Per Benedetto XVI il dubbio non rappresenta necessariamente la negazione della fede, ma può diventare una tappa del suo cammino, perché «la fede rimane un cammino» e «durante tutto il corso della nostra vita rimane un cammino, e perciò la fede è sempre minacciata e in pericolo».
La fede cristiana, secondo Joseph Ratzinger, non è il possesso di un sistema di formule, né una semplice adesione intellettuale a una teoria, ma l’incontro con una Persona: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».
Il dubbio come dimensione del cammino della fede
Già da cardinale, nel 2001, Ratzinger aveva pronunciato parole chiarissime per non cadere in questo riduzionismo, che vale la pena riproporre ancora una volta oggi: “La natura della fede non è tale per cui a partire da un certo momento si possa dire: io la possiedo, altri no. La fede rimane un cammino. Durante tutto il corso della nostra vita rimane un cammino, e perciò la fede è sempre minacciata e in pericolo.
Ed è anche salutare che si sottragga in questo modo al rischio di trasformarsi in ideologia manipolabile. Al rischio di indurirci e di renderci incapaci di condividere riflessione e sofferenza con il fratello che dubita e si interroga.
La fede può maturare solo nella misura in cui sopporti e si faccia carico, in ogni fase dell’esistenza, dell’angoscia e della forza dell’incredulità e l’attraversi infine fino a farsi di nuovo percorribile in una nuova epoca”.
Il credente non è colui che “possiede” qualcosa che può “amministrare”. Il cristiano non dispensa risposte preconfezionate per spiegare tutto a tutti.
Perciò è chiamato a cercare Dio dialogando con chiunque, facendosi carico dei dubbi e delle ferite esistenziali di chi non crede, accompagnando tutti, senza mai considerarsi “arrivato”. Joseph Ratzinger, anche in questo, è stato un testimone e un maestro.
La fede non è un’ideologia
Questa ripetuta sottolineatura non ha però mai significato - in Ratzinger - ridurre la fede in un “sistema” filosofico, in un’architettura di idee, in un elenco di norme morali finendo per dimenticare che la fede cristiana è l’incontro con una Persona, come si legge nel prologo dell’enciclica Deus caritas est.
In un’intervista scritta con il mensile tedesco Herder Korrespondenz, pubblicata nel luglio 2021, il Papa emerito osservava: “Il credente è una persona che si interroga. In questo senso, il pensiero di una ‘fuga nella dottrina pura’ mi appare assolutamente irrealistico.
Una dottrina che esistesse solo come una sorta di riserva naturale, separata dal mondo quotidiano della fede e delle sue esigenze, rappresenterebbe in qualche modo la rinuncia alla fede stessa. La dottrina deve svilupparsi nella fede e a partire da essa e non affiancarla”.
La fede, come ricordava lo stesso Benedetto XVI e come ama ripetere Francesco, si trasmette soltanto per attrazione e non per proselitismo o per imposizione.
Il cristiano può soltanto, far riverberare qualche scintilla del dono che ha immeritatamente ricevuto, e quando ciò accade è per pura grazia.
Che cosa significa credere in Dio
Uno dei temi-cardine del ricco Magistero di Benedetto XVI è, senza dubbio, la questione di Dio e la centralità di Dio nella vita dell’uomo.
Nel suo libro “Gesù di Nazaret” ha formulato una domanda sorprendente nella sua semplicità: «Che cosa ci ha portato Gesù veramente?» Ed ha risposto: «Ha portato Dio /./ ora noi conosciamo il suo volto, ora noi possiamo invocarlo.
Ora conosciamo la strada che, come uomini, dobbiamo prendere in questo mondo. Gesù ha portato Dio e con Lui la verità sul nostro destino e la nostra provenienza /./ Solo la nostra durezza di cuore ci fa ritenere che questo sia poco.
Sì, il potere di Dio nel mondo è silenzioso, ma è il potere vero, duraturo. La causa di Dio sembra trovarsi continuamente in agonia. Ma si dimostra sempre come ciò che veramente permane e salva».
