Don Tonino Bello e Papa Francesco: il Vangelo del grembiule, della pace e del servizio

Il rapporto tra Don Tonino Bello e Papa Francesco si comprende attraverso una profonda convergenza di stile pastorale, attenzione ai poveri, impegno per la pace e desiderio di una Chiesa vicina alla gente. Il 20 aprile 2018 Francesco ha reso omaggio alla tomba di Don Tonino ad Alessano e ha celebrato la Messa a Molfetta, riconoscendo nell’ex vescovo una testimonianza di speranza, giustizia sociale e servizio evangelico.

Non si tratta soltanto di individuare analogie tra due figure della Chiesa, ma di valorizzare anche le specificità e l’originalità delle esperienze di vita e di fede di don Tonino e Papa Francesco. Entrambi, provenienti dalle periferie del mondo, hanno preferito la strada al palazzo, il popolo ai privilegi, la vicinanza concreta alla distanza formale.

Francesco prega sulla tomba di Don Tonino Bello

Il pellegrinaggio di Papa Francesco ad Alessano e Molfetta

Per la prima volta il Papa in una sua visita pastorale in Italia renderà omaggio a un vescovo. “Venerdì 20 aprile - aveva annunciato lo scorso 2 febbraio Greg Burke, portavoce vaticano, Francesco si recherà in visita pastorale ad Alessano (Lecce), nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, e a Molfetta (Bari) nella diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi”, in occasione dei 25 anni dalla morte di monsignor Tonino Bello.

Il 20 aprile Francesco arriverà in elicottero alle 8,30 ad Alessano e sarà accolto dal vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli, e dal sindaco di Alessano, Francesca Torsello. Il Papa pregherà sulla tomba del vescovo Bello e saluterà i suoi familiari. Nel piazzale del cimitero incontrerà i fedeli e terrà un discorso.

Alle 9.30 decollerà quindi da Alessano per atterrare nella zona del porto adiacente il Duomo di Molfetta, dove sarà accolto dal vescovo Domenico Cornacchia e dal sindaco Tommaso Minervini. Alle 10.30 nel porto di Molfetta si terrà una concelebrazione eucaristica. Alle 12 la partenza per il Vaticano.

Dopo aver reso omaggio alla tomba di Don Tonino Bello ad Alessano, il Papa ha raggiunto Molfetta - cittadino di cui Monsignor Bello fu vescovo dal 1982 al 1993 - per celebrare la Messa. Francesco ha impugnato il pastorale di Don Bello, trasformando quel gesto in un segno concreto di continuità spirituale e pastorale.

Il Pane e la Parola al centro dell’omelia

Commentando il Vangelo, Francesco ha sottolineato due temi cardine per la vita di un cristiano: il Pane e la Parola. “L’Eucaristia - ha spiegato il Pontefice - non è un bel rito, ma la comunione più intima, più concreta, più sorprendente che si possa immaginare con Dio: una comunione d’amore tanto reale che prende la forma del mangiare”.

Citando Don Tonino Bello, Papa Francesco ha ricordato che senza Dio “ogni sforzo nella Chiesa è vano. Chi si nutre dell’Eucaristia assimila la stessa mentalità del Signore. Egli è Pane spezzato per noi e chi lo riceve diventa a sua volta pane spezzato, che non lievita d’orgoglio, ma si dona agli altri: smette di vivere per sé, per il proprio successo, per avere qualcosa o per diventare qualcuno, ma vive per Gesù e come Gesù, cioè per gli altri”.

“Vivere per è il contrassegno di chi mangia questo Pane, il marchio di fabbrica del cristiano. Si potrebbe esporre come avviso fuori da ogni chiesa: dopo la Messa non si vive più per sé stessi, ma per gli altri”.

E così - ha detto ancora il Papa - “Don Tonino ha vissuto: è stato un Vescovo-servo, un Pastore fattosi popolo, che davanti al Tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente. Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante ad ogni mondanità”.

Il Pane eucaristico come Pane di pace

Il Pane eucaristico è “anche Pane di pace. Don Tonino sosteneva che la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. La pace è qualche cosa di più: è convivialità. Siamo chiamati sempre e dovunque ad essere costruttori di pace”.

La convivialità delle differenze era per Don Tonino uno stile di dialogo fatto di ascolto e condivisione. Un prete, un parroco, un pastore scomodo, è stato un vescovo dalle scelte forti e coraggiose, ma profondamente innamorato di Gesù e della Chiesa.

