Don Pini, ex sacerdote: la storia raccontata da Agnese Pini ne «La verità è un fuoco»

A tredici anni Agnese Pini scopre in fondo a un cassetto un piccolo album rosso con le foto di un giovane sacerdote, è Don Pini, suo padre che ha lasciato tutto per amore di una ragazza dagli occhi verdi, Mira, sua madre. La scoperta è scioccante e la verità è difficile da accettare, così come è difficile riconoscere la potenza dell’amore che ha spinto un sacerdote a lasciare la Chiesa, sposarsi e costruire una famiglia.

Ventisei anni dopo, La verità è un fuoco dà voce alle incomprensioni e alla tenerezza indicibile che legano un padre e una figlia, e al passato di quello stesso padre prima della nascita di sua figlia. Il memoir di Agnese Pini è un’indagine personale sulla vocazione, sul silenzio familiare, sulla fede e sull’amore inteso non come tentazione, ma come forza capace di cambiare radicalmente una vita.

La scoperta dell’album rosso

«Papà, è vero che eri un prete?»: ci vuole l’innocenza inquisitoria, un po’ spavalda, quasi brutale, di un’adolescente per affrontare così il proprio genitore, in cucina, all’ora di cena. Ma Agnese aveva tredici anni e mezzo quando scoprì in fondo a un cassetto, nascosto, ma non a sufficienza, il piccolo album rosso di foto che le raccontò l’incontestabile verità: suo padre era stato un sacerdote, un parroco, «don Pini».

Il giorno in cui scopre che suo padre è stato un prete Agnese ha tredici anni. Lo viene a sapere per caso, quando trova in fondo a un cassetto un piccolo album rosso: sulla copertina si legge il nome «don Pini» e le foto raccolte all’interno ritraggono un giovane sacerdote dall’espressione assorta. È in quel giorno che l’infanzia di Agnese finisce e comincia per lei una nuova vita: una vita in cui è costretta a misurarsi con un segreto bruciante e una verità impossibile da accettare.

«Non ho mai più rivisto quell’album, in vita mia. Mai più, dopo quel pomeriggio. Eppure: non c’è un’immagine che io non ricordi con precisione intatta». Foto del giovane seminarista, dello studente di teologia ventenne, foto del giovane prete con i paramenti sacri delle celebrazioni, foto di una gita con i parrocchiani in Piazza San Pietro.

La «verità» di Agnese, quel giorno di febbraio 1999, era espressa semplicemente dalla sua intransigenza adolescenziale: «Non volevo essere la figlia del prete». Rivoleva il padre che aveva creduto fin lì di avere: «un professore di lettere che insegnava ai ragionieri di Carrara, con i capelli scuri e gli occhiali spessi».

«La scoperta che mio padre era stato un prete è stata una frattura violenta. In una cultura cattolica come la nostra, le figure del padre e del sacerdote non sono sovrapponibili. E invece ho dovuto rimetterle insieme, ri-conoscere mio padre…».

La domanda al padre e il peso del silenzio

Subito la fatica del confronto con i genitori. Prima alla mamma, che dice al marito: «Agnese deve chiederti una cosa». E poi di fronte al padre: «Tirai fuori le parole che oggi si fermano sul filo delle mie labbra, la voce incatenata e impotente: “Papà, è vero che eri un prete?”. E vidi il suo viso spezzarsi, e il mio viso si spezzò con il suo: vidi il viso di un padre colpevole e immediatamente sentii quella colpa su di me, come fosse la mia.»

Al momento, poco più di ventisei anni fa, quando vide, in risposta, il viso del padre «in frantumi, le guance arrossate, quegli occhi stretti e quelle labbra strette e senza più un sorriso, labbra che precedono il pianto», la giovanissima Agnese forse si pentì della propria curiosità, dell’intrusione in un passato che non le apparteneva, della sofferenza provocata.

La risposta del padre arriva soltanto parecchie pagine più avanti: «La voce gli uscì rauca dalla bocca: “Sì, ero un prete. Ma poi ho conosciuto tua madre e ho lasciato la Chiesa”. Nient’altro? Nient’altro».

Ma era stata più forte la rabbia per il silenzio dei genitori, per quel segreto «sproporzionato per la mia età» che magari, un giorno, più avanti, le sarebbe stato svelato, ma che aveva dovuto affrontare da sola, un buio pomeriggio d’inverno, esplorando un cassetto nella stanza dei genitori usciti a fare la spesa.

