Il dossier sull’immigrazione nella prospettiva della Santa Sede presenta il fenomeno migratorio non come una semplice questione statistica, tecnica o amministrativa, ma come una realtà umana, morale e religiosa che coinvolge la dignità di ogni persona, i rapporti tra i popoli, la povertà, il lavoro, la famiglia e la responsabilità delle istituzioni.
I numeri descrivono presenze, spostamenti e condizioni sociali, ma dietro ogni numero vi è un uomo, una donna, con la sua dignità, i suoi dolori, aspirazioni, capacità, difficoltà, chiusure, aperture e con la propria famiglia, spesso lontana o soltanto in parte ricongiunta. Per i cristiani, gli immigrati sono fratelli e sorelle in umanità o nella fede, portatori sul volto dell’immagine di Cristo, il divino Straniero, che si è identificato specialmente con i più poveri, i più deboli e i più piccoli.

Il ruolo della Santa Sede e del Pontificio Consiglio
Il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti è il Dicastero della Curia Romana al quale Giovanni Paolo II affidava il compito di manifestare la sollecitudine universale del Pastore itinerante verso quanti sono coinvolti nella mobilità umana, in un mondo sempre in movimento e sempre più veloce.
Il suo ambito comprende i migranti, i profughi e i rifugiati, i nomadi, i circensi e i lunaparkisti, i turisti e i pellegrini, i pescatori e i marinai, le persone raggiunte dall’apostolato dell’aviazione civile e della strada, nonché gli studenti esteri. Fu una straordinaria intuizione iniziale di Paolo VI mettere sotto un unico riferimento istituzionale tutti i fenomeni legati alla mobilità umana e considerarli come un insieme nel titolo della Curia Romana, con un’indicazione immediatamente pastorale.
Questa pastorale costituisce un’integrazione specifica della pastorale ordinaria e territoriale della Chiesa: è l’elemento dinamico che cerca di incontrare, in Cristo e nel fratello o nella sorella, il movimento e la mobilità, tutelando la dignità della persona e orientando ogni situazione verso la fraternità e la comunione.
La cura universale propria del Vescovo di Roma, che è anche Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, non sottrae nulla alla responsabilità dei Vescovi italiani in materia di immigrazione, secondo il rapporto tra Primato pontificio e collegialità episcopale.
La vicinanza territoriale alla realtà italiana richiede anzi particolare discrezione, per non invadere le legittime priorità dell’intervento locale e la competenza della Conferenza Episcopale Italiana nelle mediazioni opportune e nei giudizi concreti sulla situazione nazionale e sulle misure adottate, anche sul piano legislativo.
Immigrazione, sovranità dello Stato e diritti della persona
Il fenomeno migratorio, sia volontario sia forzato, richiede di combinare la giusta autonomia delle decisioni politico-amministrative nazionali con il diritto, in determinati casi, all’emigrazione, sempre nel rispetto dei diritti umani e della dignità di ogni individuo, compreso l’immigrato irregolare.
La prospettiva ecclesiale non elimina la responsabilità dello Stato che riceve, né nega la necessità di regole, controlli e decisioni pubbliche. Essa chiede però che ogni politica migratoria sia valutata alla luce della persona umana, dei suoi diritti fondamentali e delle condizioni concrete che hanno determinato la partenza.
Il rapporto tra diritto dei migranti, dovere di chi accoglie e diritto dello Stato che riceve costituisce uno dei nodi centrali della riflessione ecclesiale. Molte persone provenienti dai Paesi poveri decidono, oppure sono costrette, a trasferirsi verso i Paesi ricchi, mentre gli equilibri economici e demografici mondiali restano profondamente diseguali.
La domanda non può essere ridotta all’alternativa tra una presunta invasione dalla quale i Paesi ricchi dovrebbero difendersi e un diritto illimitato di ingresso fondato sulla povertà. Il problema deve essere affrontato tenendo insieme la responsabilità degli Stati, il diritto dei migranti, il dovere di accoglienza e la tutela della dignità umana.
Il dossier statistico sull’immigrazione in Italia
Il dossier statistico sull’immigrazione in Italia ha un valore particolare perché mantiene desta la coscienza dei cittadini sul fenomeno migratorio attraverso dati quantitativi precisi, oggettivi e sistematicamente analizzati.