Il problema della pace, per don Tonino, non è un tema accessorio, ma fondamentale. “La violazione dei diritti umani - afferma - il problema della fame che investe popoli interi, la corsa alle armi e il commercio clandestino di esse, la logica di guerra sottesa a molte cosiddette ‘scelte di civiltà’, gli scudi stellari, certe visioni economiche… sono forme di peccato. Non possono perciò considerarsi temi estranei alla predicazione del Vangelo”.

Don Tonino Bello costruttore di pace

La Parola che chiede conversione

Al Pane il Papa accosta la Parola. E questa va accolta, bisogna essere pronti - ha invitato Francesco - “ad accogliere il cambiamento di vita chiesto” da Gesù.

E così ha fatto Don Tonino Bello che ai suoi diocesani chiedeva di passare “finalmente dalle parole ai fatti” perché “a Gesù non si risponde secondo i calcoli e le convenienze del momento, ma col sì di tutta la vita. Egli non cerca le nostre riflessioni, ma la nostra conversione: punta al cuore”.

“La vita cristiana - ha aggiunto - va investita per Gesù e spesa per gli altri. Dopo aver incontrato il Risorto non si può attendere, non si può rimandare; bisogna andare, uscire, nonostante tutti i problemi e le incertezze”.

“Siamo chiamati tutti, in qualsiasi situazione ci troviamo, a essere portatori di speranza pasquale, cirenei della gioia, servitori del mondo, ma da risorti, non da impiegati”.

Essere docili alla Parola - ha concluso Papa Francesco - significa essere umili, cosa diversa dall’essere dimessi. Le umiliazioni “diventano provvidenziali, perché spogliano della presunzione e permettono a Dio di rialzarci”.

“E la Parola di Dio fa così: libera, rialza, fa andare avanti, umili e coraggiosi al tempo stesso. Non fa di noi dei protagonisti affermati e campioni della propria bravura, ma dei testimoni genuini di Gesù nel mondo”.

Don Tonino Bello, un vescovo fatto Vangelo

A trent’anni dalla sua morte, il 20 aprile 1993, don Tonino Bello continua a parlarci attraverso i suoi scritti, vere e proprie lezioni, ma anche attraverso immagini evocative e preghiere. La sua vita e la sua opera di pastore sono state un’esegesi vivente del Vangelo, nel segno del servizio e dell’attenzione privilegiata ai poveri.

“Un vescovo fatto Vangelo” l’ha definito monsignor Agostino Superbo, postulatore della causa di beatificazione avviata nel 2007. Costantemente vicino alla sua gente, attento alle richieste di tutti i bisognosi, testimone di un Vangelo “scomodo”, che fosse segno di contraddizione rispetto alle storture della storia, il compianto vescovo pugliese è stato descritto da Papa Francesco con queste parole, pronunciate proprio a Molfetta nel 2018:

Don Tonino rivelava “il desiderio di una Chiesa per il mondo: non mondana, ma per il mondo, al servizio del mondo. Una Chiesa monda di autoreferenzialità ed estroversa, protesa, non avviluppata dentro di sé, non in attesa di ricevere, ma di prestare pronto soccorso; mai assopita nelle nostalgie del passato, ma accesa d’amore per l’oggi, sull’esempio di Dio”.

La Chiesa del grembiule

Don Tonino Bello utilizzava spesso delle immagini per parlare anche di temi importanti. Una di queste è sicuramente la “Chiesa del grembiule”, espressione molto amata anche da Papa Francesco.

“Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente - spiega don Tonino - e l’accostamento della stola con il grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio. Sì, perché, di solito, la stola richiama l’armadio della sacrestia, dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d’incenso, fa bella mostra di sé con la sua seta e i suoi colori, con i suoi simboli e i suoi ricami”.

“Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia”.

“Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale”.

E aggiunge: “La cosa più importante non è introdurre il grembiule nell’armadio dei paramenti, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio; il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo”.

“La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile”.

È una Chiesa che si piega davanti al mondo, in ginocchio. Una Chiesa povera per i poveri, libera e al servizio di tutti, che cammina con i più bisognosi condividendo problemi e speranze.

