Il sacerdote africano è spesso una figura di ponte tra comunità, culture e Chiese diverse: studia, celebra la Messa, ascolta, accompagna i fedeli e offre il proprio servizio pastorale nella diocesi che lo accoglie.
La sua esperienza unisce la formazione teologica, la vita comunitaria e l’attenzione alle persone più fragili, secondo una vocazione vissuta nella quotidianità e orientata alla missione.
Il sacerdote africano nella Chiesa italiana
Diciassette preti, di cui 16 africani e un asiatico. Sono i sacerdoti extradiocesani che risiedono nelle parrocchie vicentine, collaborando alle attività pastorali delle comunità che li ospitano e, soprattutto, dedicandosi allo studio: 12 studiano presso la Facoltà di Diritto Canonico a Venezia, 3 studiano presso l’Istituto di Liturgia pastorale di Padova, 2 studiano Teologia pastorale presso la Facoltà Teologica del Triveneto a Padova.
Le parrocchie che li accolgono si trovano a Vicenza, Montecchia di Crosara, Fontaniva, Creazzo, Tezze sul Brenta, Bassano del Grappa, Arzignano, Rosà, Schio e Piazzola sul Brenta.
| Provenienza degli studenti | Numero dei sacerdoti | Ambito di studio |
|---|---|---|
| Africa | 16 | Diritto canonico, liturgia pastorale e teologia pastorale |
| Asia | 1 | Diritto canonico, liturgia pastorale e teologia pastorale |
«Sono preti che dai loro Vescovi hanno ricevuto la richiesta di specializzarsi in teologia pastorale, diritto canonico o liturgia per offrire un servizio qualificato nelle loro Diocesi - spiega il vescovo Giuliano Brugnotto -. L’ospitalità è sostenutadalla Conferenza episcopale italiana, che mette adisposizione un contributo pensato come compenso al servizio svolto nelle nostre comunità».
Un’esperienza di scambio tra comunità
Il Vescovo invita i fedeli dellecomunità che accolgono questi presbiteri a vivere questa esperienza come «uno scambio, un’opportunità di tenere aperta le mente e il cuore a quelle realtà che hanno tradizioni religiose e culturali diverse dalle nostre», e invita a non scoraggiarsi di fronte alle incomprensioni linguistiche.
«Se questi preti trovano un contesto comunitario accogliente imparano la lingua più velocemente, si sentono valorizzati e offrono un servizio più qualificato. Mettiamoci nei loro panni: alcuni provengono da contesti linguistici davvero lontanissimi dai nostri. Impariamo a metterci nei panni dell’altro, così ci si aiuta reciprocamente».
Don Samuel Aranmagrai, sacerdote africano del Camerun
«Quanto ci ha chiesto il vescovo Giuliano ci viene incontro: noi stessi, a volte, abbiamo chiesto di poter fare di più per la comunità di Vicenza che ci ospita».
Don Samuel Aranmagrai è arrivato a Vicenza dal Camerun nel gennaio 2022 e da allora è ospitato nella canonica di Santa Bertilla. «Quest’anno ho conseguito la licenza in diritto canonico, ora devo continuare con il dottorato» spiega il prete.
Nel tempo libero «do una mano. Di fatto avviene soprattutto il sabato e la domenica, per le celebrazioni dell’Eucarestia. A seconda di quanto chiede il parroco, svolgo anche servizi settimanali e le confessioni».
Don Samuel è favorito in questo dal buon livello che ha raggiunto nel parlare la lingua italiana. «L’ho imparata qui, prima non la conoscevo - spiega - come ospiti, dobbiamo cercare sempre di dare il meglio. Le relazioni si costruiscono ogni giorno e la cosa più importante è la missione. È chiaro che le difficoltà non mancano, mai - conclude il prete - ma è sempre possibile fare meglio, nella direzione indicata dal Vangelo».
Don Jean Claude Irankunda, dal Burundi alla pastorale italiana
«Il vescovo Giuliano ci ha incontrati mostrando il cuore di un padre. Ci ha detto che la Diocesi di Vicenza è lieta di accogliere i sacerdoti stranieri, a maggior ragione perché ha una lunga esperienza di vita missionaria avendo mandato tanti missionari nel mondo».
Don Jean Claude Irankunda, 35enne originario del Burundi, ha apprezzato molto l’appello che il presule ha rivolto ai presbiteri stranieri ospiti in diocesi lo scorso 14 novembre.
In realtà, il sacerdote africano già si prodigava in questo senso. «Sono ospitato a Olmo di Creazzo - spiega - sono arrivato il 15 marzo e da subito ho chiesto a don Guido, il parroco, se potevo dare una mano in parrocchia».
Don Jean Claude è stato ordinato prete sei anni fa. Studia diritto canonico a San Pio X a Venezia, in questi mesi per gli studi religiosi si è alternato fra la città lagunare e Verona.
Pur se è passato meno di un anno dal suo arrivo, ha imparato bene l’italiano: «Anche grazie all’aiuto di suor Mariangela, del Centro Onisto - sottolinea - che mi ha fatto lezione».
L’apprendimento della lingua è stato un passaggio fondamentale, tanto che ora il sacerdote africano può costituire un aiuto concreto per l’unità pastorale in cui è inserito: «Ogni domenica - riprende don Jean Claude - celebro due messe in italiano e una in francese. In aggiunta a questo cerco di dare una mano negli altri servizi rivolti ai fedeli, sempre nel tempo che rimane libero dagli studi».
I servizi rivolti alla comunità sono «quelli che normalmente chiedono tutti i fedeli - spiega il prete - i cristiani vengono a confessarsi da me e a volte qualcuno mi chiede di venire a benedire le loro case».

