Celibato dei sacerdoti: significato, storia e dibattito

Il celibato sacerdotale è l’impegno assunto dai sacerdoti della Chiesa latina a vivere senza matrimonio e senza rapporti coniugali, come forma di dedizione totale a Dio e al servizio della comunità cristiana. Non è un dogma di fede, ma una disciplina ecclesiastica: per questo, in linea di principio, può essere modificata da una decisione della Chiesa.

La sua storia, tuttavia, non è riconducibile a una sola data. Nei primi secoli del cristianesimo esistevano sacerdoti e vescovi sposati, mentre la continenza e il celibato erano progressivamente raccomandati in determinati contesti. La Chiesa latina rese obbligatorio il divieto di matrimonio per i chierici attraverso un lungo processo, culminato nei Concili Lateranensi del 1123 e del 1139 e successivamente confermato dal Concilio di Trento.

Che cosa significa il celibato sacerdotale

Il celibato sacerdotale non è soltanto una vita da single e non dovrebbe essere inteso come una semplice privazione o come un divieto sessuale. Il celibato sacerdotale è di fatto finalizzato ad un obiettivo poiché esso è, per la Chiesa cattolica, il segno del dono totale della propria persona a Dio per il servizio della sua Chiesa.

Esso colloca l'uomo che è chiamato al sacerdozio in un legame sponsale con il Popolo di Dio ad immagine del Cristo, come la Chiesa lo ha progressivamente definito e distinto dal celibato religioso nel corso dei secoli. In primo luogo, non si tratta di una privazione o di un divieto sessuale che graverebbe sul matrimonio dei sacerdoti, ma di una significativa scelta di vita.

Il celibato, vissuto nella gioia di una libera scelta, può costituire, oltre che un segno della dimensione escatologica del mistero cristiano, uno status che offre una particolare disponibilità interiore a vivere il ministero ordinato. Per la tradizione cattolica, il sacerdote celibe è chiamato a orientare la propria esistenza verso una disponibilità piena alla preghiera, alla celebrazione dei sacramenti, all’annuncio del Vangelo e alla cura pastorale dei fedeli.

Il celibato non è un dogma

Una delle affermazioni più ricorrenti quando si parla del celibato del sacerdoti è che si tratta semplicemente di una legge ecclesiastica. O, più astrattamente, che si tratta di una disciplina puramente ecclesiastica. Un altro modo per dire praticamente la stessa cosa è affermare che non è un dogma di fede.

È vero che il celibato ecclesiastico non è un dogma, è vero che la scelta fatta dalla Chiesa al riguardo non è irriformabile. Del resto, possono mutare anche le opinioni di un uomo che è già Papa e le sue uniche affermazioni irriformabili sono solo quelle in cui è impegnata la sua infallibilità.

Papa Francesco ha ribadito che il celibato «è una questione disciplinare, e questo significa che un papa potrebbe disporre che sia opzionale». «Per quanto mi riguarda», ha però affermato, «rispetto la tradizione della chiesa di occidente».

Un cambiamento potrebbe avvenire? «In ogni caso lo decida, se lo crede conveniente, il papa che mi succederà», e ha concluso: «È vero che se uno vive male il celibato, è una tortura, qualcosa d’impossibile. Ma non è meno vero che se uno lo vive con la fecondità del ministero che ha scelto, non solo è facile ma bello».

Le origini cristiane: matrimonio e continenza

Oggi associamo il clero cattolico a una serie di norme, tra cui quella del celibato. Ma la verità è che nei primi secoli del cristianesimo non esisteva tale obbligo. Molti vescovi, sacerdoti e persino alcuni papi erano sposati.

Presbiteri e vescovi possono insomma essere sia celibi che sposati, tanto in oriente che in occidente, almeno sino al VI secolo, con papi sposati - prima dell’ordinazione - come Felice III, bisnonno di Gregorio Magno che lo ricorda, e Ormisda, padre a sua volta di papa Silverio, anch’egli sposato: tutti venerati come santi dalla liturgia romana.

Ciò che veniva richiesto era piuttosto la fedeltà e la moderazione: la castità era considerata una virtù, ma il ministero religioso non era ritenuto incompatibile con la vita coniugale. Nel cristianesimo dei primi secoli si registra la compresenza delle scelte opposte per il celibato e per il matrimonio, con conseguenti teorizzazioni e provvedimenti.