«Non volevo essere la figlia del prete. Non volevo quel segreto anche perché sentivo - sapevo - che non avrei mai potuto condividerlo. Era troppo sproporzionato per la mia età, per i miei orizzonti, per la mai capacità di comprensione».

Il silenzio è uno spazio in cui si accumulano ambiguità e quindi ferite, ma può essere protezione. Mio padre ha fatto una scelta radicale per amore, ha lasciato la Chiesa, i voti, la castità, ma non ne ha mai parlato.

Forse per pudore, forse per proteggerci da una verità scomoda, bruciante appunto, giudicata negativamente da una società cattolica che non era pronta ad affrontare questi temi. Ma nel silenzio si annidano anche dolore, ambiguità, vergogna. E ciò che resta senza parola non trova mai soluzione, né cura.

Da don Pini ad Adriano

In «verità» - ed è questa la parola che ricorre più frequentemente nel nuovo libro di Agnese Pini, La verità è un fuoco -, per la verità, dunque, suo padre «era stato» un prete, prima di incontrare sua madre durante la preparazione della tesi universitaria, prima di decidere di rinunciare per lei al clergyman, di sposarla e di costruire una famiglia esemplare: due figli adottati con amore e generosità in Perù e un’inattesa figlia biologica, Agnese, la più piccola.

Agnese Pini racconta la storia dei suoi genitori che si sono conosciuti quando il padre faceva il prete e per la madre ha abbandonato tutto e seguito un’altra vocazione. Un romanzo su come solo verità e libertà ci permettono di essere chi siamo.

Il protagonista di questo libro è l’amore, più precisamente l’amore che chiede di essere riconosciuto e proclamato, che esige pubblicità nel senso primordiale di esporre al pubblico, come le pubblicazioni che si affiggono alle porte delle chiese prima del matrimonio. Il protagonista di questo libro è l’amore che bussa con insistenza e che chiede di essere pubblicato e che per questo diventa un libro.

«Perché mio padre ha scelto di lasciare tutto per mia madre? Perché era innamorato. È una risposta così facile, la avevo sotto gli occhi. Nel libro riporto una frase di Sant’Agostino che mi piace moltissimo, che dice: “l’amore non lo vede nessuno”. È proprio così, noi non lo vediamo e allora lo trasformiamo in tentazione, in sesso. Così si dice che i preti hanno lasciato perché hanno avuto una tentazione».

Con questa domanda si apre il libro, e con la seguente risposta si chiude, quando, dopo un anno di sedute analitiche nello studio milanese del dottor F., lei riesce a immaginare le parole che suo padre rivolse in un giornata di ottobre, quando aveva 33 anni e da 8 era prete, alla giovane appena laureata che sarebbe diventata sua madre: «Lascio tutto, per te».

Tutto. Per te. Non importa la Chiesa, le mie promesse, i miei impegni, il mio vescovo, i miei parrocchiani, la paura, la vergogna per tutto quello che sto per affrontare. Non importa nulla, importi solo tu. Lascio tutto. Per te.

Si può lasciare “tutto” per amore. Anzi, la prova che si tratta veramente di “amore” è proprio questa capacità di lasciare tutto, perché l’amore o è totalizzante o non è. E don Pini lascia tutto, e ridiventa solo Adriano che, per Mira, ricomincia una nuova vita. Incipit vita nova.

Agnese trova così la risposta alla domanda iniziale sull’identità di suo padre e capisce chi è, nella sua pasta umana, suo padre: è uno che ha lasciato tutto per amore.

L’incontro con Mira

Giovane parroco, don Pini era studente alla facoltà di Lettere all’Università di Pisa, dove Agnese si laureerà brillantemente in lettere moderne: «la stessa facoltà, nella stessa città, in cui si conobbero i miei genitori, esattamente trent’anni prima… sì, l’ho scelta anche per i miei genitori, l’ho scelta anche pensando a loro».

Anni intensi di studi e di amicizie, di dichiarata distanza dalla famiglia. Ma è proprio lì, in una strada o una piazza della Pisa universitaria che i suoi genitori si incontravano: «Che cosa vi siete detti, chi ha sorriso per primo a chi?… O invece l’amore è arrivato in silenzio, senza farsi notare, nascosto in una segreta felicità che vi palpitava nel petto, una felicità senza nome e senza perché…».

