La Bibbia è uno dei testi più tradotti al mondo, ma nessuna traduzione può sostituirsi completamente all’originale: ogni passaggio da una lingua all’altra implica scelte, interpretazioni e talvolta anche fraintendimenti. “Bibbia tradotta, Bibbia tradita” di Pinchas Lapide analizza sviste, malintesi ed errori di traduzione che, nel corso dei secoli, hanno modificato immagini, significati teologici e rappresentazioni storiche del testo biblico.
Il problema è particolarmente complesso perché la Scrittura giunge ai lettori attraverso molteplici passaggi: dalla tradizione orale a quella scritta della lingua d’origine, dai codici antichi alle traduzioni in greco e latino, fino alle moderne lingue europee. Gli studi e i dibattiti sull’interpretazione del testo proseguono e le traduzioni vengono riviste e corrette alla luce delle nuove conoscenze acquisite.
Il libro di Pinchas Lapide
Pinchas Lapide era un teologo, storico delle religioni e diplomatico. Nato in Austria ed educato alla tradizione ebraica, a 15 anni fu internato in un campo di concentramento, da cui fuggì.
Conosceva greco e latino e dopo la guerra, in Palestina, studiò Ebraismo e Storia del cristianesimo. Dopo la guerra, in Palestina, studiò ebraismo e storia del cristianesimo con Martin Buber ed entrò nel servizio diplomatico del Ministero degli Esteri israeliano, attività che gli consentì di conoscere Pio XII, Giovanni XXIII e l’arcivescovo di Milano Giovanni Montini.
Pinchas Lapide (1922-1997), teologo, storico delle religioni e diplomatico, è stato direttore di istituto all’Università Bar-Ilan (Israele) e visiting professor in diverse facoltà teologiche in Germania e Svizzera.
Con opere, conferenze, lezioni e programmi radiofonici, ha instancabilmente promosso il dialogo ebraico-cristiano, un impegno per il quale venne insignito della Gran croce al merito di Germania dal presidente della Repubblica Federale Tedesca.
In questo testo, Lapide conduce un’analisi da una prospettiva teologica e di fede, senza nascondere le proprie opinioni, anzi sottolineandole con punti esclamativi, piuttosto rari in un saggio.
Lapide scrive in tedesco, per un pubblico tedesco, quindi si riferisce in particolare alla Bibbia di Lutero con relative revisioni e alla Einheitsübersetzung, traduzione comune delle Conferenze episcopali dei Paesi di lingua tedesca, ma anche alla Bible of Jerusalem e alle successive revisioni.
La nuova edizione italiana è stata pubblicata nel 2024 con il titolo La Bibbia tradita. Sviste, malintesi ed errori di traduzione, nella traduzione dal tedesco di Romeo Fabbri, con presentazione di Gianluca Montaldi, prefazione di Jean-Louis Ska e postfazione di Roberto Alessandrini.
| Elemento | Dato |
|---|---|
| Titolo | La Bibbia tradita. Sviste, malintesi ed errori di traduzione |
| Autore | Pinchas Lapide |
| Editore | EDB |
| Nuova edizione | 2024 |
| Pagine | 282 |
| Titolo originale | Ist die Bibel richtig übersetzt? |
| Edizioni italiane precedenti | 1999 e 2014 |
Perché gli errori di traduzione sono importanti
Uno degli aspetti più interessanti di questo processo è l’analisi degli errori di traduzione commessi nel tempo. Siccome riteniamo che dall’errore si possa sempre imparare, il libro di Lapide propone una riflessione sulla distanza fra il testo originale, le traduzioni e le interpretazioni teologiche che si sono consolidate nel corso dei secoli.
La Bibbia, considerata da Claudel un «immenso vocabolario», da Blake un «grande codice dell’arte» e da Chagall un imponente «atlante iconografico», costituisce un inesauribile deposito e una riserva tematica di figure e metafore che talvolta sono il risultato di sviste e di veri e propri errori di traduzione.
