temi etici” così come sulla questione razziale - divenuti egemoni tra i repubblicani e che Trump ha fatto propri e abilmente sfruttato.

La dimensione ideologica

Se passiamo alla dimensione ideologica, troviamo un punto di convergenza “positivo” che non rimanda solo a interessi, baratti e scambi. Trump parla il linguaggio di un aggressivo nazionalismo cristiano, che ha radici profonde nella storia del Paese e che è centrale per tanta parte dell’evangelicalismo bianco statunitense.

Lo storico Matthew Sutton, in un fondamentale studio sull’argomento, ha correttamente individuato nella Seconda guerra mondiale un punto di svolta: fu allora, che tanta parte del mondo evangelico abbandonò apatia istituzionale, astensionismo elettorale e isolazionismo per diventare importante attore politico.

«Attraverso (e grazie a) la guerra, gli evangelici battezzarono il fondamentalismo cristiano nelle acque dell’patriottismo americano», ha sottolineato Sutton.

La grammatica nazionalista di Trump è ruvida, primitiva e spesso grossolana. A modo suo, però, dà voce a questo nazionalismo cristiano e quindi centralità a un evangelicalismo bianco che lo abbraccia e rappresenta più di qualsiasi altra confessione negli Stati Uniti, a partire dal convincimento diffuso tra i suoi fedeli che gli USA siano e debbano rimanere una nazione fondata su esclusivi principi cristiani.

La dimensione teologica

La teologia, infine. Dopo il 1945, il crescente impegno politico e missionario degli evangelici ha progressivamente marginalizzato visioni pre-millenaristiche che profetizzavano l’imminente seconda venuta di Cristo e che erano state centrali nella nascita e diffusione di molte Chiese evangeliche nell’Ottocento e nel primo Novecento.

Un discorso apocalittico non è mai stato però abbandonato, declinato durante la guerra fredda soprattutto rispetto alla possibilità - temuta o invocata - di una prossima Armageddon nucleare.

Trump parla anch’egli il linguaggio dell’Apocalisse nel denunciare il presunto declino economico, politico e morale degli Stati Uniti causato dai democratici: la «carneficina dell’America» del suo discorso d’insediamento del 2017; gli immigrati che «stanno avvelenando il sangue del Paese» o gli avversari politici «parassiti» che erodono fibra e unità del Paese, in tanti discorsi recenti.

Nel farlo, fa propri topoi cari (e immediatamente comprensibili) a tanti elettori evangelici, sfruttandone anche le paure, non ultime quelle alimentate dal loro declino rispetto a una popolazione fattasi negli ultimi anni sempre più secolare.

Accanto all’apocalisse c’è però un altro elemento che rende gli evangelici ricettivi al messaggio trumpiano: è la celebrazione della ricchezza e finanche dell’opulenza, che tanta parte ha nella retorica dell’ex presidente.

Celebrazione, questa, che in fondo fa breccia dentro un “vangelo della prosperità” a sua volta assai popolare nel mondo evangelico: per il quale il successo materiale individuale è segno di predestinazione e di validazione della propria fede; in cui benessere e ricchezza costituirebbero in ultimo manifestazione della volontà divina.

Questo oscillare tra apocalisse e successo, carneficina e rinascita connota il discorso binario di Trump e lo rende popolare e accessibile a tanti evangelici bianchi. Che, si diceva, costituiscono una parte decrescente della popolazione statunitense.

Ma che - in una base elettorale repubblicana sempre più circoscritta, omogenea e trumpiana - paiono oggi esercitare un peso spropositato, come hanno evidenziato tutte le ultime tornate elettorali.

Dio e Trump - crisi cattolica e politica americana

Il sostegno evangelico a Israele

La risoluzione dell’ONU del 1947 istitutiva dei «due Stati», stabiliva che questa città, sacra all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam, avesse uno statuto internazionale. Ma nel 1980 il primo ministro Menachem Begin fece approvare una Legge fondamentale che dichiarava Gerusalemme «Capitale una e indivisibile dello stato ebraico di Israele».

