Don Tonino Bello non fu un militante comunista né un esponente di un partito marxista: fu un sacerdote, teologo e vescovo cattolico che scelse di stare dalla parte degli ultimi, dei lavoratori, dei poveri e delle vittime delle guerre. La sua opposizione al riarmo, alle spese militari e alla guerra lo avvicinò ad alcuni ambienti della sinistra e dei movimenti pacifisti, ma la sua ispirazione dichiarata rimase il Vangelo, insieme agli insegnamenti del Concilio Vaticano II.
Antonio Bello è stato un prete, un teologo e un vescovo da molti ritenuto scomodo per le sue scelte coraggiose e controcorrente, per la determinazione con la quale ribadì il proprio no alla guerra e alla corsa agli armamenti. La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono le stelle polari della sua azione pastorale e sociale.
La sua vicinanza a movimenti progressisti e pacifisti, la collaborazione con il quotidiano il manifesto e il dialogo con esponenti della sinistra alimentarono l’equivoco di un don Tonino “comunista”. In realtà, la sua posizione non coincideva con l’adesione ideologica al comunismo: il suo criterio di giudizio era la fedeltà al Vangelo, applicata alle condizioni concrete della povertà, dell’emarginazione, del lavoro, dell’accoglienza e della pace.
Perché don Tonino Bello fu definito “comunista”
Negli anni della Guerra fredda, chi contestava i missili della NATO, le basi militari e la corsa agli armamenti veniva spesso accusato di fare gli interessi dell’Unione Sovietica. Un tempo di durissima confrontation tra Est e Ovest, quando il movimento per la pace era accusato di fare gli interessi dell’Unione Sovietica.
Poco importava, ai nostri critici, se nei nostri documenti e nei nostri slogan, chiedevamo il disarmo nucleare in tutta Europa, e il nostro No era indirizzato sia ai Cruise e Pershing 2 della Nato, sia agli SS 20 del Patto di Varsavia. Ebbene, in quel momento, a riconoscere il valore dell’impegno di tanti giovani presero la parola Tonino Bello e altri preti coraggiosi come lui.
In quel contesto, le sue proteste contro i missili statunitensi a Comiso, contro il potenziamento dei poli militari e contro l’intervento nella Guerra del Golfo furono interpretate da alcuni come una scelta indirettamente filo-sovietica. Ma la sua opposizione non era rivolta soltanto agli armamenti occidentali: il suo orizzonte era il disarmo generale e la denuncia di ogni logica di guerra.
La sua presa di posizione pubblica gli costò accuse di ingenuità, utopismo e persino di incitamento alla diserzione. Dopo gli interventi sulla guerra del Golfo venne addirittura accusato di incitare alla diserzione. La stampa lo definì “il teologo della diserzione”.
Don Tonino Bello, uomo mite e pacifico, e soprattutto generoso, fu probabilmente travolto dalle mode teologiche imperanti nel dopo Concilio, per cui termini come “pace”, “poveri”, “ultimi”, divenivano suscettibili di una lettura e di un’interpretazione da manuale di sociologia marxista. Questa è una lettura polemica della sua figura, che tuttavia mostra quanto il suo linguaggio sociale e la sua radicalità pacifista fossero percepiti come politicamente destabilizzanti.
Un sacerdote formato dal Concilio Vaticano II
Nato ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, Antonio Bello rimarrà sempre, anche quando sarà Vescovo,” don Tonino. Figlio di un maresciallo dei carabinieri e di una donna semplice e di grande Fede, trascorre l’infanzia in un paese ad economia agricola ed impoverito dall’emigrazione.
Assiste alla Morte dei fratellastri e del padre. Il 29 gennaio del 1942 muore per morte improvvisa Tommaso. La madre, rimasta vedova, presto conoscerà la tristezza di altri due lutti: il secondo conflitto mondiale coinvolgerà nella sua tragedia anche questa povera famiglia.
