Una lettera per la mamma scritta da un missionario può diventare una preghiera di gratitudine, memoria e affidamento a Dio. Attraverso il ricordo della propria madre, il missionario riconosce l’amore ricevuto, le radici della propria vocazione e il legame con tutte le madri che accompagnano con pazienza la vita dei figli.
La mamma è il primo specchio della vita. Da piccole vogliamo essere come lei, senza dubbi. Poi c’è un momento, nella vita di ognuna di noi, in cui smettiamo di voler essere come la mamma…e iniziamo a renderci conto che, in fondo, lo siamo diventate.
In un gesto, in una risata, nel modo di indossare un anello o sistemare i capelli. In quelle piccole cose che, come i gioielli più preziosi, passano da madre a figlia senza far rumore.
Il ricordo della mamma nella vita di un missionario
Quando ero studente al Ginnasio dei Saveriani di Cremona, il 2 novembre era festa anche per la scuola. Il Rettore ci lasciava andare nel cimitero della città ed io amavo soffermarmi per una preghiera su quelle tombe un po’ antiche, magari con volti ancora giovani dei primissimi decenni del ‘900.
Ricordo ancora una lapide che ritraeva una giovane mamma morta nel dare alla luce il figlio e mi chiedevo se qualcuno della sua famiglia andasse ancora su quella tomba. C’era una velata tristezza in quel pellegrinaggio unita ad una sorta di pace.
Tante vite, tante storie, tante gioie e tante sofferenze sembravano disperse nell’aria del tempo che è passato. Avevo l’impressione che di quel prodigarsi nel lavoro, nel darsi da fare, nel preoccuparsi per i figli, la moglie, il marito, i genitori, gli zii, gli amici adesso rimanesse solo quel piccolo segno della tomba.
Un monumento a volte piccolo, consumato dagli agenti atmosferici, con magari un angelo triste che piange le sue lacrime annerite dal tempo. Noi cristiani, però, guardando quelle tombe che ci infondono anche tenerezza, dobbiamo sentire e capire il senso profondo di questo mistero ovvero la consolante certezza che tutti quei nomi sono scritti nel cuore di Dio per sempre.
E quei volti adesso sono alla presenza di Dio. Come non pensare allora alle tombe di missionari seppelliti nei villaggi della foresta il cui ricordo forse dopo tanti anni si è perso.
Il racconto della loro vita si dissolve con la morte di chi li ha conosciuti. Tuttavia, quelle tombe sono un segno misterioso di una presenza inspiegabile.

La missione come risposta all’amore ricevuto
Inspiegabile perché i missionari erano lontani dalla famiglia, dal proprio Paese e, a differenza degli altri stranieri, non avevano portato via nulla, anzi avevano portato tante cose con la solidarietà delle loro comunità, ma soprattutto avevano portato sé stessi.
Quelle tombe sono ancora oggi un segno del mistero di Dio, del suo amore, del suo prodigarsi per l’umanità attraverso questi uomini e donne che hanno speso la loro vita per la missione di Cristo.
La vocazione missionaria nasce anche dalla memoria di chi ha insegnato ad amare, a servire e a prendersi cura degli altri. La mamma rappresenta spesso il primo luogo in cui una persona sperimenta la pazienza, la tenerezza, il sacrificio e la fedeltà quotidiana.
Le tre missionarie di Maria-saveriane uccise in Burundi, Olga, Lucia e Bernardetta, avevano passato tanti anni in Congo RD. Ora che erano nella vecchiaia, le avevano destinate ad un posto più tranquillo dal punto di vista degli strapazzi pastorali, ma erano un punto di ristoro per tutte quelle mamme e non solo, che avevano il cuore pieno di affanni.
Io le ho conosciute che erano delle intrepide e giovani religiose sulla quarantina. Si dedicavano alla formazione delle ragazze, all’assistenza sanitaria e alla pastorale.
Insieme a p. Virginio Simoncelli, allora studenti in attesa dell’ordinazione (quest’anno sono 45 anni che siamo presbiteri), avevamo avuto la possibilità di fare un’esperienza missionaria in Congo per un anno.
Eravamo andati a Kiliba dove c’era lo zio di Virginio, p. Giulio Simoncelli. In quel periodo, e soprattutto dopo quando siamo stati destinati al Congo, abbiamo incontrato molti missionari e missionarie che adesso non ci sono più.
