Studio biblico su Apocalisse 7: il sigillo di Dio e la moltitudine dei salvati

Apocalisse 7 presenta una pausa tra il sesto e il settimo sigillo: prima che la devastazione si abbatta sulla terra, i servi di Dio vengono segnati con il sigillo del Dio vivente; poi Giovanni contempla una moltitudine immensa, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello.

Il capitolo non è, dunque, soltanto un annuncio di catastrofi, ma soprattutto un messaggio di protezione, perseveranza, salvezza e speranza. Il sigillo indica l’appartenenza a Dio, mentre le vesti candide, le palme e il canto celebrano la vittoria di coloro che hanno attraversato la grande tribolazione e sono stati redenti dal sangue dell’Agnello.

Il posto di Apocalisse 7 nella visione dei sigilli

Domenica scorsa Giovanni ci ha raccontato dell’Agnello che riceveva da Dio il libro chiuso da sette sigilli. Nel capitolo 6 l’Agnello apre i primi sei sigilli. Ad ogni apertura corrisponde la realizzazione progressiva dei decreti di Dio.

Volta per volta vengono rivelati coloro che devono realizzare questi decreti: i quattro cavalieri, i martiri con il loro invito alla giustizia, il cosmo, gli Angeli e i Santi con le loro preghiere. Prima dell’apertura del settimo sigillo vi è una pausa.

Gli angeli vengono mandati sulla terra a mettere un segno per distinguere gli eletti di Dio. Questo segno li pone sotto la protezione di Dio, grazie al suo aiuto essi potranno resistere alle prove della persecuzione. Giovanni poi vede la schiera dei beati che si trova già in cielo, la Chiesa trionfante.

Il racconto è strutturato in due scene: il prima (vv. 1-8) e il dopo (vv. 9-17) di una «grande tribolazione», profetizzata ma non descritta da Giovanni.

ScenaVersettiLuogoImmagine principale
Prima della grande tribolazioneAp 7,1-8La terraI servi di Dio ricevono il sigillo
Dopo la grande tribolazioneAp 7,9-17Il cieloLa moltitudine immensa davanti al trono e all’Agnello

La dimensione cosmica del sesto sigillo

Con l’apertura del sesto sigillo, la visione di Giovanni assume una dimensione cosmica. Nella catastrofe, infatti, sono coinvolti il sole e la luna, le stelle e il cielo, i monti e le isole: “Il sole divenne nero come un sacco di crine, la luna diventò tutta simile a sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come un albero di fichi, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i frutti non ancora maturi” (6, 12-13).

Questo sconvolgimento generale non va inteso in senso letterale, ma va considerato come la forma espressiva tipica del genere letterario detto “apocalittico”. In altri termini, è da prendere come una sorta di coreografia tipica che accompagna la venuta del Signore.

Nel nostro testo appare chiaro che lo sconvolgimento del cosmo non è il tema principale del racconto, ma solo la sua cornice. Il suo scopo è quello di rendere drammatico e pauroso il giudizio che si sta per compiere: “…è venuto il grande giorno della loro ira, e chi può resistervi?” (6, 17).

Tutti gli uomini, senza alcuna eccezione, sono colpiti dal giudizio di Dio e tutti sono sopraffatti dalla paura e dall’angoscia. Noi, che leggiamo e ascoltiamo, immaginiamo che il giudizio di Dio sia ora finalmente descritto e che l’Apocalisse sveli il suo segreto, più volte enunciato.

Ma così non è. Tutto rimane come sospeso e la conclusione è rimandata. Un angelo, infatti, ordina: “Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio” (7, 3).

I quattro angeli e i quattro venti

Dopo questo vidi quattro angeli, che stavano ai quattro angoli della terra e trattenevano i quattro venti, perché non soffiasse vento sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta.

L’espressione quattro angoli della terra è l’equivalente antico del concetto dei “quattro punti cardinali”. L’idea è che l’azione di questi quattro angeli avrà effetto su tutta la terra.

L’uso insistente del numerale «quattro», che richiama i quattro punti cardinali, indica una minaccia globale a cui nulla può sfuggire: la totalità del creato, la terra ed il mare, e tutto ciò che vive, le piante, verrà distrutto.

Questi venti rappresentano la forza distruttiva del giudizio di Dio, come lo sono spesso nell’Antico Testamento. Osea 13:15 ne è un esempio: Anche se è fruttifero tra i suoi fratelli, verrà un vento d’est, si alzerà dal deserto il vento dell’Eterno, allora la sua sorgente inaridirà, la sua fonte seccherà.

I quattro venti della terra potrebbero fare riferimento ai quattro cavalieri di Apocalisse 6:1-8, secondo quanto descritto in Zaccaria 6:1-8. In questo passo, quattro carri, che hanno cavalli dello stesso colore dei cavalli di Apocalisse 6:1-8, percorrono tutta la terra e sono chiamati i quattro spiriti del cielo.