La sua funzione non consiste soltanto nel raccogliere numeri, ma anche nel rendere possibile una valutazione più corretta della realtà e nel fornire elementi per rispondere con cognizione di causa a quanti continuano a parlare di “invasione degli stranieri”. La traduzione in inglese amplia inoltre la comunità che può conoscere e discutere questi dati.
Il dossier richiama l’attenzione sulle cause delle migrazioni, che non riguardano soltanto problemi economici e demografici, ma anche la situazione e il destino di donne, uomini, bambini e famiglie intere.
Non si tratta di un problema semplicemente tecnico o scientifico, ma soprattutto umano, morale e religioso: è in gioco la povertà e la miseria di popolazioni giunte, in molti casi, al limite della sopravvivenza.
Il dossier presenta quindi un ampio quadro di riferimento nel quale la coscienza dei cristiani è chiamata a risvegliarsi sempre più. Se riesce a educare le comunità alla condivisione e alla solidarietà verso gli immigrati, svolge un servizio prezioso alla Chiesa che è in Italia e non solo, nel rispetto dell’identità e della cultura.
La realtà italiana tra stabilità e irregolarità
Secondo il Dossier statistico 2020, l’immigrazione in Italia risulta stabile, poco conosciuta e strutturalmente indirizzata verso l’irregolarità. Alla fine del 2019 l’aumento netto annuo degli stranieri residenti in Italia è stato lieve.
Per la prima volta dopo anni si è registrata una diminuzione dei cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti, mentre è probabilmente aumentata la presenza di non comunitari irregolari. Il documento collega questa situazione a leggi vecchie e inadeguate, che producono strutturalmente il rischio di irregolarità.
| Indicatore | Dato riportato |
|---|---|
| Migranti internazionali nel 2019 | 272 milioni |
| Quota di migranti nel mondo | Una persona ogni 30 |
| Stranieri occupati regolarmente in Italia | 10,7% degli occupati complessivi |
| Disoccupati stranieri | 15,6% dei disoccupati totali |
| Stranieri con impiego qualificato | 2,6% |
| Scarto medio delle retribuzioni mensili | 24% rispetto ai lavoratori italiani |
Tra i residenti stranieri in Italia, il primo Paese di provenienza è la Romania, seguita da Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, India, Bangladesh, Egitto e Pakistan.
La presenza irregolare espone i migranti allo sfruttamento, anche grave, sul piano lavorativo e li rende più vulnerabili alle organizzazioni criminali. L’irregolarità non rappresenta quindi soltanto una condizione amministrativa, ma può trasformarsi in un fattore di precarietà sociale, economica e personale.
Immigrazione, lavoro e condizioni sociali
Nel 2019 un leggero aumento dell’occupazione ha interessato i lavoratori stranieri in Italia. Gli stranieri con lavoro regolare rappresentavano il 10,7% di tutti gli occupati a livello nazionale, mentre i disoccupati stranieri, per più della metà donne, costituivano il 15,6% dei disoccupati complessivi del Paese.
Questi numeri sono legati soprattutto a occupazioni precarie, di bassa manovalanza e sottopagate, nelle quali gli stranieri risultano maggiormente impiegati. Soltanto il 2,6% di essi aveva un impiego qualificato.
Anche sul versante delle retribuzioni si registrava uno scarto del 24% del salario medio mensile rispetto ai colleghi italiani. La presenza degli immigrati nel mercato del lavoro italiano deve quindi essere considerata insieme alla qualità dell’occupazione, alla stabilità contrattuale, alla possibilità di valorizzare le competenze e alla tutela contro lo sfruttamento.
Durante l’emergenza provocata dalla pandemia di Covid-19, il lavoro dei migranti ha incontrato ulteriori difficoltà. Nell’agricoltura il numero dei braccianti stranieri nelle campagne italiane è aumentato fino al 20%, ma all’incremento dell’orario di lavoro e delle ore lavorate e non registrate è corrisposto un peggioramento delle condizioni lavorative e della retribuzione.
Nel lavoro domestico, dove gli immigrati costituiscono la maggior parte degli 850mila lavoratori, si è verificata una perdita di 13mila posti nonostante la regolarizzazione messa in atto.
