Don Tonino Bello: Maria, donna del vino nuovo

Per don Tonino Bello, Maria, donna del vino nuovo, è colei che a Cana percepisce il dissolversi del mondo antico e, anticipando l’ora di Gesù, introduce nella storia la festa e la novità della nuova alleanza.

Il vino nuovo rappresenta il gusto ritrovato delle cose, la pienezza dei significati, la giovinezza dello spirito e il coraggio di accogliere la novità di Dio, abbandonando i rattoppi di comodo, le false sicurezze e gli schemi ormai incapaci di dare vita.

Il significato di Maria, donna del vino nuovo

Nel Vangelo c’è un episodio, quello delle nozze di Cana, che gli ultimi approfondimenti biblici ci obbligano decisamente a rivedere, soprattutto per ciò che riguarda il ruolo di Maria. Chi sa quante volte ci siamo commossi pure noi dinanzi alla sensibilità della madre di Gesù che, con finezza tutta femminile, ha intuito il disappunto degli sposi, a corto di vino, e ha forzato la mano del figlio, troncando sul nascere l’evidente imbarazzo che ormai serpeggiava dietro le quinte.

Pare certo, però, che l’intenzione dell’evangelista non fosse tanto quella di mettere in evidenza la sollecitudine di Maria a favore degli uomini, o la potenza della sua intercessione presso il figlio. Quanto quella di presentarla come colei che percepisce a volo il dissolversi del piccolo mondo antico e, anticipando l’ora di Gesù, introduce sul banchetto della storia non solo i boccali della festa, ma anche i primi fermenti della novità.

Festa e novità, quindi, irrompono nella sala su espresso richiamo di lei. Maria non è soltanto la madre attenta alla difficoltà concreta degli sposi: è la donna capace di riconoscere che un’epoca è giunta al suo esaurimento e che occorre invocare una trasformazione radicale.

Le nozze di Cana e il vino nuovo

Le sei giare di pietra e la fine dell’antica alleanza

A darcene conferma, c’è nella pagina di Giovanni un particolare tutt’altro che accidentale, che anzi, a ben considerarlo, esplode con la prepotenza di un invadente protagonismo. È costituito dalle sei giare di pietra, per la purificazione dei Giudei.

Oscene nella loro immobilità. Ingombranti nella loro ampiezza prevaricatrice. Gelide come cadaveri, perché di pietra. Inutili, perché vuote, agli effetti di una purificazione che sono ormai incapaci di dare.

Sei, e non sette che è il numero perfetto. Simbolo malinconico, quindi, di ciò che non giungerà mai a completezza, che non toccherà più i confini della maturazione, che resterà sempre al di sotto di ogni legittima attesa e di ogni bisogno del cuore.

Di fronte a questo scenario di paresi irreversibile rappresentato dalle giare, di pietra come le tavole di Mosè, Maria non solo avverte che la vecchia alleanza è ormai logora e che l’antica economia di salvezza fondata sulle prescrizioni della legge ha chiuso da tempo la sua contabilità, ma sollecita coraggiosamente la transizione.

Vede raggiunti i livelli di guardia da un mondo che boccheggia nella tristezza, e invoca da suo figlio non tanto uno strappo alla legge della natura, quanto uno strappo alla natura della legge. Questa non contiene ormai nulla, non è in grado di purificare nessuno e non rallegra più il cuore dell’uomo.

Interviene, perciò, d’anticipo, e chiede a Gesù un acconto sul vino della nuova alleanza che, lei presente, sgorgherà inesauribile nell’ora della Croce.

«Non hanno più vino»: un grido per il mondo

«Non hanno più vino». Non è il tratto di una provvidenziale gentilezza che sopraggiunge a evitare la mortificazione di due sposi. È un grido d’allarme che sopraggiunge per evitare la morte del mondo.

La frase di Maria assume così un significato che supera l’episodio domestico delle nozze. Essa riconosce la mancanza di una gioia autentica, di un senso capace di nutrire l’esistenza e di una speranza che non sia soltanto una facciata.

Santa Maria, donna del vino nuovo, quante volte sperimentiamo pure noi che il banchetto della vita languisce e la felicità si spegne sul volto dei commensali! È il vino della festa che vien meno.