Il 9 settembre del 1943 Vittorio perde la vita nell’affondamento della corazzata Roma. E il 3 ottobre 1944 Carmine Giacinto, radiotelegrafista sui Mas, muore improvvisamente come il padre, probabilmente a causa di un infarto cardiaco.
In poco più di due anni il destino e la follia della guerra si abbattono su questa famiglia portando il freddo della solitudine e della incertezza del domani. Il piccolo Tonino non aveva compiuto ancora dieci anni e già era il fratello maggiore.
Ma già da bambino, a causa della scomparsa dei due fratelli maggiori, il tarlo della follia della guerra entrerà nelle sue ossa e lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni. Da adulto ricorderà: “Mio padre non lo ricordo. So che piangevo in segreto quando vedevo i miei compagni delle elementari accompagnati a scuola dai loro papà”.
Era il mese di ottobre del 1945 quando, con una valigia piena di sogni, varcò la soglia del seminario di Ugento dopo aver salutato i fratellini tra le lacrime e con un calesse compiuto la traversata Alessano / Ugento. Dopo cinque anni il giovane Tonino raggiunge il seminario regionale di Molfetta.
I tre anni del liceo in terra di Bari passano in fretta ed il suo Vescovo, Mons Ruotolo, gli propone di proseguire gli studi presso il seminario ONARMO di Bologna, dove si trasferisce nell’autunno del 1953. L’ONARMO (opera di assistenza religiosa e morale degli operai) offre un percorso formativo alternativo rispetto agli altri luoghi di formazione per gli aspiranti sacerdoti.
Si studia il pensiero sociale della chiesa, si approfondisce la storia del movimento del sindacato, si frequentano le fabbriche e si legge il vangelo con gli operai: si vive insomma una vera rivoluzione formativa. Degli anni passati a Bologna più tardi dirà: “Un periodo bellissimo. Si vivevano già i segni del periodo preconciliare, e poi c’era la presenza straordinaria del card. Lercaro”.
“Tutto ruotava intorno alla riscoperta della liturgia e dei suoi valori sociali. Di quegli anni ricordo soprattutto il contatto continuo con gli operai, quando il nostro mondo era ancora troppo chiuso, forse diffidente”.
L’8 dicembre 1957 è ordinato Sacerdote e dopo un anno sarà nominato maestro dei piccoli seminaristi. Nel 1958, dopo il conseguimento della Licenza alla Facoltà teologica di Milano, si trasferì a Ugento.
Durante la sua permanenza, durata diciotto anni, fu prima prefetto, poi vice rettore e in ultimo dal 1974 al 1976 rettore del seminario. Nel 1962 il Concilio Vaticano II, voluto da papa Giovanni XXIII, stava per iniziare e monsignor Ruotolo che doveva seguirne i lavori a Roma decise di portare con sé don Tonino, ormai lo considerava suo personale teologo.
È inutile sottolineare come l’aria di rinnovamento lanciata dal Concilio Ecumenico gli condizionerà molto la già ricca cultura pastorale che, successivamente, evidenzierà durante il suo ministero episcopale. Anche nella diocesi ugentina don Tonino si impegnò e tanto per applicare gli insegnamenti che il Concilio aveva lasciato.
Non dimentichiamo, inoltre, che mentre era a Roma don Tonino si iscrisse all’Università Lateranense laureandosi, nel 1965, in Teologia. Nel 2021 papa Francesco lo nomina venerabile.
Dalla parrocchia di Tricase alla diocesi di Molfetta
Nel 1978 lasciò il seminario quando il vescovo monsignor Mincuzzi, succeduto nel frattempo a Ruotolo, lo nominò amministratore parrocchiale del “Sacro Cuore di Ugento”. Nel 1979 fu eletto parroco della “Natività di Maria” in Tricase.
Tre anni di parroco a Tricase, nella parrocchia della Natività di Maria, basteranno per fare capire a “qualcuno” che quel ministero era soltanto una prova generale. Da quel gennaio del 1979 all’estate del 1982, don Tonino rivoluzionò il paese con il suo impegno dinamico, con scelte nuove e rinnovatrici, sforzandosi di applicare nel suo popolo gli insegnamenti che il Concilio Vaticano II aveva lasciato.