Nel lavoro autonomo, le imprese gestite da immigrati si concentrano soprattutto nei settori dell’edilizia e del commercio e per tre quarti sono ditte individuali. Nel primo semestre del 2020 esse hanno subito una flessione del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La pandemia e l’accesso ai diritti
Vista attraverso gli occhi di molti migranti, la pandemia ha prodotto problemi aggiuntivi o aggravato situazioni di vita già difficili. Il Dossier 2020 dedica dieci capitoli all’analisi delle migrazioni alla luce della diffusione del nuovo coronavirus.
La crisi sanitaria ha reso più evidente la dipendenza di numerosi settori dal lavoro straniero, ma ha anche mostrato la fragilità delle persone impiegate nelle attività meno tutelate. L’aumento del lavoro non registrato, il peggioramento delle condizioni lavorative, la perdita di posti e la riduzione delle attività autonome hanno colpito persone già esposte all’incertezza abitativa, economica e amministrativa.
La situazione degli studenti stranieri ha evidenziato un’ulteriore dimensione dell’esclusione. Essi rappresentano il 10% dell’intera popolazione scolastica e durante il lockdown molti hanno sofferto l’impossibilità di seguire la didattica a distanza perché non disponevano di dispositivi adeguati.
Pluralismo religioso e presenza cristiana
Gli immigrati sono portatori di pluralismo religioso, ma i dati smentiscono diverse rappresentazioni stereotipate del fenomeno. Per molti anni si è creduto di essere di fronte a un’invasione di stranieri e, in particolare, a un’invasione di musulmani, ma questa interpretazione non trova riscontro nei dati disponibili.
| Appartenenza religiosa | Dato riportato |
|---|---|
| Cristiani tra gli stranieri residenti in Italia | 51,9% |
| Numero complessivo dei cristiani | 2 milioni e 749mila |
| Cristiani ortodossi | 1 milione e 532mila |
| Cattolici | 940mila |
| Protestanti | 235mila |
| Musulmani | Circa 1 milione e 700mila |
| Atei o agnostici | 250mila |
I musulmani sono circa un terzo del totale degli stranieri, mentre tra le altre appartenenze religiose figurano ebrei, induisti, buddisti e credenti di altre religioni orientali.
La presenza di 250mila atei o agnostici mostra inoltre che tra gli stranieri non vi sono soltanto persone appartenenti a confessioni religiose, né è corretto identificarli con forme di integralismo religioso. Esistono anche persone laiche che non si riconoscono in alcun credo.
Le cause delle migrazioni e la povertà globale
La riflessione ecclesiale collega le migrazioni alla globalizzazione, alle disuguaglianze economiche, alla povertà, ai conflitti e agli squilibri demografici. Mentre i Paesi ricchi diventano sempre più ricchi e quelli poveri sempre più poveri, molte persone decidono o sono obbligate a trasferirsi verso le società economicamente più forti.
Le migrazioni contemporanee non possono essere comprese senza considerare l’intreccio tra cause economiche, demografiche, sociali e politiche. A queste si aggiungono la guerra, la persecuzione, le carestie, l’insicurezza e il collasso delle condizioni minime di sopravvivenza.
Nel 2019 la quota dei migranti internazionali ha raggiunto 272 milioni. Le migrazioni internazionali crescono con il ritmo di 14 milioni ogni due anni e ormai una persona ogni 30 nel mondo è un migrante.
Sono raddoppiati i cosiddetti migranti forzati, cioè i profughi che fuggono da guerre e carestie. Tuttavia, sia l’Europa sia l’Italia hanno risposto con l’innalzamento di muri e con politiche di respingimento.
Ad ospitare il maggior numero di migranti, oltre 89 milioni, è l’Europa, seguita da Asia, America, Africa e Oceania. I dati globali mostrano quindi che la mobilità umana non è un fenomeno marginale, ma una componente strutturale del mondo contemporaneo.
Globalizzazione e responsabilità della comunità internazionale
La globalizzazione non è una novità assoluta, anche se l’epoca contemporanea presenta caratteristiche particolari: lo spazio si restringe, il tempo si contrae e i confini scompaiono, legando gli individui in maniera più profonda, intensa e immediata di quanto sia mai successo prima.