Don Hugo Domingo Machado, dal Mozambico
«Il governo non voleva saperne di preti cattolici, così ha cacciato tutti i missionari. A Gorongosa non si è visto un prete per quasi trent’anni. Ma la Chiesa non era sparita, l’avevano custodita i catechisti. E quando sono arrivato come parroco, ho trovato cristiani in tutti i villaggi».
Don Hugo Domingo Machado ha 40 anni, l’8 dicembre del 2023 è stato ordinato prete nella Diocesi di Beira, in Mozambico, e da un anno vive nella canonica di Tezze sul Brenta, dove è arrivato per studiare liturgia pastorale alla Facoltà di Santa Giustina, a Padova.
Gli ultimi cinque anni da parroco li ha vissuti a Gorongosa, città che dà il nome all’omonimo parco naturale nei pressi di un massiccio montano dove ancora oggi risiedono gli ex guerriglieri che tra gli anni ’70 e ’90 hanno combattuto nella guerra civile contro il Governo mozambicano.
«Quella del Gorongosa è una terra insaguinata - racconta don Hugo - e ancora oggi la politica crea divisioni. Però la Chiesa unisce. In parrocchia mi trovo persone di fazioni opposte. Abbiamo anche ricevuto un premio per la pacificazione».
È una popolazione molto povera quella che vive sulla montagna del Gorongosa, pratica un’agricoltura di sostentamento, «c’è un solo centro di salute, i bambini smettono presto di frequentare la scuola, soprattutto le ragazze, che devono sposarsi presto e cominciare a guadagnare».
La povertà, però non rappresenta un ostacolo all’annuncio del Vangelo, anzi, dice don Hugo, «è un terreno fertile, perché c’è tanta umanità, tanta accoglienza».
Don Hugo parla italiano molto bene, la lingua ufficiale del suo Paese è il portoghese e quella locale con al quale è cresciuto, il “sena”. «Ma quando sono stato ordinato il Vescovo ha detto che dovevo imparare “ndau”, e così mi ha mandato per un anno nel distretto di Machanga, a 400 chilometri da Beira. Ad insegnarmi la lingua è stato un missionario italiano!».
Don Hugo è quindi tornato a Beira, dove è rimasto per quattro anni nei quali ha diretto la radio diocesana, «la mia passione!», dichiara.
Per don Hugo studiare in Italia «è come realizzare un sogno, sto imparando molte cose, e capendo meglio molti aspetti della mia fede. E il freddo non mi dispiace. Lo ammetto, prima di partire ero un po’ preoccupato, così sono andato a parlare con don Maurizio (Bolzon, missionario fidei donum vicentino, ndr) che mi ha detto: verrai accolto bene. Ricordati solo di arrivare in orario e di chiudere la porta quando entri in una stanza».
Don Robert Lin, un sacerdote asiatico in una comunità italiana
Le preghiere e i giochi coi ragazzi del campeggio della parrocchia, le celebrazioni delle Messe alla domenica, i servizi alla comunità.
Da tre anni, don Robert Lin - 38 anni, originario del Myanmar- è ospitato nella canonica della parrocchia di Longara e da altrettanto tempo studia diritto canonico a Venezia.
Ma fra una lezione e l’altra, anche il prete birmano si prodiga nel dare una mano alla comunità che lo ospita.
Don Robert alterna il racconto della sua esperienza in Italia alle foto: qui è in montagna coi ragazzi della terza media, in un’altra è in una malga illuminata dal sole dell’estate assieme ai bimbi di quinta elementare, in una terza il prete sorride coperto da un “poncho”, sotto la pioggia battente: sempre ad un campo scuola.
«Quando sono arrivato, ho chiesto di poter dare una mano in parrocchia. Nel mio percorso, finora ho incontrato due parroci - spiega don Robert - don Lino mi ha aiutato molto nell’apprendimento della lingua italiana. E assieme a lui, ho partecipato al campeggio delle classi della parrocchia: tenendo d’occhio i ragazzi, insegnando le preghiere, partecipando ai giochi».
Il prete ne parla con entusiasmo. L’esperienza è seguita anche con don Ivan e don Luigino, parroci attuali.
«Capita spesso che io celebri la Messa, mentre loro dicono l’omelia. Mi è anche capitato di celebrare da solo. La mia disponibilità è massima, quando non sono impegnato negli studi».
Don Francesco Barbieri e la partenza per il Congo
«L’ho conosciuto personalmente all’oratorio di Limbiate, anche nel ricordo dell’ambasciatore Luca Attanasio partirò per la missione in Congo, dove metterò in pratica il comandamento dell’amore di Gesù tra i popoli più poveri della Terra».
Preceduta dalla permanenza a Lione per studiare il francese, il 44enne sacerdote di Melegnano don Francesco Barbieri racconta così la partenza per il Congo fissata tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, in vista della quale nella veglia missionaria di sabato in Duomo riceverà il Crocifisso dall’arcivescovo monsignor Mario Delpini.
«Gli siamo vicini in un momento tanto significativo della sua esistenza - afferma il prevosto di Melegnano don Mauro Colombo -, l’esempio di don Francesco sproni tanti di noi a un passo missionario del vivere la fede».
Durante il ministero iniziato nel 2003, all’oratorio di Limbiate ha conosciuto il diplomatico Luca Attanasio, vittima nel febbraio 2021 di un agguato proprio in Congo dove si trovava come ambasciatore, mentre da nove anni don Barbieri si trova nel quartiere milanese della Barona.
«Proprio la morte di Attanasio e di un amico del Pime hanno risvegliato in me il desiderio di missione, che coltivavo sin dall’inizio della mia vocazione - sono le sue parole -. La svolta è arrivata qualche mese fa quando, parroco nel mio primo anno alla Barona e oggi impegnato nella missione proprio in terra congolese, don Maurizio Cancrini ha richiesto un prete per consolidare un progetto nella capitale Kinshasa».
