La Prima Lettera di Giovanni invita a riconoscere che «ogni ingiustizia è peccato», ma ricorda anche che esiste un peccato che non conduce alla morte. La vita cristiana nasce dall’incontro con Gesù Cristo, Verbo della vita, e si manifesta nella fede, nell’amore fraterno, nella comunione ecclesiale e nella speranza della vita eterna.
Per la Diocesi di San Miniato, meditare la Prima Lettera di Giovanni significa riscoprire l’amore di Dio rivelatosi in Gesù Cristo, morto e risorto per noi. Questo amore, accolto nella fede e riversato nei cuori, spinge a fare comunione, a vivere nella carità fraterna e a testimoniare al mondo la speranza del Vangelo.
Il significato di 1 Giovanni 5,17
«Ogni ingiustizia è peccato, ma vi è il peccato che non conduce alla morte».
La frase della Prima Lettera di Giovanni richiama la serietà del peccato, perché ogni ingiustizia ferisce la relazione con Dio, con gli altri e con la verità della propria vita. Allo stesso tempo, il testo distingue tra il peccato che conduce alla morte e quello che non conduce alla morte, aprendo lo sguardo alla misericordia e alla possibilità della conversione.
Il peccato non è soltanto una trasgressione esteriore, ma tutto ciò che si oppone alla vita ricevuta da Dio e all’amore concreto verso il fratello e la sorella. La fede cristiana non separa mai l’amore di Dio dalla responsabilità verso gli altri, perché chi vive nella comunione con Cristo è chiamato a praticare l’amore nella vita quotidiana.
La Prima Lettera di Giovanni nella proposta della Diocesi di San Miniato
Con impegno sempre nuovo dobbiamo riproporci la lettura e meditazione della Sacra Scrittura, imparando ad incontraci attraverso di essa con il Cristo, Parola del Dio vivente, per orientare a Lui tutta la nostra vita, nella quotidianità degli incontri, delle scelte e dei vari accadimenti.
Quest’anno mediteremo la prima lettera di San Giovanni per riscoprire l’amore di Dio per noi rivelatosi in Gesù Cristo, Verbo della vita, morto e risorto per noi. Questo amore riversato nei nostri cuori e accolto nella fede, ci spinge a fare comunione, a vivere nella carità fraterna; dà alimento di unità e di pace alle nostre famiglie; rende possibile e fruttoso il rapporto tra generazioni diverse, tra padri e figli; testimonia al mondo la speranza del Vangelo.
La lettura della Prima Lettera di Giovanni non è quindi un esercizio soltanto intellettuale, ma un cammino di fede capace di orientare le scelte e gli incontri. La Parola conduce a riconoscere Cristo come centro della vita e a verificare se l’amore ricevuto da Dio diventa realmente comunione, pace, fraternità e testimonianza.
Spero che anche nella nostra diocesi cresca sempre di più l’amore per le Sacre Scritture e si propaghi a macchia d’olio l’uso di questo sussidio annuale che ci aiuta a conoscere la Parola di Dio. Bisogna allora impegnarsi a fondo perchè sia utilizzato in parrocchia, nelle famiglie ed anche individualmente.
Gesù Cristo, Verbo della vita
Gesù Cristo, morto e risorto, è il centro della nostra fede ed è il garante della nostra speranza nella grande promessa del Padre, già realizzata in Lui, il suo Figlio amato: la vita eterna (cfrGv10,28; 17,3).
La Prima Lettera di Giovanni conduce a riconoscere in Gesù il Verbo della vita. La vita cristiana non nasce da una semplice adesione a idee religiose, ma dall’incontro con colui che Dio ha mandato nel mondo e che ha donato se stesso per la salvezza dell’umanità.
Gesù, nostro amore e nostra speranza, è risorto e vive e regna glorioso. La morte è stata trasformata in vittoria e qui sta la fede e la grande speranza dei cristiani: nella risurrezione di Cristo!
La risurrezione illumina anche il versetto di 1 Giovanni 5,17: il peccato è reale e produce ferite, ma non ha l’ultima parola. In Cristo, la morte non è il destino definitivo dell’uomo e l’ingiustizia non può cancellare la promessa di Dio. La speranza cristiana nasce dalla vittoria pasquale e sostiene il cammino della conversione.