La questione di Dio è quindi per l’uomo centrale e decisiva. Il Papa descrive il dramma dell’umanità odierna come una “strana dimenticanza di Dio”, “esclusione di Dio”, “rifiuto di Dio”, “assenza di Dio”, “eclissi del senso di Dio”, “nuovo paganesimo”.
La sua diagnosi sul nostro mondo alle soglie del terzo millennio, è molto chiara: «Il vero problema del nostro tempo è la “crisi di Dio”, l’assenza di Dio, camuffata da una religiosità vuota /./ l’“unum necessarium” per l’uomo è Dio /…/ Tutto cambia, se Dio c’è o se Dio non c’è».
La “crisi di Dio” e la crisi dell’uomo
La “crisi di Dio”, che dilaga nella cultura post-moderna, genera una profonda “crisi dell’uomo”, perché il rapporto dell’uomo con Dio è determinante per il suo rapporto con se stesso e con il mondo.
Escludendo Dio dalla propria vita l’uomo rimane per se stesso un enigma indecifrabile. Il Papa lo spiega molto bene: «Viviamo in un tempo in cui i criteri di essere uomini sono diventati incerti /./ Di fronte a ciò noi come cristiani dobbiamo difendere la dignità inviolabile dell’uomo, dal concepimento fino alla morte /./ “Solo chi conosce Dio, conosce l’uomo”, ha detto una volta Romano Guardini.
Senza la conoscenza di Dio, l’uomo diventa manipolabile. La fede in Dio deve concretizzarsi nel nostro comune impegno per l’uomo».
E in un’altra occasione ha precisato: «Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia /./ l’uomo non è in grado di gestire da solo il proprio progresso, perché non può fondare da sé un vero umanesimo /./ L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano».
Esiste anche un fortissimo legame tra la speranza - come un fattore indispensabile della vita umana - e Dio. Benedetto XVI afferma: «Chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita (cfr Ef 2,12).
La vera, grande speranza dell’uomo, che resiste nonostante tutte le delusioni, può essere solo Dio - il Dio che ci ha amati e ci ama tuttora “sino alla fine”, “fino al pieno compimento” (cfr Gv 13,1 e 19,30)».
La centralità di Dio nella vita cristiana
Tutto ciò ci consente di comprendere più profondamente perché nel Magistero di Benedetto XVI ritorni così spesso la questione della priorità e della centralità di Dio, ma non di un dio qualunque, bensì del Dio che si è rivelato nel volto di Gesù Cristo.
Dice il Papa: «Ci sono tanti problemi che si possono elencare, che devono essere risolti, ma che - tutti - non vengono risolti se Dio non viene messo al centro, se Dio non diventa nuovamente visibile nel mondo, se non diventa determinante nella nostra vita e se non entra anche attraverso di noi in modo determinante nel mondo».
E in un’altra occasione ha affermato: «Credo che oggi /./ il nostro grande compito sia in primo luogo quello di rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio.
La cosa importante, oggi, è che si veda di nuovo che Dio c’è, che Dio ci riguarda e che ci risponde. E che, al contrario, quando viene a mancare, tutto anche può essere razionale quanto si vuole, ma l’uomo perde la sua dignità e la sua specifica umanità; e così crolla l’essenziale».
La scelta di Dio da parte dell’uomo non ha, dunque, niente a che fare con una fuga verso l’intimismo, l’individualismo religioso, l’abbandono della realtà e dei suoi grandi e urgenti problemi economici, sociali e politici.
Secondo il Papa, è vero il contrario: «Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto della “realtà” e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive /./ Solo chi conosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano».
E qui Benedetto XVI è estremamente chiaro: «I conti sull’uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto il vasto universo, senza di Lui non tornano».
Il relativismo e la ricerca della verità
Il Cardinale Joseph Ratzinger ne ha parlato in maniera molto suggestiva nell’omelia della Messa pro eligendo Romano Pontefice: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero.