Sulla tavola non ci manca nulla: ma, senza il succo della vite, abbiamo perso il gusto del pane che sa di grano. Mastichiamo annoiati i prodotti dell’opulenza: ma con l’ingordigia degli epuloni e con la rabbia di chi non ha fame.

Le pietanze della cucina nostrana hanno smarrito gli antichi sapori: ma anche i frutti esotici hanno ormai poco da dirci. Tu lo sai bene da che cosa deriva questa inflazione di tedio.

Le scorte di senso si sono esaurite. Non abbiamo più vino. Gli odori asprigni del mosto non ci deliziano l’anima da tempo. Le vecchie cantine non fermentano più. E le botti vuote danno solo spurghi d’aceto.

Il vino nuovo come restituzione del senso

Muoviti, allora, a compassione di noi, e ridonaci il gusto delle cose. Solo così le giare della nostra esistenza si riempiranno fino all’orlo di significati ultimi. E l’ebbrezza di vivere e di far vivere ci farà finalmente provare le vertigini.

In questa preghiera il vino nuovo indica una vita nuovamente abitata dal significato. Non si tratta semplicemente di aggiungere qualcosa a un’esistenza già piena di oggetti, esperienze e consumi, ma di ritrovare il sapore profondo di ciò che si vive.

La tavola può essere ricca e, nello stesso tempo, priva di gioia. L’abbondanza può convivere con la fame interiore. Il vino nuovo è la grazia che trasforma l’opulenza sterile in gratitudine, la ripetizione in meraviglia e la sopravvivenza in desiderio di vivere e di far vivere.

Maria, fautrice del cambiamento

Santa Maria, donna del vino nuovo, fautrice così impaziente del cambio, che a Cana di Galilea provocasti anzitempo il più grandioso esodo della storia, obbligando Gesù alle prove generali della Pasqua definitiva, tu resti per noi il simbolo imperituro della giovinezza.

Perché è proprio dei giovani percepire l’usura dei moduli che non reggono più, e invocare rinascite che si ottengono solo con radicali rovesciamenti di fronte, e non con impercettibili restauri di laboratorio.

La giovinezza evocata da don Tonino Bello non è soltanto una condizione anagrafica. È la capacità di accorgersi che qualcosa non funziona più, di non accontentarsi di soluzioni superficiali e di riconoscere che la vita nuova richiede un cambiamento reale.

Maria, a Cana, non difende semplicemente l’ordine esistente. Non cerca di nascondere la mancanza di vino con un espediente provvisorio. Riconosce la crisi e sollecita l’irruzione della novità.

Il rifiuto dei rattoppi di comodo

L’invocazione a Maria diventa una richiesta di liberazione da tutto ciò che mantiene in vita una forma ormai svuotata:

  • Liberaci, ti preghiamo, dagli appagamenti facili.
  • Dalle piccole conversioni sotto costo.
  • Dai rattoppi di comodo.
  • Preservaci dalle false sicurezze del recinto.
  • Dalla noia della ripetitività rituale.
  • Dalla fiducia incondizionata negli schemi.
  • Dall’uso idolatrico della tradizione.

Quando ci coglie il sospetto che il vino nuovo rompa gli otri vecchi, donaci l’avvedutezza di sostituire i contenitori. Quando prevale in noi il fascino dello status quo, rendici tanto risoluti da abbandonare gli accampamenti.

Se accusiamo cadute di tensione, accendi nel nostro cuore il coraggio dei passi. E facci comprendere che la chiusura alla novità dello Spirito e l’adattamento agli orizzonti dai bassi profili ci offrono solo la malinconia della senescenza precoce.

«Fate tutto quello che egli vi dirà»

Santa Maria, donna del vino nuovo, noi ti ringraziamo, infine, perché con le parole «fate tutto quello che egli vi dirà», tu ci sveli il misterioso segreto della giovinezza. E ci affidi il potere di svegliare l’aurora anche nel cuore della notte.

Le parole di Maria contengono il centro della sua missione: indicare Gesù e invitare ad accogliere la sua parola. Maria non sostituisce il Figlio e non trattiene presso di sé l’attenzione; orienta verso di lui e chiede una disponibilità concreta all’ascolto.