Fede e amore: il cuore del messaggio
La fede e l’amore sono il grande dono che, ci dice l’apostolo Paolo, è come un fuoco che dobbiamo ravvivare. «Ricordati», dice a ognuno di noi, perché la nostra comunione non è una massa, ma è fatta dal sì di ognuno di noi, ricordati di «ravvivare (custodire) il dono di Dio… Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza».
Forza, carità e prudenza: ma non sono altri nomi di fede, amore e speranza? «Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro… con la forza di Dio, soffri per il Vangelo… con la fede e l’amore».
La fede autentica non resta chiusa nella dimensione personale, perché conduce a una forma concreta di vita. Chi accoglie l’amore di Dio è chiamato a ravvivare il dono ricevuto, a custodirlo e a comunicarlo attraverso la testimonianza.
La Prima Lettera di Giovanni unisce inseparabilmente la fede in Gesù Cristo e l’amore per i fratelli. Non è possibile affermare di vivere nella luce di Dio mentre si coltivano odio, indifferenza, ingiustizia o chiusura verso gli altri.
«Ogni ingiustizia è peccato»
Il versetto 1 Giovanni 5,17 richiama la responsabilità di fronte a ogni forma di ingiustizia. L’ingiustizia può manifestarsi nella violenza, nell’oppressione, nella menzogna, nell’esclusione, nell’indifferenza verso chi soffre e nella ricerca egoistica del proprio interesse.
«Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?»
L’inizio della lettura di oggi, tratta dalla profezia di Abacuc, è anche il grido che freme nel nostro cuore, in questo tempo segnato dalla guerra e dall’odio. «Perché resti spettatore, Signore?»
Il grido di Abacuc esprime la domanda dell’uomo davanti al male, ma impedisce di considerare l’ingiustizia come una realtà normale o inevitabile. La fede non nega il dolore e non nasconde il male: lo porta davanti a Dio, lo denuncia e attende da Lui una risposta.
Ma lo stesso Abacuc afferma la prima cosa che dobbiamo tener sempre presente, come un filo di luce che anche nei giorni più scuri segna l’orizzonte: il giudizio di Dio viene. Il giudizio viene non come minaccia, ma come speranza.
Non è tutto bloccato, non è tutto solo il grigio della polvere e della cenere, il male non vincerà mai il bene. C’è una scadenza al male: «Se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà».
La speranza nel giudizio di Dio non autorizza la vendetta e non elimina la responsabilità personale. Essa annuncia che l’ingiustizia non è definitiva e che il bene non è destinato a essere sconfitto. La conversione consiste anche nel lasciarsi trasformare da questa speranza, scegliendo la verità, la giustizia e la carità.
Il peccato e la possibilità della conversione
La distinzione contenuta in 1 Giovanni 5,17 invita a non confondere il riconoscimento del peccato con la disperazione. Ogni ingiustizia è peccato, ma la rivelazione cristiana annuncia che il peccatore può essere raggiunto dalla misericordia, ascoltare la voce di Dio e ritornare alla comunione.
E Abacuc ricorda anche da dove può germogliare il bene. Oltre il grido, oltre la denuncia, c’è da uscire da noi, da tendere l’orecchio e il cuore, ascoltare: «Se ascoltaste oggi la sua voce!»
Ascoltare e vedere, convertirci: volgere lo sguardo al punto da cui viene la luce, come nel primo istante dell’aurora, quando tutto sembra ancora buoi, ma c’è un punto da cui comincia a schiarire da cui viene una voce, che non grida, ma interpella. Quel punto, quella voce è Gesù.
La conversione non consiste soltanto nel riconoscere di avere sbagliato, ma nel volgere nuovamente lo sguardo verso Cristo. La sua voce interpella, illumina e orienta; attraverso di essa l’uomo può ritrovare il senso della propria vita e il cammino verso il bene.
La comunione della Chiesa
«Chiamati nella comunione», dice la prima parte del titolo di questa giornata. Nella comunione della nostra Chiesa, Lui ci viene incontro, per rianimare la nostra fede e la nostra speranza.
La Chiesa è il luogo nel quale Cristo continua a incontrare gli uomini e a far risuonare la sua voce. La comunione ecclesiale non è una massa indistinta, ma è fatta dal sì di ognuno di noi.
Lui ci chiama e ci mette dentro questa grande compagnia che è la Chiesa, attraverso cui fa risuonare la sua voce, e nella quale ci chiama ma ci dà anche un compito.
