L’eremitismo diventa, senza alcuna superbia, filosofia di vita, a metà strada fra stoicismo e cristianesimo. La scelta della solitudine, della contemplazione e dell’ascetismo esiste ancora, in Italia.
L’eremita non è un debole e non è un fuggitivo. E’ invece coraggioso, determinato, l’unico che sfugge al dominio cattivo del sistema. L’eremita è l’unico che vuole socializzare, colui che non condivide.
La solitudine come scelta filosofica
Lontani dallo stereotipo falsante dell’eremita misantropo, quelli raccontati da Espedita Fisher sono gli eremiti di oggi, abitanti di un eremo soprattutto interiore, prima che geografico. Swami Atmananda, Ginevra, Miriam, Juri Camisasca e altri sono i custodi di un significato molto distante dalla palpitante ma sempre più vacua realtà metropolitana, una realtà in cui crediamo si trovi la verità del presente.
Espedita Fisher ha percorso l’Italia sconosciuta delle montagne e delle zone rurali, tracciando una sorprendente testimonianza di chi oggi cerca ancora il significato profondo delle cose nel silenzio e nella scoperta di una verità che, sola, può condurre l’uomo alla vera libertà. La scelta della solitudine, della contemplazione e dell’ascetismo esiste ancora, in Italia.
L’eremita è colui che evade dall’ingranaggio dominante e diabolico del sistema. Quando un uomo si distacca da tutto, non vuol dire che è un asociale, al contrario significa che rigetta tutto ciò che non gli consente di socializzare.
La mondanità ha sempre cercato di vestire l’abito della spiritualità - sgualcendolo un poco, inevitabilmente. Negli anni Novanta c’era il buddismo dei VIP: Richard Gere, Roberto Baggio, e tutta quell’ondata di famosi riconvertiti che andavano in giro scalzi, ma in completi firmati.
Dall’eremo interiore alla critica della società
Oggi la pratica ancestrale (e logorante) della meditazione si è sformata nella moda persistente della mindfulness, propagandata da influencer del benessere e ben vista anche nelle grandi aziende: essere "presenti nel momento", d’altra parte, aiuta a produrre di più nel "momento dopo", quando si riaprono gli occhi.
Quando si nega qualcosa, per prima cosa la si ignora. L’indifferenza è la più alta forma di rifiuto o negazione. Da cosa nasce questa scelta? Da un rifiuto, naturalmente.
E cosa genera un rifiuto? Qualcosa che si presenta negativamente o lesivo per la nostra esistenza. L’assenza di libertà comporta una prepotenza che proviene dall’esterno, totale e inafferrabile.
Questa strana entità poco identificabile e al tempo stesso invasiva è appunto “il sistema”. Pertanto l’eremita è colui che evade dall’ingranaggio dominante e diabolico del sistema.
Dunque chi rappresenta il sistema? La società? No, troppo generico. Allora chi? Coloro che hanno in mano il potere e che governano la vita di tutti senza che siano identificati.
L’eremita però li sente, li coglie e non li vuole subire. L’eremita è il vero comunicatore, l’unico ad amare la terra, a difenderla e a tornare in essa, ad appartenervi. E’ ,a dirla in breve, un vincente.
L’eremita e la libertà
L’eremita non è vittima dei potenti, non precipita nel vortice dell’economia, non si affida alle banche, ai notai, ai rappresentanti di alcuna istituzione. Sfugge al controllo.
Avete mai visto uno scoiattolo che si sveglia al mattino e che va a pagare le tasse? Che chiede un mutuo in banca? Che si reca presso le forze dell’ordine per difendersi da un criminale? No.
Infatti nessuno rapinerebbe uno scoiattolo, nessuno gli ipotecherebbe la casa e nessuno lo denuncerebbe. Nessuno lo citerebbe in tribunale, né lo manderebbe in cassa integrazione.
L’eremita è come quello scoiattolo. Ora mi si replicherà: ma non è possibile estromettersi dai propri impegni e doveri, abbiamo una responsabilità personale e sociale!
Facciamo parte di una società dove le regole e certi meccanismi sono indispensabili per un sano ed armonico processo esistenziale. Certo. E’ tutto vero.
Non potremo mai diventare come gli scoiattoli. Eppure se ho scritto tutto questo un motivo ci sarà. Ed è il disagio, la scontentezza, lo stress, l’oppressione, la violenza, la cattiveria nel mondo.