A questo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha risposto, con 14 voti favorevoli, nessun contrario e una sola astensione (USA), dichiarando nulla e vana la legge in questione e ribadendo per gli Stati membri l’obbligo di mantenere le loro ambasciate a Tel Aviv.

L’unico capo di governo che ha sfidato questa decisione è stato Trump, che, durante il suo primo mandato, nel 2018 ha spostato quella americana a Gerusalemme, per compiacere i suoi sostenitori evangelici.

Non è il solo esempio dell’appoggio delle sette cristiane a Israele. Un’inchiesta del giornale israeliano Haaretz, nel 2018, ha svelato che diverse associazioni che gravitano nell’orbita dell’universo evangelista avevano donato più di 65 milioni di dollari in dieci anni alla causa israeliana.

Questi soldi, sempre secondo Haaretz, avevano finanziato le attività degli insediamenti illegali dei coloni israeliani in Cisgiordania. Dopo il 7 ottobre, inoltre, secondo l’Associated Press, il CUFI e altre organizzazioni evangeliste avrebbe elargito diversi milioni di dollari per finanziare la guerra di Israele a Gaza.

Trump non si è limitato ad ascoltare i leader evangelisti in politica estera: ha loro riconosciuto un ruolo pubblico istituendo un Ufficio della Fede. Chiamando a guidarlo una telepredicatrice, Paula White - che da anni è una sua fidata consulente spirituale -, sostenitrice della «teologia della prosperità», secondo cui Dio ricompensa i veri fedeli con ricchezza materiale e successo personale.

In questa occasione, il neo-presidente ha annunciato di voler «riportare la religione» negli Stati Uniti. Rivelandosi anche in questo coerente con le dichiarazioni fatte durante la sua campagna elettorale, che aveva definito una «crociata giusta» contro «atei, globalisti e marxisti».

Il documentario sull’evangelismo apocalittico

Un gruppo di motociclisti - capelli lunghi, barba e veste di cuoio - attraversa il midwest statunitense dietro Gary Burd, il loro pastore. Sulla sua veste ci sono la croce e il simbolo dei Christians united for Israel (cristiani uniti per Israele, Cufi), un’organizzazione cristiana evangelica.

Prima del viaggio iniziatico Burd ha preparato delle spade d’acciaio da distribuire ai suoi seguaci. Con quelle armi Burd e i suoi vanno in moto fino a Lebanon, in Kansas, negli Stati Uniti.

Non temono l’apocalisse, pregano addirittura perché arrivi al più presto: non vedono l’ora di “poter combattere accanto a Gesù” nella battaglia finale, che sostengono si terrà in una valle situata in Israele. A Lebanon saranno nominati “cavalieri dell’apocalisse”.

Questi motociclisti evangelici sono tra i primi protagonisti dello sconvolgente documentario Praying for armageddon, di Tonje Hessen Schei e Michael Rowley.

Il secondo gruppo seguito dai due documentaristi mostra tutto un altro stile. Sono anche loro cristiani evangelici, ma indossano giacca e cravatta, e gravitano ai più alti livelli del potere statunitense e sui set televisivi di Fox news.

Tra loro ci sono due dei più importanti esponenti evangelici sionisti, il pastore John Hagee, capo della Cufi, e il telepredicatore Robert Jeffress, pastore di Dallas.

Lontano dal Kansas e da Dallas, a Gerusalemme i registi incontrano altre persone: il rabbino Arik Ascherman, direttore dell’organizzazione Torat Tzedek (Torah per la giustizia); e l’attivista Mohammed el Kurd con la sua famiglia, palestinesi del quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme, che lottano contro l’espropriazione delle case e la costruzione di insediamenti illegali a Gerusalemme e in Cisgiordania.

Il legame tra CUFI, Trump e il sionismo cristiano

Il filo conduttore che lega queste tre realtà così lontane sono i Christians united for Israel, che hanno circa dieci milioni d’iscritti negli Stati Uniti e mettono a disposizione somme da capogiro per finanziare insediamenti illegali e progetti di espansione sionisti nei territori occupati.