Pietro, su cui si fonda la chiesa di Roma, era invece sposato. Cristo infatti guarisce da una febbre sua suocera, e il miracolo è riferito dal vangelo di Marco proprio all’inizio (e dai paralleli in quelli di Matteo e di Luca).

Nulla si sa della moglie del primo degli apostoli, ma il dato appare sicuro - confermato, come per «gli altri apostoli», da una lettera autentica di Paolo, la prima ai Corinzi (9, 5) - ed è all’origine dei racconti apocrifi che al primo degli apostoli attribuiscono una figlia, Petronilla.

Gesù era certamente celibe, nonostante infondate ipotesi contrarie rese popolarissime dal Codice da Vinci, e celibe era Giovanni Battista, l’asceta che Luca all’inizio del suo vangelo presenta come parente dello stesso Gesù. Ma lo erano anche, secondo tradizioni antiche, l’apostolo Giovanni e certamente Paolo, come si desume dalle sue lettere.

Scelta di continenza che viene illustrata da un detto riferito nel vangelo secondo Matteo al diciannovesimo capitolo, dopo la discussione sull’unione originaria tra uomo e donna e sul ripudio: «Vi sono eunuchi che sono nati così dal grembo della madre, e vi sono eunuchi che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono eunuchi che si sono fatti eunuchi a causa del regno dei cieli. Chi può capire capisca».

Questa affermazione «rivela una situazione nuova determinata dalla venuta del Regno dei cieli. Non si tratta di una critica del matrimonio, ma di un’eccezione escatologica non obbligatoria: certi uomini sono talmente presi dal Regno dei cieli che non si sposano».

Il dibattito già nel IV secolo

Il dibattito sul celibato risale almeno al IV secolo, sebbene in forma limitata ad alcuni concili locali. L’argomento era che il sacerdote, essendo dedicato a Dio, doveva vivere nella castità.

Questa pratica era raccomandata, ma non obbligatoria: ad esempio, nella Chiesa bizantina i sacerdoti potevano sposarsi prima dell’ordinazione, ma per accedere a incarichi elevati come la carica vescovile dovevano essere celibi.

Certamente, nella storia del celibato ecclesiastico, avrà la sua influenza anche l'esempio del sacerdozio dell'Antica Alleanza. Questa comandava ai sacerdoti di astenersi dai rapporti coniugali durante l'esercizio del loro ministero nel Tempio.

Ma è la persona di Cristo, il suo esempio di vita e la sua dottrina che appariranno decisivi nella storia della Chiesa per stabilire questo "celibato".armonia multipla"(PO, 12) tra sacerdozio e celibato del Nuovo Testamento.

La Riforma gregoriana e la svolta medievale

La grande trasformazione avvenne negli XI e XII secoli, nel contesto della cosiddetta Riforma gregoriana. Papa Gregorio VII e i suoi successori videro nel celibato un mezzo per evitare la dispersione del patrimonio della Chiesa.

Se un sacerdote aveva moglie e figli, poteva trasmettere i propri beni alla discendenza, compreso il patrimonio ecclesiastico, trasformando così parrocchie e monasteri in possedimenti familiari, al pari di castelli e terre.

Il celibato risolveva questo problema: senza eredi legittimi, le proprietà restavano nelle mani dell’istituzione. Inoltre, in un'epoca in cui la vita gravitava attorno alla religione, il celibato era interpretato come segno di maggiore santità e totale dedizione a Dio.

Il clero celibe poteva dedicarsi completamente alla preghiera e al servizio, senza le «distrazioni» della vita domestica e coniugale; inoltre, non bisogna dimenticare che il sesso senza fini procreativi era percepito come lussuria e, almeno di fronte all'opinione pubblica, gli ecclesiastici dovevano dare l'esempio.

Ma senza dubbio si tende sempre più a privilegiare il celibato, che tra l’altro permette e assicura l’accumulo e la conservazione di patrimoni ecclesiastici. La seconda motivazione è di natura strettamente economica, e consiste nella volontà di conservare intatto il patrimonio dei beni ecclesiastici, preservandolo dal rischio della trasmissione ai figli o ai nipoti qualora il prete avesse una sua famiglia.

