La frase «Andate via da me, operatori di iniquità» si trova in Matteo 7,23, al termine del discorso di Gesù sulle due vie e sui falsi profeti. Il suo significato centrale è che non basta invocare il nome del Signore, parlare in suo nome o compiere opere straordinarie: per entrare nel regno dei cieli è necessario fare la volontà del Padre.
Gesù non condanna chi riconosce verbalmente la sua autorità, ma denuncia la contraddizione tra una professione di fede soltanto esteriore e una vita che produce ingiustizia. Gli «operatori di iniquità» sono coloro che, pur rivendicando un rapporto con lui, agiscono contro la volontà di Dio e contribuiscono alla disgregazione delle relazioni umane.
Il testo di Matteo 7,21-28
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”»
«Io però dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità”. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.»
«Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.»
«Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande». Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento.
Dove compare l’espressione «operatori di iniquità»
Nel testo greco di Matteo 7,23 l’espressione è ergatai anomias, cioè «operatori di iniquità» o «operatori dell’illegalità». Diverse traduzioni italiane rendono l’ultima parola in modi differenti: la C.E.I. conserva «operatori di iniquità», mentre alcune traduzioni usano «malfattori» o «allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità».
| Traduzione | Matteo 7,23 |
|---|---|
| C.E.I. | «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità». |
| Nuova Riveduta | «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori!» |
| Nuova Diodati | «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità». |
| Riveduta 2020 | «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori d’iniquità». |
La differenza tra «operatori di iniquità» e «malfattori» riguarda soprattutto la scelta traduttiva. Il senso del passo resta legato a persone che praticano il male, vivono in contrasto con la volontà di Dio e non trasformano l’ascolto delle parole di Gesù in una condotta concreta.
Il contesto immediato: il Sermone sul Monte
Matteo 7,21-23 non è una frase isolata. Il brano appartiene alla parte conclusiva del Sermone sul Monte, nel quale Gesù affronta il modo in cui i suoi discepoli devono vivere davanti a Dio e nei confronti degli altri. Il capitolo contiene l’insegnamento sul giudizio, il discernimento, la preghiera, la porta stretta, i falsi profeti e la necessità di mettere in pratica le parole ascoltate.
Finora Gesù si è occupato soprattutto di temi collegati alla vita spirituale interiore, come le attitudini nel dare, pregare e digiunare, il materialismo e l’ansietà per le cose materiali. Ora affronta un argomento importante relativo al modo in cui pensiamo e trattiamo gli altri.
«Non giudicate»: il discernimento senza ipocrisia
«Non giudicate, affinché non siate giudicati. Perché sarete giudicati secondo il giudizio col quale giudicate; e con la misura con cui misurate, sarà pure misurato a voi».
Con questo comandamento Gesù avverte contro il giudicare gli altri perché, facendolo, saremo giudicati in maniera simile. Il cristiano è chiamato a mostrare amore incondizionato, ma non è chiamato ad approvare incondizionatamente.
Perciò, sebbene questo non proibisca di esaminare le vite degli altri, certamente vieta di farlo nello spirito con cui spesso viene fatto. Un esempio di giudizio ingiusto è quando i discepoli condannarono la donna venuta per ungere i piedi di Gesù con l’olio.
- Infrangiamo questo comandamento quando pensiamo il peggio degli altri.
- Infrangiamo questo comandamento quando parliamo agli altri solo dei loro difetti.
- Infrangiamo questo comandamento quando giudichiamo una vita intera solo sulla base dei suoi momenti peggiori.
- Infrangiamo questo comandamento quando giudichiamo i motivi nascosti degli altri.
- Infrangiamo questo comandamento quando giudichiamo gli altri senza metterci nei loro panni e nelle stesse circostanze.
- Infrangiamo questo comandamento quando giudichiamo gli altri senza essere consapevoli che noi stessi saremo giudicati.
Gesù non ha proibito di giudicare gli altri. Egli richiede soltanto che il nostro giudizio sia totalmente equo e che giudichiamo gli altri esclusivamente secondo lo standard secondo cui vorremmo essere giudicati anche noi.