D’altra parte “i poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta - continua don Tonino - e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla”. La Chiesa povera è l’unico modo per essere vicini a ogni uomo, per essere presi sul serio e divenire credibili.

La preghiera e l’azione: i «contempl-attivi»

Coniando il termine “contempl-attivi” univa preghiera e azione, dimensione spirituale e impegno sociale. Ci invitava a non essere imprigionati dal vortice delle faccende quotidiane, a chiederci se partiamo davvero dal cuore della nostra fede, per raggiungere e servire ogni uomo.

La sua scelta di rifiutare i segni del potere terreno e di abbracciare i segni del servizio è un esempio di coraggio e di autentico amore per Gesù, che si è spogliato di tutto per amore dell’umanità.

La sua eredità non è solo un ricordo, ma una sfida quotidiana per ciascuno di noi: «E noi ci potremmo chiedere - concludeva Papa Francesco - se partiamo dal tabernacolo o da noi stessi. Potresti domandarci anche se, una volta partiti, camminiamo; se, come Maria, Donna del cammino, ci alziamo per raggiungere e servire l’uomo, ogni uomo».

«Se ce lo chiedessi, dovremmo provare vergogna per i nostri immobilismi e per le nostre continue giustificazioni. Ridestaci allora alla nostra alta vocazione; aiutaci ad essere sempre più una Chiesa contemplattiva, innamorata di Dio e appassionata dell’uomo!»

La vita di Antonio Bello

Antonio Bello nacque ad Alessano (Lecce, Italia) il 18 marzo 1935. Concluso il ciclo formativo delle elementari, entrò nel Seminario Vescovile di Ugento per poi proseguire la formazione seminariale e liceale presso il Seminario Regionale di Molfetta.

Nel 1953 fu inviato a Bologna, presso il Seminario dell’Opera Nazionale Assistenza Religiosa e Morale degli Operai per la formazione dei Cappellani del Lavoro. L’8 dicembre 1957 fu ordinato sacerdote.

Completò la Licenza in Teologia presso il Seminario di Venegono (Milano) e il Dottorato in Teologia Pastorale presso la Pontificia Università Lateranense. Nel 1958 fu nominato dapprima insegnante e poi Rettore del Seminario di Ugento.

Nel 1978 divenne amministratore parrocchiale della parrocchia del S. Cuore della stessa città e, dal 1979 al 1982, fu parroco a Tricase. Svolse anche l’incarico di Assistente dell’Azione Cattolica diocesana, Canonico della Cattedrale, predicatore e organizzatore di incontri culturali.

Il 10 agosto 1982 San Giovanni Paolo II lo nominò Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi. Il suo ministero episcopale fu animato da grande amore per Cristo, dalla passione per l’evangelizzazione e per la giustizia, dalla predilezione per gli ultimi.

L’ordinazione episcopale porta la data del 30 ottobre 1982. Tre anni più tardi è chiamato alla presidenza di Pax Christi.

Sin dall’inizio il suo ministero episcopale fu caratterizzato dalla rinuncia ai segni esteriori del potere. Comunione, evangelizzazione e scelta degli ultimi sono i perni su cui svilupperà la sua idea testimonianza di fede al servizio di una Chiesa davvero in uscita, per utilizzare un’immagine cara a papa Francesco.

Non a caso promosse la costituzione di gruppi Caritas in tutte le parrocchie della diocesi, fondò una comunità per la cura delle tossicodipendenze, lasciò sempre aperti gli uffici dell’episcopio.

L’impegno per i poveri e per il lavoro

Fu costantemente vicino alla sua gente, attento alle richieste di tutti i bisognosi, sollecito nei confronti dei sacerdoti, immerso nelle problematiche del territorio, ma con uno sguardo sempre aperto al mondo, soprattutto ai diseredati e alle vittime della guerra, testimoniando il Vangelo come segno di contraddizione.

Aveva un’attenzione speciale per i problemi dei lavoratori e per il dilagare della povertà nelle famiglie. Nel governo della diocesi si impegnò per il clero e le vocazioni, e promosse l’apostolato dei laici.

Ma fecero scalpore anche sue prese di posizioni pubbliche come la vicinanza agli operai delle acciaierie di Giovinazzo in lotta per il lavoro, la partecipazione alla marcia di Comiso per dire no ai missili, l’opposizione all’installazione degli F16 a Crotone e degli Jupiter a Gioia del Colle.