Nella sua fase attuale, la globalizzazione corre più velocemente del controllo delle sue ripercussioni sulle persone e della regolazione dei mercati, soprattutto di quello finanziario. Per questo la questione migratoria deve essere inserita in una discussione più ampia sulla responsabilità dell’economia, delle istituzioni e della comunità internazionale.
La solidarietà può essere intesa come cultura della cooperazione, della condivisione, del dono, della partecipazione e della comunione. La Chiesa si considera realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia, sentendo l’anelito verso una certa comunità universale.
Tra i segni del nostro tempo è degno di speciale menzione il crescente e inarrestabile senso di solidarietà di tutti i popoli. È compito dell’apostolato dei laici promuovere tale solidarietà con sollecitudine e trasformarla in sincero e autentico affetto fraterno.
I laici sono chiamati inoltre a prendere coscienza del carattere internazionale delle questioni e delle soluzioni dottrinali e pratiche che sorgono in questo ambito, specialmente per quanto riguarda i popoli in via di sviluppo.
La dottrina sociale della Chiesa e la solidarietà
La dottrina sociale della Chiesa applica alla globalizzazione alcuni principi permanenti: la Chiesa come attore globale con responsabilità globali, l’umanità vista come un’unica famiglia, la globalizzazione nella solidarietà, la questione sociale come questione che riguarda tutti, la centralità della persona umana e il bene comune universale.
Tra gli altri principi richiamati figurano la necessità di non assolutizzare l’economia e il mercato, le strutture indispensabili per garantire il bene comune e la destinazione universale dei beni creati.
La globalizzazione, in questa prospettiva, non è né buona né cattiva in modo automatico. Essa sarà ciò che le persone ne faranno. Come ogni altro sistema, deve essere al servizio della persona umana, della solidarietà e del bene comune.
La globalizzazione non deve diventare una nuova versione del colonialismo e deve rispettare le diversità delle culture. L’umanità, intraprendendo il processo di globalizzazione, non può fare a meno di un codice etico comune.
I Paesi più ricchi e tecnologicamente avanzati devono saper ascoltare il grido dei popoli poveri del mondo, che chiedono ciò che è loro sacrosanto diritto. La rivoluzione delle libertà deve essere completata da una rivoluzione delle opportunità, nella quale tutti i popoli possano contribuire attivamente alla prosperità economica e godere dei suoi frutti.
La governance della globalizzazione e delle migrazioni
La globalizzazione della solidarietà esige una nuova cultura, nuove regole e nuove istituzioni a livello nazionale e internazionale. La richiesta di una governance del fenomeno migratorio e della globalizzazione nasce dalla necessità di orientare le immense potenzialità economiche e tecnologiche verso il bene comune.
La governance non significa automaticamente government. I principi di gradualità e di sussidiarietà richiamano il realismo con cui procedere, migliorando gli strumenti internazionali esistenti e i loro rapporti reciproci e responsabilizzando una pluralità di attori.
È necessario aumentare la concertazione tra i grandi Paesi, trasferire conoscenze e tecnologie nei Paesi poveri, raccordare meglio le iniziative delle istituzioni finanziarie internazionali con i bisogni autentici dei Paesi poveri e con gli attori della società civile.
Una governance efficace deve quindi riguardare non soltanto i confini, ma anche le cause profonde delle migrazioni, le condizioni economiche dei Paesi di origine, la tutela dei lavoratori, l’accesso all’istruzione, la sicurezza, la pace e le opportunità di sviluppo.
Accoglienza, integrazione e responsabilità cristiana
Se nella società italiana è in parte comprensibile il degrado dell’immagine dell’immigrato e il diffondersi della diffidenza, dell’intolleranza e del razzismo, è meno comprensibile che le comunità cristiane si adeguino acriticamente e ingenerosamente a questa mentalità, attraverso generalizzazioni ed esagerazioni.
Un simile atteggiamento danneggia i valori fondamentali del Vangelo: la disponibilità all’accoglienza, la solidarietà, la comprensione verso situazioni difficili e la vicinanza a persone che spesso vivono condizioni drammatiche.