Spiriti in questo passo traduce la parola ebraica ruach, che si può tradurre anche con venti. La distruzione, tuttavia, è ritardata: prima deve essere compiuta l’opera di separazione e di protezione dei servi di Dio.

Quattro angeli trattengono i venti

Il sigillo del Dio vivente

E vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio».

Un altro angelo aveva un sigillo, con cui sigillò tutti i membri del popolo di Dio. Nel mondo antico tali sigilli erano comuni. Un re o un proprietario usava un sigillo per dimostrare la proprietà o l’autenticità.

In tal modo sarà visibile l’appartenenza al Signore e l’angelo sterminatore potrà distinguere e risparmiare. In questo sigillo leggiamo il richiamo al battesimo.

Il sigillo ricorda Es 12,21-30 ed Ez 9,1-11. Nella prossimità del passaggio dell’angelo sterminatore, il sangue posto sulle porte identifica le case abitate da Israeliti, coloro che appartenendo al Signore saranno protetti dalla morte.

Allo stesso modo nel libro del profeta Ezechiele, il tau impresso su coloro che non si sono lasciati contaminare dall’idolatria è garanzia di salvezza nell’imminenza dello sterminio. Si tratta dunque di un rito di separazione tra coloro che appartengono a Dio e coloro che Dio non riconosce come suoi.

I servi di Dio riceveranno un sigillo di protezione sulla fronte, che in qualche modo conterrà il nome di Dio (Apocalisse 14:1). In Ezechiele 9:4 un sigillo di protezione simile fu dato ai giusti prima del giudizio di Gerusalemme.

Il sigillo come appartenenza, protezione e responsabilità

Non ci viene detto quale sia esattamente il loro servizio, ma i 144.000 vengono sigillati per uno scopo ben preciso e unico. Tuttavia, l’idea generale di essere sigillati non si limita solo a questi.

Gesù è stato sigillato; su di lui il Padre, cioè Dio, ha posto il suo sigillo. Noi siamo stati sigillati con lo Spirito Santo quale caparra in vista della nostra completa redenzione finale.

Paolo scrive: Dio, il quale ci ha anche sigillati e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori. Il suggellamento dello Spirito Santo appartiene a ogni credente quando viene salvato.

Dopo… aver creduto, siete stati sigillati con lo Spirito Santo della promessa. Il suggellamento dello Spirito Santo vuole essere per noi una consolazione e, allo stesso tempo, un’esortazione.

Siamo consolati perché ci assicura che apparteniamo a Lui. Ci esorta ad allontanarci da ogni male e a identificarci con colui al quale apparteniamo: Tuttavia il saldo fondamento di Dio rimane fermo, avendo questo sigillo: «Il Signore conosce quelli che sono suoi», e: «Si ritragga dall’iniquità chiunque nomina il nome di Cristo» (2 Timoteo 2:19).

E non contristate lo Spirito Santo di Dio, col quale siete stati sigillati per il giorno della redenzione (Efesini 4:30). Il sigillo, dunque, non è soltanto un privilegio passivo, ma richiama una vita coerente con l’appartenenza a Dio.

I centoquarantaquattromila segnati

E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele.

Il numero 144.000 può essere espresso come 12 x 12 x 1000. La prima scena presenta 144.000 servi di Dio, provenienti dalle 12 tribù d’Israele, segnati con il «sigillo del Dio vivente».

Questa è la loro identificazione generica. Fanno parte di tutte le tribù dei figli d’Israele. Dal punto di vista etnico, sono Giudei, dei quali sono stati scelti 144.000.

Questa è la loro identificazione specifica. I 144.000 si dividono tra le 12 tribù d’Israele. Sebbene solo Dio sia in grado di conoscere le loro tribù di origine, ce ne sono 12.000 da ognuna.

TribùSegnati con il sigillo
GiudaDodicimila
RubenDodicimila
GadDodicimila
AserDodicimila
NèftaliDodicimila
ManasseDodicimila
SimeoneDodicimila
LeviDodicimila
ÌssacarDodicimila
ZàbulonDodicimila
GiuseppeDodicimila
BeniaminoDodicimila

La disposizione delle tribù

Tra le tribù qui elencate, quella di Dan viene omessa. Alcuni pensano che ciò avvenga perché Dan è la tribù dell’Anticristo, sulla base di Daniele 11:37 e Geremia 8:16.

Potrebbe anche non essere questa la motivazione, ma fu senza dubbio Dan la tribù a introdurre l’idolatria nella nazione d’Israele (Genesi 49:17; Giudici 18:30). C’è una redenzione meravigliosa in vista per la tribù di Dan.

Dan è la prima nell’elenco delle tribù in vista della chiamata per i diversi ruoli millenari di Ezechiele (Ezechiele 48). La lista è interessante anche per il modo in cui si fa riferimento alla tribù di Efraim, anche se solo indirettamente.