L’Antico Testamento ne ha conosciuti nei passaggi dall’originale ebraico al greco, lingua culturale e cultuale dell’antico Oriente, poi nel latino di Girolamo e nella lingua della cancelleria sassone di Martin Lutero.
Gli esempi di traduzioni sbagliate sono innumerevoli, ma alcuni errori si sono depositati con maggiore forza e con effetti di rilievo.
Alcuni, «derivanti da mancanza di conoscenza e senza alcuna conseguenza negativa, come, ad esempio, Mar Rosso, dovrebbero essere guardati a mio avviso con un sorriso di compiacenza, senza ulteriori preoccupazioni», osserva l’autore del volume.
«Ben diversamente vanno invece considerati gli errori di traduzione voluti, tendenziosi, che comportano a volte cambiamenti insidiosi o calunniosi e persino veri e propri stravolgimenti del senso. In questi casi occorre urgentemente un impegno ecumenico e una tempestiva correzione».
Tradurre la Bibbia significa interpretare
Ogni traduzione, anche la migliore, è necessariamente soggettiva e finisce con l’interpretare; ogni lingua è al tempo stesso rivelazione e nascondimento.
Il problema si fa particolarmente serio di fronte al testo della Scrittura, che giunge a noi attraverso molteplici passaggi: dalla tradizione orale a quella scritta della lingua d’origine, nei vari codici in cui la possediamo, da quest’ultima attraverso le altre lingue antiche, greco e latino, fino alle lingue moderne.
Umberto Eco alla domanda sul significato del tradurre, avvertiva che l’immediata risposta sarebbe stata «dire la stessa cosa in un’altra lingua», ma avvertiva appunto che abbiamo difficoltà a precisare esattamente che cosa vuol “dire la stessa cosa”, non solo, ma abbiamo anche dubbi su cosa precisamente intendiamo con «che cosa voglia dire dire».
La traduzione è sostituzione. Il traduttore non trasferisce semplicemente parole isolate da una lingua a un’altra, ma deve ricostruire significati, allusioni, immagini, riferimenti culturali e rapporti fra le espressioni.
La vera traduzione non può accontentarsi di tradurre parola per parola, pedissequamente. In questo caso, il testo non canta: abbiamo parole, non frasi e il testo perde il suo significato.
«Vi è una sola traduzione certamente sbagliata: la traduzione letterale», scrive Luis Alonso Schökel, studioso spagnolo ben conosciuto in Italia, che dedicò gran parte della sua vita a tradurre la Bibbia in castigliano.
Bisogna intendersi. Il biblicismo fondamentalista è una tragica piaga da cui liberarsi, certamente. Però la traduzione letterale, detta “a calco”, praticata dall’ebraico nelle sue traduzioni dallo scrittore Erri De Luca può risultare utile per scandagliare la Bibbia in profondità.
La struttura linguistica della Bibbia
Tradurre la Bibbia, biblioteca di libri riportata in un unico volume, è compito arduo ed ovviamente molto delicato.
La Bibbia Antico e Nuovo Testamento è scritta in tre lingue, infatti: la Bibbia Ebraica, l’Antico Testamento dei cristiani, è scritta in gran parte in lingua ebraica ed alcune parti in aramaico.
Il Nuovo Testamento è scritto in greco, ma con retroterra interpretativi linguistici, culturali, e d’interpretazione a partire dal Primo Testamento.
Il Nuovo Testamento, pur essendo scritto in greco, è pieno di ebraismi e del modo ebraico di esprimersi.
Si tratta di un meccanismo che in concreto ha prodotto una progressiva de-ebraicizzazione dei testi, anche di quelli del Nuovo Testamento i quali, pur tramandati in greco, lasciano chiaramente trasparire tra le righe la loro matrice ebraica.
Di fronte a questo costante allontanamento dell’interpretazione teologica dal significato più proprio delle espressioni utilizzate dagli autori sacri, Lapide si domanda provocatoriamente se anche gli errori di traduzione vadano considerati sacri.
La polisemia dell’ebraico biblico
L’ebraico, lingua «la più ricca di parole»? Non proprio. Manca “storia”, ad esempio, solo in parte sostituibile con il campo semantico del termine “dabar”.