La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all’altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all’individualismo radicale; dall’ateismo ad un vago misticismo religioso; dall’agnosticismo al sincretismo e così via.
Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice san Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cfr Ef 4,14).
Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni.
Si va costituendo una dittatura del relativismo che non conosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».
E recentemente, durante il viaggio in Germania, ha ribadito: «Viviamo in un tempo caratterizzato, in gran parte, da un relativismo subliminale che penetra tutti gli ambiti della vita.
A volte, questo relativismo diventa battagliero, rivolgendosi contro persone che dicono di sapere dove si trova la verità o il senso della vita».
Questa è la grande sfida alla fede in Dio davanti alla quale si trovano i nostri contemporanei. Solo la verità permette di liberarsi dall’errore.
Il “gusto di Dio” e l’indebolimento della fede
Cercando poi di individuare cause ancora più concrete di questo rifiuto di Dio, il Santo Padre segue le tracce del pensiero di San Gregorio Magno, il quale a suo tempo - commentando la parabola degli invitati alle nozze - si era posto una domanda ben precisa: «Com’è possibile che un uomo dica “no” a ciò che vi è di più grande; che non abbia tempo per ciò che è più importante; che chiuda in se stesso la propria esistenza?
E risponde: In realtà non hanno mai fatto l’esperienza di Dio; non hanno mai preso “gusto” di Dio; non hanno mai sperimentato quanto sia delizioso essere “toccati” da Dio! Manca loro questo “contatto” - e con ciò il “gusto di Dio”».
E nello stesso discorso il Papa riprende ancora l’approfondimento di San Gregorio su tale questione quando ancora si domanda: «Come mai avviene che l’uomo non vuole nemmeno “assaggiare” Dio?
E risponde: Quando l’uomo è occupato interamente col suo mondo, con le cose materiali, con ciò che può fare /./ allora la sua capacità di percezione nei confronti di Dio s’indebolisce, l’organo volto a Dio deperisce, diventa incapace di percepire ed insensibile.
Egli non percepisce più il Divino, perché il corrispondente organo in lui si è inaridito, non si è più sviluppato /./ allora può accadere che il senso di Dio si appiattisca; che questo organo muoia».
Siamo davanti a un grave rischio, purtroppo oggi molto diffuso, dal quale non sono esenti nemmeno i battezzati. Viviamo in tempi in cui la fede non può essere data per scontata.
Benedetto XVI lo ha affermato con forza di recente: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista».
E in un’altra occasione, in maniera ancora più incisiva, si è così espresso: «Si può fare molto, tanto nel campo ecclesiastico, tutto per Dio, e in ciò rimanere totalmente presso sé stessi, senza incontrare Dio.
L’impegno sostituisce la fede, ma poi si vuota dall’interno». E ha concluso: «In questo, ritengo, si decide oggi il destino del mondo in questa situazione drammatica: se Dio - il Dio di Gesù Cristo - c’è e viene riconosciuto come tale, o se scompare».
Fede, speranza e amore
Rispondendo a tali quesiti, Papa Ratzinger mette in risalto due cose essenziali. Innanzitutto afferma che la fede in realtà è semplice: «Crediamo in Dio - in Dio, principio e fine della vita umana.
In quel Dio che entra in relazione con noi esseri umani, che è la nostra origine e il nostro futuro. Così la fede, contemporaneamente, è sempre anche speranza, è la certezza che noi abbiamo un futuro e non cadremo nel vuoto.
E la fede è amore, perché l’amore di Dio vuole “contagiarci”».
La fede cristiana non si riduce dunque a una convinzione astratta: essa coinvolge il destino dell’uomo, la speranza, la relazione con Dio e la capacità di lasciarsi trasformare dall’amore.
Il Credo come evento di incontro
Il Papa sottolinea che «il Credo non è un insieme di sentenze, non è una teoria. È, appunto, ancorato all’evento del Battesimo - ad un evento d’incontro tra Dio e l’uomo.