Volti belli, pieni di entusiasmo e di fiducia, nonostante si venisse da un periodo difficile con la guerra dei Simba che molti avevano vissuto e di cui conservavano ancora degli strascichi.
Madri, missionari e persone affidate alla cura
Le missionarie erano diventate un punto di ristoro per le mamme che portavano nel cuore affanni, paure e speranze. La loro presenza non consisteva soltanto nell’attività pastorale, ma anche nella capacità di stare accanto alle persone, ascoltarle e condividere la loro vita.
Camminare con la gente mi riempie sempre il cuore di gioia. Il mese di Dicembre passato sono andato a visitare decine di villaggi e comunità, col desiderio di portare una parola di pace e di speranza nel mezzo di un popolo che soffre.
Ho camminato al passo del popolo, per diversi giorni e tanti Km, a volta con l’acqua della palude fino all’ombelico, cantando e danzando con la gioia del cuore, la gioia di chi sa di essere aspettato, amato, abbracciato dalla sua gente.
Sì, la gente ci abbraccia, ci accoglie, ci vuole bene. Sono riuscito a raggiungere dei villaggi dove non siamo potuti andare per anni per causa della situazione di guerra e di violenza.
La guerra è un mostro orrendo che causa la sofferenza di migliaia di persone. La nostra presenza in mezzo a questo popolo vuole portare un seme di speranza, la speranza di un mondo diverso, più umano, come lo sogna il Papà, il Dio della Vita, il Signore dei Poveri.
La sera ci si siede attorno al fuoco a raccontarci la giornata, a cantare, a ringraziare. Ma quella sera a Painjiar mi arriva una notizia che mi spezza il cuore.
In un villaggio a 2 ore di cammino di nome Maluk (dove avevo dormito la sera prima) c’è stato un forte combattimento; alcune persone hanno attaccato il villaggio per rubare le mucche da alcune famiglie.
La mucca in questi villaggi è la principale risorsa perché da’ alla gente il latte per nutrirsi e perché le mucche sono utilizzate come dote nel matrimonio locale. Hanno fatto fuori 2 giovani con colpi di fucile.
Uno di loro, Peter, lo conosco molto bene; aveva 20 anni ed e’ stato uno di quelli che mi hanno aiutato ad imparare la lingua locale, il nuer, un mio caro amico.
La sua compagna aveva partorito il suo primogenito il giorno prima. Era un ragazzo pieno di vita. Lui non aveva fatto nulla di male, stava semplicemente tentando di difendere la sua famiglia.
Si ferma il canto, rimaniamo in silenzio attorno al fuoco a ricordare il caro amico e con tutto il cuore gridiamo al Dio della Vita, il liberatore degli oppressi, chiedendo il dono della Pace per il Sud Sudan, la fine di ogni forma di atrocità, ingiustizia e violenza, il dono di imparare a vivere come fratelli e sorelle e non come nemici o rivali.
LA VERA ETIOPIA - il NOSTRO viaggio nella vita di un MISSIONARIO
Una madre accompagna la vita e la fede
La memoria della madre è legata anche ai momenti in cui la vita appare fragile. In ospedale, nei villaggi, nelle famiglie e nelle comunità, la presenza di una madre diventa spesso una forma concreta di speranza.
Con te che sei arrivato con la tua mamma che non ti ha lasciato solo neanche un attimo, per le piccole gioie che ci davi quando riuscivi a bere un po’ di latte o quando dopo un po’ di tempo hai mangiato un biscotto, per il desiderio che mi hai lasciato di vederti sorridere, per il grande dispiacere quando la tua mamma in lacrime è venuta dirmi che te ne sei andato.
Per te, per lei, un abbraccio. Con te che sei arrivata molto giovane con un bimbo nella pancia; stavate molto male, il piccolo non ce l’ha fatta, tu si!
E adesso è davvero bello potere scherzare con te. Grazie alla tua mamma, al tuo papà e a quel ragazzo che ha solo 17 anni ma è sempre di fianco a te, si prende cura, si mette per terra a lavare il pavimento insieme alle altre donne, ti sostiene con le sue braccia e il suo amore.
Per voi, che insieme siete così forti, un abbraccio. Con te, che non sei stato accompagnato da nessuno, ma hai trovato sostegno e aiuto nei figli del tuo compagno di letto, perchè anche questa volta il Signore mi ha detto che non lascia solo nessuno.