Il suo stile episcopale era caratterizzato da affabilità e generosità, assoluto disinteresse per se stesso, stile sobrio e povero, totale dedizione e infaticabilità.

Don Tonino Bello e la nonviolenza

Un grande insegnamento del vescovo di Molfetta è stato il suo essere testimone della nonviolenza e della pace. È il 30 aprile 1989 quando all’Arena di Verona risuona forte e appassionato l’invito di don Tonino: “In piedi, costruttori di pace!”.

In quell’occasione afferma: “Siamo giunti alla pienezza dei tempi, ed è balenata alle nostre coscienze la convinzione che la pace oggi si declina inesorabilmente con la giustizia e con la salvaguardia del creato. Siamo passati, per così dire, dal monoteismo assoluto al monoteismo trinitario della pace”.

“Tutto questo crea scandalo. Quando, sulla scorta della Parola di Dio, si è scoperta la stretta parentela della pace con la giustizia, si sono scatenate le censure dei potenti”.

Nel 1985 venne nominato Presidente nazionale del Movimento Pax Christi, in cui si impegnò attivamente nella sensibilizzazione a favore dell’obiezione fiscale contro le spese militari e contro il piano di militarizzazione della Puglia, nonché per la pace a livello nazionale durante la prima “Guerra del Golfo” e il conflitto nella ex-Jugoslavia.

La nomina a presidente del movimento Pax Christi nel 1985 quasi lo consacrò annunciatore di giustizia ed operatore di pace, anche in teatri di flagrante guerra.

La pace, per Don Tonino, non poteva essere separata dalla giustizia, dalla difesa dei diritti umani, dalla lotta contro la fame e dalla salvaguardia del creato.

La marcia dei Cinquecento a Sarajevo

Il rifiuto della guerra viene ribadito più forte che mai nel 1991, quando scoppia la Guerra del Golfo. L’anno successivo don Tonino partecipa alla Marcia dei Cinquecento a Sarajevo con, tra gli altri, don Albino Bizzotto, ideatore dell’iniziativa, il gruppo Beati i Costruttori di Pace di Padova e il suo amico monsignor Luigi Bettazzi.

Il tumore lo aveva già gravemente colpito. Partito da Ancona insieme a 500 volontari il 7 dicembre 1992 si fece promotore di quella che definiva un’altra Onu, fatta dai popoli, dalla base.

Scrive La Civiltà Cattolica: “Tra tante difficoltà, trattative, rimandi e dinieghi, nonostante i blocchi dell’esercito e dei paramilitari, sotto la mira dei cecchini i Cinquecento riuscirono nell’impossibile: raggiungere Sarajevo sotto assedio, di notte, proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani”.

“Fu un segno di speranza per la popolazione martoriata, che viveva nell’incubo della fame e della morte. Don Tonino in quell’occasione ebbe a proclamare, durante un’assemblea, il valore della nonviolenza e della pace fra le diverse etnie: «Siamo qui, allineati sulla grande idea della nonviolenza attiva […]. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati. Abbiamo sperimentato che ci sono alternative alle logiche della violenza…»”.

Era l’11 dicembre e don Tonino immaginò che i Cinquecento fossero i magi in cerca del Bambino Gesù. “Ecco, l’abbiamo trovato nelle persone che abbiamo abbracciato lungo la strada. Nei fanciulli che ci venivano incontro per darci la mano e un sorriso di speranza. Nei vecchi commossi per la nostra audacia”.

“Nel giovane soldato piangente alla nostra partenza. Nei capi religiosi della città e nelle autorità civili, che ci hanno implorato di interessare il mondo, indifferente, come la città di Betlemme, alle sofferenze dei poveri”.

Fu un viaggio simbolico, ma aprì la strada a iniziative di cooperazione e aiuti alle popolazioni balcaniche, reinventando la solidarietà umana nella ricerca della pace.

Don Tonino e la Pace

«Solo chi perdona può parlare di pace»

“Solo chi perdona può parlare di pace e teorizzare sulla non violenza. Non vorrei essere frainteso. È vero: la pace è conquista, cammino, impegno”.

“Ma sarebbe un brutto guaio se qualcuno pensasse che essa sia semplicemente il frutto dei nostri sforzi umani o il risultato del nostro volontarismo titanico o una merce elaborata nelle nostre cancellerie diplomatiche o un prodotto costruito nei nostri cantieri popolari”.