Il ritiro non coincide con la misantropia
Non è giusto che l’uomo possa salvarsi diventando un alieno di se stesso. Perché allora il male aumenta? E perché i buoni continuano a lottare e a soffrire, senza che la loro madre, la giustizia, la coscienza dei suoi fratelli, li protegga?
C’è qualcosa che si è impossessato dell’umanità e che fa delle persone degli automi. Lo stupro, la pedofilia, lo stalking, da cosa nascono?
Da un meccanismo astratto che non sa più distinguere le vittime dai carnefici, gli innocenti dai colpevoli, il bene dal male. Ed è questa triste consapevolezza priva di rimedio che fa esistere l’eremita.
L’eremitismo non si presenta quindi necessariamente come una fuga assoluta dagli esseri umani. Senza porsi l’obiettivo di distruggere la società, ma standone lontano, «in un garbato diniego».
Gli eremiti da giardino: la solitudine trasformata in spettacolo
Tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, l’aristocrazia inglese giocava invece con la moda degli eremiti ornamentali: veri eremiti, in carne e ossa, che accettavano di non vivere in qualche monastero sulle pendici di un monte ma in una cascinetta, una grotticina, un pertugio qualsiasi ricavato nella villa di qualche ricco proprietario terriero.
Che le ville signorili fossero anche un luogo di ritiro era vero già ai tempi della costruzione di Villa adriana a Tivoli. Ma erano i proprietari, gli imperatori, i re, ad aver bisogno di staccare, isolarsi un po’ facendo due passi attorno al laghetto di proprietà senza essere raggiunti dalle scocciature del potere.
È solo nel sedicesimo secolo, invece, che le tenute dei nobili francesi iniziarono a ospitare piccole cappelle private, e i loro cappellani. E perché questa abitudine piano piano si trasformi nella stravaganza degli eremiti da giardino bisogna aspettare ancora qualche secolo: l’avvento del romanticismo e la nuova ventata di misticismo che iniziò a soffiare tra le librerie dell’intellighenzia inglese.
Fu allora che centinaia di nobili decisero di non accontentarsi più di una chiesetta e di un parrocchiano, ma di esigere dei ben più esotici eremiti decorativi per i loro giardini.
Quale brivido più prezioso, più arcano e profondo, di quello che può attraversare la schiena dei commensali quando, durante una festa, indicando il buio fuori dalla finestra nella propria tenuta in campagna, si può rivelar loro che lì, da qualche parte perso in quel buio, indisturbato, un eremita in nostro possesso si sta emancipando dalla vita terrena?
Le regole dell’eremita ornamentale
Come scrive Campbell, le regole canoniche, all’epoca, erano queste: “l’eremita non deve mai lasciare il proprio posto, né conversare con nessuno per sette anni, durante i quali non deve né lavarsi né purificarsi in nessun modo, ma deve lasciare che i suoi capelli e le unghie, sia delle mani che dei piedi, crescano finché la natura glielo permetterà”.
Ma c’erano anche delle deviazioni dal protocollo: qualche nobile chiedeva agli eremiti di intrattenere gli ospiti delle feste leggendo poesie, o servendo il vino, e diffondendo così, insieme all’alcol, la malinconia, l’introspezione e la cupezza di spirito, tutte caratteristiche molto ricercate dalle élite dell’epoca.
Uno degli eremiti ornamentali più famosi fu padre Francis, di Hawkstone Park, nello Shropshire. Una guida della tenuta - che era piena di easter egg, grottini, torri e capricci architettonici - descriveva così l’attrazione principale, quella appunto dell’eremita:
Suoni un campanello e ti è permesso l’ingresso. L’eremita è generalmente in posizione seduta, con un tavolo davanti a sé, sul quale c’è un teschio, emblema della mortalità, una clessidra, un libro e un paio di occhiali.
Il venerabile Padre scalzo, che si chiama Francis (se sveglio) si alza e si avvicina agli estranei. Sembra che abbia circa 90 anni [è il 1784], eppure non ha perso la sua curiosità. È abbastanza disinvolto e lungi dall’essere scortese.
Tutto passa, però. Anche gli eremiti da giardino, che vennero rimpiazzati: a volte da manichini, a volte dai primi automi meccanici. Poi arrivarono le statuette degli gnomi da giardino. Lì finì tutto, davvero.

La solitudine concreta di Sylvain Tesson
Suscita invidia la descrizione di una giornata di solitudine raccontata da Sylvain Tesson, giornalista e scrittore parigino, indomito viaggiatore abituato a imprese di ogni tipo, dal giro del globo in bicicletta alle scalate di cattedrali e grattacieli.