Il vino nuovo non nasce dall’autosufficienza dell’uomo, ma dall’obbedienza fiduciosa alla parola di Cristo. La novità cristiana non è una semplice variazione esteriore, bensì una trasformazione della vita a partire da una relazione nuova con Dio.

Il vino nuovo e la Pasqua

Il segno di Cana anticipa l’ora di Gesù e introduce nel banchetto degli uomini il vino della nuova alleanza pasquale. L’acqua trasformata in vino annuncia una pienezza che raggiungerà il suo compimento nella Croce e nella Risurrezione.

Maria è presente all’inizio del ministero pubblico di Gesù e sarà presente anche nell’ora della Croce. Il vino nuovo, dunque, non è una gioia separata dal dolore, ma una gioia che attraversa la Pasqua e nasce dal dono totale della vita.

Interviene, perciò, d’anticipo, e chiede a Gesù un acconto sul vino della nuova alleanza che, lei presente, sgorgherà inesauribile nell’ora della Croce.

Nozze di Cana - Storie della Bibbia per bambini ( Italian Cartoon Animation )

Maria e il «terzo giorno»

Nel Vangelo c’è un episodio, quello delle nozze di Cana, durante le quali l’intervento di Maria, anticipando l’ora di Gesù, introduce sul banchetto degli uomini il vino della nuova alleanza pasquale, e fa esplodere anzitempo la «gloria» della Risurrezione.

Ebbene, anche questo episodio è introdotto da un marchio di origine controllata: «il terzo giorno». Maria, dunque, è colei che ha a che fare col «terzo giorno», a tal punto che non solo è la figlia primogenita della Pasqua, ma in un certo senso ne è anche la madre.

La presenza di Maria a Cana appare così legata alla Pasqua del Figlio. Il vino nuovo è già il segno della vittoria sulla morte, della gioia che non viene cancellata dalla sofferenza e dell’alba che può sorgere anche nel cuore della notte.

Il vino nuovo e la resurrezione della speranza

Vorrei che fosse Maria in persona a entrare in casa vostra, a spalancarvi la finestra, e a darvi l’augurio di buona Pasqua. Un augurio immenso quanto le braccia del condannato, stese sulla croce o librate verso i cieli della libertà.

Santa Maria, donna del terzo giorno, destaci dal sonno della roccia. E l’annuncio che è Pasqua pure per noi, vieni a portarcelo tu, nel cuore della notte.

Non aspettare i chiarori dell’alba. Non attendere che le donne vengano con gli unguenti. Vieni prima tu, coi riflessi del Risorto negli occhi e con i profumi della tua testimonianza diretta.

Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari.

Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. Che la fame, il razzismo, la droga sono il riporto di vecchie contabilità fallimentari. Che la noia, la solitudine, la malattia sono gli arretrati dovuti ad antiche gestioni.

Il vino nuovo contro la disperazione

Santa Maria, donna del terzo giorno, strappaci dal volto il sudario della disperazione e arrotola per sempre, in un angolo, le bende del nostro peccato.

A dispetto della mancanza di lavoro, di case, di pane, confortaci col vino nuovo della gioia e con gli azimi pasquali della solidarietà. Donaci un po’ di pace.

Impediscici di intingere il boccone traditore nel piatto delle erbe amare. Liberaci dal bacio della vigliaccheria. Preservaci dall’egoismo.

E regalaci la speranza che, quando verrà il momento della sfida decisiva, anche per noi come per Gesù, tu possa essere l’arbitra che, il terzo giorno, omologherà finalmente la nostra vittoria.

Maria, donna del pane e della mensa

Il simbolismo del vino nuovo si comprende anche alla luce del pane. «Lo depose nella mangiatoia». Nel giro di poche righe, la parola mangiatoia è ripetuta tre volte.

La qual cosa, tenuto conto dello stile di Luca, insospettisce non poco. L’evangelista allude: non c’è dubbio. Lui, il pittore, vuole ritrarre Maria nell’atteggiamento di chi riempie il cestino vuoto della mensa.

Se è vero che nella mangiatoia si mette il pasto per gli animali, non è difficile leggere in quella collocazione l’intendimento di presentare Gesù, fin dal suo primo apparire, come cibo del mondo. Anzi, come il pane del mondo.