Quando il nostro giudizio nei confronti degli altri è sbagliato, spesso non è perché giudichiamo sulla base di qualche standard, ma perché siamo ipocriti nell’applicazione di quello standard, standard che ignoriamo nella nostra vita. Succede di frequente che giudichiamo gli altri secondo uno standard e noi stessi secondo un altro, mostrando maggiore clemenza a noi stessi che agli altri.
Le immagini della pagliuzza e della trave sono reali, anche se usate umoristicamente. Gesù fa vedere quanto, in generale, siamo più tolleranti verso il nostro peccato rispetto a quanto lo siamo nei confronti del peccato degli altri.
«Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio di tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Ovvero, come puoi dire a tuo fratello: “Lascia che ti tolga dall’occhio la pagliuzza”, mentre c’è una trave nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima dal tuo occhio la trave e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio di tuo fratello».
Gesù non dice che sbagliamo ad aiutare nostro fratello con la pagliuzza nell’occhio. Anzi, è una cosa buona aiutare il proprio fratello a rimuovere la sua pagliuzza, ma non prima di esserci occupati della trave nel nostro occhio.
Amore e discernimento
Dopo averci messo in guardia contro gli atteggiamenti di giudizio e la critica ipocrita, Gesù ci ricorda che non ha voluto dire che il popolo del suo regno non deve usare più il discernimento. Bisogna discernere che ci sono cose buone e preziose che non vanno date a coloro che le riceverebbero con disprezzo.
Si può dire che Gesù intende: «Non fare il moralista, ma non sbarazzarti nemmeno di tutto il discernimento». Il nostro amore per gli altri non deve renderci ciechi di fronte al loro rigetto della buona notizia del regno.
La porta stretta e i falsi profeti
«Entrate per la porta stretta; poiché spaziosa è la porta e larga la via che conduce alla perdizione; e molti sono quelli che vi si incamminano. Quanto stretta è la porta e angusta è la via che conduce alla vita! E pochi sono quelli che la trovano!»
Subito dopo, Gesù avverte: «Guardatevi dai falsi profeti: essi vengono a voi in veste di pecore, dentro invece sono lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete».
Il criterio indicato da Gesù è il frutto. Si raccolgono forse uve dalle spine o fichi dai rovi? Ogni albero buono dà frutti buoni; ogni albero cattivo dà frutti cattivi. Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo dar frutti buoni.
Questa sequenza prepara direttamente Matteo 7,21-23. L’apparenza religiosa, le parole solenni e le opere impressionanti non sono sufficienti per dimostrare l’autenticità del rapporto con Dio. Il discepolo deve essere riconosciuto dai frutti della sua vita e dalla concreta obbedienza alla volontà del Padre.
Il significato di «non chiunque mi dice: Signore, Signore»
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».
La ripetizione «Signore, Signore» esprime una professione di fede intensa e pubblica. Le persone chiamate in causa riconoscono verbalmente l’autorità di Gesù e sembrano considerarlo il loro Signore. Tuttavia, il riconoscimento pronunciato con le labbra non coincide necessariamente con l’obbedienza del cuore.
Il testo stabilisce una distinzione decisiva tra dire e fare. Non basta parlare di Gesù, usare il suo nome o presentarsi come suoi rappresentanti; il criterio è fare la volontà del Padre. L’autentica fede non si esaurisce in una dichiarazione, ma si manifesta in una vita conforme all’insegnamento ricevuto.
Non chiunque mi dice «Signore, Signore» entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Questa frase non esalta il semplice attivismo, bensì l’unità tra confessione di fede, ascolto e pratica.
«Non vi ho mai conosciuti»: il senso della risposta di Gesù
La risposta di Gesù è: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità». L’espressione «non vi ho mai conosciuti» non indica una mancanza di conoscenza intellettuale. Nella prospettiva biblica, conoscere può descrivere una relazione autentica, personale e riconosciuta.
Gesù non dice semplicemente che quelle persone hanno commesso qualche errore. Dichiara di non riconoscere in loro una relazione reale con lui. La loro pretesa di appartenenza viene smentita dalla loro condotta: invocano il suo nome, ma operano l’iniquità.