Gli immigrati sono sempre più necessari alla società per motivi economici e demografici e anche per l’assistenza agli anziani e ai bambini. I fedeli possono condividere questa considerazione, ma il motivo decisivo dell’apertura e dell’accoglienza deve essere posto su un livello più alto.
Il motivo specificamente cristiano e insieme fortemente umanitario è l’accoglienza solidale verso chi si trova nel bisogno e intende rispettare i valori, le leggi e la cultura della Nazione italiana, amandola con riconoscenza come luogo di accoglienza e rifugio.
Il criterio per determinare la soglia della sopportabilità non può essere la semplice difesa del proprio benessere, trascurando i bisogni reali di chi è drammaticamente costretto a chiedere ospitalità.
Integrazione come responsabilità condivisa
Per il coordinatore del Dossier statistico, resta molto da fare sul versante dell’integrazione. Una politica carente nella gestione delle migrazioni, ormai datata, non ha consentito finora di dedicarsi adeguatamente all’integrazione.
L’integrazione riguarda la scuola, il lavoro, la casa, la partecipazione sociale, la conoscenza reciproca, il rispetto delle leggi e la possibilità di vivere la propria identità senza trasformarla in una barriera verso gli altri.
La presenza degli immigrati deve essere affrontata evitando sia l’assimilazione forzata sia la separazione permanente. Il rispetto dell’identità e della cultura deve accompagnarsi alla costruzione di spazi comuni, nei quali persone e culture diverse possano incontrarsi e collaborare.
Il dossier può contribuire a creare veri laboratori di convivenza e solidarietà e a favorire occasioni e spazi di conoscenza reciproca fra immigrati e nativi, di confronto e di convivenza almeno pacifica e serena tra persone e culture diverse.
Parrocchie, scuole e comunità come luoghi d’incontro
Questi laboratori possono nascere nelle parrocchie, nei movimenti ecclesiali, nelle nuove comunità, nelle associazioni, nelle scuole e negli spazi comunitari, tanto civili quanto religiosi.
La Chiesa agisce su un duplice binario: da una parte esercita la propria influenza spirituale e presta soccorso e assistenza alle masse di rifugiati attraverso l’azione capillare delle diocesi e delle parrocchie; dall’altra si muove sul terreno della diplomazia.
La Chiesa cattolica è una madre senza confini e senza frontiere. Questa affermazione esprime una responsabilità pastorale universale, che non sostituisce le istituzioni pubbliche ma sollecita una risposta umana, solidale e organizzata alle situazioni di vulnerabilità.
L’obiettivo è sconfiggere la “globalizzazione dell’indifferenza”, che porta a vedere negli uomini soltanto persone senza nome. La cura pastorale dei migranti richiede quindi prossimità, ascolto, assistenza e difesa della dignità, soprattutto quando la persona è esposta alla guerra, allo sfruttamento, alla tratta o alla marginalità.
Guerre, rifugiati e spostamenti forzati
Il tema della migrazione è strettamente legato alla povertà e al proliferare dei conflitti, in particolare nelle regioni segnate dalla guerra e dall’instabilità politica. Dalla guerra scaturisce il fenomeno dell’esodo e lo spopolamento dei Paesi.
Giovani e meno giovani partono da città e villaggi per cercare rifugio nei campi profughi dei Paesi vicini o in Europa, tentando il viaggio via mare o attraversando territori insicuri. Le cause della fuga non sono riconducibili a una scelta economica individuale quando la guerra e la persecuzione rendono impossibile restare.
La distinzione tra migrazione volontaria e migrazione forzata è quindi essenziale per comprendere responsabilità e bisogni diversi. In entrambi i casi, tuttavia, la dignità della persona resta il criterio fondamentale della risposta.
Confini, muri e tragedie migratorie
La questione dei confini mostra in modo drammatico la tensione tra controllo territoriale e tutela della vita umana. Lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, dal 1998 al 2014 si calcola che almeno seimila migranti siano morti nel deserto nel tentativo di entrare negli Stati Uniti.
Spesso si tratta di minori honduregni, guatemaltechi o salvadoregni non accompagnati. Lasciano i propri Paesi, attraversano il Messico e tentano di passare attraverso il deserto nella speranza di raggiungere la “Terra promessa”.