Insieme ad altri gruppi millenaristi, costituiscono l’ampio movimento dei cristiani evangelici negli Stati Uniti. Secondo il New Yorker, oggi questi ultimi rappresentano il 14 per cento della popolazione.

È stata anche la loro pressione a spingere nel 2017 l’allora presidente Donald Trump a spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Jeffress, il pastore evangelico di Dallas, tra le altre cose in passato ha detto che gli ebrei “non potranno mai trovare salvezza”. Mentre Hagee ha affermato che “Hitler era parte del piano di dio per far tornare gli ebrei in Israele”.

Entrambi hanno svolto ruoli di primo piano alla cerimonia d’apertura dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme: Jeffress ha pronunciato la preghiera d’apertura, Hagee la benedizione di chiusura. La loro presenza aveva fatto molto scalpore in Israele all’epoca.

I due sono spesso stati accusati di antisemitismo perché, come ha scritto nel 2020 Steven Gardiner nel suo articolo “End times antisemitism” (Antisemitismo della fine dei tempi), sostengono che “negli ultimi giorni una piccola minoranza di ebrei si convertirà al cristianesimo, mentre il resto finirà dannato all’inferno”.

Leggono alla lettera le parole del profeta Isaia nell’Antico Testamento, secondo cui dio “radunerà gli esuli di Israele” e “radunerà i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra”, una profezia che credono sia stata compiuta con la creazione di Israele nel 1948.

Tuttavia, sono anche tra i più grandi sostenitori del governo di Benjamin Netanyahu. Nell’inchiesta “Inside the evangelical money flowing into the west bank”, il giornale israeliano Haaretz svelava già nel 2018 che negli ultimi dieci anni diversi gruppi di cristiani evangelici avevano investito più di 65 milioni di dollari in progetti nella biblical heartland (il cuore biblico delle terra santa), sostenendo in particolare la costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme.

L’influenza sull’esercito e sul Partito repubblicano

Oltre ai motociclisti che pregano nei parcheggi del midwest, il documentario mostra quanto il potere degli evangelici stia indebolendo la democrazia statunitense, in particolare attraverso la loro influenza sul Partito repubblicano.

Lauren Boebert, repubblicana, sostenitrice di Trump ed evangelica, all’uscita del congresso dice: “Ci sono solo due nazioni create per onorare dio: Israele e gli Stati Uniti d’America”.

Ralph Drollinger, che gestiva il gruppo di studio settimanale sulla Bibbia della Casa Bianca durante l’amministrazione Trump, spiega che ci sono dei poteri demoniaci al lavoro: ‘Il movimento omosessuale, i transgender nel nostro esercito, i sostenitori dell’aborto”.

L’influenza evangelica non si ferma alla politica, il documentario mostra quanto sembra avere preso piede anche nell’esercito statunitense. Lee Fang, giornalista di Intercept, nel documentario intervista il colonnello in pensione Lawrence Wilkerson, figura di spicco della Military religious foundation, ex consigliere del generale Colin Powell e convinto repubblicano.

Wilkerson spiega con preoccupazione che “molti cappellani dell’esercito provengono sempre più dalle sette fondamentaliste”, come quella dei cristiani evangelici nazionalisti.

La lettura apocalittica della guerra di Gaza

Uscito prima del 7 ottobre 2023, cioè dell’attacco di Hamas contro Israele, oggi il documentario suona ancora più attuale. Secondo molti cristiani sionisti, “i conflitti armati che coinvolgono Israele sono legati alle battaglie per la fine dei tempi”.

Molti credono che lo stato ebraico giocherà un ruolo durante l’apocalisse e vedono la guerra tra Israele e Hamas come il preludio della fine dei tempi tanto attesa.

Il 5 novembre, con il sottofondo del coro che cantava Redemption draweth nigh, Jeffress annunciava ai suoi tremila sostenitori nella chiesa battista di Dallas che “le cose si stanno mettendo nel verso giusto per la grande battaglia mondiale combattuta dai super poteri, proprio come diceva la Bibbia”.