Sotto, quindi, la paglia per le bestie. Sopra la paglia, il grano macinato e cotto per gli uomini. Sulla mangiatoia, avvolto in fasce come in candida tovaglia, il pane vivo disceso dal cielo.

Accanto alla mangiatoia, come dinanzi a un tabernacolo, la fornaia di quel pane. Maria aveva capito bene il suo ruolo fin da quando si era vista condotta dalla Provvidenza a partorire lontano dal suo paese, lì a Betlem: che vuol dire, appunto, casa del pane.

Per questo, nella notte del rifiuto, ha usato la mangiatoia come il canestro di una mensa. Quasi per anticipare, con quel gesto profetico, l’invito che Gesù, nella notte del tradimento, avrebbe rivolto al mondo intero: «Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi».

Il vino nuovo e la concretezza della vita

Maria, portatrice di pane, dunque. E non solo di quello spirituale. Deformeremmo la sua figura se la sottraessimo alla preoccupazione umana di chi si affatica per non lasciare vuota la mensa di casa sua.

Sì, ella ha tribolato per il pane materiale. E qualche volta, quando non riusciva a procurarselo, forse avrà pianto in segreto.

Per questo c’è nel Vangelo tanto tripudio di pane, che dividendosi si moltiplica, e passando di mano in mano sazia la fame dei poveri adagiati sull’erba, e trabocca nella rimanenza di dodici sporte.

Per questo, al centro della preghiera da rivolgere al Padre, Gesù ha inserito la richiesta del pane quotidiano. E ha lasciato a noi la formula per implorare dalla Madre la grazia di una sua giusta distribuzione, in modo che nessuno dei figli rimanga a digiuno.

Il vino nuovo non può essere separato dalla giustizia della mensa. La gioia evangelica non è evasione dalla fame, dalla povertà e dalle difficoltà quotidiane, ma diventa responsabilità concreta perché nessuno resti escluso.

La povertà, il lavoro e la condivisione

Santa Maria, donna del pane, chi sa quante volte all’interno della casa di Nazaret hai sperimentato pure tu la povertà della mensa, che avresti voluto meno indegna del Figlio di Dio.

E, come tutte le madri della terra preoccupate di preservare dagli stenti l’adolescenza delle proprie creature, ti sei adattata alle fatiche più pesanti perché a Gesù non mancasse, sulla tavola, una scodella di legumi e, nelle sacche della sua tunica, un pugno di fichi.

Pane di sudore, il tuo. Di sudore, e non di rendita. Come anche quello di Giuseppe, del resto.

Il quale, nella bottega di falegname, era tutto contento quando dava gli ultimi ritocchi a una panca che avrebbe barattato con una bisaccia di grano.

E nei giorni del forno, quando il profumo caldo di focacce superava quello delle vernici, ti sentiva cantare dall’altra parte, mentre Gesù, osservandoti attorno alla madia, dava anche lui gli ultimi ritocchi alle sue parabole future: «Il Regno dei Cieli è simile al lievito che una donna prende e impasta con tre misure di farina…».

Una mensa aperta ai poveri

Santa Maria, donna del pane, tu che hai vissuto la sofferenza di quanti lottano per sopravvivere, svelaci il senso dell’allucinante aritmetica della miseria, con la quale i popoli del Sud un giorno ci presenteranno il conto davanti al tribunale di Dio.

Abbi misericordia dei milioni di esseri umani decimati dalla fame. Rendici sensibili alla provocazione del loro grido.

Non risparmiarci le inquietudini dinanzi alle scene di bambini che la morte coglie tragicamente attaccati ad aridi seni materni.

E ogni pezzo di pane che ci sopravanza metta in crisi la nostra fiducia sull’attuale ordinamento economico, che sembra garantire solo le ragioni dei più forti.

Tu, la cui immagine, quasi fosse un amuleto, pietà di madre o tenerezza di sposa nasconde furtivamente nel bagaglio dell’emigrante o nella valigia di chi affida al mare la sua vita in cerca di fortuna, tempera le lacrime dei poveri ai quali è divenuta troppo amara la terra natale.

Alleggerisci la loro solitudine. Non esporli all’umiliazione del rifiuto. Colora di speranza le attese dei disoccupati.