“La pace è soprattutto dono che viene dall’alto. È la strenna pasquale che Gesù ha fatto alla terra. È il regalo di nozze che ha preparato per la sua sposa. Con tanto di marchio di fabbrica: ‘Made in Cielo’”.

“Qual è allora il ruolo degli operatori di pace? Quello di non respingere il dono al mittente. È in particolare, quello di rendere attuale e fruibile per tutti questo regalo di Dio”.

“La pace, dunque, è dono. Anzi, è ‘per-dono’. Un dono ‘per’. Un dono moltiplicato. Un dono di Dio che, quando giunge al destinatario, deve portare anche il ‘con-dono’ del fratello”.

“Come possiamo dire parole di pace, se non sappiamo perdonare? Con quale coraggio pretendiamo che siano credibili le nostre scelte di pace a livello di massimi sistemi, quando nel nostro entroterra personale prevale la legge del taglione?”

“Come possiamo rifiutare la ‘deterrenza’ e respingere la logica del missile per missile, se nella nostra vita pratichiamo gli schemi dell’occhio per occhio e dente per dente?”

“Quali liberazioni pasquali vogliamo annunciare, se siamo protagonisti di stupide smanie di rivincita, di deprimenti vendette familiari, di squallide faide di Comune?”

“Chi volete che ci ascolti quando facciamo comizi sulla pace, se nel nostro piccolo guscio domestico siamo schiavi dell’ideologia del nemico?”

“Solo chi perdona può parlare di pace. E a nessuno è lecito teorizzare sulla non violenza o ragionare di dialogo tra popoli o maledire sinceramente la guerra, se non è disposto a quel disarmo unilaterale e incondizionato che si chiama perdono”.

Il legame tra Papa Francesco e Don Tonino Bello

Otto mesi dopo, il 14 novembre 2013, la Fondazione “don Tonino Bello” ha incontrato il Papa. In dono, la croce pettorale di don Tonino e alcuni suoi libri in lingua spagnola.

L’incontro, carico di significato, ha suscitato riflessioni profonde che Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione, ha così commentato: «Al nome di don Tonino il volto di Papa Francesco si è illuminato e il suo sorriso avvolgente ha sciolto ogni timore. Pochi minuti, ma densi di sentimento. Ogni parola e ogni pausa di silenzio erano significative».

L’incontro ha evidenziato le numerose analogie tra Papa Francesco e don Tonino Bello: lo stile pastorale, i temi proposti, le scelte di campo. Piccinni evidenzia la rinuncia alle insegne del pontificato, il viaggio a Lampedusa, il richiamo alla pace e alla povertà, la scelta della sua residenza.

«Elementi che, come accadde per il pastore di Molfetta, hanno reso più carismatico l’uomo, restituendo allo stesso tempo all’Istituzione quel carisma che forse il tempo aveva in parte eroso».

Il 13 marzo 2013, dodici anni fa come oggi, il mondo ha assistito a un momento storico: l’elezione di Jorge Mario Bergoglio come nuovo Pontefice della Chiesa cattolica. Con il nome di Francesco, il primo Papa a scegliere questo nome, il primo gesuita e il primo proveniente dall’America Latina, il suo arrivo ha segnato una svolta significativa per la Chiesa cattolica e i fedeli di tutto il mondo.

Con un semplice ma significativo “buonasera” pronunciato dalla loggia di San Pietro, Francesco ha conquistato immediatamente il cuore dei credenti, dando il via a un pontificato all’insegna dell’umiltà, della vicinanza ai poveri e della riforma della Chiesa.

Nel notiziario della Fondazione “don Tonino Bello”, “Il Grembiule” viene ricordato quel momento storico: «un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi è quello iniziato il 13 marzo di dodici anni fa, quando 115 membri del Collegio cardinalizio, in un conclave durato poco più di ventiquattro ore, hanno scelto “quasi dalla fine del mondo” il nuovo vescovo di Roma».

Il giorno dopo, presiedendo la celebrazione liturgica, Papa Francesco ha pronunciato un manifesto programmatico: «Io vorrei che tutti, dopo questi giorni di grazia, abbiamo il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria: Cristo Crocifisso. E così la Chiesa andrà avanti».