Per te, per chi si mette a fianco, un abbraccio. Con te che è tanto tempo che sei in ospedale, con la tua famiglia e il tuo fratellino che non parla, fa fatica a camminare ma ride e da forza.
Con te che sei molto grave ma sorridi sempre e per Pentecoste hai chiesto di fare festa. Per te che celebri la Vita, un abbraccio.
Con voi che vi sieti affidati a chi vi curava, sopportando il dolore con pazienza e stringendo i denti, per la fiducia che avete nel vedere i piccoli passi.
Per voi, per chi soffre con voi, un abbraccio. Con voi che non ce l’avete fatta, per la speranza che ho visto in chi vi stava accanto, poi l’abbandono e la gratitudine in Dio che non elimina il dolore ma ci da la forza per accoglierlo.
Per voi, per chi vi ama, un abbraccio.
La lettera di un figlio alla propria mamma
Cara Mamma, oggi è un giorno bello per te, e anche per me, e così ho pensato di scriverti questa lettera, che è il modo per dirti quanto sia grande il mio amore per te.
C’è il tempo giusto per ogni cosa, e oggi che sono madre di due figli sento forte dentro di me che quello che mi hai saputo dare tu non me le poteva dare nessun’altra persona al mondo.
Famiglia, casa, serenità, affetto, futuro, le parole per dirti quanto ti voglio bene sono tante, mi ci è voluto tempo per capirlo, ma se oggi sono la donna che sono lo devo anche a te, alla tua pazienza, al tuo amore infinito.
Cara mamma perdonami per non avertelo detto e dimostrato fin dall’inizio come avrei potuto, perdonami per tutto le volte che non ho fatto abbastanza per farti capire le mie scelte, per esempio quando sei stata in ospedale e non mi hai ritrovata al tuo fianco, la verità è che il mio dolore, il mio timore, è stato così grande, che non sono stata capace di gestirlo.
In queste settimane che ci avvicinavano al tuo compleanno ho pensato molto alla nostra vita insieme, mi sono tornati alla mente tanti episodi, ho riso e mi sono commossa rivivendoli e rileggendoli, per te e per me.
Ti ricordi la prima volta che venni in Italia? Tu e papà mi veniste a prendere in aeroporto, e arrivati a Petina mi misi a piangere, non lo so, forse per quelle montagne, che non avevo mai visto e che mi sembravano minacciose.
Ti comportasti come la migliore madre che possa esistere al mondo, ripensandoci ho sentito quel calore meraviglioso che mi desti abbracciandomi e che allora io non riuscivo a capire, credo che non lo potevo capire, era come un sentimento che non conoscevo, una rottura profonda con quella che era stata la mia vita precedente, con la mia esperienza di bambina fino ad allora.
Ricordo che quando ci fermammo alla pompa di benzina di Sala Consilina mi comprasti dei “gioielli” giocattolo, e che io me li misi al collo e alle orecchie, però appena arrivammo a Caselle me li tolsi e li rimisi a posto.
Immagino che tu ti sia chiesta per molto tempo perché, pensandoci adesso penso perché non ero abituata a tenere niente per me per sempre, quelle rare volte in cui potevo giocare con qualcosa, finito il gioco, lo dovevo riporre nella scatola e rimetterlo al suo posto.
Ricordi d’infanzia e gesti d’amore
Un altro ricordo di quando ero piccola, nel periodo in cui venivo per l’estate e per il Natale, si riferisce a quell’estate in cui mi comprasti delle scarpe.
Ricordo che c’era una carrozza di Barbie, io la volevo ma tu non me la comprasti, così al ritorno a casa mi chiusi nel bagno e per aprirla a momenti la doveste buttare giù, mi ritrovasti tutta rossa e congestionata e ti procurai uno spavento che ancora me lo ricordo.
Ecco, oggi che anche sono madre voglio dirti che capisco perché non mi comprasti la Barbie, e che ti sono grata per l’educazione che mi hai dato e per tutte le cose che mi hai insegnato.
Un altro episodio legato alle Barbie, c’è stato un periodo in cui come tante bambine e ragazze in Italia e nel mondo impazzivo per quelle bambole.
In quel periodo era molto pubblicizzata la Barbie sposa, te lo chiedevo di continuo, “mamma, hai trovato la Babbie sposa?”
Sì, mamma, mi sono commossa ripensando al fatto che hai girato tutta l’Italia per trovarmela, ricordo che arrivò da Como e me la spedisti.