Dopo aver ricevuto il sostegno dei genitori e del fratello Marco, ha quindi confermato la disponibilità alla partenza per il Congo, dove dovrebbe rimanere per un periodo compreso tra gli otto e i dieci anni.
«Oltre alla realizzazione di un pozzo, sarò chiamato a collaborare al progetto di una casa per dodici bambini di strada disabili di Kinshasa - continua don Francesco -. Il tutto completato dall’impegno all’università per accompagnare i giovani cattolici nel cammino di fede, ma sarò coinvolto anche nell’esperienza dell’ambulanza diretta tre volte la settimana nelle favelas per soccorrere i poveri della Terra».
«Vivrò insomma in prima persona quel comandamento dell’amore di Gesù, “Amatevi come io vi ho amato” o forse “Amatevi siccome io vi ho amato”, che rappresenta forse il vero significato dell’essere missionari. Quanto infine alla moto tanto amata - conclude sorridendo -, mi dicono sia il mezzo più comodo per muoversi a Kinshasa, ne prenderò una usata per girare nella capitale del Congo».
Don Francesco e la vocazione sacerdotale
Miserando atque eligendo recita il motto del Papa, riferendosi alla chiamata di Matteo dal banco delle imposte.
La vocazione, prima ancota di un alzarsi e mettersi in cammino, è uno sguardo benevolo che si posa su di te. È una scommessa di Qualcuno che si fida di te.
Mi ha sempre colpito questo Dio che chiede, che propone, che invita e desidera una risposta… M’ha colpito più del pescatore che lascia tutto e va.
È meraviglioso quel Dio che scommette su di te di là dalle tue debolezze e infedeltà.
Sono don Francesco Cosa, di Città di Castello, attualmente parroco di Pietralunga.
Sono nato a Bacau (diocesi di Iasi) nel 1973, sacerdote del clero di Bucarest dal 1998.
Sono arrivato in Umbria nel gennaio del 2000, ricoprendo vari incarichi e ruoli.
Vorrei parlare innanzitutto della mia vocazione, che ha qualcosa di straordinario.
È sorprendente vedere come Gesù, tra i miei amici - molti dei quali con qualità ben certificate - abbia scelto proprio me, debole e limitato.
Questo è il miracolo più grande, perché capisci che, sebbene con tanti limiti e debolezze, sei importante per Dio, sei unico.
La famiglia e la formazione della vocazione
La mia vocazione matura nella mia famiglia.
È lì infatti che, sin dal piccolino, ho pensato al sacerdozio.
La Romania della mia epoca viveva momenti durissimi a causa del regime di Ceausescu.
Diventare sacerdote per un adolescente era più che un’utopia, perché parlare di Dio era un reato.
La mia famiglia è numerosa: sei fratelli e due sorelle.
Eravamo poveri, ma comunque sereni e felici.
Nonostante il mio babbo, sindaco comunista del paese, fosse un servitore del regime, la mamma ci ha trasmesso la fede con coraggio e senza paura.
Ci portava tutti giorni alla messa.
Di giorno, mentre lavorava, ci stringeva intorno a lei per raccontarci le parabole e le storie dei santi.
Quella dei missionari erano le mie preferite; mi entusiasmava molto.
Più volte desideravo imitarli.
La sera, mentre cucinava, si recitava il rosario.
Noi fratelli volevamo il nostro librettino personale di preghiera, ma la stampa cattolica era vietata.
Se facevamo i bravi, la mamma ci regalava un taccuino e una penna e noi potevamo trascrivere dai libri più vecchi le nostre preghiere preferite.
In questo contesto, nella mia famiglia sorgono le prime due vocazioni, nonostante l’opposizione di papà.
Dopo che i miei fratelli sono stati ordinati sacerdoti e dopo la caduta del comunismo, il mio desiderio di diventare sacerdote si è avverato.
Dalla Romania all’Italia come terra di missione
“Se divento sacerdote, vorrei andare in missione”.
Dopo un anno di sacerdozio a Bucarest, mi presentai dal vescovo per parlargli di questo desiderio.
Come nelle storielle della mamma, sognavo il deserto o le foreste tropicali…
“Andrai in Italia”, fu la risposta del vescovo, spiegandomi che l’Italia, l’Occidente, è una terra di missione per una nuova evangelizzazione.
A Città di Castello svolgo il ministero sacerdotale su due fronti: come parroco e come segretario dei vescovi, incarichi che mi danno gioia e appagano la mia vocazione.
Per ben quindici anni sono stato di casa con i vescovi, condividendo con loro le ore d’ufficio e la quotidianità.
Vorrei smentire una leggenda metropolitana secondo cui, più stai accanto a un vescovo, più perdi la fede; o che lavorare in Curia sarebbe una perdita di tempo.
Non è affatto vero.
Dai vescovi ho ricevuto molto sostegno nel mio cammino di sacerdote.
Da un anno sono parroco a Pietralunga, bellissima comunità di 2.000 abitanti, alla periferia della diocesi, direzione Gubbio.
Qui, insieme agli operatori pastorali costruiamo belle cose approfondendo la nostra amicizia.
Tutto il nostro operare è testimonianza della bellezza di essere Chiesa e famiglia.
La vita parrocchiale e l’accoglienza dei pellegrini
Dopo un anno sono tanti i motivi di gratitudine: la squisita accoglienza, la cordialità dei rapporti, la ricchezza di momenti condivisi, la discreta generosità…
Indimenticabili i momenti gioiosi: il Palio “della mannaia”, l’oratorio e il presepe vivente a Natale, la messa dei bambini e gli incontri del catechismo, i sacramenti, il campeggio parrocchiale, gli incontri con i giovani, gite, ecc.