E raffrena l’egoismo di chi si è già comodamente sistemato al banchetto della vita. Perché non sono i coperti che mancano sulla mensa. Sono i posti in più che non si vogliono aggiungere a tavola.

Il pane che nutre il cuore

Santa Maria, donna del pane, da chi se non da te, nei giorni dell’abbondanza con gratitudine, e nelle lunghe sere delle ristrettezze con fiducia, accanto al focolare che crepitava senza schiuma di pentole, Gesù può aver appreso quella frase del Deuteronomio, con cui il tentatore sarebbe stato scornato nel deserto: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio»?

Ripeticela, quella frase, perché la dimentichiamo facilmente. Facci capire che il pane non è tutto.

Che i conti in banca non bastano a renderci contenti. Che la tavola piena di vivande non sazia, se il cuore è vuoto di verità.

Che se manca la pace dell’anima, anche i cibi più raffinati san privi di sapori.

Perciò, quando ci vedi brancolare insoddisfatti attorno alle nostre dispense stracolme di beni, muoviti a compassione di noi, placa il nostro bisogno di felicità, e torna a deporre nella mangiatoia, come quella notte facesti a Betlem, il pane vivo disceso dal cielo.

Perché solo chi mangia di quel pane non avrà più fame in eterno.

Maria, donna conviviale

Maria è legata anche alla dimensione della mensa condivisa. La convivialità non è un elemento secondario, ma una forma concreta della comunione e della fraternità.

No. Non vi propongo un’ulteriore considerazione sul “segno” delle nozze di Cana e sulla presenza di Maria a quel convito di festa. Desidero presentarvi, invece, la singolare definizione che uno scrittore medievale, Ildefonso di Toledo, ci dà della Vergine Santa: «Totius Trinitatis nobile triclinium», che vuol dire: «Nobile tavola da pranzo per tutte e tre le persone divine».

Mediante questa immagine splendida e ardita, la Madonna è messa in relazione con la Trinità e viene descritta come la tavola elegante attorno a cui il Padre, il Figlio e lo Spirito esprimono la loro convivialità.

Per associazione di immagini, la fantasia corre alla celebre icona di Rublév. Al centro della scena, una mensa, che raduna insieme le tre persone, in solidarietà di vita e in comunione di opere.

Vien da pensare che Maria sia appunto quella nobile mensa. Fermiamoci qui: non vorremmo perderci in un terreno che è già pieno di insidie dottrinali perfino per i teologi più scaltriti.

Già basta aver intuito che la Madonna, comunque, esercita un ruolo fondamentale all’interno del mistero trinitario.

La comunione nelle comunità cristiane

Però, se è difficile speculare sul ruolo di Maria all’interno della comunità divina che vive nell’alto dei cieli, dovrebbe essere più agevole scorgere la funzione di lei all’interno di ogni comunità umana che vive nel basso della terra.

Noi lo sappiamo: dalla famiglia alla parrocchia, dall’istituto religioso alla diocesi, dal gruppo impegnato al seminario, ogni comunità che vuol vivere sulla scorta del Vangelo, porta in sé qualcosa di sacramentale: è per sua natura, cioè, segno e strumento della comunione trinitaria.

Deve riprodurne la logica, viverne la convivialità, esprimerne il mistero. Potremmo definire le comunità ecclesiali come dislocazioni terrene, agenzie periferiche, riduzione in scala di quella esperienza misteriosa che il Padre, il Figlio e lo Spirito fanno nel cielo.

Nel cielo più persone uguali e distinte vivono a tal punto la comunione da formare un solo Dio. Sulla terra, più persone uguali e distinte devono vivere la comunione, così da formare un solo uomo: l’uomo nuovo, Cristo Gesù.

Ogni aggregazione ecclesiale, quindi, ha il compito di presentarsi come icona della Trinità. Luogo di relazioni vere, cioè, in cui si riconoscano i volti delle persone, se ne promuova l’uguaglianza, e se ne impedisca l’omologazione nell’anonimato della massa.

Maria come tavola della comunione

Ora, se Maria è la nobile tavola attorno a cui siedono le tre persone divine, è proprio difficile intuire che ella gioca un ruolo di primo piano anche all’interno di quelle comunità terrene che abbiamo chiamato agenzie periferiche del mistero trinitario?