Viene menzionata la tribù di Giuseppe, anche se questa era sempre rappresentata da due tribù: Efraim e Manasse. Dal momento che viene menzionata la tribù di Manasse, per esclusione, con la tribù di Giuseppe è da intendersi la tribù di Efraim, che è elencata anche se non per nome.

Forse la tribù di Efraim viene ignorata perché anch’essa era associata a grande idolatria (Osea 4:17). A volte si sostiene che questo elenco deve essere puramente simbolico perché è “irregolare”, ma nell’Antico Testamento esistono almeno 20 modi diversi di elencare le tribù d’Israele, incluso uno in cui si omette quella di Dan (1 Cronache 4-7).

Solo perché un elenco è diverso non significa che si tratta solo di simbolismo stravagante. È giusto ritenere ognuno di questi elenchi come legittimi e considerare ogni particolare variazione come avente uno scopo, che intende enfatizzare qualcosa.

Chi sono i 144.000?

Molti gruppi diversi hanno affermato di essere i 144.000. La maggior parte degli studiosi della Bibbia ritiene che i 144.000 siano la chiesa o gli ebrei convertiti, che in qualche modo sono ancora identificati come israeliti.

Si tratta di una questione importante. Se sono un simbolo della chiesa, allora la chiesa si troverà sicuramente nella Grande Tribolazione, ma sarà sigillata per sopravvivere attraverso di essa.

Alcuni aspetti riguardanti i 144.000 descritti in Apocalisse 7 e Apocalisse 14 ci danno maggiori informazioni sulla loro identità.

  • Sono chiamati figli d’Israele (Apocalisse 7:4).
  • Hanno un’appartenenza tribale specifica (Apocalisse 7:4-8).
  • Sembrano essere protetti e trionfanti durante il periodo dell’ira di Dio, per poi incontrare Gesù sul Monte Sion al Suo ritorno (Apocalisse 14:1).
  • Sono celibi (Apocalisse 14:4).
  • Sono il principio di un raccolto più ampio (Apocalisse 14:4).
  • Sono caratterizzati dall’integrità e dalla fedeltà (Apocalisse 14:5).

Presi nel complesso, questi aspetti rendono difficile affermare che i 144.000 sono un’immagine simbolica della chiesa. Israele è un termine che non viene mai usato in maniera specifica per indicare la chiesa nel Nuovo Testamento, e nemmeno dai cristiani fino al 160 d.C.

La loro appartenenza tribale è evidente e nota a Dio. Anche se solo Dio la conosce, non c’è assolutamente nessuna ragione per credere che la loro appartenenza tribale sia simbolica e non letterale.

È difficile immaginare che la chiesa intera sopravviva attraverso la tribolazione senza martirio e rimanga celibe durante quel periodo, cosa che non è mai stata richiesta alla chiesa nel suo complesso (1 Corinzi 7:1-6).

La miglior cosa è considerare i 144.000 come Giudei scelti in maniera specifica, che giungono alla fede in Gesù e ricevono come segno un sigillo di protezione durante la tribolazione.

Sono le primizie della salvezza d’Israele (Romani 11:1, Romani 11:26, Matteo 23:37-39). Il contrasto numerico tra i «segnati» ed i «salvati» si può comprendere alla luce di Ap 14,4, dove ritorna lo stesso numero seguito dalla precisazione: «Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello».

Come primizie, sono la promessa di un raccolto: un piccolo seme, nascosto nelle pieghe della storia, sarà trasformato in un popolo sconfinato, che senza rumore già si raduna.

La grande moltitudine di ogni popolo

Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani.

La folla è così numerosa che nessuno può contarla. Giovanni non parla più di una cifra precisa, ma di una moltitudine immensa, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

La folla sterminata appartiene ormai al mondo di Dio. Gli uomini e le donne, i bambini, i giovani e vecchi di questo popolo stanno tutti «in piedi».

L’essere «in piedi» testimonia la realtà della risurrezione; la veste bianca e le palme sono segni di vittoria e d’immortalità. La diversità che vediamo qui è la prova che il Grande Mandato sarà adempiuto prima della fine, proprio come promesso da Gesù (Matteo 24:14).

Poiché Giovanni sapeva che la folla era composta di diverse nazioni, tribù, popoli e lingue, sappiamo che ci saranno differenze tra le persone in cielo, proprio come ci sono sulla terra. Non saremo tutti uguali. Saremo individui distinti.

Giovanni vede ogni cosa in cielo in relazione al trono di Dio. Questo è un argomento peculiare della loro gioia: che Dio ha un trono, che siede su di esso, che governa su tutte le cose e che tutte le cose eseguono i Suoi ordini.

Il pensiero centrale del cielo, dunque, è la sovranità divina. La moltitudine sta davanti al trono e davanti all’Agnello, perché la salvezza è inseparabile dalla signoria di Dio e dalla vittoria di Cristo.

Moltitudine dei salvati davanti all’Agnello

Le vesti candide e i rami di palma

Le vesti bianche non solo ci ricordano il rivestimento di giustizia in Gesù, ma anche il servizio sacerdotale. Sono rivestiti per il servizio sacro, e sono rivestiti subito, perché indossano vesti bianche adatte al loro servizio sacerdotale.

