Divo Barsotti e l’omelia della IV domenica di Pasqua

La IV domenica di Pasqua è la domenica del Buon Pastore: il Vangelo presenta Gesù come colui che parla, conosce, ama e guida le sue pecore. Il nucleo spirituale della celebrazione è l’ascolto della voce di Cristo, attraverso il quale il credente entra in una relazione viva con lui e diventa figlio di Dio.

La riflessione si collega alla spiritualità di Divo Barsotti, per il quale la vita cristiana consiste nell’accogliere l’azione di Dio, vivere alla sua presenza e lasciarsi trasformare dallo Spirito Santo. L’ascolto, la docilità e l’amore diventano così il cammino concreto verso la santità.

Gesù Buon Pastore con il gregge

La IV domenica di Pasqua e la figura del Buon Pastore

Questa quarta Domenica pasquale, poi, a motivo del passo evangelico che in essa viene proclamato è pure chiamata del «Buon Pastore». È una figura, questa del pastore, ampiamente documentata nella Sacra Scrittura. Lo è anche nei vangeli: pensiamo alla parabola della pecora smarrita nei racconti secondo Matteo (cf. 18,12-14) e secondo Luca (cf. 15,3-7).

In estrema sintesi, ma originalmente, la stessa parabola la troviamo anche nell’apocrifo vangelo secondo Tommaso. È bella ed io amo spesso riferirla. Dice così: «Il Regno è come un pastore che aveva cento pecore. Una di loro, la più grande, si smarrì. Lui lasciò le altre novantanove e la cercò fino a trovarla. Dopo avere faticato tanto le disse: “Mi sei più cara di tutte le altre novantanove”» (n. 107).

Anche nella pagina del vangelo che è stata proclamata poco fa c’è un pastore che parla ed è sempre Gesù. Dice: «Le mie pecore ascoltano la mia voce…». Soffermiamoci, allora, su questa parola del Signore; a motivo, però, del rito che stiamo per celebrare, colleghiamola con le prime parole del Prologo della Regola di San Benedetto: «Ascolta, o figlio…».

Cerchiamo di fare una lettura sinottica di queste due espressioni: «Le mie pecore ascoltano…» e «Ascolta, o figlio…». La voce dal cielo dice: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». (Mc 9,7; cf. Mt 17,5; Lc 9,35).

«Le mie pecore ascoltano la mia voce»

Un commentatore medievale della Regola benedettina - si tratta di Paolo Diacono, un letterato longobardo poi divenuto monaco a Monte Cassino (per quel che segue in proposito, cf. Expositio Prologi Regulae santi Benedicti: PL 95, 1581) - annota che nei codici il verbo «ascoltare» è presente in due forme latine: ausculta e obsculta.

I due verbi non sono molto differenti tra loro, giacché l’uno e l’altro si riferiscono all’atto dell’udire. Indicano, però, due differenti modalità dell’ascolto. Ausculta, difatti, mette in maggiore evidenza un ascolto personale, fatto con attenzione, con devozione; obsculta sottolinea, a sua volta, l’ascolto in comune.

Ausculta, dunque: con quale attenzione ascoltare? Quella che un figlio deve prestare alle parole del padre. Benedetto scrive per questo: Ascolta, o figlio. A questo punto, però, il nostro antico commentatore rimane sorpreso e con lui anche noi.

A san Benedetto, infatti, sarebbe bastato dire: «Ascolta, figlio…». È pur sempre una esortazione paterna. A san Benedetto, però, non è bastato. Egli ha voluto aggiungervi una interiezione. Così ha scritto: «Ascolta, o figlio…»!

Quella «o» è un’aggiunta di tenerezza, lo svelamento di un amore grande. Anche il pastore evangelico parla alla stessa maniera. Dopo, infatti, aver detto che le pecore ascoltano egli aggiunge: «io le conosco».

Nel linguaggio della Bibbia «conoscere» è un verbo che molte volte indica addirittura un rapporto d’amore. «Le mie pecore ascoltano e io le conosco. », dice.

Conoscere e amare

Ma cosa c’è prima? Il conoscere o l’amare? Nel sentire filosofico c’è senz’altro prima il conoscere. Nihil volitum quin praecognitum, dice un assioma medievale, che significa: «Nulla può essere voluto, che non sia stato prima conosciuto».

Il poeta latino Ovidio scriveva: Ignoti, nulla cupido (Ars amatoria III, 397). È un verso famoso, che significa: «Non si desidera ciò che non si conosce». Diciamocelo pure: è anche il principio su cui si basa tanta pubblicità!