Iniziano a frequentarsi e studiano fianco a fianco, per le rispettive ricerche, nella biblioteca del Seminario di Sarzana. «Si erano innamorati in un giorno d’autunno, preparando gli esami e la tesi di laurea, tutto quel tempo passato insieme, nella biblioteca del seminario di Sarzana, nelle aule dell’Università di Pisa. Due studenti, fianco a fianco. Lei ragazza, lui prete. Si separarono in un giorno d’inverno, dopo il Natale del 1975».

A quel punto, per un anno eviteranno di incontrarsi. Agnese medita anche su quella scelta e poi sul nuovo incontro tra i suoi genitori e sulla decisione di «riconoscere l’amore». E così «lei, alla fine, tornò da lui, perché anche lei poteva lasciare tutto per lui… e si dissero che non avrebbero più avuto paura.

E non fu coraggio, non fu trasgressione, non fu volontà, non fu forza, la loro. Le scelte d’amore rispondono solo alla fede e allo spirito, e non hanno parole per poter essere raccontate…».

«Quando si riduce l’amore a una tentazione, si finisce per disumanizzarlo». Mio padre ha lasciato tutto per l’amore di mia madre, ma non ha mai rinnegato la sua vocazione. Queste due cose, l’amore per Dio e l’amore umano, non sono in contraddizione.

Sono entrambe atti d’amore, e gli atti d’amore non si escludono. Solo se li guardiamo attraverso le regole diventano inconciliabili. Mio padre ha creduto profondamente nella sua vocazione e ha continuato a crederci. Non ha rinnegato nulla.

L’amore - non la tentazione - ha la forza di spingere qualcuno a lasciare tutto con questa radicalità. Non si abbandona tutto per una debolezza: lo si fa solo per una forza potente e l’amore è una forza straordinariamente politica.

Ci consente di rompere ogni laccio, barriera, norma, ogni cosa che ci fa sentire condannati o condannabili. Ma è difficile da vedere, come sosteneva Sant’Agostino. Solo l’amore è in grado di distruggere per poi ricostruire in pienezza.

La vocazione, la fede e la libertà

Parola ricorrente nel racconto è «vocazione», compare quasi subito e ritorna infinite volte: a partire dalla riflessione sulle diverse scelte di vita del padre, e anche per le sensazioni suscitate in lei dall’ambiente del seminario e dai preti che vi incontra.

Con lo sviluppo di una ricerca personale, intima sul nesso tra fede e vocazione. Anche qui Agnese Pini fa dono di pagine intense e profonde, come questa in cui interagisce con lo psicanalista: «Se cercare è credere, allora sì, sono credente. La fede è una ricerca, la vocazione è una ricerca…».

«In quel gioco di fughe e di specchi, di allontanamenti e di ritorni di cui è fatta l’esistenza umana, sta l’altrove che ci porta alla fede, perché lì sta il segreto del senso che possiamo attribuire alla nostra esistenza, al nostro essere vivi. Nascere, fuggire, cercare e poi, alla fine, tornare.

Solo chi cerca può credere, solo chi crede può tornare, solo chi torna può avere fede, perché tornare è un atto di fede. Dio è tornare».

In un colloquio con lo psicanalista, lei afferma: «Non riesco a pensare che la vocazione possa essere qualcosa di tanto diverso dall’amore».

Soltanto molto tempo dopo suo padre le avrebbe fornito la risposta che non era riuscito a dare: prima delle regole, viene la coscienza. I giudizi, la freddezza, i cipigli di vescovi e monsignori l’avrebbero aiutata a capire la delusione del nonno paterno e il malcelato rancore per la «colpa di quella donna là», che aveva sottratto il figlio alla vocazione.

Ci sarà voluto qualche anno ancora, perché la giovane Agnese comprendesse a fondo l’ingiustizia di quei rimproveri e che la vocazione di suo padre non era stata liquidata. Era rimasta.

E che suo padre non meritava, ogni domenica, di seguire la santa messa da solo, dietro all’ultimo banco della chiesa, come un penitente.

Il mistero della libertà si chiama vocazione. Questa è la via mediante cui la libertà diventa concreta. La libertà infatti non è arbitrio senza meta ma è appunto vocazione, cioè una chiamata che ti fa essere te stesso.

È un sommo mistero la vocazione, ovvero l’indirizzo della libertà. La libertà senza vocazione, senza indirizzo, è semplicemente indeterminazione e indecisione.

Ma noi siamo chiamati dalla nostra stessa natura a determinarci e a decidere, e questa chiamata della natura alla determinazione e alla decisione si chiama vocazione.

La vocazione è una sola, per tutti, e riguarda tutti, tutti chiamati, “vocati”, a unire responsabilmente nella nostra esistenza amore e verità mediante la libertà.