La ricchezza della lingua ebraica allora non risiede nella sua quantità di vocaboli, ma nella loro densità, infatti, una singola parola può racchiudere significati molteplici.
Il termine ebraico dabar significa certamente “parola”, ma, per la polisemia tipica dei termini ebraici, anche “discorso, affermazione, oggetto, cosa, richiesta, evento, faccenda o storia”.
Dabar, ad esempio, è “parola”, “evento”, “atto”, in particolare «Questo termine esprime la convergenza che c’è, nella Bibbia, tra il dire e il fare. Vale in particolare per Dio: quello che dice realizza, le sue labbra sono anche la sua mano […] esprime contemporaneamente la parola e il fatto, oltre a un corteo di significati collaterali».
Questa molteplicità di significati non farebbe pensare a una parola calata dall’alto, ma a un dialogo in cui anche l’essere umano fa la sua parte.
Nella traduzione in greco, si passa a logos che riesce ancora a tenere insieme i significati di “discorso, affermazione, dichiarazione o parola”.
Assistiamo al maggior restringimento semantico nella Vulgata latina con il Verbum Dei. Qui la parola di Dio è intesa solo come dettatura e si impedisce qualsiasi libertà interpretativa.
Dalla proclamazione orale alla Scrittura
In origine, il testo sacro era trasmesso oralmente e solo molto più tardi è stato fissato per iscritto.
Originariamente, entrambi i Testamenti furono raccontati balbettando nell’ardore dell’esperienza diretta di Dio; poi furono messi per iscritto, con timore reverenziale, dai loro successori.
Ma ciò che è avvenuto in passato, in forma di dialogo parlato, può rivivere solo nel discorso, per cui nella tradizione ebraica la Scrittura è destinata a ricondurre alla sua originaria espressione parlata.
Già il termine ebraico che viene reso abitualmente con «leggere» significa propriamente «proclamare»; il nome tradizionale della Bibbia non è quindi «la Scrittura», bensì «la lettura» fatta in pubblico, la lettura che viene proclamata davanti alla comunità fino ai nostri giorni.
Mentre si raccomanda la devozione al testo biblico e al suo senso profondo, si deve mettere in guardia dalla “bibliolatria”, cioè da quell’adorazione letterale della Scrittura che costituisce, in ultima analisi, una trasgressione del comandamento sul divieto delle immagini.

Gli errori più noti nell’Antico Testamento
Il Mar Rosso e il Mare dei Giunchi
Il Mar Rosso ha cambiato colore perché Lutero ha scambiato il Rede Sea, Mare dei Giunchi, di Wyclif con Red Sea.
L’errore è diventato uno degli esempi più conosciuti di come una scelta lessicale possa trasformare un elemento geografico e contribuire alla formazione di un’immagine biblica ormai sedimentata nella cultura occidentale.
Le corna di Mosè
Con buona pace di Michelangelo, quando scende dal Sinai Mosè non ha le corna, ma è raggiante.
La rappresentazione di Mosè con le corna deriva da una traduzione del testo ebraico che ha interpretato in modo concreto un’espressione riferita alla luminosità del suo volto.
La mela di Eva
Eva, per un errore di Gerolamo, finisce per mangiare un frutto che fu importato dall’Europa in Oriente soltanto nel XIX secolo.
La tradizione della mela è legata alla storia della traduzione latina e alle associazioni linguistiche e culturali che si sono formate intorno al testo.
La costola o il fianco di Adamo
In molte versioni si legge che Eva fu plasmata dalla “costola” di Adamo. Ma è davvero così?
Il termine ebraico originale significa raramente “costola” e viene tradotto più abitualmente con “fianco”.
Lapide suggerisce che questa interpretazione abbia una responsabilità nella svalutazione della donna nel mondo cristiano, dal momento che, se senza una costola si può sopravvivere, un fianco è indispensabile.
Il ramoscello e la rosa
La costola di Adamo e la mela di Eva. L’azzurro mare dell’Esodo che viene chiamato Rosso. Mosè raffigurato con le corna. Un ramoscello che diventa una rosa.