Dio, nel mistero del Battesimo, si china sull’uomo; ci viene incontro e in questo modo ci avvicina gli uni agli altri /./ In questo modo fa quindi di tutti noi una grande famiglia nella comunità universale della Chiesa.
Sì, chi crede non è mai solo».
In questa visione della fede la persona di Gesù Cristo occupa un posto centrale, perché «solo in Cristo e tramite Cristo il tema di Dio diventa realmente concreto: Cristo è Emanuele, il Dio-con-noi, la concretizzazione dell’“Io sono”».
La fede, dunque, è sempre un atto profondamente personale, ma al tempo stesso ha una forte dimensione comunitaria, ecclesiale.
Il Papa spiega ancora: «In Cristo, tutti noi siamo uniti insieme. In questa comunità Egli ci sostiene e, allo stesso tempo, tutti i membri si sostengono a vicenda.
Insieme resistiamo alle tempeste e offriamo protezione gli uni agli altri. Noi non crediamo da soli, crediamo con tutta la Chiesa di ogni luogo e di ogni tempo, con la Chiesa che è in Cielo e sulla terra».
E in un altro discorso dice: «Soltanto nel “noi” possiamo credere. A volte dico: san Paolo ha scritto: “La fede viene dall’ascolto” - non dal leggere.
Ha bisogno anche del leggere, ma viene dall’ascolto, cioè dalla parola vivente, dalle parole che gli altri rivolgono a me /./ dalle parole della Chiesa attraverso tutti i tempi».
Gesù Cristo, la verità e la ragionevolezza della fede
Se c’è un teologo e un Papa che durante tutta la sua vita ha riflettuto e insegnato sulla ragionevolezza della fede questo è stato Joseph Ratzinger.
Non a caso ne ha parlato anche nelle righe finali del suo testamento spirituale, reso noto il giorno della sua morte: “Ho visto e vedo come dal groviglio delle ipotesi sia emersa ed emerga nuovamente la ragionevolezza della fede.
Gesù Cristo è veramente la via, la verità e la vita - e la Chiesa, con tutte le sue insufficienze, è veramente il Suo corpo”.
Il fatto stesso che esista un pericolo in questo senso dice quanto la fede cristiana sia ragionevole ed accetti la sfida del dialogo e del confronto.
Perché per la fede è essenziale che ciò che si annunzia sia legato alla reale intenzione di Gesù di Nazaret. Altrimenti il cristianesimo diventerebbe una ideologia auto-referente.
La fede cristiana afferma che la Parola piena e definitiva di Dio, la Parola che svela il suo mistero, è la persona di Gesù. La Scrittura è Parola di Dio in quanto mezzo per giungere a Lui.
Se essa fosse inaffidabile, se Gesù fosse solo un uomo, sia pure uno straordinario rabbino, Dio non ci avrebbe minimamente fatto conoscere il suo vero volto.
Il rapporto tra il Gesù storico e il Cristo della fede
Il Papa parla di uno strappo tra il “Gesù storico” e il “Cristo della fede”, che con il tempo si è allargato.
Lo strappo moderno ha una profonda diversità da quello antico dello gnosticismo. Quest’ultimo non aveva alcun dubbio che Gesù fosse Dio, ma ne negava l’umanità.
Lo strappo moderno che si è operato a partire dal settecento deriva, invece, da riletture della figura di Gesù a partire da schemi elaborati a prescindere da lui.
Se una certa idea dell’uomo o di Dio non corrisponde al dettato evangelico, se ne deduce che il vangelo su quel punto non è affidabile.
Il Papa cerca, però, di mostrare che quello strappo non è inevitabile, perché la fede accoglie il genuino frutto di una ricerca storico-critica non pregiudiziale.
Già Paolo VI volle che il Concilio affermasse esplicitamente “senza alcuna esitazione la storicità dei vangeli”, nello stesso momento nel quale parlava dei tre stadi che hanno portato alla loro formazione.