La gente lo accolse con tanto affetto, entusiasmo e mille attenzioni, considerandolo un figlio della propria terra. I parrocchiani, la gente del paese, tutti avevano inteso che quel prete era diverso dagli altri, e perciò don Tonino cominciò a vedere la sua chiesa riempirsi di tantissime persone affascinate e conquistate dalle sue omelie.
Talvolta quelle prediche gli servivano per lanciare “sferzate” ai politici e agli amministratori locali i quali, pur non risparmiandosi, rispondevano con battute bagnate al veleno. Intanto la popolarità di don Tonino cresceva.
Nel 1980 rifiutò la nomina a vescovo di Palmi, in Calabria, e poi di Tursi, in Basilicata, perché lo tormentava l’idea di lasciare la sua parrocchia e la sua gente. Ancora una volta don Tonino non accettò l’invito, lo tormentava la sola idea di lasciare Tricase, la sua parrocchia, la sua gente che egli amava ma, soprattutto, la sua mamma ormai troppo anziana.
L’anno successivo morì sua madre. L’anno successivo, a metà giugno, don Tonino ricevette la terza proposta. Era indeciso, ma propenso ad accettare la nomina, e il 10 agosto 1982 fu nominato vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi e, successivamente, anche di Ruvo di Puglia.
Il 30 settembre dello stesso anno venne nominato anche vescovo della diocesi di Ruvo di Puglia, che così veniva accorpata a quella di Molfetta. Il 30 settembre 1986 Ruvo di Puglia entrò a far parte della nuova diocesi “in persona episcopi”.
La “Chiesa del grembiule”
Comunione, evangelizzazione e scelta degli ultimi sono i perni su cui svilupperà la sua idea di Chiesa, la “Chiesa del Grembiule”. Tutti lo conoscevano semplicemente come “don Tonino”, il vescovo con il grembiule.
Era stato lui a coniare quell’espressione - la “Chiesa del grembiule” - per testimoniare la necessità e il dovere di stare sempre dalla parte degli ultimi, una Chiesa vicina alle persone sofferenti attraverso il richiamo agli insegnamenti semplici del Vangelo.
“Forse a qualcuno può sembrare un’espressione irriverente - spiega don Tonino - e l’accostamento della stola con il grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio”.
“Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale”.
“La cosa più importante non è introdurre il grembiule nell’armadio dei paramenti, ma comprendere che la stola e il grembiule sono quasi il diritto e il rovescio di un unico simbolo sacerdotale. Anzi, meglio ancora, sono come l’altezza e la larghezza di un unico panno di servizio; il servizio reso a Dio e quello offerto al prossimo”.
“La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile”.
È una Chiesa che si piega davanti al mondo, in ginocchio. Una Chiesa povera per i poveri, libera e al servizio di tutti, che cammina con i più bisognosi condividendo problemi e speranze.
D’altra parte “i poveri sono il luogo teologico dove Dio si manifesta - continua don Tonino - e il roveto ardente e inconsumabile da cui egli ci parla”. La Chiesa povera è l’unico modo per essere vicini a ogni uomo, per essere presi sul serio e divenire credibili.
“Capire i poveri era per lui vera ricchezza” - disse papa Francesco il 20 aprile 2018, e aveva ragione, perché i poveri sono realmente ricchezza della Chiesa. Nei suoi famosi “auguri scomodi” metteva in guardia dalle ipocrisie che nascondono le forme di attaccamento alla vita comoda e benestante, quindi fondamentalmente egoistica.
Scelte concrete a favore degli ultimi
Fin dall’inizio del suo ministero episcopale rinuncia ai segni esteriori del potere e sceglie una vita sobria, semplice, di grande umiltà. Rinuncia ai “segni di potere” e sceglie il “Potere dei Segni”.