Il libro suo migliore è certamente quello da cui è tratta la citazione iniziale, vale a dire Nelle foreste siberiane, apparso in Francia nel 2011 e in Italia l’anno dopo da Sellerio. È il racconto di sei mesi trascorsi in una capanna in mezzo ai boschi e ai ghiacci, in totale solitudine, sulle rive del lago Bajkal, a oltre cento chilometri di distanza dal primo villaggio abitato.
Tesson si è portato dietro un numero cospicuo di libri di filosofia e letteratura, da Lucrezio a Baudelaire, da Eliade a Thoreau, da Conrad a Cendrars, tanto per citare alcuni autori, sapendo che la sfida principale sarebbe stata quella di trascorrere le giornate in silenzio totale, da puro eremita.
D’inverno temperature che vanno sotto i trenta gradi, d’estate gli orsi che si avvicinano al lago: tutto ciò - si chiede sovente in questo diario - può procurare la felicità?
«Oggi ho letto a lungo, ho pattinato tre ore in una luce viennese ascoltando la Pastorale, ho pescato un omul’, ho raccolto mezzo litro di esca, ho guardato il lago dalla finestra attraverso il fumo di un tè nero, ho dormito sotto i raggi del sole delle quattro, ho segato un tronco di tre metri e preparato una provvista di legna bastante per tre giorni, ho preparato una buona kasa, una specie di porridge, l’ho mangiata e ho pensato che paradiso era nella somma di tutte queste cose».
La bellezza non basta a rendere migliori
Sì e no: egli è consapevole che la bellezza della natura non rende automaticamente migliore l’essere umano e che la teoria critica formulata da Emerson ed Ellul non sempre è vera.
«Non è la densità abitativa del parco urbano a incattivire gli uomini, non è lo stress provocato dalla pressione commerciale a trasformarli in topi malevoli e rissosi. Qui al Bajkal, separati da decine di chilometri di costa, tra boschi magnifici, gli uomini litigano come i vicini di casa di una volgare megalopoli. Cambiate pure il contesto, la natura dei "fratelli" rimane la stessa».
Ciò nonostante, la ricchezza della sua esperienza è indubitabile e la sua rivolta contro lo stile di vita occidentale rivendicata fino in fondo.
«La sobrietà dell’eremita consiste nel non lasciarsi sopraffare dagli oggetti e dalla presenza dei propri simili, nel disabituarsi a quello che un tempo gli era necessario. Il lusso dell’eremita è la bellezza. Dovunque posi lo sguardo, scopre uno splendore assoluto».
E in un altro passaggio: «In fondo l’unico pericolo che minaccia l’eremita - a parte la vodka, gli orsi e le tempeste - è la sindrome di Stendhal: sentirsi venir meno davanti alla bellezza».
L’assurdità del consumismo esasperato gli si presenta un bel giorno quando un gruppo di russi arricchiti di Irkutsk arriva sul lago ghiacciato e lo percorre a bordo di rumorosissime 4x4 per provare un po’ di ebbrezza.
Tesson li osserva con un certo raccapriccio e torna al suo silenzio. «Meno si parla e più a lungo si vive», gli dice Jurij, uno dei pochi russi che vivono nelle vicinanze e che ogni tanto lo vanno a trovare.
E lui altrove commenta il senso della sua giornata: «Oggi non ho fatto del male a nessuna creatura vivente di questo pianeta. Non fare del male: è strano che gli anacoreti del deserto non citino mai questa ragione quando spiegano la loro scelta di ritirarsi in solitudine».

Il ritiro come esercizio di sobrietà
La sobrietà dell’eremita consiste nel non lasciarsi sopraffare dagli oggetti e dalla presenza dei propri simili, nel disabituarsi a quello che un tempo gli era necessario. Il lusso dell’eremita è la bellezza.
L’eremitismo diventa, senza alcuna superbia, filosofia di vita, a metà strada fra stoicismo e cristianesimo. Senza porsi l’obiettivo di distruggere la società, ma standone lontano, «in un garbato diniego».
Questa forma di ritiro non promette automaticamente la felicità. La natura può offrire silenzio, bellezza e una distanza concreta dal consumo, ma non cancella la natura dei rapporti umani.
La ricchezza dell’esperienza eremitica nasce allora dall’attenzione alle cose semplici, dalla riduzione dei bisogni e dalla possibilità di osservare il mondo senza lasciarsi completamente determinare dai suoi ritmi.