I Concili Lateranensi del 1123 e del 1139

I Concili Lateranensi del 1123 e del 1139 segnarono il punto di non ritorno. In quella sede il matrimonio dei chierici fu dichiarato invalido e il celibato fu stabilito come disciplina obbligatoria nella Chiesa latina.

Da allora, i candidati al sacerdozio dovevano impegnarsi a osservare il celibato fin dall’ordinazione. Se, per circostanze eccezionali, un uomo già sposato doveva prendere i voti religiosi, era tenuto a separarsi dalla moglie e, comunque, nella maggior parte dei casi non poteva aspirare a incarichi di alto livello.

Un’altra affermazione comune è quella secondo cui il celibato ecclesiastico è stato istituito all’inizio del XII secolo in due Concili Lateranensi, il primo nel 1123 e il secondo nel 1139. Come se un albero di tale grandezza e statura nella Chiesa fosse sorto spontaneamente e si fosse sviluppato come se tutto in una volta, a pochi giorni da un Concilio, fosse il frutto della decisione di pochi vescovi riuniti a Roma.

La storia del celibato è più complicata e affascinante. Ondivaghe e appassionanti sono le vicende storiche, dalla riforma gregoriana che nell’XI secolo impone nella chiesa latina il celibato, alla rivoluzione protestante che all’inizio dell’età moderna lo abolisce.

Norma e realtà nella Chiesa medievale

Tuttavia, la misura non fu esente da resistenze. Molti ecclesiastici continuarono a convivere con le loro mogli o a mantenere delle concubine.

Le cronache medievali sono piene di denunce sulla difficoltà di applicare la norma nella pratica e sulla differenza abissale tra le apparenze e la realtà. C'erano molte cariche elevate, compresi i papi, con figli non riconosciuti che ufficialmente chiamavano «nipoti».

Un caso molto noto è quello di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) con i suoi figli Cesare e Lucrezia, ma questo non era così raro, semplicemente altri si preoccupavano di comportarsi in modo più discreto rispetto ai Borgia.

Infatti, la parola «nepotismo» deriva dal latino nepotes (nipoti) per l'usanza di avvantaggiare politicamente questi figli non ufficiali.

Le Chiese orientali e la disciplina del matrimonio

È importante sottolineare che questa obbligatorietà non si estese a tutta la cristianità. Nelle Chiese orientali - sia ortodosse sia cattoliche orientali in comunione con Roma - era consentito ai sacerdoti sposarsi prima dell’ordinazione, ma non dopo.

D’altra parte, va chiarito che anche in Oriente non ci sono preti che si sposano, bensì solo uomini già sposati che vengono ordinati preti: un sacerdote che è già tale non può mai sposarsi né in Oriente né in Occidente.

E, tanto in Oriente come in Occidente, un prete sposato, se diventa vedovo, non può risposarsi. Infine, anche in Oriente i vescovi sono tenuti al celibato, il che indica che c’è un certo legame fra il celibato e lo stato sacerdotale.

Infatti, chi riceve l’ordinazione riceve una partecipazione al sacerdozio del vescovo. Successivamente, Chiese riformate come quelle luterana e anglicana abolirono il celibato obbligatorio.

Solo nel 691, al Concilio Trullano, ci fu il cedimento della Chiesa d’Oriente, che si sottomise al volere ed all’interferenza degli imperatori di Bisanzio. Così, in Oriente ci sono oggi personalità ecclesiastiche che auspicano un ritorno appunto alla disciplina dei primi secoli.

La Riforma protestante e le differenze tra confessioni

La rivoluzione protestante all’inizio dell’età moderna abolì il celibato obbligatorio. La possibilità di ordinare dei diaconi sposati e la richiesta di ordinare degli uomini sposati farebbe probabilmente coesistere due tipi di clero, rispetto ai quali ciascuno potrebbe orientarsi.

Il passaggio al cattolicesimo di sacerdoti anglicani o di pastori protestanti sposati, accettati nel loro stato coniugale, probabilmente accelererebbe, pensano alcuni, una modifica nella Chiesa della sola regola del celibato.