La teologia spirituale, però, segue un principio inverso: quello che dice: amor notitiam generat, è l’amore che ti fa conoscere. Questo principio vale specialmente nelle relazioni personali e specialmente nell’incontro con Cristo.

Scrive Guglielmo di Saint-Thierry: «È l’amore a dare conoscenza. Se Dio non lo ami, non lo conosci, Se Cristo non lo ami, non lo conosci. È lo Spirito che Egli ti dona a fartelo conoscere» (Disputatio adv. Abaelard., VII, 4: PL 180, 272).

Così pure Riccardo di San Vittore: «È l’amore che ti fa conoscere, sicché mentre tu ami il tuo Salvatore sempre di più conosci il suo amore per te e qual è stato il prezzo della sua immensa carità» (Explicatio in Cant., XXVII: 196, 442).

Applichiamo questo principio alle parole di Gesù: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco…». Ascoltano perché sanno di essere amate? Penso di sì.

C’è sempre al primo posto l’amore di Gesù, il buon pastore. Per san Benedetto è la stessa cosa: ecco perché in quella parola «figlio» vuole riversare tutto l’affetto di un padre: «Ascolta, o figlio…».

La vita spirituale come relazione

La vita spirituale, intende San Benedetto, è una relazione. Se ti chiudi in te stesso e rifiuti l’amore, non cresci, non vivi.

«Ascolta, o figlio…». Nella vita spirituale (come nella vita fisica, d’altronde) non si cresce da soli. Si cresce soltanto se c’è la cura, la premura, la guida, il sostegno di una figura paterna/materna.

Su questo punto, la tradizione dei padri del deserto è unanime. Antonio il Grande lo diceva con tono molto realistico: «Conosco dei monaci che dopo molte fatiche sono caduti e usciti di senno perché avevano confidato nelle loro opere e trascurato quel precetto che dice “interroga tuo padre ed egli te lo comunicherà» (Serie Alfab., Antonio, 37; cf. Deut 32,7).

In epoca più recente san Giovanni d’Avila, grande maestro spirituale che ha accompagnato santi come Ignazio di Loyola e Teresa d’Avila, nel suo Audi filia raccomandava: «Chiedi con insistenza al Signore che con le sue mano metta sul tuo cammino una buona guida spirituale e quando lo avrà fatto aprigli con sicurezza il tuo cuore e non nascondergli nulla, né il bene, né il male: il bene perché lo orienti, il male perché lo corregga…»

«La vita dei santi padri testimonia che l’essere sottomesso all’anziano era considerato il grande segno che uno era arrivato alla perfezione» (cf. ed. BAC Maior, Madrid 2015, 491-492).

Facendogli eco, dice la stessa cosa san Francesco di Sales, il quale nella sua Filotea scrive: «Vuoi metterti in cammino verso la perfezione? Trova qualcuno che ti sia di guida e ti accompagni: è la raccomandazione delle raccomandazioni» (I, 4: ed. Paoline, Milano 1984, 28-29).

L’ascolto nella comunità

Se questo è l’ausculta - riprendo a seguire il commento di Paolo Diacono - l’obsculta indica un ascolto fatto «in comune», attuato nella comunità. È un ascolto che, rispetto al primo, contiene un di più, che comprende solo chi lo ha sperimentato.

Fu così per san Gregorio magno, il quale ammetteva con umile sincerità: «So che per lo più molte cose nella Sacra Scrittura che da solo non sono riuscito a capire, le ho capite mettendomi di fronte ai miei fratelli».

«Attraverso questa scoperta ho cercato di capire anche questo: mi sono reso conto che l’intelligenza mi era concessa per merito loro. Ne consegue, per dono di Dio, che il senso cresce e l’orgoglio diminuisce, quando per voi imparo ciò che in mezzo a voi insegno; perché - è la verità - per lo più ascolto con voi ciò che dico» (Hom. in Ez. II, II, 1: PL 76, 949).

È una testimonianza fondamentale a favore della lectio fatta in comune e dell’ascolto nell’assemblea liturgica. Come insieme stiamo facendo adesso.

«Le mie pecore ascoltano…». È in fondo il medesimo criterio-guida per il discernimento in comune; quello che dev’essere il primo impegno per una Chiesa in «cammino sinodale», come si ripete da un po’ di mesi anche nelle Chiese in Italia.

Divo Barsotti: l’ascolto come cammino di santità

«Ascolta, o figlio…». Il servo di Dio don Divo Barsotti, nel suo commento al Prologo della Regola di san Benedetto spiegava che, «ascolta è parola assoluta. Non vi è tempo, non ci è luogo in cui questa parola non risuoni per te» (Divo Barsotti, “Ascolta o figlio…”. Commento spirituale al prologo della Regola di san Benedetto, Fondazione Divo Barsotti-Paccagnella ed., San Lazzaro di Savena 1998, 25).