Scende in piazza a fianco degli operai in sciopero delle ferriere dello stabilimento di Giovinazzo, apre le porte del palazzo vescovile alle famiglie degli sfrattati, va a parlare con i senzatetto alla stazione.
Promosse la costituzione di gruppi Caritas in tutte le parrocchie della diocesi, fondò una comunità per la cura delle tossicodipendenze, lasciò sempre aperti gli uffici dell’episcopio per chiunque volesse parlargli e spesso anche per i bisognosi che chiedevano di passarvi la notte.
Nascono così la Casa della Pace, la comunità per i tossicodipendenti Apulia, un centro di accoglienza per immigrati dove volle anche una piccola moschea per i fratelli Musulmani.
Lo troviamo così assieme agli operai delle acciaierie di Giovinazzo in lotta per il lavoro, insieme ai pacifisti nella marcia a Comiso contro l’installazione dei missili, insieme agli sfrattati che ospiterà in episcopio.
“Io non risolvo il problema degli sfrattati ospitando famiglie in vescovado. Non spetta a me farlo, spetta alle istituzioni: però io ho posto un segno di condivisione che alla gente deve indicare traiettorie nuove, insinuare qualche scrupolo come un sassolino nella scarpa”.
La sua attenzione agli ultimi non rimase però una formula pastorale. Riassumeva in sé gli ideali post-conciliari della preferenza per gli ultimi, e davvero li personificava.
Dava del suo a chi bussava alla porta; organizzava e faceva visita agli ammalati, soprattutto a quelli anziani e abbandonati. La sua anima sensibile e profonda si è tradotta in articoli giornalistici di forte impatto sociale, in preghiere nata dalla vita quotidiana, in poesie di struggente dolcezza spesso dedicate alla Vergine.
Il rapporto con il lavoro e gli operai
La formazione ricevuta all’ONARMO lo aveva portato a frequentare le fabbriche e ad approfondire il pensiero sociale della Chiesa e la storia del movimento sindacale. Questo legame con il mondo del lavoro rimase centrale nella sua attività pastorale.
A fare scalpore - nella Puglia e nell’Italia degli anni ‘80 - non sono solo queste iniziative ma anche le sue prese di posizioni pubbliche per gli operai in lotta, la sua partecipazione alle marce per la pace, molte delle quali è lui stesso a organizzarle.
Le battaglie erano condotte con una radicalità che più volte l’hanno fatto scontrare duramente con il mondo politico - sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e quelle pugliesi in particolare.
Una delle sue lettere più famose è rivolta agli operai che lavorano nelle fabbriche di armi: “È più difficile scrivere a voi che al Sottosegretario della Difesa - dice loro - perché non regge a nessuno l’animo di dirvi che, se seppur incolpevolmente, voi collaborate a seminare morte sulla terra”.
“La stessa cifra stanziata dall’Italia per gli armamenti, se fosse destinata a programmi civili, creerebbe trentamila posti di lavoro in più”. Il suo è un incoraggiamento a quegli operai affinché si battano per la conversione dell’industria bellica in impianti civili, in beni che migliorino la qualità della vita.
La presidenza di Pax Christi
Sul finire del 1985 viene nominato presidente di Pax Christi ed è chiaro fin da subito che quell’incontro tra “il vescovo col grembiule” e il movimento cattolico internazionale per la pace è destinato a lasciare il segno.
Nel 1985 fu infatti chiamato dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana a succedere a monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, nel ruolo di guida di Pax Christi, il movimento cristiano internazionale per la pace.
Dal 1985 è presidente di Pax Christi Italiana e dal 1987 è incaricato nella Conferenza Episcopale Pugliese del settore “giustizia e pace”. Nel vortice degli impegni pastorali e istituzionali, fra le altre cose, don Tonino divenne presidente di Pax Christi.
Le sue prese di posizione radicali sul disarmo, sull’obiezione di coscienza al servizio militare e sull’obiezione fiscale gli costano nuovi attacchi e dure critiche, accuse di ingenuità e di visioni utopistiche, dalla politica, dal mondo dell’informazione e persino dalla comunità ecclesiale.