La Scrittura, l’interpretazione e il senso più pieno
Per la chiesa, a differenza dei testi sacri di altre religioni, i singoli autori sacri sono veri autori dei loro scritti.
Si potrebbe tradurre l’espressione vangelo secondo Marco con al modo di Marco. Ma, al contempo, l’unico Dio è autore di tutti i differenti libri che compongono la Bibbia.
Esiste così un sensus plenior, un senso più pieno, che si rivela non necessariamente al momento in cui un testo viene scritto, ma nel prosieguo dell’unica storia della salvezza condotta da Dio.
Benedetto XVI sottolinea come questo sensus plenior non sia artificialmente aggiunto dall’esterno alla Scrittura, ma sia proprio la dinamica che lega i libri sacri gli uni agli altri.
San Paolo, ad esempio, nella lettera ai Romani rilegge alla luce della salvezza operata dal Cristo il testo di Genesi sul peccato di Adamo.
È il popolo di Dio che, attraverso le generazioni, conferisce storicamente unità alla Bibbia, rileggendo continuamente nello Spirito i libri precedenti.
È per questo che l’interpretazione di un brano nel suo contesto e quella che guarda all’unità della Bibbia non vanno mai separate.
Lo Spirito stesso guida alla verità tutta intera continuando questo processo nella tradizione della chiesa.
Fede e ragione nel discorso di Ratisbona
L’enorme scalpore mediatico e ideologico, suscitato attorno alla lezione magistrale di Benedetto XVI ai professori dell’Università di Regensburg, ha impedito la comprensione dei suoi reali contenuti e la riflessione sui suoi profondi significati.
Ciò è un’ulteriore conferma dell’urgenza di una cultura, un umanesimo e un’etica dell’attività scientifica.
Un primo punto è l’indicazione dell’intima coerenza dell’universo della ragione, che supera l’attuale incomunicabilità di saperi e specializzazioni.
Tale coerenza consente ed esige il dialogo transdisciplinare fra pensiero scientifico, epistemologico, filosofico, metafisico, teologico etico e religioso ormai improrogabile.
Anche di fronte allo scetticismo più radicale, interrogarsi su Dio per mezzo della ragione permane ragionevole e necessario.
La teologia è essenziale all’universo scientifico, perché s’interroga sulla ragionevolezza della fede e sulle sue correlazioni con la ragione comune.
Per il pensiero cristiano, questa convinzione è stata sempre basilare, perché fra pensiero greco, inteso nel senso migliore, e fondamento biblico della fede in Dio, si è realizzata una profonda concordanza.
Nella fede della Chiesa agì sempre la convinzione che tra Dio e noi, fra il suo eterno Spirito creatore e la nostra ragione creata vi è vera analogia.
Dio si è veramente mostrato come Logos pieno di amore in nostro favore, facendo concordare culto cristiano, Verbo eterno e ragione umana (cfr. Rm 12,1).
I limiti della ragione ridotta
Il concetto moderno della ragione fu una sintesi di cartesianismo (platonismo) ed empirismo, a prima vista convalidata dai successi tecnici.
Matematica ed empiria unite insieme formano la scienza e la scientificità. Verità e falsità si accertano solo con i controlli sperimentali.
Anche le scienze umane (storia, filosofia, psicologia, sociologia ecc.) tentarono di sottomettersi a questi canoni, evidenziando ulteriormente il riduzionismo o riduttivismo della scienza e della ragione.
Tale riduzionismo, totalmente infondato e discutibile, ha fatto apparire ascientifico o prescientifico il problema di Dio, inflitto pesantissime riduzioni all’uomo, non lasciato spazio agli interrogativi specificamente umani (chi sono, da dove vengo, dove vado, ecc.), etici e religiosi.
Religione ed etica, segregate nell’ambito del puro soggettivo e della mera discrezionalità personale, non costruiscono più la comunità.