Gli eletti erano vestiti con le vesti della giustificazione, della santità e della vittoria; e avevano le palme nelle mani, come i conquistatori erano soliti apparire nei loro trionfi.

Le palme ci ricordano l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme (Giovanni 12:12-16), quando Gesù fu anche lodato come Salvatore e Re. I rami delle palme erano emblemi di vittoria.

Questo ci fa capire che la grande folla celebra una grande vittoria. La palma, insegna del trionfo, indica sicuramente un conflitto e una conquista.

Come sulla terra le palme non vengono date se non sono conquistate, possiamo concludere che similmente il Signore non avrebbe distribuito il premio se non ci fosse stata prima di tutto una battaglia e una vittoria.

Dal fatto stesso che i glorificati portano le palme, possiamo dedurre che non provengono da letti di ozio o da giardini di piacere o da palazzi di pace, ma che hanno sopportato la fatica e che sono uomini addestrati alla guerra.

«La salvezza appartiene al nostro Dio»

E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello».

Avendo un emblema di giustizia, le vesti bianche, adorano Dio per la salvezza. Riconoscono che Dio è la fonte della salvezza e nessun altro.

La salvezza non è qualcosa che ci guadagniamo, ma è un dono di Dio. A volte i credenti sulla terra danno la propria salvezza per scontata. Ciò non si può dire per questa grande moltitudine in cielo.

La salvezza appartiene al nostro Dio e all’Agnello perché la moltitudine riconosce che la vittoria non è frutto dell’autosufficienza umana, ma dell’opera redentrice di Cristo.

Il canto degli angeli e di tutte le creature celesti

E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: 12«Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».

Mentre la grande moltitudine adora Dio, gli altri in cielo sono spinti a congiungere le loro voci nella lode. Tutte le creature intorno al trono prendono parte.

Mentre le altre creature odono l’adorazione che la grande folla innalza a Dio, queste vedono più chiaramente la potenza, la sapienza e la maestà di Dio. Possono adorare Dio ancora di più, vedendo la salvezza che Egli ha compiuto per la grande moltitudine.

Coloro che godono della felicità eterna devono e vogliono benedire il Padre e il Figlio; lo faranno pubblicamente e con fervore. Vediamo qual è l’opera del cielo, e dovremmo iniziarla ora, avere il cuore molto coinvolto e desiderare quel mondo in cui le nostre lodi, così come la nostra felicità, saranno rese perfette.

La grande tribolazione

Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Era importante che Giovanni fosse a conoscenza dell’identità di questa grande moltitudine, ma non sapeva di dover chiedere; perciò, uno degli anziani lo sprona a domandare. L’anziano interpreta la visione e ne indica il significato.

La grande tribolazione può fare riferimento alla persecuzione scatenata contro i cristiani da Diocleziano. Potrebbe, però, anche alludere alla grande tribolazione che, in tutti i testi apocalittici, precede il giudizio finale.

Potrebbe, anche, riferirsi a tutte le lotte e a tutte le persecuzioni che sono presenti in ogni tempo della storia. La vasta moltitudine, proveniente da ogni tribù, lingua e nazione, è composta da coloro che sono stati salvati per il regno di Dio durante il periodo della grande tribolazione.

Avranno difficoltà sulla terra durante la grande tribolazione. Nel testo greco, il “la” è enfatico. Si tratta di un tempo di grande tribolazione per questa moltitudine.

Ciò porta molti a credere che la maggior parte di questi, se non tutti, siano martiri che vengono dalla grande tribolazione. La presenza di così tanti martiri della tribolazione è una potente dichiarazione della grazia e della misericordia di Dio.

Persino in un tempo di giudizio e di ira sulla terra come quello, molti saranno salvati. La via del cielo passa attraverso molte tribolazioni; ma la tribolazione, per quanto grande, non ci separerà dall’amore di Dio.

La tribolazione rende il paradiso più gradito e più glorioso. I cristiani fedeli meritano la nostra attenzione e il nostro rispetto; dobbiamo riconoscere i retti.

La tribolazione nella vita del discepolo

Coloro che stanno davanti al trono dell’Agnello e cantano la sua gloria in vesti candide, non hanno evitato la croce, ma l’hanno assunta, con la determinazione amorosa e la volontà obbediente del Cristo.

Il nostro Dio ci vuole uomini e donne veri, non ci toglie la difficoltà, non evita i momenti nei quali, quando ci fidiamo solo delle nostre capacità, cadiamo a terra e avvertiamo il fallimento della nostra vita, la tristezza, per i colpi inflitti al nostro egoismo.

Ma ci aiuta a risollevarci nella prova, a non soccombere allo scoraggiamento, a non lasciarci vincere dal male, ad accogliere la croce, la morte, l’umiliazione, la mortificazione, lasciando che l’amore, dal di dentro, tolga al dolore, l’amarezza, alla sofferenza la solitudine, al buio il senso del vuoto, alla disperazione la forza dell’angoscia.