Il lungo muro costruito sul confine meridionale dell’Arizona ha rallentato il flusso, ma non lo ha impedito completamente. La costruzione di barriere può modificare i percorsi, ma non elimina le cause che spingono le persone a partire.
La celebrazione di una messa da requiem lungo il muro, nel deserto, ha rappresentato un gesto di preghiera e di denuncia. Le immagini del cardinale Sean O’Malley mentre dava la comunione oltre la cancellata hanno richiamato l’attenzione internazionale sulla morte dei migranti e sulla responsabilità delle società di accoglienza.
La Santa Sede tra messaggio universale e responsabilità concreta
La posizione della Santa Sede sull’immigrazione unisce la difesa della dignità umana, l’invito all’accoglienza, la solidarietà verso i rifugiati e il riconoscimento della responsabilità delle autorità civili nel governare i flussi migratori.
Questa prospettiva non identifica l’accoglienza con l’assenza di regole. Chiede però che le regole siano orientate al bene comune, rispettino i diritti fondamentali e non trasformino la persona migrante in una semplice minaccia, in una pratica amministrativa o in una categoria indistinta.
La responsabilità politica deve confrontarsi con le esigenze della sicurezza e dell’ordine, ma anche con le cause della partenza, la vulnerabilità dei rifugiati, la tutela dei minori, lo sfruttamento lavorativo, la tratta, la povertà e le conseguenze delle guerre.
La responsabilità ecclesiale consiste nel mantenere viva la coscienza della fraternità, promuovere la solidarietà, assistere le persone in difficoltà e creare luoghi di incontro tra immigrati e popolazione locale.
Regole di accesso al territorio della Città del Vaticano
L’accesso al territorio vaticano segue norme recenti e rigorose. La Legge N. DCCXX del 2025 punisce l’ingresso illecito commesso con violenza, minaccia o inganno con la reclusione da 1 a 4 anni e con una multa da 10.000 a 25.000 euro, includendo anche chi elude i controlli.
Sono previsti l’arresto in flagranza e il divieto di reingresso fino a 15 anni. Con soli 0,44 km² e circa 800 abitanti, il Vaticano richiede un’autorizzazione preventiva per ogni accesso al territorio sottoposto a controllo.
| Profilo | Regola o caratteristica |
|---|---|
| Superficie | 0,44 km² |
| Popolazione | Circa 800 abitanti |
| Ingresso illecito con violenza, minaccia o inganno | Da 1 a 4 anni di reclusione |
| Multa prevista | Da 10.000 a 25.000 euro |
| Divieto di reingresso | Fino a 15 anni |
| Accesso libero | Soltanto piazza San Pietro |
| Accesso ad uffici e Musei | Permesso necessario |
Solo piazza San Pietro è aperta liberamente. Il resto del territorio è chiuso e sorvegliato, mentre per accedere agli uffici e ai Musei è necessario un permesso.
Nel territorio vaticano non esistono accoglienza automatica né servizi specifici per migranti. Non esiste diritto di asilo né ricongiungimento familiare, mentre la cittadinanza è rarissima e si perde facilmente.
Rispetto alla disciplina italiana, le pene sono più pesanti e non esistono protezione internazionale, quote o corridoi umanitari. Il Vaticano mantiene un controllo totale sui propri confini.
Il rapporto tra norme territoriali e accoglienza evangelica
La differenza tra la funzione spirituale universale della Chiesa e la disciplina concreta di un territorio statale costituisce un tema di confronto. Come capo di Stato, il Pontefice applica regole severe sul territorio vaticano; come guida della Chiesa, ribadisce l’invito all’accoglienza evangelica dei migranti.
La tensione tra messaggio morale universale e norme concrete di confine resta un tema aperto di dibattito. Essa richiama la distinzione tra la responsabilità pastorale della Chiesa, rivolta alla dignità di ogni persona, e la responsabilità amministrativa dello Stato, chiamato a disciplinare l’accesso al proprio territorio.
La prospettiva della Santa Sede sull’immigrazione si fonda dunque su alcuni elementi inseparabili: la centralità della persona, il rispetto dei diritti umani, la responsabilità degli Stati, la solidarietà internazionale, la protezione dei più vulnerabili, l’integrazione e il rifiuto dell’indifferenza.
tags: #dossieur #immigrazione #pontificio #santa #sede