Una particolarità per Pietralunga è l’accoglienza dei pellegrini che transitano da La Verna ad Assisi.
Centinaia di pellegrini cercano alloggio in parrocchia, occasione per noi di vivere le opere di misericordia corporali.
Sono grato al Signore perché ha posato lo sguardo su di me, e ogni giorno rinnova la Sua fiducia e la Sua amicizia.
Don Francesco Parrini, nuovo parroco a Pietrasanta
PIETRASANTA. Una settimana fa i saluti, con un contagioso filo di commozione generale, a Don Danilo D'Angiolo, nel tardo pomeriggio di oggi, alle 19, la cerimonia che ufficializzerà l'incarico di nuovo parroco della chiesa del Santissimo Sacramento, a Don Francesco Parrini.
Sono giorni di grandi cambiamenti per la comunità religiosa del quartiere Africa-Macelli: la festa e il commiato di Don Danilo, culminati con una cena conviviale in parrocchia, sono ancora nella mente di molti di quei fedeli che appunto questo pomeriggio si ritroveranno in chiesa per seguire la cerimonia officiata dall'Arcivescovo di Pisa Monsignor Benotto.
Don Francesco Parrini, 33 anni, dopo avere ricoperto, con ottimi riscontri a quanto pare, l'incarico di cappellano presso la parrocchia S.Antonio a Tonfano, si avvia quindi a raccogliere un'eredità di grande significato e al tempo stesso pesante, perché Don Danilo, con il suo modo di fare è sempre stato religioso che la sua vocazione l'ha seguita, in mezzo alla gente.
Al termine della cerimonia di questo pomeriggio è previsto, sempre nella canonica, un piccolo rinfresco.
Preambolo di una giornata, quella di domani, dove Don Francesco, dall'altare, celebrando la Messa, farà la conoscenza diretta dei parrocchiani.
Don Francesco e l’educazione come servizio alla comunità
(Albairate 10.04.1922 -Barzio 9.07.1999)
Nasce il 10 aprile 1922 ad Albairate, nel milanese, in una famiglia di modeste condizioni sociali e manifesta fin da piccolo il desiderio di farsi sacerdote.
Si forma nei seminari di Seveso S. Pietro e di Venegono e il 26 maggio 1945 è ordinato sacerdote nel duomo di Milano dal beato Card. Schuster.
Mentre porta a termine gli studi - conseguirà la laurea in lettere classiche presso l’Università Cattolica con una tesi sui papiri liturgici greci e latini - gli viene affidato l’insegnamento nel seminario minore di Seveso e nei fine settimana raggiunge il santuario di Saronno dove si dedica alle confessioni e alla animazione pastorale di un quartiere periferico, il Villaggio Matteotti.
In un ambiente di famiglie operaie per lo più lontane dalla Chiesa riesce a creare in breve tempo una comunità viva che fa delle baracche ex-militari, dove sono ospitate la chiesa e la scuola materna, un punto di incontro e di riferimento per tutti, piccoli e grandi.
È qui che don Francesco si rende sempre più conto della necessità di una educazione di tutto l’uomo, come persona e come membro di una comunità.
Ne parla a genitori e insegnanti e in particolare nell’associazione dei Maestri Cattolici di Saronno di cui è assistente spirituale e, con un piccolo gruppo di persone sensibilizzate a tali problemi e impegnate nella scuola o negli oratori, nel 1959 dà vita al Centro Orientamento Educativo (COE).
Scuola, formazione e attività pastorale
L’anno precedente, con la collaborazione di volontari, aveva dato vita in Valsassina, dove l’insegnamento scolastico si fermava alle elementari, a una scuola media e un corso di avviamento professionale,esperienza che, accolta con favore dalle autorità locali e dal provveditore agli studi, sarebbe ben presto sfociata nell’istituzione di tre scuole statali - a Cremeno e Introbio (1959) e poi a Premana (1960) - nelle quali il preside e diversi insegnanti erano membri del COE.
Dagli stessi anni ’60 durante l’estate don Francesco organizzava nella sede dell’associazione a Barzio corsi di carattere culturale, pedagogico e catechistico, questi ultimi in collaborazione con l’Ufficio Diocesano, e per i ragazzi corsi di educazione all’arte e alla montagna nella casa di vacanze di S. Caterina Valfurva.
Lasciato nel 1957 il suo servizio al Villaggio Matteotti, il sacerdote viene chiamato a insegnare al seminario di Venegono e nel 1961 è nominato rettore del Collegio Arcivescovile di Saronno, dove esplica per oltre quindici anni un’intensa attività di educatore che coinvolge alunni e famiglie, corpo insegnante e ambiente cittadino, e nella quale, accanto ai programmi scolastici, promuove una serie di iniziative culturali (cinema, danza, musica, ecc.) e sportive allo scopo di offrire a tutti occasioni di crescita e di sviluppo delle proprie doti.
Il lavoro al Collegio lo assorbe da mattina a sera, ma a don Francesco restano ancora alcune ore, oltre alcuni fine settimana, per raggiungere Barzio dove il COE, sotto la sua guida, negli anni seguiti al Concilio si sta aprendo al servizio nei Paesi in via di sviluppo ed è ormai riconosciuto come un organismo di volontariato internazionale.
Il servizio missionario di don Francesco
Dal dicembre 1976 don Francesco è anche assistente spirituale della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Volontario Internazionale), membro del Consiglio dell’Ufficio Nazionale per la Cooperazione missionaria tra le Chiese e segretario regionale della Commissione Missionaria per la Lombardia.
Nel 1978 ha termine il suo servizio al Collegio, dove negli ultimi tre anni ha lasciato l’incarico di rettore mantenendo soltanto la presidenza della scuola media, e inizia la direzione del Centro Diocesano di Pastorale Missionaria.