Il contrasto è quindi tra la pretesa religiosa e la realtà morale. Essi presentano le proprie attività come prove della loro autenticità: hanno profetizzato, cacciato demòni e compiuto opere potenti. Gesù, però, non fonda il giudizio sulla spettacolarità delle opere, bensì sulla conformità alla volontà del Padre.
Che cosa significa «iniquità» nella Bibbia
La parola greca tradotta con «iniquità» è anomía. Il termine significa letteralmente «assenza di legge» o «mancanza di norma», ma nel contesto biblico ha un significato più profondo di una semplice infrazione particolare.
In alcuni salmi i malvagi sono definiti operatori di iniquità. Sia nella Bibbia greca che nel Nuovo Testamento e nella letteratura del giudaismo ad esso contemporaneo il vocabolo fa riferimento a quella che si può definire la «grande iniquità», l’iniquità degli ultimi tempi, nei quali avviene lo scontro frontale tra le forze del Male e il Regno di Dio.
Il termine presenta, dunque, una marcata colorazione escatologica, ha cioè a che fare con il dramma della storia e con i suoi esiti ultimi. In questo senso, si può affermare che esso non va inteso come mera violazione di una legge particolare, ma, più radicalmente, come assenza totale di ogni riferimento assoluto.
Nulla è riconosciuto come vincolante rispetto al proprio mondo di valori, al cui centro si trova l’Io con la sua volontà di prepotenza. L’iniquità non è soltanto il compimento di singoli atti sbagliati: è una condizione nella quale l’individuo o la società rifiutano ogni criterio superiore e riconoscono come unica misura la propria volontà.
Gli «operatori di iniquità» come forza disgregatrice
Nel Vangelo di Matteo l’anomía è «l’elemento disgregatore per eccellenza, lo strumento del caos che mina le basi della socialità e del mondo»; viene vista, in altre parole, come «l’ingiustizia sostanziale, storica e cosmica, il sovvertimento dell’essere e dell’esistere: le relazioni vitali scardinate».
Questa descrizione permette di comprendere perché Gesù usi un’espressione tanto severa. Gli operatori di iniquità non sono soltanto persone che violano una norma isolata, ma coloro che contribuiscono a spezzare le relazioni vitali, a sostituire la giustizia con il dominio e a rendere il male una regola di vita.
Nella storia è in atto uno scontro tra le forze prorompenti del Male, portatrici di disgregazione e di morte, e l’azione diffusiva del Bene, fonte di riconciliazione e di vita. Questo motivo attraversa la Bibbia intera.
Si pensi alla lotta, descritta all’inizio del libro della Genesi, tra Dio e le «grandi acque» dell’abisso, immagine del caos primordiale e raffigurazione del Male stesso. Si pensi, ancora, al confronto drammatico, narrato nei primi capitoli del libro dell’Esodo, tra il Signore, promotore instancabile di liberazione, e il Faraone, personificazione del Potere che opprime e riduce in schiavitù.
Il giusto di fronte ai malvagi
Il libro dei Salmi illustra questo grande conflitto, mettendo in scena due figure contrapposte: il giusto e il malvagio. Il «giusto» è la persona caratterizzata da una profonda rettitudine interiore, che non agisce per convenienza o per calcolo.
Libero da ogni volontà di dominio, avanza nella vita nel rispetto dovuto all’altro, pronto a riconoscere e promuovere il diritto di cui l’altro, a cominciare dal più debole, è portatore. Non è un presuntuoso, è semplicemente una persona onesta, colui che, nel nostro linguaggio, chiameremmo un «uomo per bene».
Il salmista lo definisce «puro di cuore» o anche «retto di cuore»: un uomo trasparente, senza doppiezza, non diviso tra l’adesione formale al Signore e l’ossequio reale agli idoli di turno.
Il suo costante punto di riferimento è costituito da una Parola che egli riconosce dotata di grande autorevolezza, perché veicola un insegnamento insostituibile proveniente dall’Alto. Da essa, come illustra il Salmo 1, attinge luce e forza per non conformarsi a una società ingiusta, dominata dalla cultura dell’esclusione e dello scarto.