È questa la meta, per raggiungere la quale si può essere preti per alcuni anni e poi non esserlo più, oppure rimanere preti per tutta la vita. Oppure non avere nulla a che fare con la Chiesa e la religione.

Quello che importa è la vocazione all’amore e alla verità unite dalla libertà, come questo libro di Agnese Pini racconta con quella forza e quel coraggio che provengono dall’esporsi alla verità.

Il seminario di Sarzana e la ricerca sulle tracce del padre

Conta l’audacia della ragazza che è riuscita, nell’estate dei suoi sedici anni, a entrare come archivista volontaria nella biblioteca del seminario di Sarzana frequentato da suo padre nella sua vita precedente, «prima che fosse mio padre».

All’età di sedici anni, durante l’estate dopo la seconda liceo, Agnese vive una tappa di un ininterrotto percorso sulle tracce del padre: catalogare i libri della biblioteca del seminario di Sarzana, dove lui aveva studiato.

Gli fa da guida un prete anziano amico di famiglia: ha imparato a conoscerlo come «zio Enzo», che la accoglie e l’accompagna con grande disponibilità. Incontra un altro prete ancor più anziano, don Crovara, per il quale dirà «di aver provato un affetto sincero».

Agnese, che sta catalogando un lascito del sacerdote alla biblioteca, lo trova cordiale e premuroso, era stato insegnante di suo padre al liceo e le racconta la vita dei seminaristi e che suo padre era bravo in latino, e che «era un buon prete».

Una volta, nelle sue giornate in biblioteca, c’è un intenso dialogo con don Crovara a partire dal racconto evangelico dell’incontro di Gesù con l’uomo ricco a cui viene chiesto di lasciare tutto.

Ma incrocia anche don Claudio, che era stato compagno di classe del padre e a cui viene presentata come «la figlia del Pini»; la colpisce il tono con cui le si rivolge, «mi lasciò dentro una sensazione vaga e opprimente, di imbarazzo e perfino, in una certa misura, di rabbia… il tono di chi non è solo curioso, ma anche malizioso».

Contano l’orgoglio con il quale ha incontrato i sacerdoti che avevano conosciuto suo padre e la dignità con la quale ha accolto anche le critiche non tanto velate di uno di loro, don Claudio, per la scelta irrevocabile di «don Pini»: «La vocazione è fatta di regole» le aveva detto, severo.

Incontri come questo alimentano in lei un senso di vergogna, anche se, a un certo punto, si vergognerà di essersi vergognata. Vergogna attribuita anche al padre, come possibile causa dell’occultamento ai figli della sua vicenda.

La parrocchia di Vezzano e il rapporto con la Chiesa

La voglia di sapere e di capire, perché la verità non è una risposta, «è una domanda», impregnano il pellegrinaggio di Agnese al seminario o nella parrocchia di Vezzano, in provincia di La Spezia, dove suo padre aveva celebrato messa, come testimoniano le foto dell’album rosso.

Cose della vita del padre che la figlia medita, ripercorre, collega in una sofferta e intensa sosta a Vezzano, nella chiesa di cui suo padre, negli stessi anni in cui studiava lettere a Pisa, era parroco.

«Pensai a mio padre, in quella chiesa, sotto quel crocifisso… Pensai quante volte doveva averlo guardato e pregato, a quante volte doveva averlo invocato. Pensai ai suoi dubbi, alla sua sofferenza, al suo senso di colpa, alla sua paura e al suo rimpianto.

Pensai alla fatica, alle lacrime, alla tenerezza che io, con tutta me stessa, provavo per lui. Per mio padre».

Nel libro ritorna più volte e intensamente il senso del legame di suo padre con la Chiesa, come in questo passaggio: «Era vergogna o era obbedienza? La Chiesa vuole obbedienza, i preti sono obbedienti.

E tu non hai mai smesso di essere prete: i sacramenti non si sciolgono mai, nessun uomo può dissolverli. Possono umiliarti e tacitarti, cacciarti e dimenticarsi di te, ma non toglierti ciò che sei».

Gli anni vissuti in parrocchia a Vezzano erano quelli del dopo Concilio. A una domanda dello psicanalista Agnese afferma che nel rinnovamento conciliare il padre «ci credeva, moltissimo».

Penso che avesse sperato che la Chiesa potesse cambiare molto più di quanto non sia poi effettivamente cambiata. E penso che questa speranza comprendesse anche il celibato.