Ci fa entrare nella vita, nella vita vera, cioè l’amicizia con Dio, ma perché noi la comunichiamo a tutti. La comunione con Dio diventa così missione: il dono ricevuto non deve essere trattenuto, ma condiviso con coloro che cercano la verità, la pace e la speranza.
Camminare insieme nella speranza
Con il segno penitenziale delle ceneri sul capo, iniziamo il pellegrinaggio annuale della santa Quaresima, nella fede e nella speranza. La Chiesa, madre e maestra, ci invita a preparare i nostri cuori e ad aprirci alla grazia di Dio per poter celebrare con grande gioia il trionfo pasquale di Cristo, il Signore, sul peccato e sulla morte.
In questa Quaresima, arricchita dalla grazia dell’Anno Giubilare, desidero offrirvi alcune riflessioni su cosa significa camminare insieme nella speranza, e scoprire gli appelli alla conversione che la misericordia di Dio rivolge a tutti noi, come persone e come comunità.
Il motto del Giubileo “Pellegrini di speranza” fa pensare al lungo viaggio del popolo d’Israele verso la terra promessa, narrato nel libro dell’Esodo: il difficile cammino dalla schiavitù alla libertà, voluto e guidato dal Signore, che ama il suo popolo e sempre gli è fedele.
La fede in Cristo e la lotta contro l’ingiustizia si inseriscono quindi in un cammino. Il credente non è chiamato a rimanere fermo davanti al male, ma a lasciarsi liberare da ciò che lo schiavizza e a procedere verso la casa del Padre.
La conversione personale
E non possiamo ricordare l’esodo biblico senza pensare a tanti fratelli e sorelle che oggi fuggono da situazioni di miseria e di violenza e vanno in cerca di una vita migliore per sé e i propri cari.
Qui sorge un primo richiamo alla conversione, perché siamo tutti pellegrini nella vita, ma ognuno può chiedersi: come mi lascio interpellare da questa condizione? Sono veramente in cammino o piuttosto paralizzato, statico, con la paura e la mancanza di speranza, oppure adagiato nella mia zona di comodità?
Cerco percorsi di liberazione dalle situazioni di peccato e di mancanza di dignità? Sarebbe un buon esercizio quaresimale confrontarsi con la realtà concreta di qualche migrante o pellegrino e lasciare che ci coinvolga, in modo da scoprire che cosa Dio ci chiede per essere viaggiatori migliori verso la casa del Padre.
Il riconoscimento del peccato diventa così una domanda rivolta alla propria esistenza. Non basta condannare l’ingiustizia presente nel mondo: occorre verificare se, nelle proprie relazioni e nelle proprie scelte, si contribuisce a creare esclusione, sofferenza o indifferenza.
La conversione alla sinodalità
In secondo luogo, facciamo questo viaggio insieme. Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa.
I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi.
Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio (cfrGal3,26-28); significa procedere fianco a fianco, senza calpestare o sopraffare l’altro, senza covare invidia o ipocrisia, senza lasciare che qualcuno rimanga indietro o si senta escluso.
Andiamo nella stessa direzione, verso la stessa meta, ascoltandoci gli uni gli altri con amore e pazienza. L’opposto della comunione è una vita dominata dall’autoreferenzialità, dalla competizione, dall’invidia e dall’incapacità di ascoltare.
In questa Quaresima, Dio ci chiede di verificare se nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nei luoghi in cui lavoriamo, nelle comunità parrocchiali o religiose, siamo capaci di camminare con gli altri, di ascoltare, di vincere la tentazione di arroccarci nella nostra autoreferenzialità e di badare soltanto ai nostri bisogni.
Chiediamoci davanti al Signore se siamo in grado di lavorare insieme come vescovi, presbiteri, consacrati e laici, al servizio del Regno di Dio; se abbiamo un atteggiamento di accoglienza, con gesti concreti, verso coloro che si avvicinano a noi e a quanti sono lontani; se facciamo sentire le persone parte della comunità o se le teniamo ai margini.
Questo è un secondo appello: la conversione alla sinodalità.
La speranza che non delude
In terzo luogo, compiamo questo cammino insieme nella speranza di una promessa. La speranza che non delude (cfrRm5,5), messaggio centrale del Giubileo, sia per noi l’orizzonte del cammino quaresimale verso la vittoria pasquale.