Il vero seguace di Cristo, sembra dire fra le righe l’autore, non è colui che scappa nella difficoltà e che evita di guardare in faccia la propria fragilità creaturale, il limite proprio ed altrui.

Chi ha sentito su di sé lo sguardo di Gesù ed ha ascoltato il suo “Seguimi”, ponendosi alla sua sequela, non può limitare la potenza dell’amore del Maestro che in lui dilaga, frenare la grazia dell’elezione, che porta frutti di conversione e vita nuova, secondo il Vangelo.

A somiglianza di Cristo, chi lo segue accoglie la croce e, come il protomartire Stefano (cf. At 7,51ss), segue il Maestro, perdonando i suoi stessi carnefici e consegnando la sua vita, nelle mani del Padre.

È la tribolazione la verifica del nostro essere discepoli di Gesù, la difficoltà il banco di prova dell’appartenere a Lui, lo stare nella gabbia dei leone, come Daniele, il segno che ci fidiamo di Dio, il rimanere nella fornace, dove i servi di Nabucodonosor gettarono i tre fanciulli, aumentando la fiamma sette volte, la verifica della nostra totale confidenza in Dio.

A bene vedere, il Maestro ci ha ammoniti a non venire meno - “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33) - come nel caso di Pietro, ha pregato per noi.

«Hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello»

Non è il sangue dei martiri, ma il sangue dell’Agnello che può lavare il peccato e rendere l’anima pura e pulita agli occhi di Dio; altre macchie di sangue, questo è l’unico sangue che rende le vesti dei santi bianche e pulite.

Nel loro passato hanno affrontato una grande tribolazione, vissuta nella sequela dell’Agnello: nel suo sangue hanno lavato le loro vesti. È, dunque, un popolo pasquale, segnato dalla partecipazione al mistero della passione, morte e risurrezione del Cristo.

Essi hanno potuto resistere non grazie alle loro forze, ma grazie al sangue di Cristo, alla sua redenzione, a cui hanno potuto accedere grazie alla fede e ai sacramenti.

Nel loro sacrificio fino alla morte, noi abbiamo il riverbero vivente della parola di Gesù “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13), perché “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37), che rende conformi al suo Figlio Gesù, coloro che Egli vuole, perché “Tutto è possibile per chi crede” (M 9,23) e si abbandona docilmente all’opera della sua grazia santificante.

Il martirio è una grazia, la testimonianza resa a Cristo a prezzo della propria vita è un dono e, al tempo stesso un impegno, un quotidiano esercizio.

Difatti, coloro che stanno dinanzi al trono dell’Agnello stringono nelle loro mani le palme, come segno della vittoria e del trionfo di Cristo, ma le loro vesti sono il segno del cammino intrapreso e felicemente compiuto, dell’itinerario di conformazione a Cristo, crocifisso e risorto, Agnello immolato e ritto sul trono.

Il candore delle loro vesti è il segno che essi “vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello”.

La tenda di Dio sopra i salvati

Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.

La descrizione del premio riservato agli eletti è fatta in termini tradizionali: la comunione con Dio - “Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro” (7, 15) -, la fine di ogni afflizione - “Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna” (7, 16) -, la protezione e la guida del pastore - “l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore” (7, 17).

Giovanni contempla la condizione dei beati: essi stanno sempre davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte, cioè celebrano le sue lodi. Dio da parte sua stende la sua tenda su di loro, cioè se ne prende cura.

Questa folla sterminata appartiene ormai al mondo di Dio. Nel loro futuro godranno dell’ospitalità di Dio che, come un beduino nel deserto, stende su di loro la propria tenda, offrendo riposo e nutrimento.

La tenda indica la presenza protettiva di Dio. Colui che siede sul trono non rimane distante dai salvati, ma stende la sua tenda sopra di loro e li raccoglie nella sua comunione.

La fine della fame, della sete e delle lacrime

Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna.

Essi non hanno più alcuna necessità, né soffrono per le difficoltà legate alla vita terrena. La descrizione della felicità eterna riprende le immagini della protezione, del nutrimento e del riposo.

Le immagini con cui viene descritta la pace degli eletti vengono dalla tradizione profetica. Si pensi a Isaia: “Non avranno né fame né sete e non li colpirà né l’arsura né il sole, perché colui che ha misericordia di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d’acqua” (49, 10).

Si pensi anche alla promessa: “Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato (25, 8).

E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Dio come padre pieno di compassione, saprà consolare il loro animo da ogni dolore, saprà sanare ogni male che i suoi eletti hanno dovuto vivere.

Hanno avuto dolori e versato molte lacrime a causa del peccato e dell’afflizione; ma Dio stesso, con la sua mano benevola, asciugherà quelle lacrime. Li tratta come un padre tenero.