Ma don Tonino va avanti per la sua strada e associa alle parole un attivismo instancabile che lo vede sempre presente alle manifestazioni pubbliche di protesta, alle veglie di preghiera, con prese di posizione pubbliche in cui chiede l’adesione anche degli altri vescovi.
La battaglia contro l’installazione degli F16 a Crotone, degli Jupiter a Gioia del Colle, le campagne per il disarmo, per l’obbiezione fiscale alle spese militari, segneranno momenti difficili della vita pubblica italiana.
I suoi interventi contro il potenziamento dei poli militari di Crotone e di Gioia del Colle furono tra i più significativi. Si batté contro il piano di militarizzazione della Puglia, contro gli euromissili a Comiso e le politiche di riarmo del governo italiano.
Don Tonino Bello e il movimento pacifista
Don Tonino Bello non fu comunista nel senso di un’appartenenza partitica, ma fu certamente una figura importante del pacifismo italiano e dialogò con persone appartenenti a culture politiche diverse. Il suo rapporto con la sinistra fu quindi fondato soprattutto su obiettivi condivisi: il disarmo, la nonviolenza, l’obiezione di coscienza, la giustizia sociale e l’opposizione alla guerra.
Nel 1988, ci incontrammo, insieme ad altri, per decidere di dar vita all’Associazione per la Pace. Erano riprese, nel 1985 e proprio nel 1988, le Marce Perugia-Assisi, delle quali era un riferimento costante.
Tonino Bello aiutò la crescita culturale, l’eticità del movimento in un modo indelebile, in quella fase cruciale. Fu in quel clima che realizzammo - Acli, Arci, Associazione per la Pace-la straordinaria esperienza di Time for Peace a Gerusalemme.
In seguito, si trovò molte volte a collaborare con lui nell’ambito del movimento per la Pace. Benetollo aveva conosciuto don Tonino nei primi anni Ottanta: quando eravamo impegnati contro i missili nucleari.
Nel suo ricordo: Tonino Bello era un intransigente antirazzista, professava idee di uguaglianza che non livellavano mai le persone. Capiva bene le differenze, e cercava di smantellare la cultura del sospetto, dell’odio - attraverso la conoscenza, il rispetto delle persone.
Era vivo in lui il valore dell’accoglienza. La sua capacità di praticare queste “battaglie” intrecciando la “sua profonda religiosità” con chi “porta dentro una religione civile: in un cammino comune”.
La pace come giustizia e nonviolenza
Prima che crolli il Muro di Berlino, don Tonino richiama l’attenzione sui nuovi muri che stanno nascendo tra il Nord e i Sud del mondo. Sostiene che solo un nuovo ordine economico, capace di ridurre le distanze tra i Paesi poveri e i Paesi ricchi, una politica per lo sviluppo dell’intera umanità e la promozione della nonviolenza fra uomini e fra Stati potrebbe avviare i processi storici per una pace duratura.
Il 30 aprile 1989 all’Arena di Verona risuona forte e appassionato l’invito di don Tonino: “In piedi, costruttori di pace!”. In quell’occasione afferma: “Siamo giunti alla pienezza dei tempi, ed è balenata alle nostre coscienze la convinzione che la pace oggi si declina inesorabilmente con la giustizia e con la salvaguardia del creato”.
“Quando, sulla scorta della Parola di Dio, si è scoperta la stretta parentela della pace con la giustizia, si sono scatenate le censure dei potenti”. Il problema della pace, per don Tonino, non è un tema accessorio, ma fondamentale.
“La violazione dei diritti umani - afferma - il problema della fame che investe popoli interi, la corsa alle armi e il commercio clandestino di esse, la logica di guerra sottesa a molte cosiddette ‘scelte di civiltà’, gli scudi stellari, certe visioni economiche… sono forme di peccato. Non possono perciò considerarsi temi estranei alla predicazione del Vangelo”.