Tempi e scelte che Agnese ripercorre anche pensando a un incontro tra la sua famiglia e quella di un altro prete che ha lasciato, si è sposato ed è rimasto amico del padre, don Currarino.

Riguardo all’altra coppia - che vive in modo meno lacerante il rapporto con la Chiesa - si domanda: «Furono più felici dei miei genitori? Riuscirono, rivendicando la loro scelta, a renderla meno dolorosa, meno violenta rispetto al giudizio degli altri?

Della Chiesa, dei genitori, degli amici e non più amici. Dei figli, dei colleghi, dei parrocchiani e degli ex parrocchiani. Non so dirlo».

Il dottor F. e il lavoro interiore

Per mettere mano alla scrittura del libro e soprattutto per metterne a conoscenza il padre, ritiene necessario rivolgersi a uno psicanalista per fare ordine nei propri pensieri, nei sentimenti che la investono e sconvolgono, in quello che sa e in quello che vorrebbe sapere di suo padre e quindi nella loro relazione.

Un insieme turbinoso di cose che vive come «un segreto inconfessabile, o una colpa insostenibile… pensai che lo psicanalista è come un prete, e se i vicari di Cristo non avevano saputo o voluto aiutarmi, forse avrebbe saputo farlo un vicario di Freud».

La figura del dottor F. è fondamentale ne La verità è un fuoco: psicanalista freudiano-lacaniano che diventa «un architrave del racconto perché i viaggi non li possiamo mai fare da soli. È come nell’intreccio classico della fiaba dove c’è l’aiutante dell’eroe. È il mio aiutante necessario».

Il dottor F., lo psicoanalista che l’accompagna per un anno alla ricerca di una chiave di volta, potrebbe esistere o potrebbe anche essere un indovinato stratagemma letterario per il viaggio introspettivo di Agnese a ritroso nel tempo. Non importa.

I colloqui con lo psicanalista - leitmotiv sottostante all’intero racconto - la sostengono nella lotta interiore che affronta, nel cammino per superare lo sconcerto, il disagio, i numerosi silenzi tra lei e il padre.

«La Chiesa istituzionale mi ha chiuso molte porte, non era pronta ad ascoltare. Il dottor F. in un certo senso è l’equivalente laico del confessore. Mi ha dato gli strumenti per fare pace con questa storia. Prima dovevo affrontarla io. Solo dopo ho potuto scriverla.

Farlo è stato, alla fine, un modo per riconciliarmi non solo con mio padre, ma con me stessa».

La scrittura è stata il mio modo per restituire voce a ciò che non ce l’aveva. È stato un atto d’amore. E nessun atto d’amore autentico esiste senza il rifiuto, la rabbia.

Quando ho scoperto la verità su mio padre, ho provato vergogna. E me ne sono vergognata. Ma ho scelto di non tacere nulla, di non autocensurarmi. Perché scrivere questo libro aveva senso solo se dicevo tutto, anche ciò che metteva a disagio me stessa.

Un memoir tra verità e amore

La meta di Agnese, scortata dal taciturno ma sempre più partecipe dottor F., è comunque più ambiziosa: scrivere il suo libro, sì, ma comprendere anche che tipo di prete era stato suo padre nel turbinìo degli anni Sessanta e Settanta.

Un progressista? Un sostenitore, poi deluso, del Concilio Vaticano II? Un comunista, perfino?

La storia di una famiglia speciale, poi neanche così unica, con un segreto che non è più tale, conduce alla realtà, scomoda ma vera, dei preti sposati, degli «irregolari» della Chiesa, e della potenza dell’amore per una donna, troppo spesso svilito e confuso con il desiderio e il sesso.

Sullo sfondo si sente la spinta verso quella che avrebbe potuto essere un’inchiesta giornalistica sui «preti irregolari», «spretati», ma la forza di questo memoir sta nell’intimità, nei dettagli, nelle ciliegie che decoravano la tazzina su cui Agnese beveva il caffè da ragazza, sui silenzi del padre, gli sguardi della madre.

Sentivo il desiderio di scrivere qualcosa che riguardasse mio padre e ho pensato anche che avrei potuto fare un’inchiesta su questi preti che non ce l’hanno fatta come dicono i vescovi.

Era molto difficile perché non esistono numeri ufficiali, ma alla fine ho abbandonato questa strada non tanto per la difficoltà, ma perché il mio desiderio non era questo.

Era una cosa molto più intima quella che dovevo risolvere, era legata a quei silenzi che in tutte le famiglie a un certo punto esistono. Le risposte ci stanno davanti agli occhi, come nel mio caso.