Questo dovrebbe sostenere il cristiano in tutte le sue difficoltà. La promessa non cancella la realtà della sofferenza attraversata, ma annuncia che essa non avrà l’ultima parola.

L’Agnello diventa il pastore

Perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita.

Questo versetto ben si adatta alla domenica del buon pastore. L’Agnello diventa pastore, si prende cura dei beati, è Lui che li conduce alle acque della vita, cioè alla beatitudine e alla vita in pienezza.

La tradizione profetica già annunciava: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore” (34, 23).

L’Agnello che hanno seguito diverrà loro pastore, conducendoli alle sorgenti della vita. L’immagine riunisce in Cristo due figure apparentemente diverse: l’Agnello immolato e il pastore che guida.

Il Cristo è l’Agnello perché ha attraversato la passione e la morte; è il Pastore perché conduce i redenti alla vita. La sua vittoria non è separata dalla sua offerta, e la sua guida non è separata dalla sua compassione.

La struttura simbolica dell’Apocalisse

L’Apocalisse è uno dei libri più enigmatici e affascinanti della Bibbia. Il termine stesso, nella cultura popolare, evoca immagini di catastrofi, distruzione e fine del mondo.

Tuttavia, l’etimologia della parola apokálypsis in greco significa “rivelazione”, “svelamento”. Questo testo, attribuito a San Giovanni, si colloca al termine del Nuovo Testamento e propone una visione profetica, simbolica e teologica della storia umana e del destino ultimo del mondo.

L’Apocalisse non è solo un annuncio di giudizi e calamità, ma è soprattutto un messaggio di speranza e di salvezza per i credenti, un inno alla vittoria finale di Cristo sul male.

Il problema dell’Apocalisse non è che sia difficile o facile. Il problema è, piuttosto, entrare nella logica di quest’opera che, come tutte le grandi opere, ha una sua chiave, è costruita come un’unità e non se ne possono spizzicare due o tre frasi.

Il criterio base è che l’Apocalisse non è da capire. Ci si può mettere lì a chiedersi per esempio che cosa significhi “mandava un riverbero come di cobalto”, cioè fare una megacostruzione su ogni singolo simbolo, ma è un lavoro secondo, non quello che ci fa apprezzare questo testo.

Solo dopo aver apprezzato la storia, il racconto, il suono, si può anche essere aiutati dalle spiegazioni filologiche. L’Apocalisse è, tra l’altro, una grande sfida alla decifrazione.

Uno degli obiettivi di questo libro è dimostrare che la storia non si può sezionare in modo che da una parte ci siano i cattivi e dall’altra i buoni. Volendo dimostrare questo, l’autore costruisce appositamente una macchina ambigua, cioè un insieme di simboli in cui ad un certo punto non si può dire chi sia il buono e chi il cattivo, se sia giusto o sia sbagliato.

Il racconto che muove la vita

L’Apocalisse è stata scritta in un’epoca precedente alla televisione e questo dobbiamo ricordarlo; soprattutto si trattava di una cultura che proibiva e non amava le immagini dipinte.

L’Apocalisse nasce in una cultura diametralmente opposta: l’immagine vi è proibita, comunque non amata, molto, molto minoritaria. L’unica cultura è la parola ed in particolare il racconto che funziona sempre come per noi funzionano le fiabe: non è mai un insegnamento concettuale, una lezione.

Questo testo nasce invece in un ambiente che noi oggi chiameremmo di favole dove il problema è ciò che il racconto muove, non quello che il racconto dice. L’Apocalisse funziona in questo modo: è un racconto che ha come obiettivo di “muovere” emozioni e vita.

Si può fare una lettura in chiave di Antico Testamento vedendone tutta la simbologia, una lettura in chiave simbolica di storia delle religioni, tante letture che sono tutte legittime e tutte portano una parte di significato perché Giovanni aveva anche delle idee, ma certo il suo primo obiettivo è quello di muovere in rapporto al lettore e di muoverlo rispetto ad un nucleo centrale intorno a cui egli continua a tessere storie, con tutte le immagini e tutti i racconti.

Le spirali narrative

L’Apocalisse è strutturata come una serie di spirali in cui, di fatto, ripete sempre la stessa questione con immagini diverse, con la famosa tecnica di tutti gli insegnanti: te lo spiego cinque volte in cinque modi diversi, una lo capirai.

La disperazione di Giovanni è: se non capisci la prima immagine capirai la seconda, se non questa la terza e così via. Qualcosa ti suonerà, ti muoverà.

Certamente ci sono anche delle differenze perché nessuno ripete mai esattamente in modo uguale; non sono cerchi sovrapponibili, è una spirale per cui ci si sposta anche un po’, ma in realtà continua a riprendere più o meno sempre tutto.

Il giudizio di Dio nel capitolo 7

Da un punto di vista letterario, il sesto sigillo si presenta come una grandiosa antitesi, mentre da un punto di vista teologico è una riflessione sul tema del giudizio.