Ora è impegnato a Milano e nelle parrocchie della diocesi, ma spesso si reca anche a Roma e all’estero in visita ai sacerdoti fidei donum diocesani e a volontari occupati nei progetti di sviluppo.
Segue anche gli studenti esteri del Collegio d’Oltremare, oltre alle comunità del COE.
Don Francesco è l’anima della missione: accoglie e prepara i volontari, li visita sul terreno, come pure visita i destinatari dei progetti che sostiene in tutti i modi
Compie circa settanta viaggi, di cui vuol far partecipi tutti mediante diari che non sono semplici relazioni di cose viste e persone incontrate, ma lo specchio di un cuore che si lascia commuovere e che tutto trasforma in preghiera.
Arte, cultura e valorizzazione delle comunità africane
Accanto a programmi di sviluppo, a partire dagli anni ’80 Don Francesco riprende iniziative che promuovono l’arte e la cultura, quali l’Istituto di Formazione Artistica (IFA), primo in Camerun e in gran parte dell’Africa, il Museo della Ceramica Giuseppe Gianetti e la Galleria Artemondo di Saronno per far conoscere artisti di Paesi extraeuropei, l’organizzazione di quattro musei nell’ovest del Camerun per la preservazione e la valorizzazione dell’arte locale, e dal 1991 organizza a Milano il Festival del Cinema Africano (ora anche dell’Asia e dell’America Latina).
Nel 1992 lascia la direzione del Centro Missionario e dedica il suo tempo al COE, che ormai si struttura in diverse componenti che richiedono un’attenzione specifica.
Ha più tempo anche per accompagnare il lavoro nei progetti di sviluppo, così moltiplica i viaggi, soprattutto in Camerun e in Congo dove segue personalmente l’evolversi di nuove iniziative spesso da lui suggerite.
La sua salute però è in declino: nell’autunno del 1997 deve sottoporsi a cure mediche e a un intervento chirurgico.
Continua a prodigarsi anche quando non è più in grado di uscire e muore a Barzio il 9 luglio 1999.
Pia Airoldi
Don Francesco Pimazzoni e la missione nell’Africa centrale
Don Francesco Pimazzoni, nato a Verona il 6 luglio 1856, entrato come studente il 30 agosto 1879, partì pel Cairo il 4 novembre 1879, dove arrivò il 14.
Ripartì il 28 dicembre 1880 per Khartum, arrivandovi il 28 gennaio 1881.
Nel marzo 1882 discese al Cairo per malattia, e in novembre 1882 ritornò a Verona.
Fu ordinato suddiacono il 21 dicembre, diacono il 22 e sacerdote il 23 dicembre 1882, e in gennaio 1883 ritornò al Cairo col Sogaro, e con lui andò a Khartum, dove morì il 6 ottobre 1883 (SPV, 62; SPC, pp. 11-12).
Tutti questi dati sono confermati da Grancelli nell’elogio funebre tenuto a Verona il 23 novembre 1883 nell’oratorio dei padri Filippini, dove aggiunge che rimase orfano di padre a 5 anni, e di madre ad 8, e fu educato da una zia.
Mentre frequentava la I classe tecnica un giorno tornò a casa e disse alla zia: "Non vado più a scuola perché ho sentito bestemmiare" (B/222/15).
Nelle "Memorie" del Comboni ne tesse un breve profilo, considerandolo come "uno dei più cari amici della mia giovinezza": erano coetanei (p. 420-421).
La formazione e la spiritualità missionaria
Non resta che raccogliere quanto di lui scrisse Comboni a varie riprese.
Siccome non aveva fatto studi regolari, Comboni scriveva da Verona a Giulianelli in Cairo, il 10 luglio 1880: "Francesco poi deve studiare molto il latino".
Portatolo con sé a Khartum, il 12 febbraio 1881 scriveva a Sembianti: "Il missionario più virtuoso e santo è Francesco Pimazzoni, e cui darò domenica la chierica ed i quattro ordini minori. Studia in latino il Catechismo Romano" (A/16/5/26).
E il 19 a suo padre: "Domani do gli ordini minori a Francesco Pimazzoni di Verona, che certo diverrà il più perfetto e santo missionario dell'Africa Centrale. E' quegli che scrive a voi, per conto del mio servo Domenico, l'inclusa lettera" (A/14/128).
Il 2 ottobre 1881 scriveva a Sembianti: "D. Francesco Pimazzoni (che ha offerto a Dio la sua vita perché metta fine il Signore alle perdite di vite di missionari e di suore in Vicariato) è ricaduto" (A/16/5/8).
E il giorno dopo allo stesso: "D. Francesco, impressionato vivamente, è quasi agli estremi e chiese i sacramenti" (A/16/5/9).
Il 4 ottobre 1881 Comboni scriveva a Giulianelli in Cairo: "D. Francesco e d. Battista (Fraccaro) pure sono ammalati. D. Francesco cadde in debilitazione straordinaria. Pregate per noi, che siamo felici e rassegnati a portare la croce, su cui morì il dolce Gesù" (A/16/6/49).
E a Propaganda il 3 precedente: "All'ora in cui scrivo mi ha chiesto gli ultimi sacramenti d. Francesco Pimazzoni, che per pietà e santità vera e senza dubbio il primo soggetto della missione, a cui aggiungere un criterio e talento ammirabili. Avendo dovuto interrompere gli studi per aver dovuto andar soldato, santificò la caserma e mantenne nelle sua compagnia la fede, la religione, e indusse molti compagni a frequentare la chiesa e i sacramenti; abbastanza perito nell'arabo, cominciava già a produrre buoni frutti qui. Perciò abbiamo messo in croce S. Giuseppe, e lo supplichiamo ardentemente che non muoia. Ah! Non deve morire. Perciò appena compiuto il funerale di Palo Descandi, ho fatto subito togliere il catafalco, perché il Pimazzoni per ora non vi deve andar sopra" (A/13/57/7).