Infine, sarebbe auspicabile dissociare il sacerdozio dal celibato in nome dell’ecumenismo. Un simile cambiamento favorirebbe il dialogo con i protestanti e consentirebbe di prevedere l’ordinazione delle donne.

Le ragioni teologiche a favore del celibato

Le argomentazioni a favore del matrimonio dei sacerdoti non considerano le ragioni teologiche e pratiche, e manipolano i dati storici. Tuttavia ci sono valide e forti ragioni per stabilirlo e mantenerlo come requisito del sacerdozio.

In primo luogo, Gesù non hai mai preso moglie ed il sacerdote è alter Christus: in tal senso, il celibato del sacerdote è modellato su quello di Cristo e lo fa a Lui assomigliare il più possibile.

Nei discorsi di Gesù ci sono affermazioni significative al riguardo, in passi che esigono una rottura con i rapporti familiari e che possono essere applicati anche alla questione del celibato: «Chi non odia suo padre e sua madre non può essere mio discepolo; chi non odia suo figlio e sua figlia non può essere mio discepolo» (Lc 14, 26); molto importante è soprattutto quanto dice Gesù in Mt 19,12: «vi sono eunuchi che si sono resi tali essi stessi per il regno».

Gesù parla di se stesso e di uomini che, per una libera scelta, hanno intrapreso la via del celibato come totale servizio a Dio. «L’esempio é il Signore stesso il quale, andando contro quella che si può considerare la cultura dominante del suo tempo, ha scelto liberamente di vivere celibe».

Alla sua sequela i discepoli hanno lasciato tutto per compiere la missione loro affidata. Per tale motivo la Chiesa, fin dai tempi apostolici, ha voluto conservare il dono della continenza perpetua dei chierici e si è orientata a scegliere i candidati all’Ordine sacro tra i celibi.

Il celibato come scelta d’amore

In secondo luogo, il celibato ecclesiastico, pienamente compreso nel suo senso, è una scelta d’amore esclusivo per Gesù, da cui si irradia l’amore per tutti coloro che Egli ama.

È una scelta esclusiva analoga alla scelta del compagno/a della propria vita, del proprio coniuge, che deve essere amato in modo speciale ed esclusivo, con una donazione per tutta la vita e con una predilezione, da cui si irradia anche l’amore per le persone amate dal coniuge.

Secondo san Paolo «chi non è sposato si preoccupa [. ] come possa piacere al Signore» (1 Cor 7, 32). «Piacere al Signore» vuol dire amarLo: infatti noi cerchiamo di piacere alle persone che amiamo.

La disponibilità al servizio

In terzo luogo, dai passi di S. Paolo si ricava anche che, tramite il celibato, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo possono (il che non significa che avvenga sempre di fatto così) essere più integrali.

Infatti, laddove chi è celibe si preoccupa di piacere a Dio, l’uomo sposato, giustamente, deve preoccuparsi anche di accontentare la moglie e di stare con lei nonché di crescere ed accudire i figli.

Paolo nota che l’essere umano legato col vincolo matrimoniale «si trova diviso» (1 Cor 7, 34) a causa dei suoi doveri familiari (1 Cor 7, 34). Da questa constatazione sembra così emergere che il celibe riesce invece a dedicarsi completamente a Dio.

La ragione principale che qui si adduce è di carattere pastorale e consiste nell’affermazione della maggiore libertà interiore e del maggior spazio di tempo da dedicare al servizio ecclesiale da parte di chi è libero da legami matrimoniali e familiari.

Ovviamente, anche chi è sposato deve collocare Gesù al centro di tutte le sue azioni e del matrimonio stesso. Ma, di fatto, la sua disponibilità, anzitutto di tempo e di energie, non può essere uguale a quella del sacerdote, che può esercitare la sua piena dedizione (al servizio di Dio e di tutte le anime) in maniera concretamente più ampia.

Il rapporto tra celibato ed Eucaristia

Il cardinal Castrillon Hoyos in passato ha sottolineato una connessione tra l’Eucaristia e lo stato del sacerdote, il quale può «trasformare la propria esistenza sacerdotale in un dono radicale per la Chiesa e per l’umanità, vale a dire assumere una “forma eucaristica”.