In questo memoir Agnese Pini intraprende un’indagine faticosa ma implacabile, scrivendo pagine emozionanti in cui rivivono gli oggetti e i ricordi di famiglia, si animano i volti di chi ha conosciuto don Pini prima della svolta avvenuta a fine anni Settanta, il passato restituisce i luoghi di un’Italia recentissima eppure già lontana.

E si compie la riconciliazione di una donna con il passato suo e delle persone amate che le hanno dato la vita.

La verità come fuoco

L’altra protagonista è la verità, che, come il fuoco, brucia. Il rapporto con la verità può essere bruciante.

Non lo è quando si tratta di un dato che va imparato e memorizzato; lo è quando si tratta di una evento che ci riguarda e che, ri-guardandoci, proprio come se avesse degli occhi costantemente puntati su di noi, ci disvela, ci spoglia, ci mette a nudo, secondo l’etimologia del termine verità che in greco, alétheia, è proprio “svelare”.

La verità svela e denuda perché illumina, ma, illuminando al contempo brucia, come il fuoco. È quello che Agnese legge sotto la riproduzione del quadro di Klimt “Nuda Veritas” all’ingresso dello studio del dottor F., psicanalista di scuola freudiana: “La verità è un fuoco, e parlare di verità significa illuminare e bruciare”…

Il libro è la storia di quella palla di fuoco che a poco a poco, tramite vicende raccontate con quella bellezza severa che proviene dall’inseguire autenticamente la verità, si trasforma in luce splendente.

L’umiliazione e la vergogna iniziali diventano fierezza per la storia d’amore dei propri genitori: un amore grande, anzi grandissimo, perché assoluto, e come tale capace di rinunciare a tutto.

«Cos’è dunque la verità? - si chiede Agnese Pini all’ultima pagina -. Scrivere questo libro ha significato scendere a patti con l’impossibilità della risposta».

O accettare quella che era sotto i suoi occhi ogni volta che andava nello studio del dottor F.: la riproduzione di un quadro di Klimt, la Nuda Veritas.

Sopra, c’era una scritta in tedesco: «La verità è un fuoco, e parlare di verità significa illuminare e bruciare» si è deciso infine lui a tradurgliela.

La riconciliazione con il padre

Dopo la scoperta Agnese guardava suo padre sotto una luce nuova, non priva di ambiguità, chiedendo costantemente a se stessa, senza trovare la forza di chiederlo direttamente a lui: “Chi sei, papà? Quali sono stati il tuo tormento e il tuo dolore? E quale gioia, passione, amore, quale coraggio è stato il tuo coraggio?”.

Con questa domanda si apre il libro, e con la seguente risposta si chiude, quando, dopo un anno di sedute analitiche nello studio milanese del dottor F., lei riesce a immaginare le parole che suo padre rivolse in un giornata di ottobre, quando aveva 33 anni e da 8 era prete, alla giovane appena laureata che sarebbe diventata sua madre: «Lascio tutto, per te».

Essere figli significa riconoscersi. Alla fine del libro riesco a chiamare mio padre con il suo nome. Un gesto semplice, ma potente. Significa riconoscerlo come uomo, vederlo, e quindi amarlo.

La famiglia esiste se ci si continua a scegliere, giorno dopo giorno. Altrimenti ci si perde.

Io penso che non esista fortuna più grande che possa capitare a un essere umano, perché esattamente per questo siamo venuti al mondo: per incontrare l’amore, per farne esperienza, per farlo diventare vita.

Così Agnese può scrivere con un senso di orgoglio per suo padre e sua madre: “E a quel punto non c’è più nemmeno il mondo-che-guarda, a quel punto anche la vergogna è sconfitta, non ci si può sentire nemmeno più colpevoli: a quel punto siamo finalmente liberi”.

L’autrice e gli incontri

Agnese Pini, Carrara, 1985, da agosto 2019 è direttrice de «La Nazione», prima donna a ricoprire questo ruolo nella storia del quotidiano. Da luglio 2022 ha assunto la direzione del «Quotidiano Nazionale», che comprende «La Nazione», «Il Resto del Carlino» e «Il Giorno». Lo scorso 7 maggio è stata inoltre nominata presidente della casa editrice Longanesi.

La verità è un fuoco è pubblicato da Garzanti, ha 329 pagine e porta al centro una domanda rimasta aperta per ventisei anni: chi era davvero don Pini prima di diventare il padre di Agnese?

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