Il suo antimilitarismo non nasceva quindi da una semplice preferenza geopolitica. La guerra, la fame, la violazione dei diritti umani, il commercio delle armi e le disuguaglianze economiche erano, ai suoi occhi, problemi morali e religiosi.
La Guerra del Golfo e l’obiezione fiscale
Quando nell’estate del 1990 le truppe irachene occupano il Kuwait e ne minacciano l’indipendenza don Tonino segue con preoccupazione l’evolversi della crisi, vi individua fin da subito un conflitto in cui l’occidente industrializzato intende ridefinire i propri rapporti di forza con un sud del mondo che chiede di poter uscire dalla sua storica collocazione di subalternità.
Alcuni mesi dopo scrive una lettera ai parlamentari italiani chiedendo loro di non approvare l’intervento armato. Ripete l’appello davanti anche in diretta televisiva e viene accusato di incitamento alla diserzione.
Lui però non si tira indietro, e l’anno dopo si rivolge con un articolo al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che ha rimandato alle camere la legge sull’obiezione di coscienza.
Dopo le elezioni politiche del 1992 scrive a tutti i parlamentari chiedendo loro di sostenere la legge sull’obiezione fiscale, affinché le tasse dei contribuenti non vadano a finanziare la costruzione e l’acquisto di armi.
La sua opposizione alla guerra era dunque accompagnata da proposte precise: obiezione di coscienza al servizio militare, obiezione fiscale alle spese militari, riconversione dell’industria bellica e cooperazione tra i popoli.
Il dibattito sulla sua posizione nei confronti del comunismo
Gli altri, i cosiddetti “nemici” dell’Occidente, per lui non erano mai tali: il comunismo sovietico o le dittature islamiste non erano un problema in sé e andavano affrontate con le armi del dialogo e della non violenza. Questa interpretazione sintetizza la sua fiducia nel dialogo, ma non equivale a una dichiarazione di adesione al comunismo.
Insomma don Tonino aveva fatto suo il pensiero pacifista, quello che nelle sue estreme conseguenze, all’apice del confronto Est-Ovest, arrivava ad affermare: “meglio rossi che morti”. La storia, in effetti, ha dimostrato che un’alternativa poi ci sarebbe stata, ed era quella del “né rossi né morti”.
Secondo una lettura critica, andare a manifestare contro i missili americani a Comiso - come si faceva negli anni ’80 - in ultima analisi non era un fatto politicamente “neutrale”, ma celava una chiara presa di posizione per l’altra parte: quella sovietica.
Ma questa è una valutazione politica degli effetti del pacifismo, non la prova che don Tonino fosse comunista. Le sue scelte possono essere criticate sul piano strategico o geopolitico senza trasformarle automaticamente in una militanza ideologica.
Con tutto il rispetto per don Tonino Bello, per Mons. Bettazzi vescovo di Ivrea e per tanti altri “catto-progressisti”, l’implosione del socialismo “scientifico” non fu dovuto alle marce pacifiste e agli interventi cosiddetti “profetici” che sicuramente attiravano la grande attenzione dei media, quanto piuttosto ad un insieme di fattori.
Questa critica appartiene a una prospettiva interpretativa esterna e non coincide con l’autocomprensione di don Tonino, che fondava le proprie posizioni sulla nonviolenza, sul Vangelo e sulla dignità umana. La sua fedeltà al Vangelo è stata più forte delle lusinghe dei benpensanti e delle pressioni di chi avrebbe voluto normalizzarlo.
La Marcia dei Cinquecento a Sarajevo
Una nuova guerra, esplosa nella ex Jugoslavia tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, è destinata a condizionare il suo impegno pastorale, evidenziando ancora una volta il suo carisma profetico e le sue attività per la pace.
Organizza una storica marcia nella Sarajevo sotto assedio. Ci sono più di duemila adesioni ma per motivi di sicurezza a partire saranno solo cinquecento.