Soprattutto, nutrendosi di tale Parola «giorno e notte», impara a discernere nelle complesse situazioni dell’esistenza la via che porta alla felicità e alla pace. Compito arduo, dal momento che nella realtà di tutti i giorni il giusto si trova spesso solo, di fronte a coloro che si sono uniformati alla mentalità e alla logica dominanti.
Sono i «malvagi», quelli che si sono lasciati prendere il cuore dalla violenza e dalla menzogna, cioè dalle due componenti tipiche di ogni società corrotta, generatrice di corruzione.
La crisi del giusto e il Salmo 11
Il giusto può andare in crisi di fronte al successo e alla spavalderia dei violenti. Emblematica è la situazione descritta nel Salmo 11.
«Nel Signore mi sono rifugiato, come potete dirmi: “Fuggi come un passero verso il monte”? Ecco, gli empi tendono l’arco, aggiustano la freccia sulla corda per colpire nel buio i retti di cuore. Quando sono scosse le fondamenta, il giusto che cosa può fare?»
«Ma il Signore nel tempio santo, il Signore ha il trono nei cieli. I suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo. Il Signore scruta giusti ed empi, egli odia chi ama la violenza.»
«Farà piovere sugli empi brace, fuoco e zolfo, vento bruciante toccherà loro in sorte; giusto è il Signore, ama le cose giuste; gli uomini retti vedranno il suo volto».
Una grave minaccia incombe sul salmista: i malvagi tramano nell’ombra per colpirlo e abbatterlo. Persone a lui vicine gli consigliano di fuggire sui monti, ma forse il suggerimento va oltre la necessità di trovare riparo in un luogo sicuro.
I monti, infatti, erano considerati il regno di Baal, il dio della pioggia, la cui potenza trovava una temibile manifestazione nel fulmine e nella tempesta. Il culto di questa divinità era diffuso in tutta la regione siro-palestinese, in quanto si credeva che assicurasse la fecondità della terra.
In questa prospettiva, l’intervento degli amici può essere inteso come una sollecitazione a mettersi sotto la protezione di Baal. È come se gli dicessero: «Lascia perdere la Parola a cui hai fatto finora riferimento. Essa non serve per farsi largo nella vita. Sii realista! Dai il tuo assenso al potere che governa di fatto il pezzo di mondo in cui ti trovi a vivere. Riconosci la sua “signoria”».
«Baal», infatti, significa «signore», «padrone». È il messaggio che ci viene ripetutamente insinuato anche oggi, sollecitati come siamo a inchinarci davanti ai potentati economici, finanziari e ideologici che dominano la nostra società mercantile.
Un messaggio che va di pari passo con il senso di impotenza che avvertiamo di fronte al Male, che sembra avanzare incontrastato e minare alla base la società. Scrive papa Francesco: «Come il bene tende a comunicarsi, così il male a cui si acconsente, cioè l’ingiustizia, tende a espandere la sua forza nociva e a scardinare silenziosamente le basi di qualsiasi sistema politico e sociale, per quanto solido possa apparire».
È a questo punto che in ogni coscienza avvertita si impone l’interrogativo percepito in modo acuto dal salmista: «Quando le fondamenta della terra sono scosse, cosa può fare il giusto?»
Quando le fondamenta del vivere comune e della giustizia sociale sono scalzate fin dalla radice, esiste una via percorribile da chi non vuole arrendersi di fronte alla violenza imperante? L’unica possibilità per non rassegnarsi al modo di agire corrente è quella di maturare una fiducia granitica nel Bene, qualunque sia il nome con cui lo si definisca.
Per il salmista tale percorso si è tradotto in una ferma fiducia nella bontà di Dio, presente e operante dentro le oscurità dell’esistenza. È quanto egli afferma a partire dal versetto 4, dove dichiara che il Signore ha il trono nei cieli.
Con queste parole riconosce che Dio è il re che governa la terra e ha il pieno controllo della storia. È il giudice supremo, amante della giustizia, a cui nulla sfugge di ciò che accade nel mondo.