Le principali prove dell’arrivo dell’apocalisse sarebbero la crescita della criminalità, la proliferazione delle armi nucleari, i disastri ambientali e la guerra a Gaza, appunto.

Il 23 febbraio, il pastore John Hagee avvertiva invece nel suo sermone “Da Abramo ad Armageddon” che “dopo il violento attacco di Hamas contro Israele siamo sull’orlo della terza guerra mondiale”.

E rassicurava il primo ministro Netanyahu sull’appoggio degli evangelici: “Non è un problema degli ebrei, è un problema americano. Nel 1978 andai in Israele da turista e tornai sionista. Primo ministro Netanyahu, i cristiani d’America sono con lei fino alla vittoria”.

La posizione della Chiesa cattolica

Molto diversa da quella delle sette evangeliste, sicuramente, la posizione dei cattolici americani. Anche se diversi vescovi, tra cui l’arcivescovo di New York Timothy Dolan, hanno apertamente appoggiato la rielezione di Trump, bisogna tenere conto che l’alternativa era costituita da quella Kamala Harris che non ha trovato niente di meglio per la sua campagna elettorale che sventolare continuamente la bandiera della libertà di aborto.

Ed invece è stata decisa l’opposizione dei vescovi cattolici a Trump quando ha cominciato a delineare la sua politica volta a «rendere di nuovo grande l’America».

Il presidente della Conferenza Episcopale statunitense, l’arcivescovo Timothy Broglio, in un comunicato, ha attaccato le disposizioni contenute negli ordini esecutivi riguardanti il trattamento degli immigrati e dei rifugiati, gli aiuti ai paesi poveri e l’ambiente.

Esse, ha detto, «ignorano non solo la dignità umana di pochi ma di tutti noi». In particolare, davanti al progetto di deportazione sistematica degli immigrati, monsignor Mark Joseph Seitz, vescovo di El Paso e presidente del Comitato per le migrazioni della Conferenza episcopale, ha dichiarat:o «L’uso di generalizzazioni radicali per denigrare qualsiasi gruppo, ad esempio descrivendo tutti gli immigrati clandestini come “criminali” o “invasori”, per privarli della protezione della legge, è un affronto a Dio che ha creato ciascuno di noi a sua immagine».

Il richiamo di papa Francesco

Sulla questione è intervenuto anche papa Francesco, con una lettera inviata ai pastori della Chiesa cattolica. «Un autentico stato di diritto si attua sulla base del trattamento dignitoso che meritano tutte le persone, soprattutto quelle più povere ed emarginate; il vero bene comune si promuove quando la società e i governi, con creatività e rispetto rigoroso dei diritti di tutti accolgono, proteggono, promuovono e integrano i più fragili, indifesi e vulnerabili».

E il pontefice aggiungeva: «L’atto di deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, ferisce la dignità di tanti uomini e donne, di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità».

Il santo padre ha poi risposto alle parole del vice presidente JD Vance, che pure si dichiara cattolico, il quale aveva giustificato le misure anti-immigrazione illegale assunte da Trump ricorrendo al concetto agostiniano dell’ordo amoris, secondo cui si deve pensare prima a se stessi, alla famiglia, ai vicini di casa, alla propria comunità, al proprio paese e solo poi a chi vive altrove.

«Il vero ordo amoris da promuovere - ha osservato il papa - è quello che scopriamo meditando costantemente la parabola del “buon Samaritano”, meditando cioè sull’amore che costruisce una fraternità aperta a tutti, nessuno escluso.

Preoccuparsi dell’identità personale, comunitaria o nazionale, prescindendo da queste considerazioni introduce facilmente un criterio ideologico che distorce la vita sociale e impone la volontà del più forte come criterio di verità».