Il ramoscello che diventa una rosa appartiene alla serie di immagini bibliche che la tradizione ha ricevuto attraverso passaggi linguistici e interpretativi non sempre verificati alla luce del testo originale.
Le figure femminili e le scelte di traduzione
“Giovane donna” o “vergine”?
Nel verso di Is 7,14 “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”, il termine originale per riferirsi a Maria è alma, cioè “giovane donna”, non “vergine”, che in ebraico sarebbe betulah.
La scelta traduttiva ha avuto conseguenze rilevanti perché una parola riferita all’età e alla condizione sociale della donna è stata resa con un termine che indica più precisamente la verginità.
La donna industriosa e la donna valorosa
Nella traduzione del capitolo 31 del libro dei Proverbi si legge “A chi viene data una donna industriosa che è più nobile di perle preziose”.
Qui la donna viene dipinta come passiva e sottomessa, data in dono all’uomo.
Il testo ebraico però recita “Eshet hail mi jinza?”, che significa “una donna valorosa chi la trova?”.
Eshet hail indica una sposa e una madre, ma anche una donna indipendente che porta avanti con successo la propria attività commerciale.
Quest’ultima accezione è del tutto sparita in traduzione.
Dio, il genere grammaticale e il nome Elohim
Lapide si spinge oltre e si domanda se Dio sia maschile o femminile.
Nei dieci comandamenti si fa riferimento alla proibizione delle immagini di Dio perché, secondo l’autore, non si cristallizzi un’unica visione e interpretazione.
Quando Dio si rivela a Mosè dice letteralmente: “Io sarò chi sarò”, ma questa frase viene spesso resa con “Io sarò Colui che sarò”, facendo prevalere il maschile.
Per provare a fare chiarezza, Lapide torna ancora una volta alla Bibbia ebraica, in cui ci si riferisce spesso a Dio come Elohim.
Questo termine è un pluralia tantum, cioè un vocabolo usato solo al plurale che, secondo l’autore, servirebbe a rappresentare la molteplicità, né maschile, né femminile, delle caratteristiche divine.
Va però detto che in altri punti del libro lo stesso Lapide fa riferimento a Dio come padre.
“Figlio di” e appartenenza
Lapide dedica una lunga dissertazione al significato dell’espressione “figlio di” in ebraico, che spesso vuol dire solo “appartenente al gruppo di”, “che ha relazione stretta con”, ed appare in gustosi modi di dire che spesso i traduttori antichi hanno comicamente frainteso.
La conclusione della dissertazione, cioè che per quanto detto né Bibbia né Vangelo possono conoscere “figli carnali di Dio”, e che “quindi” Gesù non può essere “figlio di Dio” come lo intendono i cristiani, è stata giudicata una conseguenza teologica più che una semplice correzione filologica.
La de-ebraizzazione di Gesù
Nel saggio viene dato ampio spazio anche a tutte le manipolazioni che hanno reso possibile quella che Lapide chiama la “de-ebraizzazione” di Gesù, volta a rendere la Bibbia più “esportabile” e funzionale al progetto di evangelizzazione della Chiesa.
Ad esempio, nelle traduzioni più antiche del Nuovo Testamento si è perso il fatto che Gesù fosse un rabbi, frequentasse le sinagoghe e festeggiasse Pesah, la Pasqua ebraica.
Lapide è uno studioso ebreo-israeliano, di lingua madre tedesca, che s’è dedicato alla riscoperta delle radici ebraiche del messaggio cristiano, a partire dalla figura stessa di Gesù, “ebreo fra gli ebrei”.
In questa sua opera è riuscito a dimostrare come un eccesso, spesso semplicemente antisemita, di “ripulitura” di Gesù dall’ebraismo abbia reso incomprensibile tutta una serie di gesti e frasi.
Spesso, per essere capiti, necessitano d’una ri-traduzione in ebraico o aramaico, dato che molti “punti oscuri” sono in realtà errori di traduzione.
Il profeta: colui che prevede o colui che richiama al dovere?