Due pastori tra le periferie e la gente

Non si tratta solo di cercare analogie, ma di valorizzare anche le specificità e l’originalità delle esperienze di vita e di fede di don Tonino e Papa Francesco. L’eredità spirituale e storica di don Tonino è un patrimonio della Chiesa universale, importante per interpretare i segni dei tempi nella fase attuale della vita sociale ed ecclesiale.

Pastori dal cuore pellegrino, hanno percorso le vie della storia con umiltà e instancabilità, cercando segni di speranza tra gli ultimi, proprio come i Magi: «I Magi dei nostri tempi - conferma Piccinni - che hanno attraversato le periferie dell’anima e della società».

Il loro viaggio non è stato privo di ostacoli, ma la loro fede li ha resi instancabili cercatori di Dio nelle pieghe della quotidianità. E, come i Magi, hanno offerto i loro doni: la profezia di una Chiesa povera e accogliente, l’incenso della preghiera che si fa azione, la mirra della vicinanza a chi soffre.

Nel loro cammino brilla ancora quella stella che invita a uscire, a non fermarsi, a cercare Dio nelle strade del mondo. Perché è lì, tra la gente, che Lui continua a farsi incontrare.

Questo percorso di “convergenza” è stato anche al centro di un convegno a Milano, il 31 ottobre 2015, dal titolo: “A Sud l’orizzonte si è schiarito. Don Tonino Bello, precursore di Papa Francesco”.

A distanza di anni dalla sua morte, il messaggio di don Tonino continua a risuonare forte e chiaro, ancor più oggi, nell’era del pontificato di Papa Francesco. Il vescovo di Molfetta, noto per la sua vicinanza agli ultimi, la sua lotta per la pace e la sua predicazione di una Chiesa povera e per i poveri, rappresenta un anticipatore coraggioso del messaggio del Pontefice.

La tomba di Alessano e la memoria dei pellegrini

Un pomeriggio d’estate, in vacanza, tornando da una giornata trascorsa in una delle belle spiagge salentine, abbiamo visto le indicazioni per Alessano. Non l’avevamo programmato per quel giorno, ma presi dall’entusiasmo abbiamo seguito i cartelli fino al cimitero che custodisce la tomba di don Tonino Bello.

È un luogo di grande spiritualità, di silenzio e preghiera. Ma anche un luogo di memoria, dove ricordare quello che don Tonino è stato, attraverso immagini e parole scolpite - “In piedi costruttori di pace!” si legge su di un muretto.

E poi un luogo dove si respira senso di comunione, grazie ai tanti pensieri e oggetti di devozione appesi al grande ulivo dai pellegrini di passaggio.

Don Tonino è da oggi venerabile per la Chiesa cattolica, ma è già santo per tante persone che ogni giorno vanno a pregare sulla sua tomba nel piccolo cimitero di Alessano, ultimo lembo d’Italia nel lontano Salento, e che magari lasciano un bigliettino, un semplice “grazie” per i tanti miracoli piccoli e ordinari che don Tonino fa già ai volti sofferenti.

Fanno festa gli amici del “pianerottolo” di don Tonino. Fanno festa gli emarginati di ogni luogo, i poveri e i sofferenti, i “diversi”, fanno festa perfino i delinquenti che magari hanno avuto proprio da don Tonino quel lascia passare per una vita più bella, più rispettosa delle istituzioni e della legge, più completamente immersa nelle mani di Dio.

Santo delle madri lavoratrici, di Maria “donna del pianerottolo”, delle donne che mandano avanti la famiglia in mezzo ai tanti guai della vita quotidiana, santo dei perseguitati per causa della giustizia, santo dei disoccupati e dei licenziati dal lavoro, santo dei senza tetto, santo del popolo di Dio che, nonostante le tribolazioni della vita, sa accogliere la misericordia di Dio nel suo animo.

Il riconoscimento delle virtù eroiche

Questa mattina, durante l’Udienza concessa al card. Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la medesima Congregazione a promulgare il Decreto riguardante le virtù eroiche del Servo di Dio Antonio Bello, vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nato il 18 marzo 1935 ad Alessano e morto il 20 aprile 1993 a Molfetta.

Quindi, da oggi, don Tonino Bello è venerabile. Papa Francesco ha autorizzato i decreti sulle virtù eroiche di don Tonino Bello e di altri cinque Servi di Dio. Il vescovo di Molfetta diventa quindi “venerabile”, primo passo verso gli onori degli altari.