Essere cristiano - diceva un grande teologo contemporaneo: Karl Rahner S.J. - vuol dire essere uditore della Parola. E san Giovanni evangelista ci rassicura: «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Vuol dire che è nell’ascolto che si diventa figli. Ricordiamolo soprattutto ogni volta che la Chiesa ci invita a pregare il Pater: «Obbedienti alla parola del Salvatore … osiamo dire: Padre nostro».

«Le mie pecore ascoltano…». «Ascolta, o figlio…». La vita spirituale è qui. La vita monastica è qui. La via della santità è qui.

Gesù, Buon Pastore || DON LUIGI MARIA EPICOCO

Divo Barsotti e la docilità allo Spirito Santo

Con la santa Messa iniziamo il nostro ritiro fino a domenica. Vi chiedo di allontanare da voi in questi giorni ogni pensiero che possa distrarvi, sia della famiglia che del vostro lavoro.

In questi giorni dovete essere tutte per Iddio, anche se avete dei doveri, perché il primo dovere è quello di vivere unicamente per Iddio. Il Signore è vicino a noi, ed è imminente la sua venuta per tutti noi e fra poco noi vivremo nella sua presenza per sempre.

Perciò abituiamoci fino da ora a vivere in questa presenza ed a esser contenti di Lui, dal momento che per Lui dovremo essere beati per tutta l’eternità. Egli è qui più presente di tutti gli altri, più vivo e reale della realtà di questo mondo e delle persone che ci sono vicine.

Viviamo perciò nella realtà di questa presenza. Che la presenza di Dio s’imponga al nostro spirito, così che in questi giorni sentiamo davvero che la nostra vita è più piena di gioia, pur nel silenzio e nella solitudine alla quale vogliamo in qualche modo costringerci.

La fede come esperienza della presenza di Dio

Dio esiste ma noi non dobbiamo dirlo con le parole e crederlo con l’intelligenza: dobbiamo viverlo con tutto l’essere nostro.

La fede non è semplice adesione dell’intelligenza a idee astratte, è una presa di coscienza e una percezione di tutto l’essere di una realtà viva.

Il nostro mondo è Dio, questa dolcezza infinita, questa luce immensa, questo amore che ci pervade, che ci investe fin nel profondo, che ci riempie di sé: viviamo in questi giorni di Dio!

Solo nella misura che cercheremo di vivere nella sua presenza, questi pochi giorni di raccoglimento e di preghiera saranno per noi una grazia grande, che può essere decisiva per la nostra vita e deve essere decisiva soprattutto per coloro che devono fare la consacrazione nella Comunità.

Il dono dello Spirito Santo

La consacrazione è un trasferimento di proprietà. Quando consacriamo il pane e il vino, il pane e il vino si trasformano e divengono il Corpo e il Sangue di Cristo.

Nella consacrazione che noi dobbiamo fare avverrà altrettanto: ci strapperemo a noi stessi, ci daremo a Lui ed Egli prenderà possesso di noi trasformandoci in sé, in tal modo che in noi non viva più che il Signore.

Ora vogliamo accennare all’argomento di questo breve ritiro. Viviamo nell’imminenza della festa della Pentecoste; l’argomento sarà il primato delle virtù teologali.

Dobbiamo vedere quale rapporto vi è fra il dono dello Spirito Santo che vive in noi e l’esercizio delle virtù teologali: fede speranza e carità.

Quando si parla dello Spirito Santo e della vita cristiana noi dobbiamo tener presente due cose: prima di tutto che è nel dono dello Spirito Santo che Dio Trinità, viene a noi e abita in noi; cioè non si dà a noi immediatamente il Padre e il Figlio, ma è nello Spirito Santo che Dio si dona.

Lo Spirito Santo è inseparabile dal Padre e dal Figlio; pertanto nel dono che il Padre e il Figlio ci fanno dello Spirito Santo, anche il Padre e il Figlio vengono in noi e abitano in noi.

Allora la prima cosa che dobbiamo tener presente è il dono ipostatico dello Spirito Santo. Prima di parlare dei doni dello Spirito Santo, dobbiamo parlare dello Spirito Santo in quanto dono.

É molto più importante il dono dello Spirito Santo che non i suoi doni. Il dono dello Spirito Santo è Dio che si dona a noi, Dio che diviene nostro, Dio che vuol essere la nostra ricchezza e la nostra vita.