Non mancano i riferimenti alle epurazioni degli aspetti più politici del testo, partendo dall’analisi storica della figura del profeta.
Il nabi ebraico era un disturbatore, aveva il compito scomodo di opporsi a ogni forma di ingiustizia.
Solo nel passaggio al greco questa figura acquisisce il senso di veggente in grado di compiere profezie.
Nel saggio viene sostenuto che nell’ebraismo il “profeta” sia solo “colui che richiama al dovere”, e non colui che “profetizza” il futuro.
Questa interpretazione è stata considerata problematica quando viene trasformata nella conclusione che, “pertanto”, i profeti non possano avere profetizzato l’avvento di Gesù.
La crocifissione e i “due ladroni”
Si giunge poi ai “due ladroni” della crocifissione.
Da un’analisi storica emerge che la crocifissione era destinata a due tipi di criminali: gli schiavi che fuggivano e i ribelli contro l’impero romano.
Secondo Lapide, i “ladroni” sarebbero stati in realtà rivoltosi perché la croce aveva uno scopo intimidatorio per scoraggiare insurrezioni, mentre i comuni briganti venivano uccisi dai soldati romani senza tante cerimonie.
Per capire perché nei Vangeli si perdono questi riferimenti politici, bisogna pensare che nel ’64, dopo il rogo di Roma, Nerone diede la colpa ai cristiani ordinando che fossero giustiziati in modi atroci.
I Vangeli furono ultimati poco dopo, quindi non c’è da stupirsi che si sia fatto di tutto per eliminare ogni sospetto che la Chiesa, il suo fondatore e gli apostoli avessero tramato contro l’impero.
I duemila porci
I “duemila porci” nel cui corpo Gesù caccia i demoni ci colpiscono per il fatto che nessun branco di porci ha mai avuto tali dimensioni, non essendo i porci animali gregari.
E infatti si tratta d’un errore di lettura fra due parole che in ebraico, col solo cambiamento d’una lettera, significano o “un branco di porci” o “circa duemila porci”.
Simone il lebbroso o Simone l’Esseno?
Dopo aver ottimamente argomentato che il “Simone il lebbroso” presso cui si ferma a dormire Gesù, cosa assurda perché i lebbrosi erano obbligati a vivere fuori e lontano dalle città, sia in realtà un errore di traduzione, forse voluto, per “Simone l’Esseno”, Lapide discute convincentemente sui vari indizi di vicinanza fra Gesù e le pratiche essene.
Laddove si avvicina a discutere del fatto che le celebri contraddizioni, nei Vangeli, circa le date della celebrazione dell’Ultima Cena, spariscono se la Pasqua si calcola in base al calendario solare degli esseni anziché a quello lunare dell’ebraismo del Secondo Tempio, Lapide non si spinge fino a trarre le debite conclusioni che emergono da questo dato.
Gesù e gli zeloti
Lo stesso dicasi per la contiguità fra Gesù e zeloti, presentati qui come simpatici patrioti e allegri compagnoni alla Robin Hood, e non come i terroristi e assassini che furono.
Questa prudenza è stata interpretata come legata al desiderio di evitare paralleli politici imbarazzanti con il presente, più che a ragioni di correttezza storica.
Gli animali nati dagli errori di traduzione
Nel libro vengono citati anche errori che ci strappano un sorriso, come quelli legati ai nomi di animali, compresi l’unicorno e la formicaleone.
Il coniglio e l’irace
Nel testo ebraico si parla di “iraci” che il traduttore greco Onquelos ha trasformato in “topi saltatori” e in latino sono diventati “conigli”.
L’immagine del coniglio venne associata ai riti pagani perché, in virtù della sua proverbiale prolificità, rappresentava i vizi e la lussuria.
In molti mosaici del IV secolo, il coniglio viene rappresentato in scene battesimali simboleggiando la persona non credente che entra nella Chiesa.
Siccome all’epoca il battesimo era celebrato durante la Pasqua, ecco svelato perché ancora oggi parliamo di “coniglio pasquale”.