Nonostante le condizioni di salute sempre più precarie don Tonino vuole marciare a tutti i costi con la sua gente. Il 7 dicembre 1992 parte da Ancona insieme a cinquecento pacifisti per arrivare a Spalato e da qui raggiungere a piedi Sarajevo, da diversi mesi sotto assedio serbo in una sanguinosa guerra civile.
Tra tante difficoltà, trattative, rimandi e dinieghi, nonostante i blocchi dell’esercito e dei paramilitari, sotto la mira dei cecchini i Cinquecento riuscirono nell’impossibile: raggiungere Sarajevo sotto assedio, di notte, proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani.
Fu un segno di speranza per la popolazione martoriata, che viveva nell’incubo della fame e della morte. Don Tonino in quell’occasione ebbe a proclamare, durante un’assemblea, il valore della nonviolenza e della pace fra le diverse etnie.
“Siamo qui, allineati sulla grande idea della nonviolenza attiva. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati. Abbiamo sperimentato che ci sono alternative alle logiche della violenza”.
Era l’11 dicembre e don Tonino immaginò che i Cinquecento fossero i magi in cerca del Bambino Gesù. “Ecco, l’abbiamo trovato nelle persone che abbiamo abbracciato lungo la strada”.
“Nei fanciulli che ci venivano incontro per darci la mano e un sorriso di speranza. Nei vecchi commossi per la nostra audacia. Nel giovane soldato piangente alla nostra partenza”.
Da quel viaggio nel cuore della Bosnia torna però sconfortato, stanco e carico di dubbi. Sa che gli resta poco da vivere ma ancora di più lo preoccupa ciò che sta accadendo nel mondo.
Di fronte al pericolo dello scontro di civiltà si chiede perché nei confronti del mondo arabo non si favorisce un’interlocuzione di civiltà invece che una guerra. Fu un viaggio simbolico, ma aprì la strada a iniziative di cooperazione e aiuti alle popolazioni balcaniche, reinventando la solidarietà umana nella ricerca della pace.

La malattia e l’“altare scomodo”
Finché non è colto all’improvviso dalla malattia, un grave cancro allo stomaco. La notizia che don Tonino Bello sta male fa il giro del mondo.
Messaggi di conforto e di solidarietà arrivano da ogni parte della Puglia, dell’Italia e anche dall’estero. Viene operato una prima volta e torna al suo incarico pastorale ma le cure non riescono a sconfiggere il male.
Don Tonino decide allora di trasformare il suo letto di dolore in quello che definisce un “altare scomodo”, dal quale continua a incoraggiare il suo popolo. Il suo corpo è debilitato ma il suo spirito è più vivo che mai.
La sua ultima apparizione pubblica avviene il giovedì Santo del 1993. Il 20 aprile 1993 don Tonino Bello, il “vescovo col grembiule”, muore all’età di 58 anni.
I funerali, celebrati a Molfetta sono seguiti da una folla immensa di persone, circa sessantamila persone giunte da tutta Italia e anche dall’estero. La sensazione di perdita provata dalla sua gente è immensa.
La memoria, papa Francesco e il riconoscimento ecclesiale
Eppure nei decenni successivi la Chiesa istituzionale lo consegna di nuovo all’oblio, quasi lo cancella. Soltanto Pax Christi e il mondo del pacifismo cattolico continuano a ricordarlo e a fare tesoro dei suoi insegnamenti.
Il 20 aprile 2018 papa Francesco prega sulla tomba di don Tonino Bello. La sua presenza ad Alessano segna una vicinanza significativa e per molti aspetti clamorosa.
Il 25 novembre 2021 don Tonino Bello diventa venerabile. Il Papa, che aveva pregato sulla tomba del vescovo nel 2018, ha autorizzato la promulgazione del decreto che riconosce le sue virtù.
L’iter per la sua beatificazione si è aperto a livello diocesano il 30 aprile 2010 con la prima seduta pubblica nella Cattedrale di Molfetta. Oggi, 25 novembre, 2021, il via libera del Papa al decreto che ne riconosce le virtù eroiche.