Se ethos e religione non riguardano più la ragione, in esse esplodono le peggiori patologie, mentre i tentativi di costruire un’etica partendo dall’evoluzione, la psicologia o la sociologia si rivelano del tutto insufficienti.
Non si vuole tornare indietro o rifiutare le valide acquisizioni moderne, come i progressi in campo umano e le aperture di nuove possibilità.
Si vuole,invece, sottolineare che tra i suoi aspetti più validi vi è proprio l’ethos della scienza come volontà di obbedire alla verità.
All’autentica ragione è necessario un profondo dialogo con la fede e la religione, che la riporti alla sua originaria ampiezza.
La religione come prodotto di consumo
Accanto al “rifiuto di Dio” esiste oggi anche un altro fenomeno di segno opposto, che viene definito come “ritorno del sacro”, “rinascita religiosa” o addirittura “boom del religioso”.
Si tratta di un fenomeno molto confuso ed ambivalente, difficile da valutare con precisione.
Lo sottolinea il Papa stesso: «Non voglio screditare tutto ciò /./ Ma, per dire il vero, non di rado la religione diventa quasi un prodotto di consumo.
Si sceglie quello che piace, e certuni sanno anche trarne un profitto. Ma la religione cercata alla maniera del “fai da te” alla fin fine non ci aiuta.
È comoda, ma nell’ora della crisi ci abbandona a noi stessi».
In questo senso è indicativa la diffusione di varie forme di idolatria come una specie di surrogato della religione.
Il Papa, infatti, osserva: «Dove scompare Dio, l’uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l’uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano».
La tolleranza e l’esclusione di Dio dalla vita pubblica
Per questa ragione il Papa non si stanca di denunciare tutte le forme di laicismo che vogliono escludere Dio dalla vita pubblica.
Benedetto XVI denuncia in maniera particolare una certa falsa tolleranza, che - paradossalmente - esclude Dio dalla vita pubblica in nome della tolleranza stessa.
Il Papa ci mette tutti in allerta: «Si sta diffondendo un’intolleranza di tipo nuovo, è evidente. Esistono dei parametri di pensiero ben rodati che devono essere imposti a tutti.
Questi poi vengono promossi in nome della cosiddetta tolleranza negativa. Come, ad esempio, quando si dice che in virtù della tolleranza negativa non devono esserci crocifissi negli edifici pubblici.
In fondo così sperimentiamo l’eliminazione della tolleranza, perché in realtà questo significa che la religione, che la fede cristiana non possono più esprimersi in modo visibile /./ La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa».
Fatima e la crisi della fede
Le apparizioni e il messaggio di Fatima hanno un’importanza cruciale per la vita della Chiesa e per il suo giudizio sulla storia moderna.
Questo è l’insegnamento centrale del viaggio apostolico che Benedetto XVI ha compiuto in Portogallo dall’11 al 14 maggio 2010 in occasione del decimo anniversario della beatificazione di due dei tre veggenti di Fatima, Giacinta (1910-1920) e Francesco Marto (1908-1919).
«Sono venuto a Fatima - ha detto il Papa - perché verso questo luogo converge oggi la Chiesa […]».
«Luogo benedetto che Dio si è scelto per ricordare all’umanità, attraverso la Madonna, i suoi disegni di amore misericordioso», Fatima è la «“casa” che Maria ha scelto per parlare a noi nei tempi moderni», «offrendosi per trapiantare nel cuore di quanti le si affidano l’Amore di Dio che arde nel suo».
Al cuore del messaggio di Fatima vi è un giudizio sulla storia, e in particolare sulla storia moderna.
Le tragedie annunciate a Fatima non sono finite con la fine delle ideologie del XX secolo e del comunismo, cui pure il messaggio del 1917 si riferisce.
La crisi non è risolta. Da un certo punto di vista è oggi più seria che mai, perché è anzitutto crisi di fede, quindi crisi morale e sociale.