Lo Spirito Santo trasfigura la vita

Però lo Spirito Santo che si dona a noi, si dona per essere in noi principio quasi formale di vita della nostra anima.

Dice sant’Agostino: “Quello che l’anima è per il corpo, lo Spirito Santo è per l’anima stessa”. Come il corpo vive in forza dell’anima che la abita, così l’anima vive per lo Spirito Santo che le è stato donato.

Però, la vita che lo Spirito Santo ci dona, non è la vita di Dio: la vita infatti è sempre la nostra medesima ma è ora una vita che, mediante questa presenza, viene tutta trasfigurata e trasformata.

Essa diviene una vita deiforme, una vita divina; perché lo Spirito Santo è luce e ci illumina; lo Spirito Santo è fuoco e ci riscalda cioè investe le nostre potenze, le trasforma e le rende capaci di vita soprannaturale.

Dal dono dello Spirito Santo dipendono i doni dello Spirito Santo; è mediante i doni che la nostra attività e tutta la nostra vita diviene soprannaturale e noi agiamo in tal modo che, per usare il linguaggio di san Paolo, si può dire che non siamo più noi che viviamo, ma è Cristo che vive in noi.

È per questi doni dello Spirito Santo che tutta la nostra attività, intellettuale, conoscitiva ma anche dell’amore e della volontà, si trasforma e noi viviamo quelle virtù che ci mettono in rapporto diretto con Dio: la fede, la speranza e la carità.

Senza questo dono noi non saremmo capaci di esercitare le virtù teologali. L’uomo, se Dio non vive in lui, non avrà mai la capacità di superare l’infinita distanza che lo separa da Dio; nessun atto dell’uomo potrebbe mai raggiungere Dio.

Fede, speranza e carità

Le virtù teologali sono il frutto dell’azione dello Spirito Santo e aprono l’essere umano a un rapporto reale con Dio.

La fede, la speranza e la carità sono le virtù mediante le quali noi non abbiamo più soltanto rapporto col mondo e con gli uomini, ma con Dio.

Per avere un rapporto con gli uomini e col mondo non abbiamo bisogno di fede, di speranza e di carità. Infatti, basta avere gli orecchi per ascoltare, gli occhi per vedere, le mani per toccare ed entriamo in rapporto col mondo di quaggiù.

Ma entrare in rapporto con Dio non si può senza la fede, la speranza e l’amore. E tali virtù sono il frutto di questa azione dello Spirito Santo che trasfigura, che trasforma le nostre potenze, perché possano raggiungere Dio.

Noi abbiamo un rapporto col mondo perché vediamo, ascoltiamo, tocchiamo; la fede, secondo l’insegnamento dei Padri ed anche della teologia, ci dà come degli occhi nuovi per i quali noi intravediamo la realtà divina.

La fede è poi, per noi, anche un nuovo modo di ascoltare. Attraverso tutte le cose, noi ascoltiamo la parola di Dio.

Ed è proprio attraverso lo Spirito Santo che otteniamo questo organo nuovo che è la carità mediante la quale, come insegnano san Bernardo e san Giovanni della Croce, noi tocchiamo Dio: lo abbracciamo, lo baciamo e siamo da Lui baciati, viviamo l’unione più intima e profonda con Dio stesso.

L’unione con Cristo

Certo non è un tocco sostanziale, non è un’esperienza sensibile: ma è certamente qualcosa di analogo all’esperienza sensibile.

Proprio per questo san Bernardo può dire: “Mi baci col bacio della sua bocca” e vede in questa preghiera l’ansia dell’anima che vuole raggiungere l’unione con Dio.

L’unione con Dio si realizza nello Spirito, ma è analoga all’unione sensibile. Ecco perché il “Cantico dei Cantici” nella tradizione cattolica è considerato come il libro dell’esperienza mistica.

Ma è divenuto il libro dell’esperienza mistica perché sul piano spirituale l’uomo, mediante la fede, la speranza e la carità, vive un rapporto reale con Dio che è simile al rapporto che noi abbiamo con le cose: vediamo le cose, ascoltiamo le persone, le tocchiamo, le abbracciamo, le baciamo, siamo uniti all’altra persona.

Altrettanto avviene mediante l’azione dello Spirito nella nostra vita di unione con Dio. Tutto questo si compie per il dono dello Spirito Santo e si compie attraverso le virtù teologali della fede, della speranza e della carità.

Noi dobbiamo vedere in questi giorni come, attraverso queste virtù, viviamo la vita spirituale sotto l’azione dello Spirito Santo.