Non è daltonico. Ha occhi per condurre un’indagine imparziale, scruta giusti ed empi. Un giorno i retti potranno contemplare senza più ostacoli il suo volto e l’affermazione piena del Bene.
La «grande iniquità» e gli ultimi tempi
In alcuni salmi i malvagi sono definiti operatori di iniquità. La parola greca tradotta con «iniquità» è anomía. Sia nella Bibbia greca che nel Nuovo Testamento e nella letteratura del giudaismo ad esso contemporaneo il vocabolo fa riferimento a quella che si può definire la «grande iniquità», l’iniquità degli ultimi tempi.
«Ultimi» non tanto in senso cronologico, quanto nel senso di «decisivi», nei quali avviene lo scontro frontale tra le forze del Male e il Regno di Dio. Il termine presenta, dunque, una marcata colorazione escatologica, ha cioè a che fare con il dramma della storia e con i suoi esiti ultimi.
Tra gli evangelisti, Matteo impiega il termine anomía quattro volte, in Matteo 7,23; 13,41; 23,28 e 24,12, e nelle prime due ricorrenze compare proprio l’espressione «operatori di iniquità» tipica dei salmi. Ciò lascia intendere come Matteo sviluppi una riflessione sul Male, riallacciandosi alla problematica affrontata nelle Scritture di Israele.
Lo scontro tra l’anomía e l’agápe
Particolarmente illuminante risulta la frase riportata in Matteo 24,12: «per il dilagare dell’iniquità (anomía) si raffredderà l’amore (agápe) di molti».
Il dramma della storia per l’evangelista si concentra fondamentalmente nel grande conflitto che oppone l’agápe all’anomía. Gesù sta parlando degli avvenimenti che caratterizzeranno i tempi ultimi: si susseguiranno eventi drammatici, per i quali saranno scosse le fondamenta della terra; i rapporti tra le persone e tra i popoli saranno sconvolti e il mondo apparirà preda di forze disgreganti.
Tracciato questo quadro inquietante, Gesù afferma a chiare lettere che neppure i suoi discepoli saranno risparmiati dall’inasprirsi della crisi. Non solo la Chiesa sarà colpita dalla violenza imperversante nella società, ma, peggio ancora, al suo stesso interno si moltiplicheranno fenomeni di accanita rivalità e di violenta ostilità.
«Gesù rispose: “Guardate che nessuno vi inganni; molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno. Sentirete poi parlare di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi; è necessario che tutto questo avvenga, ma non è ancora la fine.”»
«Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome.»
«Molti ne resteranno scandalizzati, ed essi si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà. Ma chi persevererà sino alla fine, sarà salvato.»
«Frattanto questo vangelo del regno sarà annunziato in tutto il mondo, perché ne sia resa testimonianza a tutte le genti; e allora verrà la fine».
Il raffreddamento dell’amore
Come è possibile che una tale degenerazione si insinui anche nel cuore della Chiesa? Il testo evangelico chiama in causa l’azione di quei falsi profeti che, con i loro interventi, riescono a ingannare i discepoli.
L’inganno consiste nell’indurre molti a pensare che il Male sia invincibile e ad arrendersi alla sua egemonia. I falsi profeti fanno leva sullo sconcerto e sulla rassegnazione che nascono dalla constatazione del «dilagare dell’anomía».
Trascinati da loro, molti discepoli finiranno per smarrire il senso della giustizia e la fiducia nel Bene. Succederà così che «l’agápe di molti si raffredderà».
L’agápe riassume in sé lo stile evangelico di vita. Come tale, è apertura all’altro, ricerca e promozione di relazioni umanizzanti. Consiste nel farsi prossimo anche nei confronti dell’estraneo e del nemico.
Nei tempi di rivolgimenti sociali e culturali, segnati da grande confusione e diffuso disorientamento, il rischio ricorrente è di screditare l’agápe. Ci si ripiega su se stessi, rendendosi insensibili di fronte alle sofferenze e alle necessità del prossimo.
Gli altri finiscono per non contare più nulla, il cuore diventa «gelido», niente lo tocca. È quella «globalizzazione dell’indifferenza» di cui ha parlato papa Francesco nel suo primo viaggio fuori Roma, a Lampedusa.