La prima sessione dell’Inchiesta diocesana, celebrata presso la Curia ecclesiastica di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, si tenne il 30 aprile 2010 e i suoi lavori si conclusero il 30 novembre 2013.

Allorché essa il 17 aprile 2015 ebbe ottenuto il decreto di validità giuridica da parte di questa Congregazione delle Cause dei Santi, venne preparata la Positio. Si è quindi discusso, nella modalità consueta, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù cristiane.

I Consultori Teologi hanno espresso il loro voto affermativo il 10 giugno 2021. I Padri Cardinali e Vescovi, nel corso della Sessione Ordinaria del 16 novembre 2021, hanno riconosciuto che il Servo di Dio ha esercitato eroicamente le virtù teologali, cardinali ed annesse.

Sua Santità, accogliendo e confermando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, ha oggi dichiarato: Sono provate le virtù teologali Fede, Speranza e Carità verso Dio e verso il prossimo, nonché le cardinali Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza ed annesse in grado eroico del Servo di Dio Antonio Bello, Vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, nel caso e per il fine di cui si tratta.

Il Servo di Dio volle essere inumato nel cimitero di Alessano, dove la sua tomba è meta di continue visite. Il 20 aprile 2018, a 25 anni dalla sua morte, anche il Sommo Pontefice Francesco vi ha sostato in preghiera.

La spiritualità di Don Tonino Bello

La virtù della fede di Antonio Bello, semplice e robusta al tempo stesso, fu alimentata alla scuola della madre e del parroco di Alessano. Nel suo agire feriale ebbe una fede incarnata, che metteva a proprio agio anche i lontani, i quali avvertivano il fascino di una vicinanza profondamente umana.

La malattia finale lo consumò tra dolori acuti, ma egli non smise mai di pregare. Amò da vero figlio la Vergine Maria. Nei Santi vedeva testimoni autorevoli del Vangelo e la prova storica della fecondità del messaggio cristiano.

In particolare amò San Francesco d’Assisi e fu Terziario francescano. Antonio, consapevole della presenza del male nel mondo, rimaneva ancorato alla certezza della Redenzione e per questo, anche nei momenti umanamente più difficili, non si lasciava andare alla disperazione.

Nell’orizzonte teologale della speranza del Servo di Dio vi fu il fondamento del coraggio nella vita quotidiana. Quando si rivolgeva ai malati, per incoraggiarli a non sottovalutare la loro situazione perché inchiodati sul retro della stessa Croce di Cristo, soprattutto negli ultimi anni, essendo anche lui ammalato, risultava credibile e riusciva ad infondere speranza a tutti.

Mostrò la carità verso Dio nell’intensità della preghiera, dall’adorazione Eucaristica alla celebrazione della Santa Messa, nella gioia interiore e alla presenza di Dio. Le numerose incombenze pratiche del ministero episcopale non scalfirono o attenuarono la sua passione da innamorato di Cristo.

Esercitò la carità verso il prossimo in grado eroico. Si mostrò accogliente, amabile, premuroso, generoso e attento alle singole persone, volle farsi povero per essere vicino agli ultimi, sottoponendosi a rinunce e sacrifici.

Fino all’incontro definitivo con il Signore, che avvenne nel pomeriggio del 20 aprile 1993, sopportò per due anni con fiducia e fortezza le atroci sofferenze di una grave malattia. Si spense con gli occhi fissi sulla Vergine Maria e raccomandandosi a lei, che aveva chiamato “Donna dell’ultima ora”.

Il significato ecclesiale dell’eredità di Don Tonino

“Se santo è colui che risponde alla chiamata, ne deriva che la tenuta cristiana di una persona o di una comunità, va giudicata in rapporto alla santità, non in rapporto a parametri appariscenti di successo, o di organizzazione, o di efficienza, o di consenso”.

Il suo insegnamento mette al centro una Chiesa che non vive per se stessa, ma per Gesù e per gli altri; una Chiesa povera, accogliente, libera dalla mondanità e capace di condividere le fatiche della storia.

Don Tonino venerabile non è solo una buona notizia di natura ecclesiale, nell’attesa del prossimo don Tonino beato. In realtà è la promessa che il sorriso (e la follia) di Dio vincono sempre, alla lunga. E che di questo sorriso e questa follia noi tutti ne abbiamo sempre più bisogno.

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