La morte di Comboni e la testimonianza di Pimazzoni
Sette giorni dopo moriva lo stesso mons. Comboni.
Pimazzoni, oltre un mese dopo, ne faceva a p. Sembianti e ai suoi "fratelli" di Verona una toccante rievocazione, in data novembre 1881.
Eccone i tratti salienti: "Mi permetta che oggi, giacché il vento mi obbliga a starmene in stanza, mi occupi di dare ai miei cari fratelli qualche idea del come deva disporre il suo cuore colui che aspira a venire in Africa, deducendolo dagli atti e parole del nostro illustre fondatore mons. Comboni.
"O nigrizia o morte" era la più eloquente e spontanea espressione che, partorita nel fondo del cuore, sfuggiva dalle labbra, ed era predicata e confermata dalle sue nobili azioni.
E dopo aver ricordato i disagi del recente viaggio nel Kordofan e i vari lutti che precedettero la sua morte, continua: "Con l'aiuto di straordinaria virtù, superava l'illustre prelato il dolore e l'affanno apportatogli per tali notizie, e senza punto smarrirsi né alterarsi, almeno esteriormente, si era fatto angelo consolatore di quanti scorgeva afflitti e mesti per le sventure che affliggevano la missione.
Passato a miglior vita d. Fraccaro, lo si vide venir meno e sfuggirgli una lacrima.
Ora mettetevi nella posizione dei missionari e delle povere suore: occupati dietro agli ammalati, alle faccende di casa, tutti mesti, senza parole, con gli occhi grossi di pianto e bisognosi di riposo, che avevano lasciato per più notti dovendo assistere gli ammalati.
Ma tutto era superabile, e la mestizia sarebbe scomparsa, od almeno mitigata, se l'Eccellentissimo nostro padre avesse goduto di quella salute richiesta in tali circostanze.
Ma sebbene le sue parole fossero state consolanti e spiranti uniformità e rassegnazione, non erano però marcate di quell'accento potente che era proprio di monsignore: la febbre sofferta e altri disturbi di salute, uniti alle disgrazie che precoci si susseguivano, avevano reso il nostro adorato vescovo siccome confuso, e lo avevano derubato di certe sue qualità speciali; perciò tutta la casa era in lutto, mestizia e dolore.
Doloroso riusciva il suono delle campane, che si di frequente accennava la morte o le esequie dei nostri cari, dolorosa la vista dei ragazzi e ragazze della casa, sorpresi ed esterrefatti pei tristi eventi, doloroso il dover necessariamente ristorarsi e mangiare, doloroso infine quanto si vedeva, si parlava e perfino si pensava.
Una sola cosa giovava, che anche in questa circostanza fu esperimentata potentissima, anzi unica, ed era ricorrere a Dio, il rimettersi a Lui colla confidenza di figli, il ripetere nel fondo del cuore quel dolce fiat che tutto dice, tutto abbraccia, tutto comprende; parola che sola valse a sorreggerci, allorché nell'amatissimo nostro padre, alle ore 10 antimeridiane del 10 ottobre si manifestarono segni di quasi improvviso, gagliardo e pericoloso malore, che in due ore, privatolo dei sensi, con forte delirio, cagionato dalla perniciosi che gli era salita al capo, non glieli restituì se non quando subentrò il convulso, che gli impediva di proferire parola.
Era ammirabile il nostro buon e caro padre, e degno che si ricordino le sue ultime ore.
Rassegnato e tutto abbandonato in Dio - trattava anche nel delirio con quella dolcezza e amabilità che lo rendeva caro perfino ai suoi nemici, e solo qualche momento in cui rinveniva, dato un amoroso e significante sguardo ai suoi figli e figlie che addolorati lo assistevano, qualche furtiva lacrima umidiva il suo ciglio, che palesava quanto gli costasse sacrificio l'abbandonarci, quanto ci amasse e quanto a cuore avesse l'opera del suo apostolato.
Ma ritornato col suo pensiero in Dio, non faceva che ripetere infuocati sospiri d'amore al suo amato Signore, d'uniformità al suo divin beneplacito, di confidenza, di dolore.
Verso le ore cinque del pomeriggio pareva in qualche modo mitigato il male, e rianimati tutti a dolce speranza ci recammo in chiesa per adorare il SS. Sacramento ivi esposto, ringraziare la divina bontà del miglioramento creduto, e supplicarlo di ridonare al nostro amatissimo padre e pastore vita e salute.
Ma non ci ascolto il Signore.
Il male sembrava calmato, ma verso le 8 la febbre torno più forte di prima e fu sorpreso da forte convulso.
Non poteva pronunciare parola, e solo quell'infuocato "Gesù mio, misericordia", sforzandosi, rendeva intelligibile.
Finalmente entrò in agonia, e i due padri assistenti non mancarono di somministrargli l'estrema unzione, che il venerato paziente accompagnava col cuore e coi segni della più viva fede.
Fecero, come il dolore loro permetteva, la raccomandazione dell'anima, fino a che, con un dolce respiro, se ne volò dalla terra al cielo, rendendo la sua bell'anima al creatore.
0 gran vescovo, caro padre e fondatore. il tuo corpo fu mortale - ma immortale e d'ammirazione saranno le tuo opere. immortale vivrai nel cuore di molti che beneficasti, indelebilmente sta scritto nel cuore e nella mente dei tuoi figli che orfani e derelitti lasciasti in Verona e sul glorioso campo dei tuoi sudori in Africa.
Sì immortale vivrai nel cuore di noi tutti che ti conobbimo, non solo, ma teco trattammo e conversammo vivo, e che morto la venerata salma ripetutamente baciammo pregando e supplicando il clemente Iddio ad accelerarti l'ingresso nella celeste Sionne dove, nel coro degli apostoli, speriamo ancor noi venir prestamente a vederti coronato di gloria.
immortale.