Abbiamo già detto a proposito del procedimento letterario della cosiddetta “antitesi”: a un quadro fosco si contrappone, anticipando i tempi, un quadro sereno. Non si tratta di una finzione, quanto di una vera e propria visione della realtà più profonda.

Il bianco e il nero sono per Giovanni - e per tutta la tradizione biblica a cui egli si riferisce - le due facce della storia, il bene e il male, i buoni e i cattivi, e del giudizio divino, condanna e salvezza.

Nella visione biblica, gli avvenimenti della storia sono la risposta dell’uomo alla proposta di Dio, accettazione o rifiuto, e, allo stesso tempo, la risposta di Dio all’uomo, giudizio.

L’Apocalisse parla di catastrofi, guerre, crolli di istituzioni e di ideologie e di idolatrie. Tutto questo è un giudizio, nel senso di punizione: gli uomini, rifiutando Dio, hanno messo nella storia elementi disgregatori e ne raccolgono i frutti malefici.

Ma tutto questo è anche giudizio nel senso di salvezza. Quelle stesse catastrofi e guerre, quegli stessi crolli non impediscono al disegno di Dio di realizzarsi.

Dio spezza il tentativo degli uomini di sbarrare la strada al suo piano di provvidenza. In tal modo, il giudizio è insieme punizione e salvezza, un distruggere e un ricominciare.

Consolazione e avvertimento

Nell’Apocalisse l’insistenza sul tema del giudizio ha lo scopo duplice di consolare e di avvertire. La consolazione è duplice.

I buoni trionferanno; le crisi e le catastrofi che attraversano la storia non sono la fine del disegno di Dio, ma la condizione perché tale disegno possa realizzarsi.

Anche l’avvertimento è duplice. Il giudizio sarà severo ed è imminente. Ciascuno, pertanto, vi si prepari.

Osservando certi fatti clamorosi della storia e certi suoi orgogliosi protagonisti, colui che ha fede non deve lasciarsi ingannare: sono idoli vuoti, false potenze di argilla che, alla fine, risultano sconfitti e non vincitori.

Non bisogna cercare la sicurezza nella loro potenza, né lasciarsi prendere dal panico per la loro minaccia. Il profeta, colui che guarda in avanti con lo sguardo penetrante e ha la capacità di scorgere la realtà dietro le apparenze, sa riprendere con forza e coraggio gli idoli di turno.

L’Apocalisse non ci ha ancora indicato la ragione del giudizio. Al momento si è accontentata di proclamare che è imminente.

La tradizione profetica in Apocalisse 7

Nella descrizione del sesto sigillo ritornano alcuni procedimenti narrativi che abbiamo già incontrato. Si pensi al “rallentamento del racconto”, con il quale lo stesso racconto viene lasciato in sospeso nel suo momento più drammatico, nel nostro caso il giudizio.

Si pensi, anche, alla “anticipazione della gloria dei credenti”, con la quale si invita a ritenere già certa la vittoria di Dio, nonostante le attuali tribolazioni storiche.

Ora, però, ci soffermiamo su un’altra caratteristica della visione di Giovanni: essa è costruita con materiale proveniente dall’Antico Testamento, in particolare dalla tradizione profetica.

I flagelli cosmici ripetono le immagini di Geremia, Ezechiele, Isaia e Zaccaria, che annunciano la persecuzione per l’Israele infedele e la salvezza per il “piccolo resto” rimasto fedele a Dio.

Si pensi, ad esempio a Isaia ai capitoli 34-35. La scena dell’angelo che imprime sulla fronte degli eletti il sigillo di Dio ci riporta al profeta Ezechiele: “Il Signore gli disse: «Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono» (9, 4).

Le immagini con cui viene descritta la pace degli eletti richiamano Isaia e Ezechiele. La tenda, l’assenza della fame e della sete, la guida del pastore, l’acqua della vita e l’asciugarsi delle lacrime sono elementi che appartengono alla grande promessa biblica della restaurazione.

La salvezza universale

Giovanni, pertanto, non pensa solo all’antico Israele, ma anche al nuovo Israele, che non è più determinato dai confini della razza ma dalla fede.

La folla di coloro che sono eletti è incalcolabile. In un primo momento sembra che provengano solo dalle tribù di Israele, ma poi si precisa che essi vengono da “ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (7, 9).

Ad esso appartengono uomini e donne di ogni lingua, nazione e razza. Questo popolo nuovo ha, nella logica dell’Apocalisse un volto ed un nome: è il corpo della sposa che si adorna di bellezza, preparandosi alla celebrazione delle nozze.

La visione descrive l’incalcolabile universalità della salvezza, che l’Agnello partecipa a coloro che seguono le sue orme. L’abbraccio del Padre raccoglie ogni suo figlio.

Egli non vuole che nessuno vada perduto, ma che tutti entrino nella sua casa, per godere della bellezza di vita che si sperimenta nei suoi atri.