Che delusione quando mi arrivò, la presero, la misero nella cristellaria e non me la facero toccare, però il ricordo di quello che avevi fatto per trovarla mi ha accompagnato sempre.
Sì mamma, ti ho voluto sempre molto bene, anche se a volte sono stato sprucida, un poco per carattere, un poco perché non capivo bene e un poco per necessità, come quella volta che mi chiamasti a ora di pranzo e io fui molto sbrigativa perché avevo paura o che mi toglievano il cibo dalla tavola o che lo mangiavano gli altri bambini e io sarei rimasta digiuna.
E quante lacrime belle ripensando al periodo in cui sei venuta con papà in Russia per l’adozione nei giorni in cui dovevamo andare in tribunale e mi venne la febbre.
Avevo 9 anni, tu mi avevi comprato il ciuccio e il bineron e ti mettesti accanto a me e io presi il ciuccio e il biberon che non avevo mai preso, mi ricordo che mi attaccai anche al tuo seno, fu come se volessi nascere di nuovo, fu come se fossi nata di nuovo.
Infine la festa per i miei 18 anni, ricordo che andammo a vedere i vestiti per la festa e a me ne piacevano due, uno lungo e uno corto.
Su tuo consiglio scelsi quello corto, però poi il giorno della fasta arrivò la truccatrice e quando aprii la scatola vidi che me li avevi presi entrambi, anche quello lungo per l’ingresso in società.
Fui felicissima, naturalmente li indossai tutti e due, prima il lungo e poi sul finire della serata il corto.
Penso che sia stato il regalo più meraviglioso che io abbia mai avuto.
Il grazie che arriva con il tempo
Avrei tante cose ancora da raccontare, potrei scrivere un libro sulla nostra vita insieme, con te e papà, ma mi fermo qui, chiedendoti ancora scusa se qualche volta ho considerato un poco scontate cose che non erano scontate.
Oggi sono cansapevole che se ti avessi detto un grazie in più e ti avessi dato un abbraccio in più non avrei fatto per niente male, però sappi che insieme ai miei limiti ci sono ferite dalle quali è molto difficile guarire, quasi impossibile, e se ci sono in larga parte riuscita è anche grazie all’amore che hai avuto per me fin da subito.
Grazie mamma, grazie per tutto quello che tu e papà mi avete donato. Con affetto senza fine.
La sofferenza vissuta nella fede
In una lettera a sua madre Caterina usa un tono didattico, quasi autoritario, per spiegare una cosa semplice ma sostanziale: che le contrarietà e i dolori della vita vanno presi di buon animo perché ci rendono partecipi delle sofferenze di Cristo e ci aprono la strada ai beni eterni.
Santa Caterina da Siena era la ventiquattresima figlia di Monna Lapa. Era nata assieme a una gemella, la ventitreesima, che poi morì.
La mamma ci tenne ad allattare Caterina personalmente senza affidarla a balie e aveva un affetto particolare per lei.
Si ritrovò una figlia così unita al Signore da parlare con autorità a papi e regnanti e perfino alla sua mamma che certo non era priva di autorevolezza nei confronti della figlia.
Con questa pazienza, spiega alla mamma, non si correrà il rischio di vedere come grandi dei problemi “piccioli” ma sembreranno “piccioli” i dolori grandi.
Perciò il bravo “cavaliero” di Gesù non si scandalizzerà dei dolori che Dio permette, volgendosi indietro, ma potrà “godere ed esultare” nelle tribolazioni aspettando con “perfetta allegrezza la vita durabile” cioè la vita eterna.
È il messaggio cristiano che risulta sempre così nuovo da meritare una lettera apposita per la propria mamma.
Chi di noi non ha bisogno di una lettera del genere? Viviamo come se la Provvidenza avesse il compito di farci la vita prospera e facile e invece ci sbagliamo.
Ci vuole il coraggio, prestato da Gesù, di affrontare lietamente le contrarietà perché la fede ci fa comprendere che conviene unirsi a Cristo per risorgere con Lui.
La saggezza cristiana è di una semplicità disarmante, richiede però la fede vera che è quella che chiedo al Signore per me e per chi mi sta leggendo.
Voler bene come discepoli di Gesù
Ma il progetto di Dio su di noi non si esaurisce nella capacità di accettare le sofferenze. L’imitazione di Gesù ci porta a saper voler bene.