Molti mondi, molte possibilità
La filosofia eremita può essere letta anche attraverso l’immagine dei mondi paralleli. Nel 2008 i concerti degli Eels non avevano un gruppo spalla ma un documentario d’apertura. Cosa ancora più bizzarra: era un video sulla meccanica quantistica, prodotto dalla BBC.
Una scelta strana persino per loro, band indie rock che, sin dall’esordio del 1996, Beautiful Freak, aveva trovato la propria cifra in un patchwork stravagante e difforme di suoni: chitarre acustiche, campionamenti, parti orchestrali, e una mistura casalinga di pop, r’n’b e soul.
I testi di Mark Oliver Everett, leader e cantante, erano poi, lo sono ancora, di una intimità disarmante, quasi scabrosa. Accostavano drammi familiari, malattie mentali, tendenze suicide e amori dispersi.
Everett esponeva le proprie viscere con l’ingenuità e la precisione di un bambino prodigio. In quei testi appariva spesso la figura paterna di un uomo geniale e problematico, alcolizzato, anaffettivo: big head, big headaches, grande mente, grandi problemi, recitava il verso di uno dei primi singoli.
La teoria dei molti mondi
Everett è ricordato per l’ipotesi quantistica dell’esistenza di molti mondi. Universi paralleli, esatto. Una teoria di scarso successo scientifico ma dall’enorme potenza suggestiva.
La meccanica quantistica descrive con successo, a livello microscopico, l’interazione tra le particelle elementari come fotoni e elettroni. Fornisce però risultati paradossali se applicata a un sistema fisico macroscopico.
Questo perché nel mondo quantistico una particella elementare può esistere in una sovrapposizione di due o più stati. Un elettrone, cioè, a livello quantistico, non è una palla da calcio, e quindi un oggetto con la sua posizione determinata, la sua velocità, la sua rotazione.
È più simile invece a un insieme statistico di palle, cioè - appunto - a una paradossale entità che non è esattamente determinata ma che è, contemporaneamente, una sovrapposizione di differenti posizioni, di differenti velocità e di differenti altre caratteristiche.
Eppure, ogni volta che in laboratorio si misura una proprietà dell’elettrone, si legge un risultato secco, definitivo: è come se solamente uno degli elementi di quella sovrapposizione che dicevamo prima vincesse.
Si perde insomma la combinazione e il sistema sceglie una sola delle sue possibili modalità. È un processo insondabile e causale ma è quello che finisce per creare la realtà che conosciamo.
Il nostro mondo macroscopico è unico. Eppure emerge da una molteplicità di alternative possibili del mondo quantistico.
Che cosa succede, però, a tutte le possibilità che invece vengono scartate? Questo è uno dei paradossi della meccanica quantistica, da cui discendono i vari paradossi di gatti che sono contemporaneamente vivi e morti dentro una scatola.
Beh, secondo l’ipotesi di Everett III, in ogni istante gli effetti quantistici generano innumerevoli ramificazioni dell’universo, ognuna caratterizzata da un diverso svolgimento degli eventi.
Ovvero: ogni volta che un sistema quantistico deve fare una scelta tra una delle sue caratteristiche, dice Everett, è ragionevole pensare che in realtà quella scelta non venga fatta: l’universo, piuttosto, si sdoppia.
Crea una copia di sé, solo con una piccola caratteristica diversa. A ogni interazione quantistica nasce un universo. Ed esistono quindi infiniti universi paralleli. E infiniti se ne creano ogni secondo.

Il rifiuto, il dolore e le possibilità perdute
La teoria dei molti mondi diventa una metafora della condizione umana: ogni scelta sembra escludere altre possibilità, ma le possibilità scartate continuano a esercitare una pressione sull’immaginazione, sulla memoria e sul desiderio.
Nessuno, all’epoca, pensa che la proposta di Everett possa essere risolutiva. Ma di sicuro è un’idea coraggiosa.
E magari, lavorandoci su, può portare a qualche novità, a risolvere per esempio altre incongruenze a cavallo tra la meccanica quantistica e la teoria della gravità.
La vita dell’eremita si colloca in una simile tensione: prendere distanza dalla realtà dominante senza poter cancellare ciò da cui ci si è allontanati.
Hugh Everett e il prezzo della distanza
Wheeler cerca così di propagandare l’ipotesi abbacinante di Everett a Niels Bohr e agli altri pionieri della meccanica quantistica. Loro accolgono però l’idea piuttosto freddamente. Si girano dall’altra parte.
La carriera accademica di Everett è appena iniziata ed è già finita. Subito dopo aver chiuso la tesi, scornato dalle reazioni tiepide della comunità scientifica, abbandona l’università.