Il cammello e la gomena
Un cammello non può passare per la cruna di un ago perché in realtà è una gomena.
Il famoso detto di Gesù a proposito dei ricchi per i quali sarà più difficile entrare nel regno dei cieli che a un cammello di passare nella cruna di un ago, in aramaico, parlava non di cammello, bensì di gomena, di una grossa fune, da passare nella cruna di un ago.
Il testo aramaico originale parlava di gamta, “gomena”, “fune”, “canapo”, che è stata confusa con gamal, “cammello”.
Secondo Lapide, il detto aveva un significato particolare nel mondo dei pescatori di Galilea.
Gli errori della tradizione liturgica popolare
Altrettanto divertenti sono gli errori risultanti dalla distorsione del latino liturgico operata dalla cultura popolare.
Così il passo del Padre nostro da nobis hodie si è trasformato nella figura letteraria di donna Bisodia, citata anche da Gramsci.
I profeti Enoc ed Elia si sono fusi in er Nocchilìa e l’espressione Hoc est corpus meum è diventata Hokuspokus.
Manoscritti, amanuensi e varianti testuali
Nel libro si fa riferimento anche ai molti errori di trascrizione, più o meno volontari, commessi dagli amanuensi che copiavano i testi.
La trasmissione dei testi biblici non è infatti una successione perfettamente uniforme di copie identiche, ma comprende manoscritti diversi, varianti, omissioni, aggiunte e modifiche.
Per esempio, la famosa frase “chi non ha peccato scagli la prima pietra” appartiene a una scena che non era presente nei manoscritti più antichi e sarebbe un’aggiunta molto più tarda.
La presenza di varianti non rende automaticamente impossibile lo studio della Bibbia, ma richiede strumenti filologici, storici e linguistici capaci di distinguere il testo più antico dalle interpretazioni e dagli interventi successivi.

Il rapporto fra filologia, teologia e fede
La parte più interessante e curiosa di questo saggio è quella dedicata alla filologia e all’esegesi dei testi antichi.
Lapide conosce la sua materia e la sa esporre per un pubblico di non-specialisti, ma non riesce sempre ad essere uno storico metodologicamente rigoroso, lasciando troppo spesso che il teologo scacci il filologo.
Una buona metà delle sue “correzioni” a “cattive traduzioni” di passi dell’Antico Testamento non “correggono” proprio nessun “errore”, limitandosi a sottolineare come la lettura che l’ebraismo fa di quei passi è diversa da quella che ne fa il cristianesimo.
Il rischio è sostituire letture cristiane “di parte” con letture ebraiche altrettanto “di parte”, senza distinguere sempre fra un errore linguistico, una differenza interpretativa e una scelta teologica.
Per esempio, usare pareri talmudici per illuminare opinioni di Gesù alla luce di una cultura in parte a lui contemporanea è storicamente corretto.
Usare il Talmud per spiegare Gesù, in quanto Gesù era ebreo, “quindi” la sua cultura la si capisce meglio attraverso la cultura talmudica, è invece storicamente scorretto.
Ebraismo rabbinico, e talmudico, e cristianesimo si separano nel I secolo non come religione-madre e religione-figlia, bensì come due religioni-sorelle sopravvissute entrambe all’annientamento del giudaismo sacerdotale del Secondo Tempio.
Questa è la radice comune ad entrambe, ma non è la stessa cosa del giudaismo rabbinico, che impiegò secoli per darsi i tratti con cui lo conosciamo oggi, esattamente come il cristianesimo.
Traduzione e ideologia
Ogni traduzione, anche la migliore, è necessariamente soggettiva, assoggettata a certe norme e misure extra-testuali e contiene sempre un inizio di commento da parte del rispettivo traduttore.
Non solo concordo con questo avviso, ma affermo che nelle traduzioni proposte da Lapide c’è spesso più che un semplice “inizio”. C’è proprio un commento implicito fatto e finito.
Molte altre “traduzioni errate” della Bibbia sono solo tentativi di correggere in modo “politicamente conveniente” vari aspetti sgradevoli della storia dell’antico Israele, per presentare l’ebraismo come la vera religione della pace, dell’Amore universale, del perdono e di tutto il resto.