«La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata […]».
«Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna».
La crisi interna alla Chiesa
All’interno stesso della Chiesa non mancano infedeltà, fraintendimenti, assenza di sano realismo.
«Spesso - ha aggiunto il Papa - ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista.
Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?»
Nel clero stesso, non si può non fare cenno a «un certo indebolimento degli ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad attività che non si accordano integralmente con ciò che è proprio di un ministro di Gesù Cristo».
Anche se il Papa risponde a questo «qualcuno» ricordando la presenza consolante e positiva di movimenti e altre realtà ecclesiali, alcune delle quali hanno al centro della loro azione proprio il messaggio di Fatima, rimane grave nella Chiesa la presenza di un certo fatalismo.
«La tentazione di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo».
La crisi non è solo esterna, ma è anche interna alla Chiesa: «non mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al secolarismo, costruttore di barriere all’ispirazione cristiana».
Né sono adeguati programmi pastorali e «soluzioni che rispondano alla logica dell’efficienza, dell’effetto visibile e della pubblicità», o che nascondano l’annuncio cristiano in nome di un generico umanitarismo.
Al contrario, nella Chiesa serve una «ferma identità delle istituzioni». «Mantenete viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché “la parola di Dio non è incatenata!” (2Tm 2, 9)».
La passione della Chiesa e il mistero del male
«Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa».
La terza parte del segreto, ripete ora Benedetto XVI, è una «grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II».
Ma questa «prima istanza» interpretativa, se mantiene tutta la sua importanza, non ne esclude altre.
Al contrario nel segreto, afferma il Papa, «sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano.
Perciò è vero che oltre il momento indicato nella visione, si parla, si vede la necessità di una passione della Chiesa, che naturalmente si riflette nella persona del Papa, ma il Papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano».
L’immagine centrale della terza parte del segreto è figura di tutte le persecuzioni che i Papi e la Chiesa nella storia continuamente subiscono.
«Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio - conferma Benedetto XVI alludendo alla questione della pedofilia, che peraltro nel viaggio in Portogallo non ha mai citato esplicitamente - vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa.
Anche questo si è sempre saputo, ma oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa […]».
Nel 1917 la Madonna annunciava una «passione della Chiesa» che si manifesterà «in modi diversi, fino alla fine del mondo».
È certo la passione di Giovanni Paolo II colpito dall’attentato del 1981. Ma si può lecitamente pensare che si tratti anche della passione di Paolo VI, colpito e amareggiato dagli attacchi inauditi del dissenso teologico postconciliare dopo la pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae del 1968.
È la passione di Benedetto XVI, ferito sia dai crimini dei preti pedofili sia dalle calunnie di quanti manipolano i tragici casi di pedofilia per attaccare direttamente il Pontefice.
Sarà la passione di un prossimo Papa fra cinquanta o fra cento anni, perché essere calunniata e perseguitata fa parte della natura e della storia della Chiesa, non solo secondo la profezia di Fatima ma secondo la parola profetica dello stesso Signore Gesù: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 18).
La modernità e la perdita della dimensione contemplativa
«L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo…».
La crisi di fede e di morale s’inquadra in una più generale crisi della nostra società, scristianizzata, frammentata, in balia di flussi d’immagini sempre nuove che impediscono la riflessione e la vera comunione fra le persone.
I veggenti di Fatima ci hanno insegnato che per ricevere veramente i messaggi del Signore e della Madonna «si richiede una vigilanza interiore del cuore che, per la maggior parte del tempo, non abbiamo a causa della forte pressione delle realtà esterne e delle immagini e preoccupazioni che riempiono l’anima».
Benedetto XVI ha ricordato «quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti della comunicazione che professano e promuovono una proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa della vita».
«Molti dei nostri fratelli vivono come se non ci fosse un Aldilà, senza preoccuparsi della propria salvezza eterna».