Deh buon padre, che vivo tanto ci amasti, ora che sei più potente perché presso Dio, non ti dimenticar di noi. e ricorda al dolce Redentore l'opera tua, la tua Africa.
Prega, anzi, domanda che l'opera tua abbia incremento e si propaghi veloce.
Fa che i tuoi missionari e suore abbiano da sentir nel cuore la potente tua voce, e da questa rinvigoriti si adoperino indefessi a compiere la loro vocazione.
La comunità missionaria davanti alla perdita
"Appena fu annunciata la morte di monsignore, le grida e le urla dei ragazzi e ragazze della casa ne propagarono la dolorosa notizia.
Fu un momento: veder la corte riempita di gente d'ogni razza, che veniva a piangere e gridare.
Dalle 10 di sera fino alle 11 del giorno appresso era un gridare e piangere senza interruzione; non si poteva reggersi dall'affanno e dall'assordimento.
Volendo dir tutto, non si finirebbe più.
Sappiate da quanto sopra persuadervi che chi vuole venire in Africa per fare il missionario deve essere disposto a soffrire e lavorare continuamente, non aspettandosi consolazioni e conforti dagli uomini, ma bensì da Dio.
Non v'ha bisogno vi faccia minurtamente osservare e riflettere di qual genere di consolazioni fossero per noi ripieni quei giorni, e come nell'amarezza e nel pianto volgessero le ore comprese dal tramonto all'aurora e da questa il successivo calar del sole.
Ogni cosa ci ricordava le perdite fatte, ci dipingeva la nostra miserabile condizione e per poco, confesso il vero, estenuati od ammalati nel corpo e addolorati nel cuore, vagammo erranti nella perplessità e nel dolore, ma finalmente quella paterna e misericordiosa destra che affanna e consola ci dié forza e fede di pronunciare di cuore quel dolce ed unico fiat, e rassegnandoci ed abbandonandoci interamente alla provvidenza, si pose argine a quel dolore che diversamente avrebbe tradotto qualche altro al sepolcro.
"Esempi eroici, cari fratelli, diedero in quei giorni i padri e i laici di casa, e non meno eroine e da encomiarsi furono e sono le amorose nostre consorelle: lavoro, preghiera, assistenza agli ammalati, erano le continue e pressanti occupazioni in quei giorni eterni.
Io che come ammalato non poteva adoperarmi, vidi tutto, ne fui più volte commosso fino alle lacrime, e mi è altremodo gradito poter testimoniare della loro virtù davanti a voi specialmente, perché apprendiate ad apprezzare e conoscere il nobile compito cui vi sentite vocati di eseguire.
Preghiamo per ultimo tutti assieme per l'incremento dell'opera redentrice - preghiamo pei nostri superiori, non dimenticando la bell'anima del defunto fondatore - preghiamo vicendevolmente, ricordandoci che siamo tutti fratelli, figli del medesimo padre, tutti intesi ad uno scopo, scopo nobile, scopo santo, perché chiamati ad estendere il regno della verità e della giustizia.
La malattia e il desiderio di tornare in Africa
Si conservano le lettere che Pimazzoni scrisse, oltre un centinaio, specialmente a Sembianti (53) e Giulianelli (34), quando da Khartum arrivò malato in Cairo e vi si fermò nel 1882.
Ecco come comunica la sua guarigione a p. Sembianti il 17 aprile 1882: "Erano già 9 giorni che non andavo dal medico inglese, dr. Grant. Si meravigliò sentendo che mangiavo di tutto con appetito e dormivo bene tutta la notte. e volle visitarmi nuovamente.
Finito che ebbe, battendomi sulle spalle, sorridendo disse: Tutto è finito.
Sospenda le medicine, mangi per rinforzarsi che non c'è più pericolo di niente.
Quando potrò votare la mia misera vita per la salute dei poveri neri? Quando potrò rientrare nel vicariato?" (A/27/45/2)
Il 1 giugno 1882 scrive al Canossa, chiedendo le dimissorie per poter venire ordinato in Cairo (A/27/41).
Invece poco dopo successe il primo moto nazionalista in Egitto per opera di Urabi pascià, e tutti i membri della missione dovettero abbandonare in fretta e furia il Cairo per rifugiarsi a Verona.
Pimazzoni, rimase solo custodia della missione.
Ma non perse il buon umore.
Ecco come informa della situazione p. Sembianti il 14 luglio 1882: "Chissà quante meraviglie al comparir di questo mio scritto. Oh! dirà, è ancora vivo? Sentiamo che cabale ci racconta, adesso che è solo può dirne delle grosse. Sentiamo.
Davvero che le cose sono serie - non c'è via di mezzo: o vivere, o morire!
Che gliene pare eh?
Io che, grazie a Dio, sono indifferentissimo per le due, me la passo contento e pacifico più che mai.
La settimana ventura, se le condizioni del paese me lo permetteranno, farò bucato.
Cosa vuole; ci sono tante lenzuola, foderette, asciugamani ecc. della casa, oltre alla roba individuale, sucide, che mi fa pena lasciarla così, epperciò, ialla! - bucato.
Se poi l'altra settimana le cose saranno al grado d'oggi, allora mi occuperò a stiracchiare - perché di stirare non son buono - il bucato fatto.
Eh dirà, voi andate a pensare cosa farete da qui a due settimane, e noi sappiamo dai giornali che le faccende volgono precoci e pericolose da non lasciarci sicuro l'indomani.
Che vuole che le dica, ha ragione anche Lei.
Ma se vedesse il salotto che mi sono preparato per rifugiarmi in caso di bisogno, non farebbe nemmeno Lei conti diversi da quelli che fo io.