Il parere critico è che l’agenda politica di Lapide possa averne limitato il rigore come studioso.
Lo stesso difetto vale anche nel senso di “ammorbidire” il Gesù storico, per togliergli i lati meno “digeribili” per i cristiani.
Lapide mostra talvolta una natura non di esegeta, bensì di apologeta, permettendo alle proprie convinzioni religiose di prevalere su un approccio scientifico e storicamente fondato ai testi.
La schiavitù e il linguaggio politico
In più punti l’uomo politico scaccia anche il teologo, come per esempio nelle pagine 94-96, con una tesi che vuole dimostrare che la schiavitù fu abolita dall’ebraismo.
“I rabbi hanno soppresso già nell’antichità la schiavitù”, afferma Lapide, mentre il giudaismo conosceva al massimo “lavoratori coatti”.
Il fatto poi che le convenzioni internazionali definiscano oggi ufficialmente “schiavitù” il “lavoro coatto” e il debt-bondage è cosa che non importa minimamente a Lapide.
Il problema mostra come il cambiamento di un termine possa modificare la percezione di una realtà storica senza modificarne necessariamente la sostanza.
Il valore del libro e i suoi limiti
Gli esempi di errori che abbiamo riportato sono solo alcuni dei tanti contenuti nel libro e nella critica biblica.
Una questione tanto complessa non si può sintetizzare in un testo breve, però ci può insegnare che talvolta la narrazione prende il sopravvento sul contenuto che racconta e, se non si presta attenzione, la traduzione può diventare uno strumento di questo processo.
Il libro di Pinchas Lapide spariglia istruttivamente molte interpretazioni esegetiche date ormai per assodate.
È un libro che si legge con profitto, in quanto ha raccolto una massa di dati in più di un caso unici e pochissimo noti ai non-specialisti.
È anche un libro che anziché mirare a far piazza pulita totale degli errori, cerca qua e là di sostituirne alcuni con letture altrettanto errate, ma più consone a una certa tradizione interpretativa dei testi biblici, quella ebraica.
Il lettore può dunque trovare nel volume una grande quantità di osservazioni linguistiche, storiche e filologiche, ma deve distinguere con attenzione fra errore di traduzione, variante testuale, interpretazione teologica e rilettura ideologica.
La traduzione come finestra sul testo
«L’interprete è una finestra aperta su un capolavoro». Con queste parole Marcel Proust descrive un famoso pianista nel suo libro Alla ricerca del tempo perduto.
Il lavoro del traduttore presenta somiglianze con l’ideale dell’interprete di un’opera musicale. Entrambi devono far parlare o cantare una serie di segni che hanno davanti agli occhi.
In entrambi i casi, il mezzo di comunicazione è fatto di suoni: le parole in una traduzione e le note nell’opera musicale.
L’arte del traduttore e del musicista è, in effetti, un’arte fatta di risonanze, di ritmo, di cadenze, in una combinazione di effetti acustici.
Il traduttore deve essere fedele al testo che traduce e il musicista deve seguire le indicazioni dello spartito.
Tuttavia, la vera traduzione non può accontentarsi di tradurre parola per parola, pedissequamente.
Il vero musicista così come il vero traduttore dovrebbero essere finestre aperte sui capolavori letterari o musicali che interpretano.
Per il traduttore, l’ideale è certamente irraggiungibile perché nessuna traduzione può sostituirsi al testo originale.
Ciononostante, si tratta di un ideale che stimola l’intelligenza e catalizza le energie di chi si trova davanti al compito di una traduzione.
Traduzione dovrà certamente fare rima con giustizia: «la verità rivelata passa dalla storia e dalle sue fratture, facendosene carico. Non si tratta perciò di scandalizzarsi per gli errori di traduzione, ma di rimboccarsi le maniche e impedire che quegli errori provochino situazioni di ingiustizia, consapevoli degli effetti che quegli errori possono avere causato e ancora causare dal punto di vista teologico o anche delle relazioni sociali.»