Ed è davvero spericolato pensare che senza questo “nobile triclinio” costituito dalla Vergine, attorno a cui siamo chiamati a sederci, ogni tentativo di comunione sarà destinato a naufragare?

Santa Maria, donna conviviale, tu ci richiami la struggente poesia dei banchetti di un tempo, quando, nei giorni di festa, a tavola c’era lei, l’altra madre, che ci covava con gli occhi a uno a uno, e, pur senza parole, ci supplicava con l’umido sguardo perché andassimo d’accordo tra fratelli e ci volessimo bene.

Trepida se mancava qualcuno, e finalmente felice solo quando rincasava l’ultimo dei figli.

Forse solo in cielo scopriremo fino in fondo quanto tu sei importante per la crescita della nostra umana comunione. Nella Chiesa, soprattutto.

È vero: essa si costruisce attorno all’Eucaristia. Ma non è meno vero il fatto che sei tu la tavola attorno a cui la famiglia è convocata dalla Parola di Dio e sulla quale viene condiviso il Pane del cielo.

Come nell’icona di Rublev, appunto. Facci sperimentare, pertanto, la forza aggregante della tua presenza di madre.

Il vino nuovo come comunione e pace

Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. Per questo Gesù le ha inventate: perché, come tante particole eucaristiche disseminate sulla terra, esse abbiano a introdurre nel mondo, quasi con una rete capillare di pubblicità, gli stimoli e la nostalgia della comunione trinitaria.

Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni i focolai delle fazioni.

Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni.

Convincile profondamente, insomma, che, essendo le comunità cristiane punti-vendita periferici di quei beni di comunione che maturano in pienezza solo nella Casa trinitaria, ogni volta che frantumano la solidarietà, vanno contro gli interessi della Ditta.

La mensa che ricompone le famiglie

Santa Maria, donna conviviale, guarda alle nostre famiglie in difficoltà. Vittime degli uragani prodotti dai tempi moderni, tante hanno fatto naufragio.

Molte, in crisi profonda di comunicazione, stanno andando alla deriva. Ebbene, se ti accorgi che la tua immagine pende su di un talamo nuziale che non dice più nulla, staccati da quella parete divenuta ormai fredda, e riconvoca alla tua tavola lui e lei.

E una volta che Angelo ed Enza si saranno poggiati sulle tue spalle, ricomponi gli antichi amori, ridesta i sogni di un tempo, riaccendi le speranze perdute, e fa’ capire che si può ancora ricominciare daccapo.

Una mensa per tutti i popoli

Ti preghiamo, infine, per tutti i popoli della terra, lacerati dall’odio e divisi dagli interessi.

Ridesta in loro la nostalgia dell’unica mensa, così che, distrutte le ingordigie e spenti i rumori di guerra, mangino affratellati insieme pani di giustizia.

Pur diversi per lingua, razza e cultura, sedendo attorno a te, torneranno a vivere in pace.

E i tuoi occhi di madre, sperimentando qui in terra quella convivialità delle differenze che caratterizza in cielo la comunione trinitaria, brilleranno finalmente di gioia.

Una spiritualità della novità

Il tema del vino nuovo sintetizza diversi aspetti della spiritualità di don Tonino Bello:

  • l’attenzione agli ultimi e a chi vive nella mancanza;
  • la denuncia di una società sazia ma priva di senso;
  • il rifiuto delle soluzioni superficiali;
  • il coraggio di cambiare contenitori quando quelli vecchi non reggono più;
  • la fiducia nella novità dello Spirito;
  • la centralità della Pasqua e della speranza;
  • la condivisione del pane e dei beni;
  • la costruzione della comunione nella Chiesa, nella famiglia e tra i popoli.

Maria, donna del vino nuovo, diventa così il simbolo di una fede capace di leggere la realtà, riconoscere ciò che è consumato e invocare una vita rinnovata. La sua presenza a Cana mostra che la fede non è indifferente alla tristezza degli uomini, alla vergogna, alla fame, alla solitudine e alla perdita del senso.

Il vino nuovo è la gioia pasquale che non si limita a consolare, ma trasforma. È il dono che riempie le giare vuote, rinnova la mensa, ricompone la comunione e apre la storia alla speranza.

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