La fede davanti alle sfide morali e sociali
Alla crisi di fede si accompagna una crisi morale. Tutti rischiamo di soccombere alla «pressione esercitata dalla cultura dominante, che presenta con insistenza uno stile di vita fondato sulla legge del più forte, sul guadagno facile e allettante […]».
«Esprimo profondo apprezzamento - aveva detto il Papa il 13 maggio - a tutte quelle iniziative sociali e pastorali che cercano di lottare contro i meccanismi socio-economici e culturali che portano all’aborto e che hanno ben presenti la difesa della vita e la riconciliazione e la guarigione delle persone ferite dal dramma dell’aborto.
Le iniziative che hanno lo scopo di tutelare i valori essenziali e primari della vita, dal suo concepimento, e della famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, aiutano a rispondere ad alcune delle più insidiose e pericolose sfide che oggi si pongono al bene comune».
Né, affrontando questi temi a Fatima, il Pontefice pensava di allontanarsi dal messaggio del 1917: al contrario, «tutto ciò ben si integra con il messaggio della Madonna che risuona in questo luogo […]», dove Maria ci parla di una crisi che ha nelle offese pubbliche alla legge morale una componente essenziale.
Il rapporto tra fede e ragione
La teologia è essenziale all’universo scientifico, perché s’interroga sulla ragionevolezza della fede e sulle sue correlazioni con la ragione comune.
Criticando la ragione moderna a partire dal suo stesso interno non si vuole tornare indietro o rifiutare le valide acquisizioni moderne, come i progressi in campo umano e le aperture di nuove possibilità.
Si vuole,invece, sottolineare che tra i suoi aspetti più validi vi è proprio l’ethos della scienza come volontà di obbedire alla verità.
Esso è un elemento essenziale dello spirito cristiano ed esige di allargare decisamente il concetto moderno di ragione e i suoi usi.
Non si possono più sottovalutare, infatti, le gravi minacce prodotte dagli attuali sviluppi tecnoscientifici.
Si potranno controllare solo superando l’attuale autolimitarsi della ragione, alle pure verifiche sperimentali.
All’autentica ragione è necessario un profondo dialogo con la fede e la religione, che la riporti alla sua originaria ampiezza.
In questo dialogo fra scienze, religioni e culture la teologia, in quanto interrogativo sulla ragione della fede, ha un compito insostituibile.
Una ragione sorda al divino, che giudica la religione una sottocultura, è incapace di dialogare.
L’attuale pensiero deve valorizzare l’importante interrogativo che la stessa scienza solleva, ma che ne supera i metodi e le logiche.
La scienza si basa totalmente su di esso, ma le sue ragioni sono indagabili solo da filosofia e teologia, operanti su altri livelli, con differenti modalità di riflessione critica.
Benedetto XVI ci ha ricordato che da molto tempo l’occidente è culturalmente e umanamente impoverito dal suo rifiuto e avversione agli interrogativi fondamentali della ragione.
Riaprirsi a tutta la loro ampiezza e profondità gli è essenziale. Su questo “tutto”, infatti, si giocano il dialogo fra culture e religioni e la pace nel mondo.
Una fede capace di attraversare il dubbio
La fede può maturare solo nella misura in cui sopporti e si faccia carico, in ogni fase dell’esistenza, dell’angoscia e della forza dell’incredulità e l’attraversi infine fino a farsi di nuovo percorribile in una nuova epoca.
Il credente è una persona che si interroga. La dottrina deve svilupparsi nella fede e a partire da essa e non affiancarla.
La fede cristiana accetta la sfida del dialogo e del confronto perché è legata alla reale intenzione di Gesù di Nazaret.
Il cristiano può soltanto, far riverberare qualche scintilla del dono che ha immeritatamente ricevuto, e quando ciò accade è per pura grazia.
Perciò è chiamato a cercare Dio dialogando con chiunque, facendosi carico dei dubbi e delle ferite esistenziali di chi non crede, accompagnando tutti, senza mai considerarsi “arrivato”.