“Vi ho chiamati amici” (Gv 15) dice Gesù ai suoi, per far capire che non li considera subalterni ma sullo stesso suo piano.
È il piano di chi sa voler bene. Il compito mio è quello di saper voler bene come conviene al vero “cavaliero” di Gesù.
Gesù dolce Gesù amore, come diceva Caterina al termine delle sue lettere.
La missione, allora, non è separata dall’amore per la famiglia, ma ne prolunga l’insegnamento. La madre insegna a riconoscere il bisogno dell’altro, mentre il missionario porta questo atteggiamento nelle periferie del mondo.
La nostra presenza in mezzo a questo popolo vuole portare un seme di speranza, la speranza di un mondo diverso, più umano, come lo sogna il Papà, il Dio della Vita, il Signore dei Poveri.
La speranza di pace
Noi ci crediamo, con ostinata speranza! E segni di speranza ne abbiamo visti tanti in questi ultimi tempi.
L’anno scorso è stato davvero grandioso il gesto di Papa Francesco che in Aprile ha chiamato i 2 principali leader del Sud Sudan, Salva Kiir and Riek Machar, i maggiori responsabili della situazione di violenza in Sud Sudan per parlare e pregare con loro a Roma.
Il Papa, seguendo l’esempio del Maestro dei maestri, Gesù di Nazareth, si è inchinato davanti ai signori della Guerra, ha baciato i loro piedi come uno schiavo e ha implorato in lacrime il dono della pace in Sud Sudan.
Questo gesto ha dato tanto coraggio e speranza alla nostra gente, il sapere che non siamo soli, che c’e’ tanta gente nel mondo che continua ad accompagnarci e a sostenerci.
Grazie di cuore a tutti voi per questo. Io sono strafelice di essere qui e non vorrei essere da nessun’altra parte.
Ringrazio con tutto il cuore il Dio della Vita per avermi invitato a camminare con lui nelle periferie del mondo, accanto a chi soffre; e’ da loro che impariamo il vangelo.
Grazie di cuore a tutti coloro che hanno aiutato e continuano ad aiutare la nostra gente, il Dio della Vita riempia il Vostro cuore con la sua tenerezza.
Una memoria che diventa preghiera
Con simpatia, riconoscenza ed affetto ricordo p. Giulio, morto quest’anno nella sua Africa.
Lui aveva accolto Virginio e me in modo straordinario assiemo a p. Renzo Bon e p. Battista Barbeno. C’era poi il vescovo Danilo Catarzi, p. Giuseppe Crippa che con il suo lavoro di meccanico permetteva a noi tutti di usare i fuori strada nelle sterminate parrocchie congolesi.
P. Crippa era anche una straordinaria figura di pastore, amatissimo dalla sua gente. Ne ho avuto testimonianza.
E poi ancora p. Edmondo Alvisi che aveva iniziato l’attività di documentazione video, p. Evasio Grigis, p. Giuseppe Viotti mio maestro del Noviziato, e ancora p. Pacifico Felli, mio rettore a Cremona, p. Luigi Simoncelli, mio padre spirituale ad Alzano Lombardo e p. Giovanni Tumino, fratel Scintu, fratel Saderi…
La lista continuerebbe e sono solo quelli con cui ho vissuto in Congo. Sono tutti confratelli che ho conosciuto e stimato e con qualcuno anche avuto una lunga amicizia che mi ha aiutato nel cammino della mia vita.
Li ho tutti presenti. Li ricordo e più che pregare per loro, mi affido alle loro preghiere.
Davvero sono tutte persone che hanno ricevuto dal Signore quel saluto che suona dolcissimo: “Vieni servo buono e fedele…”.
Meglio direi: “Vieni amico buono e fedele che hai diffuso il mio amore nel mondo”.
Vi raggiungo con queste storie, che hanno segnato la mia vita in queste settimane; mi sono trovata a passare più tempo del solito in ospedale a contatto con i malati e questo mi ha fatto soffrire e gioire, piangere e sorridere, sentirmi inadatta ma allo stesso tempo al mio posto, stanca soprattutto moralmente ma grata per essere stata chiamata dal Signore a stare accanto e condividere la vita, la morte, l’amore con tante persone.
Con Lui, appunto, che è con me, con noi, sempre
La memoria della mamma, delle persone amate e dei missionari scomparsi non si perde quando viene consegnata alla preghiera. Nel cuore di Dio, tutti quei nomi sono scritti per sempre.