Come ci ha insegnato nell’Enciclica Spe salvi il Papa Benedetto XVI, «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm8,38-39)».
La speranza cristiana non è un’aspettativa vaga e non dipende dall’assenza di difficoltà. Essa si fonda sulla certezza dell’amore di Dio, che nessuna creatura può spezzare e che trova in Cristo la sua manifestazione definitiva.
Ecco la terza chiamata alla conversione: quella della speranza, della fiducia in Dio e nella sua grande promessa, la vita eterna.
Dobbiamo chiederci: ho in me la convinzione che Dio perdona i miei peccati? Oppure mi comporto come se potessi salvarmi da solo? Aspiro alla salvezza e invoco l’aiuto di Dio per accoglierla?
Vivo concretamente la speranza che mi aiuta a leggere gli eventi della storia e mi spinge all’impegno per la giustizia, alla fraternità, alla cura della casa comune, facendo in modo che nessuno sia lasciato indietro?
La vocazione alla vita e all’amore
Questa è la domenica di Gesù Buon Pastore, che anche la domenica in cui la Chiesa prega per le vocazioni, in particolare la vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata, ma anche per ricordare a tutti che la vita stessa, la vita di ognuno, è vocazione.
Vocazione a che? Lo dice Gesù alla fine del brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Lui ci chiama, ci ha chiamati alla vita, e ci continua a chiamare per nome. Il Buon Pastore conosce il nostro nome e quando Lui lo pronuncia, noi riconosciamo che nessuno come Lui ci vuole bene.
La vocazione cristiana è anzitutto chiamata alla vita, alla comunione con Dio e alla partecipazione alla missione di Cristo. Ogni condizione di vita può diventare luogo nel quale accogliere la chiamata del Signore e offrire un servizio concreto al bene degli altri.
Il Buon Pastore e la Porta
Infatti, anche noi in tanti momenti siamo «erranti come pecore», cioè smarriamo il senso di quello che facciamo e, a volte, anche di chi siamo, ma la sua voce, la voce del Buon Pastore pronuncia il nostro nome e ci fa capire che nel Suo amore sta il senso vero della nostra vita, che la Sua voce che ci chiama è un abbraccio perché possiamo vivere nella gioia.
L’immagine di questo Vangelo, in cui Gesù dice prima di essere il «Buon Pastore» e poi la «Porta», ci fa capire che siamo chiamati a entrare, ma anche a uscire, dalla porta si entra ma anche si esce, attraverso di Lui, in Lui.
Ciò che ognuno cerca per mille strade lo può trovare passando la porta che è Gesù lasciandosi portare sulle spalle dal Buon Pastore, dicendo ognuno il proprio sì alla Sua chiamata: Che vuoi da me, Signore, ora, qui?

La libertà secondo il Vangelo
Se ci guardiamo intorno ci accorgiamo che ogni persona porta nel suo cuore un grande desiderio di bene. Per questo oggi sembra che la cosa più importante per ognuno sia essere libero di fare tutto ciò che uno vuole, andando oltre a ogni limite.
Dico queste cose non per giudicare le persone che si trovano a vivere queste situazioni complesse, ma per sottolineare che grandezza e ciò che accade quando uno invece incontra il Buon Pastore.
Scopre che la propria realizzazione, il proprio bene, i pascoli verdi su cui correre liberi, non sono quelli della nostra immaginazione, ma il cammino che, nella Sua infinita bontà, Dio indica ad ognuno nel suo Figlio, Gesù.
È Lui, allora, che ci manda perché tutti Lo possano scoprire, perché tutti possano fare esperienza che la vera libertà è compiere ciò che il Signore prepara per noi.
Certo, è un grande paradosso che la nostra libertà si compia nell’obbedienza al disegno di Dio su di noi, ma come Pietro e la Chiesa nascente testimoniarono davanti a tutti - tanto che il primo giorno in cui parlarono di Gesù, tremila persone chiesero di diventare cristiani - ciò che lo fa scoprire è la gioia di chi è chiamato da Gesù per offrire con Lui la vita perché tutti scoprono di essere amati dal Signore.
La libertà cristiana non coincide con l’assenza di ogni limite, ma con la capacità di orientare la propria vita verso il bene. L’obbedienza al disegno di Dio non cancella la libertà: la conduce verso la sua pienezza, perché libera dall’egoismo, dalla paura e dalla solitudine.