L’Eucaristia, infatti, costituisce il momento culminante nel quale Cristo, nel suo Corpo donato e nel suo Sangue versato per la nostra salvezza, svela il mistero della sua identità ed indica il senso del ministero sacerdotale.

Il sacerdote che amministra l’Eucaristia, che è dono perfetto, mediante il celibato può essere egli stesso dono totale.

Gli apostoli sposati e la continenza

In quarto luogo, è vero che alcuni apostoli erano sposati (nel vangelo si menziona la suocera di Pietro e in 1 Tim 3,2 san Paolo dice che bisogna escludere dai candidati all’episcopato coloro che sono stati sposati più di una volta), ma tra Gesù e gli apostoli sussisteva una comunità fraterna ed amicale che faceva perno su di Lui e che modificava gli eventuali precedenti legami.

Al riguardo si possono utilmente leggere i testi dei Padri della Chiesa, i quali certificano che gli apostoli che erano sposati prima di seguire Gesù hanno poi interrotto la vita coniugale, col consenso della moglie, ed hanno praticato il celibato.

Se la moglie è rimasta con loro, lo ha fatto vivendo come sorella e non più come sposa. In effetti, gli apostoli furono invitati a lasciare tutto, per divenire «pescatori di uomini».

Il celibato e le relazioni umane

Il celibato non significa rinunciare a relazioni umane profonde. Oltre alla relazione centrale e primeggiante con Gesù, Lui stesso vero uomo e non solo vero Dio, al sacerdote è data, per esempio, la fraternità con gli altri «celibi per il regno».

Gesù si rapporta ai suoi discepoli come amico e li invita a considerarsi tutti amici, anzi fratelli. Lo stesso san Paolo ha coltivato una relazione di profonda amicizia con i suoi diretti collaboratori, cioè Timoteo, Tito, Silvano e Luca.

La profonda immedesimazione con Gesù, che gli fa dire: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20), non ha escluso, bensì ha promosso nella sua vita legami di amicizia molto profondi.

Similmente, gli Atti degli Apostoli riferiscono che gli apostoli avevano una vita ricca di relazioni umane: vivevano e si muovevano in gruppi o almeno in coppia, ed avevano legami di amicizia e familiarità.

Insomma, parlando del celibato sacerdotale bisogna evitare di pensarlo come una rinuncia del sacerdote all’amore: piuttosto è la scelta di amare radicalmente Gesù, gli altri confratelli sacerdoti ed i fedeli che al sacerdote vengono affidati.

Le ragioni storiche, economiche e culturali

Se poi si ripercorrono le tappe attraverso le quali si è pervenuti alla disciplina canonica tuttora vigente, che è stata autorevolmente sancita dal Tridentino (1545-1563), ci si rende conto che la motivazione pastorale fa spesso da copertura ad altre motivazioni non esplicitate, ma che godono nei fatti di una consistente rilevanza.

La prima (e forse la più importante) è legata alla visione negativa della sessualità, che è venuta affermandosi nel periodo della patristica - è sintomatico che la comunità apostolica non si ponga il problema - a causa dell’influenza di correnti neoplatoniche e gnostiche.

Queste correnti hanno assunto un ruolo di grande rilievo nella elaborazione del costume ecclesiale, e in particolare nella formazione dei futuri preti, incentrata sulla rimozione del sesso e sulla messa in guardia dal pericolo rappresentato dal rapporto con la figura femminile.

La seconda motivazione è di natura strettamente economica, e consiste nella volontà di conservare intatto il patrimonio dei beni ecclesiastici, preservandolo dal rischio della trasmissione ai figli o ai nipoti qualora il prete avesse una sua famiglia.

Questa preoccupazione ha esercitato (e tuttora in parte esercita) un ruolo importante nella vita della Chiesa, che fatica ancora oggi a fare propria la povertà, sia di beni economici che di potere - le due cose sono tra loro strettamente connesse e interdipendenti - come stile di vita.

Il Vaticano II e la trasformazione del giudizio sulla sessualità

Questo intreccio di motivazioni sussiste tuttora in radice, pur avendo assunto contorni diversi rispetto al passato. Il Vaticano II ha segnato in proposito una certa svolta (non del tutto compiuta) sia a riguardo del giudizio sulla sessualità - emerge dai documenti conciliari, in particolare dalla Gaudium et spes, una visione più positiva del sesso - sia nei confronti della questione economica con l’esigenza di un ritorno (in realtà non del tutto attuato) alla povertà evangelica.