Il dissenso dei vescovi sulle deportazioni

Infine, nel novembre scorso, è stata tutta la Conferenza Episcopale cattolica a inviare un messaggio, approvato a larghissima maggioranza (216 sì, 5 no, 3 astensioni) in cui i vescovi esprimono il loro dissenso per una retorica che «vilipende gli immigrati» e per «le deportazioni di massa indiscriminate» in corso.

Papa Leone ha così commentato il comunicato: «Apprezzo moltissimo quanto detto dai vescovi. È una dichiarazione importante. Inviterei in particolar modo tutti i cattolici e tutte le persone di buona volontà ad ascoltare quello che hanno detto. Credo che dobbiamo cercare maniere di trattare la gente con umanità rispettando la loro dignità».

La questione di Gaza e le differenze tra cristiani

Anche sulla questione di Gaza si nota una profonda differenza. Mentre le sette evangelicali hanno raccolto milioni di dollari per finanziare Israele, la sua guerra e le invasioni dei coloni, lo scorso 12 agosto mons. Broglio, presidente della Conferenza Episcopale, ha inviato una lettera ai suoi confratelli vescovi in cui diceva: «La nostra Chiesa piange per le terribili sofferenze dei cristiani e di altre vittime innocenti della violenza, che lottano per sopravvivere, proteggere i propri figli e vivere con dignità in condizioni disperate».

E chiedeva di promuovere «una raccolta speciale per offrire aiuto umanitario e sostegno pastorale ai nostri fratelli colpiti a Gaza e nelle aree vicine del Medio Oriente».

In piena sintonia, ancora una volta, con la denuncia prima di papa Francesco, che ha parlato addirittura di «genocidio», e poi di Leone XIV, il quale, smentendo le dichiarazioni del premier israeliano Netanyahu, ha denunciato la situazione drammatica di Gaza, dove, ha detto, «la popolazione civile è schiacciata dalla fame e continua ad essere esposta a violenze e morte».

No, i cristiani non sono tutti uguali. Non lo sono negli Stati Uniti e neppure in Italia, dove, addirittura tra gli stessi cattolici, sono evidenti differenze radicali.

Un precedente di arresti per la diffusione di materiale cristiano

Due Pastori cristiani laotiani arrestati il 5 febbraio 2013 con l’accusa di “diffondere la religione cristiana” sono stati rilasciati e, dalla metà di marzo, sono tornati alle loro famiglie. Lo conferma all’Agenzia Fides l’Ong “Christian Solidarity Worldwide”, grazie a contatti diretti con le comunità cristiane locali.

I tre Pastori cristiani protestanti Bounma, Somkaew e Bounmee erano stati arrestati il 5 febbraio scorso nel Distretto di Phin, provincia di Savannakhet, dopo che un ufficiale di polizia li aveva sorpresi mentre stavano vedendo e duplicando un DVD di contenuti cristiani, titolato “La fine dei Tempi” in una copisteria nel mercato del distretto.

Le autorità li hanno accusati di “diffusione della religione cristiana” attraverso il film. Il negoziante e uno dei Pastori erano sostai rilasciati poco dopo l’arresto, gli altri due sono stati trattenuti e condotti nel carcere distrettuale di Phin.

Per un certo periodo, i due sono stati detenuti in una sezione di alta sicurezza del carcere, riservata ai prigionieri che hanno commesso i crimini più gravi. Le condizioni in questa parte della prigione sono particolarmente restrittive: i prigionieri sono incatenati tra loro e non possono lasciare la cella nemmeno per espletare i bisogni fisiologici.

Il Pastore Bounma è stato duramente picchiato dalla polizia e in carcere nel tentativo di indurlo a confessare. L’Ong CSW, accogliendo con favore il rilascio dei Pastori, denuncia le accuse false contro i tre uomini e l'uso della tortura per estorcere la confessione.

“Esortiamo le autorità del Laos a tutelare il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, e a garantire che i detenuti non siano soggetti a tortura o a trattamenti crudeli, inumani o degradanti, in linea con gli obblighi del governo del Laos, nel quadro della Convenzione internazionale sui diritti civili e politici”, afferma una nota inviata a Fides da CSW.

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