La risposta di Matteo: perseverare nell’agápe
Di fronte al diffondersi di una tale deriva «cosa può fare il giusto?». Il testo evangelico ha una sola risposta: chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
È necessario resistere, nonostante tutto, nella via dell’agápe. Si tratta «di non lasciarsi suggestionare dai profeti che non prendono più sul serio il comandamento dell’amore… Quanto più dilaga l’ingiustizia nel senso dell’anomía, tanto più deve espandersi in sempre nuove invenzioni di amore la scelta tenacemente custodita della carità».
Secondo Matteo, dunque, l’agápe è l’unica forza in grado di porre un argine al caos dilagante, che rischia di sfaldare le basi del vivere comune. L’amore evangelico non è un sentimento passivo, ma una scelta perseverante, capace di mantenere vive la giustizia, la prossimità e la responsabilità verso gli altri.
La casa sulla roccia: ascoltare e mettere in pratica
La conclusione di Matteo 7 chiarisce ulteriormente il significato di «operatori di iniquità». Gesù paragona chi ascolta le sue parole e le mette in pratica a un uomo saggio che costruì la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, inondarono i fiumi e soffiarono i venti: si abbatterono su quella casa, ma non cadde. Era fondata infatti sulla roccia.
Chi ascolta le parole di Gesù ma non le mette in pratica è invece paragonato a un uomo stolto che costruì la sua casa sull’arena. Cadde la pioggia, inondarono i fiumi e soffiarono i venti: si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande.
La parabola delle due case interpreta direttamente il contrasto tra «chi fa la volontà del Padre» e chi si limita a dire «Signore, Signore». La roccia non è la semplice conoscenza dell’insegnamento di Gesù, né la sua ripetizione verbale: è l’ascolto tradotto in pratica.
La sabbia rappresenta invece una costruzione priva di fondamento stabile. Una persona può parlare in modo religioso, compiere attività pubbliche e rivendicare esperienze spirituali, ma la prova decisiva resta la coerenza della vita.
Le opere religiose non sostituiscono l’obbedienza
«Molti mi diranno in quel giorno: “Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e nel tuo nome cacciato demòni e fatto nel tuo nome molte opere potenti?”»
Le persone del testo non si difendono dicendo di non aver mai avuto a che fare con Gesù. Al contrario, elencano attività religiose compiute «nel suo nome». La loro sicurezza nasce dal fatto di considerare quelle opere una garanzia automatica di autenticità.
Il testo mostra invece che anche un’attività apparentemente spirituale può essere separata dalla volontà di Dio. La profezia, la liberazione dai demòni e le opere potenti non costituiscono da sole il criterio ultimo del giudizio.
Il punto non è negare il valore delle opere compiute nel nome di Gesù, ma rifiutare l’idea che esse possano sostituire la conversione del cuore e l’obbedienza. L’espressione «operatori di iniquità» indica proprio la contraddizione tra il linguaggio religioso e una prassi incompatibile con il regno di Dio.
Il discernimento dei frutti
Gesù aveva già indicato il criterio con cui riconoscere i falsi profeti: «Dai loro frutti li riconoscerete». Il frutto rende visibile la qualità dell’albero e permette di verificare ciò che le parole possono nascondere.
Ogni albero buono dà frutti buoni; ogni albero cattivo dà frutti cattivi. Non può un albero buono dar frutti cattivi, né un albero cattivo dar frutti buoni.
Il discernimento cristiano non consiste quindi in una condanna impulsiva delle persone, ma nell’osservazione responsabile degli effetti concreti di una condotta e di un insegnamento. Dove prevalgono violenza, menzogna, dominio, rivalità e indifferenza, si manifesta la logica dell’iniquità.
Dove invece crescono prossimità, giustizia, misericordia, riconciliazione e attenzione ai più deboli, si manifesta una vita coerente con la volontà del Padre.