“Un vescovo fatto Vangelo” l’ha definito monsignor Agostino Superbo, postulatore della causa di beatificazione avviata nel 2007. Nato ad Alessano nel 1935, a 22 anni Antonio Bello diventa sacerdote, successivamente si laurea e consegue il dottorato in Teologia.
Un amico, un compagno di viaggio, un pastore. Semplicemente un uomo. Monsignor Antonio Bello, per tutti don Tonino, è stato tante vite in una sola, unificate dall’amore a Dio e alla Chiesa, nel segno dell’attenzione privilegiata ai poveri, così come insegna il Vangelo.
Solo chi perdona può parlare di pace
La pace, per don Tonino, non era soltanto l’assenza di guerra o il risultato di accordi diplomatici. Era anche un cammino interiore, fondato sul perdono e sul rifiuto della vendetta.
“Solo chi perdona può parlare di pace e teorizzare sulla non violenza. Non vorrei essere frainteso. È vero: la pace è conquista, cammino, impegno”.
“Ma sarebbe un brutto guaio se qualcuno pensasse che essa sia semplicemente il frutto dei nostri sforzi umani o il risultato del nostro volontarismo titanico o una merce elaborata nelle nostre cancellerie diplomatiche o un prodotto costruito nei nostri cantieri popolari”.
“La pace è soprattutto dono che viene dall’alto. È la strenna pasquale che Gesù ha fatto alla terra. È il regalo di nozze che ha preparato per la sua sposa”.
“Qual è allora il ruolo degli operatori di pace? Quello di non respingere il dono al mittente. È in particolare, quello di rendere attuale e fruibile per tutti questo regalo di Dio”.
“Come possiamo dire parole di pace, se non sappiamo perdonare? Con quale coraggio pretendiamo che siano credibili le nostre scelte di pace a livello di massimi sistemi, quando nel nostro entroterra personale prevale la legge del taglione?”
“Solo chi perdona può parlare di pace. E a nessuno è lecito teorizzare sulla non violenza o ragionare di dialogo tra popoli o maledire sinceramente la guerra, se non è disposto a quel disarmo unilaterale e incondizionato che si chiama perdono”.
Una figura cattolica, non un dirigente comunista
La definizione di don Tonino Bello come “comunista” nasce quindi dalla sovrapposizione di diversi elementi: la sua difesa dei lavoratori, il linguaggio sulla povertà e sulle disuguaglianze, la collaborazione con ambienti della sinistra, la partecipazione alle mobilitazioni pacifiste e la critica alle spese militari.
Questi elementi, però, non dimostrano un’adesione al comunismo come dottrina politica o come organizzazione partitica. Don Tonino non fu un dirigente comunista, non fu un teorico marxista e non trasformò il ministero episcopale in propaganda di partito.
Fu invece un vescovo cattolico che interpretò in modo radicale la preferenza evangelica per gli ultimi e il messaggio del Concilio Vaticano II. La sua “Chiesa del grembiule” univa la preghiera al servizio, la celebrazione alla responsabilità sociale, la fede all’accoglienza concreta.
Il suo rapporto con i movimenti progressisti fu quello di un interlocutore aperto, disposto a collaborare su obiettivi comuni senza rinunciare alla propria identità cristiana. In una occasione mi capitò di incontrarlo ad Alessano, e lo salutai, dicendogli che avevo molto apprezzato alcuni di quegli articoli. Lui, con un sorriso mi rispose che sui certi temi è indispensabile dialogare con tutti coloro che ce lo chiedono.
Per questo è più corretto descrivere don Tonino Bello come un vescovo cattolico progressista, pacifista, nonviolento e schierato con gli ultimi, piuttosto che definirlo semplicemente “comunista”. La sua radicalità sociale non nasceva dall’appartenenza a un’ideologia, ma dalla convinzione che la fedeltà al Vangelo imponesse di servire i poveri, difendere la dignità dei lavoratori, accogliere gli immigrati e opporsi alla guerra.