La missione di testimoniare l’amore
Uscire verso tutti perché Gesù possa usare la nostra voce per chiamare quelli che lo cercano, tante volte senza neanche saperlo.
«Chiamati nella comunione»: allora saremo comunità che praticano l’amore, l’amore a Cristo che diventa amore concreto al fratello e alla sorella che Lui ci mette accanto, comunità che ravvivano il dono ricevuto, queste possono essere speranza concreta.
Comunità di cristiani che riconoscono di essere mandati a testimoniare il Suo amore: che il Signore ci conceda di rinnovare il dono ricevuto, con la disponibilità a lasciarci cambiare secondo il vangelo.
La testimonianza cristiana si esprime in gesti concreti di accoglienza, ascolto, cura e servizio. La comunità diventa credibile quando rende visibile l’amore di Cristo e quando non lascia ai margini chi è fragile, solo, povero o lontano.
Quanti giovani, quanti poveri, quanti anziani, quante persone che perdono la speranza, hanno bisogno di vedere attraverso di noi l’aurora senza fine del Vangelo?
La pace e la lotta contro il male
La pace, che riceviamo, siamo chiamati a costruirla con la paziente disponibilità alla conversione, a lasciarci cambiare dallo Spirito, nella sequela cordiale della Chiesa in cui Cristo ci viene incontro e ci strappa dal comodo, per renderci sempre più coscienti di essere «Chiamati nella comunione, mandati a testimoniare il suo amore».
La pace non è soltanto una condizione esterna, ma nasce dalla conversione del cuore e dalla guarigione delle relazioni. La lotta contro l’ingiustizia indicata da 1 Giovanni 5,17 passa attraverso la disponibilità a lasciarsi cambiare dallo Spirito e a riconoscere nel fratello una persona affidata alla nostra responsabilità.
«Soffri per il vangelo». Chi di noi ha davvero sofferto per Gesù, per la sua testimonianza? Per questo con gli apostoli anche noi allora gridiamo: «Accresci in noi la fede!».
La fede è forza e certezza che il male non vince, è decisione di affidarci totalmente a Lui, per esserne testimoni.
La fede che diventa servizio
Nella fede, nell’ascolto e nello sguardo fisso su di Lui, nella disponibilità a lasciarci cambiare, possiamo essere testimoni di speranza, vivendo la novità del vangelo.
E anche noi diremo: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare». E lo diremo con gioia, perché è un Altro che fa tutto, è un Altro che ci chiede solo la disponibilità a lasciarlo agire, a lasciarci trasformare.
Il servizio cristiano non nasce dalla ricerca di riconoscimento personale, ma dalla gratitudine per l’amore ricevuto. La persona credente mette a disposizione la propria vita perché Cristo possa agire attraverso di lei.
La fede, l’amore e la speranza diventano così una risposta concreta alla realtà del peccato e dell’ingiustizia. Il cristiano non pretende di salvarsi da solo, ma accoglie la salvezza e la comunica con umiltà, perseveranza e gioia.
La speranza della vita eterna
Sorelle e fratelli, grazie all’amore di Dio in Gesù Cristo, siamo custoditi nella speranza che non delude (cfrRm5,5). La speranza è “l’ancora dell’anima”, sicura e salda.
In essa la Chiesa prega affinché «tutti gli uomini siano salvati» (1Tm2,4) e attende di essere nella gloria del cielo unita a Cristo, suo sposo.
Così si esprimeva Santa Teresa di Gesù: «Spera, anima mia, spera. Tu non conosci il giorno né l’ora. Veglia premurosamente, tutto passa in un soffio, sebbene la tua impazienza possa rendere incerto ciò che è certo, e lungo un tempo molto breve».
La vita eterna è la promessa verso cui tende il cammino della fede. Essa non allontana dalle responsabilità della storia, ma sostiene l’impegno per la giustizia, la fraternità, la pace e la cura della casa comune.
La preghiera della comunità
La Vergine Maria, Madre della Speranza, interceda per noi e ci accompagni nel cammino quaresimale.
La comunità cristiana è chiamata a pregare perché la fede cresca, perché l’amore diventi concreto e perché ogni persona possa riconoscere la voce del Buon Pastore. La preghiera mantiene aperto il cuore alla grazia e rende possibile un cammino di conversione personale e comunitario.
La domanda conclusiva può diventare una preghiera quotidiana: Che vuoi da me, Signore, ora, qui?