Inizia a fare carriera, e soldi, altrove. Entra al Pentagono come analista di strategie nucleari, poi si mette in proprio e fonda un paio di società di consulenza.
Nella vita privata, si spegne. È solitario, è iracondo, beve, fuma tre pacchetti al giorno. A malapena conosce i figli, Elizabeth, oltre che Mark.
Elizabeth soffre di gravi disturbi psichici, e cerca di togliersi la vita già da giovanissima. Quando Mark, dopo il primo tentativo di suicidio della sorella, rientra a casa a tardi, la sera, dall’ospedale, il padre alza gli occhi dal giornale solo per dire: "Non sapevo che fosse così triste".
Hugh Everett morì nel 1982, a 51 anni, per un attacco cardiaco. Mark, adolescente, trova il corpo in salotto, al mattino.
Prova a smuoverlo, lo scuote, lo sente freddo. Si chiede: "è la prima volta che ci tocchiamo?". Elizabeth si suiciderà qualche anno più tardi con un’overdose di sonniferi, lasciando scritto sul biglietto d’addio che se ne stava andando a raggiungere il padre in un altro universo.
La memoria come altro universo
Negli ultimi quindici anni Mark ha contribuito alla riscoperta pubblica della figura e del lavoro di Hugh, che fino a poco tempo fa era noto quasi soltanto a quel manipolo di scrittori di fantascienza che cercavano un appiglio scientifico per le loro storie di mondi paralleli.
Ovviamente Mark - nel documentario, nei libri, nelle interviste - ha finito anche per ingigantire l’effettivo impatto e l’importanza scientifica dei lavori del padre. Così, nel frattempo, Hugh Everett III è diventato anche lui, come il figlio, una piccola icona pop.
L’ultimo album degli Eels, il quindicesimo, si chiama Eels Time! Nel video tratto dal primo singolo, “Time”, compare Archie McGregor Everett, il figlio di Mark, di sette anni.
Indossa una maglietta nera, di quelle che si comprano ai concerti. Non c’è la faccia di una rockstar sopra ma quella del nonno, stempiato e malinconico, con lo sguardo perso in altri mondi.
Amare senza salvare
La domanda eremitica non riguarda soltanto la distanza dal mondo, ma anche il limite dell’intervento sugli altri. Il desiderio di salvare qualcuno può trasformarsi nella consapevolezza dolorosa di non poterlo fare.
In questa mattina grigia In questa casa che ora è veramente solo mia Riconosco che sei l’unica persona che conosca Che incontrando una persona la conosce E guardandola le parla per la prima volta
Concedendosi una vera lunga sosta Una sosta dai concetti e i preconcetti Una sosta dalla prima impressione Che rischiando di sbagliare Prova a chiedersi per prima Cosa sia quella persona veramente
Tu che pensi solamente spinta dall’affetto E non ne vuoi sapere di battaglie d’odio di ripicche e di rancore E t’intenerisci ad ogni mio difetto Tu che ridi solamente insieme a me Insieme a chi sa ridere ma ridere di cuore
Tu che ti metti da parte sempre troppo spesso E che mi vuoi bene più di quanto faccia con me stesso E’ trasceso il concetto di un errore Ciò che universalmente tutti quanti a questo mondo Chiamiamo amore
Ti fermo alle luci al tramonto e ti guardo negli occhi E ti vedo morire Ti fermo all’inferno e mi perdo perché Non ti lasci salvare da me
Nego i ricordi peggiori Richiamo i migliori pensieri Vorrei ricordassi tra i drammi più brutti Che il sole esiste per tutti Esiste per tutti Esiste per tutti
Il dono della vita e il commento di filosofia eremita
Ciò che noi sappiamo ha da tempo superato ogni scienza logica concetto o commento di filosofia eremita ciò che non sei tu e che voglio tu capisca è quanto unico e prezioso insostituibile solo tuo sia il dono della vita
Ti fermo alle luci al tramonto e ti guardo negli occhi E ti vedo morire Ti fermo all’inferno e mi perdo perché Non ti lasci salvare da me
E nego il negabile Vivo il possibile Curo il ricordo E mi scordo di me E perdo il momento Sperando che solo perdendo quel tanto Tu resti con me
Ti fermo alle luci al tramonto e ti guardo negli occhi E ti vedo morire Ti fermo all’inferno e mi perdo perché Non ti lasci salvare da me
E nego i ricordi peggiori Richiamo i migliori pensieri Vorrei ricordassi tra i drammi più brutti Che il sole esiste per tutti Esiste per tutti Esiste per tutti