È bello contemplare il mistero della volontà salvifica di Dio Padre nei nostri riguardi. Scrive, infatti, l’Apostolo “[Dio] vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,5).

Egli non solo, “non fa preferenza di persone” (Rm 2,11), ma “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45).

Tutti, senza nessuna esclusione, siamo chiamati ad essere santi, a vivere già in terra la fraternità universale, l’accoglienza incondizionata, l’amore reciproco, riconoscendoci fratelli, figli dello stesso Padre, famiglia dei figli di Dio.

L’universale chiamata alla santità

Raccontandoci la visione celeste, Giovanni ci spinge a considerare l’universale chiamata alla santità e a ripensare il nostro cammino di fede, in vista del compimento futuro che è la partecipazione alla gloria degli eletti.

Tutti, infatti, siamo chiamati a riflettere in noi l’immagine di Gesù, il Risorto, il Vivente. Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore.

È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità e che tale santità promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano.

Ciò che l’apostolo Giovanni contempla è il regno dei cieli che noi attendiamo, per il quale combattiamo e ci affanniamo, in terra, che desideriamo raggiungere ed accogliere, come dono di Dio per noi.

La moltitudine che il veggente di Patmos contempla è l’assemblea dei beati, della quale il Signore ci vuole rendere partecipi, accendendo nel cuore la nostalgia di vivere già in terra, ciò che Giovanni vede.

Dobbiamo riscoprire, nelle nostre famiglie e comunità, la bellezza del cammino di santità, sentire che Dio ci vuole come Lui - “Santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo” Lv 11,44 - partecipi del suo stesso amore.

È importante crescere nella consapevolezza del dono dello Spirito Santo, ricevuto con il battesimo, che è la caparra dell’eternità e, al tempo stesso, consegnarsi, in totale docilità, alla grazia dello Spirito Santo, che ci conforma a Gesù Cristo, l’uomo nuovo e vero, secondo il disegno del Padre.

Ogni nostra azione pastorale, ogni intervento educativo, il rapporto di coppia e la relazione con i figli, i nostri incontri in parrocchia e la vita sperimentata ogni giorno, nella complessità delle relazioni non semplici da vivere, devono tendere alla santità, alla vita di Dio in noi.

La santità come vita dell’amore

Santità come partecipazione alla vita stessa di Dio; santità come dono del Cristo risorto alla sua Chiesa; santità come riflesso della perfezione della carità del Signore.

Santità come continuazione della sua missione tra gli uomini; santità come vita dell’amore, donata agli altri come misericordia e perdono.

Santità come riflesso dell’immagine di Gesù, mite ed umile di cuore, che incanta con la sua bellezza, seduce, con la sua parola, infiamma gli animi, con la sola presenza, guarisce le ferite del cuore, con la sua voce.

La caparra dello Spirito di Gesù, donataci nel battesimo, ci spinge a tenere fisso lo sguardo verso il cuore del Padre, meta di ogni nostro affanno, porto sicuro di ogni tempestosa nostra navigazione, sorgente di quell’amore, che ci riveste della novità di vita del Risorto.

Vivere la speranza nelle famiglie e nelle comunità

Anche nelle nostre famiglie, non possiamo evitare le difficoltà, ma siamo chiamati a vivere le tribolazioni con fede, sapendo che Dio ci è accanto e misteriosamente conduce la piccola barca della nostra vita personale e familiare, tra i flutti agitate della avverse situazioni.

La visione di Apocalisse 7 non invita a negare le prove, ma a viverle nella certezza che Dio custodisce il suo popolo. Il sigillo ricorda che l’appartenenza a Dio non elimina automaticamente il combattimento, ma offre una protezione capace di sostenere la fedeltà.

La moltitudine davanti al trono rende visibile il compimento verso cui cammina la Chiesa. La speranza cristiana non è evasione dalla storia, ma forza per attraversarla senza consegnarsi alla paura.

Il Signore che ha chiamato i suoi, sa custodirli fino alla fine. Si tratta di un’immagine molto tenera e consolante.

Domande per la meditazione personale e comunitaria

  • Come posso superare le fatiche e le sofferenze che la vita non risparmia a nessuno?
  • Ho mai pensato a come possa essere la vita eterna in Dio?
  • Ho mai asciugato le lacrime di chi mi stava accanto ed era nella sofferenza?
  • In che modo riconosco nella mia vita il sigillo dell’appartenenza a Dio?
  • La mia fede mi aiuta a non lasciarmi prendere dal panico davanti alle minacce della storia?
  • So riconoscere che la salvezza è un dono di Dio e non una conquista personale?
  • Come posso vivere nella mia famiglia e nella mia comunità la fraternità universale descritta da Giovanni?
  • Quale tribolazione mi sta chiedendo oggi perseveranza, fiducia e conformità a Cristo?
  • In quali gesti concreti posso asciugare le lacrime di chi soffre?
  • La mia preghiera e la mia vita quotidiana stanno già partecipando al canto di lode della moltitudine celeste?

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