Ma ripeto, sotto l’azione dello Spirito Santo: perché una vita spirituale in senso umano, la vive anche chi non ha fede mentre la vita spirituale in quanto dipendente dall’azione dello Spirito Santo, è propria soltanto del cristiano che ha ricevuto il dono dello Spirito e mediante questo dono, vive in unione con Dio.

Lo Spirito Santo ci unisce a Cristo

Noi dobbiamo vedere in questi giorni la presenza dello Spirito Santo in noi che, mediante i suoi doni, trasforma la nostra attività in tal modo che le nostre potenze sono capaci di atti soprannaturali nell’esercizio delle virtù soprannaturali, con le quali noi entriamo in rapporto reale con Dio.

Ma questo rapporto reale con Dio è un rapporto col Cristo, perché Dio si dona a noi in Cristo Gesù. Nel rapporto col Cristo, noi lo vediamo, ascoltiamo la sua parola e ci uniamo a Lui nell’unione più intima.

Nella vita spirituale termine ultimo è il matrimonio spirituale, l’unione col Cristo. Nella tradizione della spiritualità italiana esiste un libro, il più bel libro di san Lorenzo Giustiniani, nel quale l’autore parla del casto connubio dell’anima col Verbo.

Tutta la vita cristiana termina in questa unione mirabile di noi con Cristo Gesù, così da essere con Lui un solo corpo, così da vivere in Lui una sola vita, pur rimanendo persone distinte.

Egli è lo sposo e l’anima nostra è la sposa che a Lui si dona. Questo mistero non potremo certamente svilupparlo oggi perché è un argomento di una grande profondità; ma capite, se non altro, su che cosa vorremmo meditare.

Il segreto della santità

È semplicissimo: in che cosa consiste la salita? Non è una cosa difficile, non dobbiamo far nulla. Non dobbiamo far nulla!

Dobbiamo soltanto accogliere in noi lo Spirito divino e abbandonarci alla sua azione. Null’altro. Non dobbiamo far altro che abbandonarci all’azione di Dio il quale vive in noi.

Tutto il segreto della santità sta in questa docilità all’azione dello Spirito che vive nei nostri cuori. E allora, tutta la nostra vita sarà vita di fede, tutta la nostra vita sarà vita di speranza, tutta la nostra vita sarà vita di amore.

Nella fede, nella speranza e nell’amore noi vivremo l’unione più intima col Cristo e ci trasformeremo nel Cristo.

«Lasciamoci fare dal Signore»

Voi mi dite che è molto difficile: ma proprio per questo dovete tendere alla santità e tutti voi vi siete impegnati a raggiungerla.

Tutti noi dobbiamo tendere a questa trasformazione, a questa vita divina. E ci si tende abbandonandosi, con docilità, all’azione dello Spirito Santo che vive in noi.

Quando abbiamo capito questo abbiamo la chiave per entrare. Tante volte voi non sapete come comportarvi: fate una lista di propositi, di tutte le cose che dovete fare.

Ma il Signore vi risponde: non devi far nulla, devi lasciar fare a me. Ma non vi sembra che sia meglio così?

Oltre tutto se si fanno le liste di tante cose che si debbono fare, poi si dimenticano: oppure, se ne facciamo una si manca all’altra; invece il Signore ti chiede soltanto di essere docile all’azione dello Spirito che vive in te.

Il segreto della santità è questo; se lo vivremo raggiungeremo la santità. Se non si fa questo, anche se si fa digiuno a pane ed acqua tutti i giorni, non si raggiunge la santità.

Anche se si prega tutti i giorni e la notte, dormendo soltanto mezz’ora, non si raggiunge la santità. Non sono le opere nostre che fanno la nostra santità, ma è Dio che ci fa santi, perché Lui solo è santo.

La santità sta dunque in questa docilità all’azione di Dio che vive in noi; questo è il segreto.

Di qui l’importanza di capire quello che debbo dirvi in questi giorni in nome del Signore; e voi cercherete di far tesoro di quello che il Signore vi dirà per mezzo mio e pregherete anche perché io stesso ne faccia tesoro, perché impari anch’io a non resistere più alla grazia, ma mi abbandoni generosamente, senza riserve, senza condizione a questo vento che mi deve trascinar via.

Com’è bello essere come una piuma portati via dal vento dello Spirito! E com’è bello divenire un legno, ci dice san Giovanni della Croce, per essere totalmente consumati da questo fuoco.

La docilità, se è fuoco, ci farà bruciare e noi ci consumeremo; se è vento, ci solleverà, ci strapperà a tutti legami, ci porterà nel seno di Dio.

Così noi viviamo la nostra docilità all’azione dello Spirito.

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