Niente meno che ieri ho lavorato da quando ho incominciato fino a che aveva finito, per rompere il volto della galleria reale, che comunica tra le due case.
Domenicone (Polinari) e gli altri Cairoti, e fors'anche Cairote, lo conosceranno; ma forse quest'ultime no, perché non son degne di passeggiare in essa e nemmeno di vederla.
Fatto è che per quanta terra ci abbia gettato quando sono disceso, se non m'attaccavo, mi sprofondavo - è un pavimento un po' tenero, ha bisogno d'esser asciugato.
Ci ho però posto riparo, distendendovi mattoni un po' grossi - le finestre non sono tanto larghe, ma sufficienti per vedervi con un occhio per volta.
Vita quotidiana e osservazione della Tanzania
APPUNTI DI VITA QUOTIDIANA uomini, donne, bambini a WASA, Tanzania Stefano a Wasa, Tanzania 2004
“Il punto focale della questione è questo: loro non hanno tanto: le case sono quelle, i vestiti sono il più delle volte stracciati, girano a piedi nudi ovunque, alcuni tossiscono e hanno il naso che cola, alcuni sono proprio nella miseria totale, vivono di allevamento, grano e legname, gli uomini li vedi a gruppi che parlano seduti sulla pietra e ci osservano, le donne lavorano, trasportando il bimbo in spalla e le ceste sulla testa,
Questi bambini non li vedi mai soli, mai una volta che ne becchi uno escluso o isolato: sono sempre in gruppo…
Stando tutto questo, loro sono contenti; ci sorridono e l’obiettivo è la fine della giornata.
Non importa se mangeranno polenta o cosa, in quelle costruzioni in fango, in condizioni igieniche pietose.
Loro non sanno che c’è fuori da questa savana.
Loro ci guardano curiosi”.
Ecco le primissime sensazioni, due giorni dopo l’arrivo, il 4 Agosto.
La situazione sociale di Wasa, di certo estendibile a quella dei villaggi limitrofi, è la cosa più interessante e affascinante da osservare e su cui riflettere una volta tornati in Italia; credo sia il punto di partenza da considerare per qualsiasi intervento a favore di questa gente.
È dalla situazione sociale che derivano l’economia del villaggio e le condizioni di salute dei suoi abitanti; sono gli usi e costumi quotidiani della gente che determinano tutto il resto; qui, più che in ogni altra parte del mondo.

Un sacerdote come figura di ascolto e di comunità
Ci sono sacerdoti per i quali evocare il nome risveglia grandi ricordi in chi ha avuto la grazia di incontrarli nella loro vita.
P. Gerardo è uno di questi.
Ho conosciuto p. Gerardo negli anni ’90.
Era il sacerdote della parrocchia di Saint André Kaggwa di Bouna.
A quel tempo ero il primo seminarista originario della parrocchia.
Fin dall’inizio mi ha preso sotto la sua ala per indirizzarmi sulla via del sacerdozio e della missione.
Posso davvero dire che lo spirito della benevolenza sembrava essersi incarnato in p. Gerardo.
L’ attenzione all’altro, chiunque sia e da qualsiasi parte provenga, era una sua caratteristica.
Aveva una grande capacità di ascolto: trovava sempre il tempo per chi aveva bisogno di incontrarlo e di parlargli.
Il servizio ai più deboli e ai più poveri era una sua opzione prioritaria.
Vicino a lui, mi sono reso conto di che cosa deve essere il prete: uno strumento dell’amore di Dio per tutti gli uomini.
P. Gerardo rimarrà per sempre nel mio cuore come una persona che ha vissuto la santità nella vita di tutti i giorni.
Il suo è un esempio da seguire.
La memoria di un sacerdote missionario
P. Gerardo, riposa nella pace del suo Signore che hai servito con grande zelo e amore!
P. Gerardo per me è stato un padre ed un amico; lo porto nei miei ricordi e nel mio cuore; mi ha fatto crescere nella fede e umanamente.
Ieri la portiera del Don Orione è stata molto gentile e mi ha permesso di poterlo vedere.
Lui prega per tutti certamente, per la SMA, per i suoi tanti amici e sicuramente li accompagnerà nella loro missione qui o in Africa.
Un fraterno abbraccio.
P. Gerardo ha contribuito a far crescere la giovanissima diocesi di Bondoukou, della quale è stato amministratore, dopo la morte del suo primo vescovo.
Era il mio direttore spirituale a Bouna, ed è grazie a lui che sono potuto entrare in Seminario.
Era un vero pastore.
Aveva un carisma di guarigione.
Curava e guariva i malati per mezzo delle medicine, e per mezzo della preghiera, fatta con grande discrezione.
Ho assistito a molti casi durante le visite pastorali alle comunità di villaggio.
Che riposi in pace ed entri nella luce eterna.
E stato una presenza eccezionale nella mia vita di giovane prete.
Ha creduto in me e mi ha dato piena fiducia quando, dopo due anni appena dalla mia ordinazione sacerdotale, sono stato nominato parroco.
Mi ha sempre sostenuto in tutto ciò che ho fatto.
È a lui che devo la gioia e la soddisfazione dei miei primi passi di prete missionario SMA
P. Gerardo è stato un buon servitore, pieno di zelo e forza per la missione.
Nel 2007, quando era appena stato eletto come superiore regionale della Costa d’Avorio, ho avuto il privilegio di visitare insieme a lui alcune comunità cristiane dei villaggi della sua parrocchia, durante il periodo di Pasqua.
All’arrivo, ascoltava le confessioni per quasi un’ora e mezza.
E, senza sentire la stanchezza, iniziava la messa con il sorriso e la gioia.
Grazie, p. Gerardo, per la gioia della missione che hai sempre manifestato.