«Andate via da me»: una parola di giudizio
L’invito «allontanatevi da me» o «andate via da me» è una parola di giudizio. Esprime la separazione tra Gesù e coloro che hanno scelto una condotta incompatibile con lui. Non si tratta soltanto della conseguenza automatica di un errore, ma della dichiarazione che una relazione autentica non può essere fondata sulla menzogna e sull’ingiustizia.
La severità della frase è legata alla serietà della contraddizione. Gli interlocutori chiamano Gesù «Signore», ma non fanno la volontà del Padre; affermano di agire nel suo nome, ma producono iniquità; si presentano come suoi discepoli, ma Gesù dichiara: «Non vi ho mai conosciuti».
Il giudizio non è rivolto contro chi riconosce umilmente la propria debolezza. Il brano riguarda coloro che trasformano il nome di Gesù in una giustificazione per la propria condotta e pretendono di essere riconosciuti sulla base di un’apparenza religiosa.
Il rapporto con il «non giudicate»
Matteo 7 contiene sia l’avvertimento «non giudicate» sia il giudizio contro gli «operatori di iniquità». I due insegnamenti non sono contraddittori.
«Non giudicate» non significa accettazione universale di qualsiasi stile di vita o insegnamento. Poco più avanti nello stesso sermone, Gesù comanda di conoscere se stessi e gli altri dal frutto prodotto dalla vita di ciascuno, cosa che richiede un certo tipo di valutazione.
Gesù proibisce il giudizio ipocrita, affrettato e privo di misericordia, non il discernimento morale. Il cristiano può amare le persone che fanno cose non degne di approvazione senza approvare incondizionatamente ciò che fanno.
Il criterio resta la misura con cui si giudica. Dovremmo giudicare il comportamento altrui solo quando siamo coscienti del fatto che noi stessi saremo giudicati, tenendo anche a mente come vorremmo essere giudicati.
Il rapporto con la correzione fraterna
Gesù non dice che sbagliamo ad aiutare nostro fratello con la pagliuzza nell’occhio. Anzi, è una cosa buona aiutare il proprio fratello a rimuovere la sua pagliuzza, ma non prima di esserci occupati della trave nel nostro occhio.
La correzione è possibile, ma deve nascere dall’autocritica, dalla responsabilità e dalla volontà di aiutare. Chi corregge gli altri mentre rifiuta di riconoscere il proprio male agisce da ipocrita.
In questo senso, l’opera opposta all’iniquità non consiste nel condannare gli operatori di iniquità con lo stesso spirito di dominio che li caratterizza. Consiste nel togliere la trave dal proprio occhio, recuperare una vista limpida e promuovere relazioni umanizzanti.
Il messaggio attuale del passo
Lo scontro tra Bene e Male, tra l’agápe e l’anomía, non è rimandato a un tempo lontano. È già cominciato.
«Rifacciamoci alla nostra esperienza per scoprire come l’angoscia del crollo di tutto un mondo, su cui si è fatto affidamento, e il presentimento dell’incombere di una catastrofe non sono relegati a una data “x”, ma tagliano la storia dell’umanità e s’infiltrano nelle fibre dell’essere. Matteo non vuol dire che all’ultimo momento l’amore sarà messo in crisi; c’è sempre una crisi dell’amore… Il “corpo a corpo” tra agápe e anomía sta avvenendo adesso».
Oggi anche noi ci dobbiamo misurare con la stessa crisi affrontata dal salmista, di fronte al successo degli spregiudicati e dei disonesti. Oggi, come un tempo la comunità di Matteo, corriamo il rischio di perdere la fiducia nel Bene e di lasciarci irretire dai falsi profeti, assuefacendoci all’ingiustizia imperante.
Di fronte a quel «cancro sociale che è la corruzione profondamente radicata in molti Paesi» oggi è il tempo di rinvigorire l’agápe contro l’anomía. «Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: “Peccatore sì, corrotto no!”, e a dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse solo un peccato in più».
La frase «Andate via da me, operatori di iniquità» richiama dunque alla responsabilità di non confondere la fede proclamata con la volontà di Dio vissuta. Il criterio indicato da Gesù è l’unità tra ascolto e pratica, tra invocazione del suo nome e obbedienza al Padre, tra religiosità esteriore e frutti concreti di amore, giustizia e verità.