Una riflessione attorno al tema si era aperta già durante la celebrazione del Vaticano II (1962-1965), ma il dibattito (acceso) che iniziava a svilupparsi si è interrotto a seguito dell’intervento di papa Paolo VI che avocava a sé la questione.

La motivazione principale che qui si adduce è di carattere pastorale e consiste nell’affermazione della maggiore libertà interiore e del maggior spazio di tempo da dedicare al servizio ecclesiale da parte di chi è libero da legami matrimoniali e familiari.

Paolo VI intervenne con la pubblicazione della Sacerdotalis coelibatus, la quale non fa che confermare la dottrina tradizionale della Chiesa cattolica latina.

Il dibattito contemporaneo

La questione del celibato dei preti ritorna da tempo con insistenza nell’ambito dell’opinione pubblica cattolica (e non solo) come un nodo critico non facilmente scioglibile.

Frequenti sono stati in questi ultimi anni gli interventi: dal sinodo amazzonico a quello tedesco, fino al recente simposio vaticano sul sacerdozio. Le posizioni presenti nell’ambito della gerarchia della Chiesa risultano al riguardo - come si può constatare dai documenti redatti in tali circostanze - assai variegate.

La questione infatti non è semplice. Lo ha mostrato un breve ma concentrato contributo sul sacerdozio scritto nell’estate del 2019 da Benedetto XVI.

La questione sembrava infatti in qualche modo riaperta dopo il sinodo sull’Amazzonia sull’opportunità di ordinare preti dei viri probati, cioè uomini sposati la cui fede sia sperimentata nelle comunità di appartenenza.

Le polemiche furono però così forti che il papa emerito, amareggiato, decise da allora di non pubblicare più nulla. Ma sul tema Ratzinger è tornato ancora, rivedendo e ampliando il suo testo, di carattere più teologico che storico.

Fondandosi con finezza sull’analisi dei testi biblici, Benedetto XVI ipotizza che per i sacerdoti cristiani, «sulla base della celebrazione giornaliera dell’Eucaristia, e sulla base del servizio per Dio che essa includeva, scaturì da sé l’impossibilità di un legame matrimoniale».

E all’obiezione odierna «che si tratterebbe di un giudizio negativo sulla corporeità e sulla sessualità», critica avanzata già nel IV secolo, gli antichi autori cristiani replicarono «con decisione» perché consideravano il matrimonio «un dono dato da Dio nel paradiso».

La scarsità di sacerdoti e la crisi delle vocazioni

A sollecitare un cambio dell’attuale disciplina vi è senz’altro la scarsità di clero a disposizione delle chiese locali. In passato la richiesta di questo cambio veniva soprattutto dagli episcopati del Terzo mondo, dove più consistente era tale scarsità; oggi essa viene anche dagli episcopati occidentali a causa della drastica riduzione, negli ultimi decenni, delle vocazioni sacerdotali.

La motivazione che acquisisce il primo posto è dunque oggi, come si è accennato, quella pastorale, la quale peraltro si scontra con un’istanza pastorale non meno rilevante, cioè il dovere dei vescovi di fornire alla comunità un numero sufficiente di ministri per lo sviluppo della vita comunitaria, che ha nella celebrazione eucaristica il momento culminante.

Di qui la richiesta di una revisione della disciplina ecclesiastica sull’obbligatorietà del celibato, la quale è ritenuta peraltro da molti fedeli come una disciplina anacronistica.

Molti pensano che l’abolizione del celibato potrebbe comportare l’incremento delle vocazioni. Ma il matrimonio non ha fermato l’emorragia di pope ortodossi, di pastori protestanti ed anglicani, né quella di rabbini ebraici.

È vero che, se non ci fosse il celibato, alcuni ex sacerdoti non avrebbero chiesto la dispensa ed alcuni di loro, oggi sposati, chiederebbero di riprendere l’esercizio del ministero.

Ma, anzitutto, la crisi della vocazioni non fa perdere valore alle ragioni teologiche del celibato sopra esposte. Inoltre, è ragionevole pensare che sia proprio la radicalità del dono totale a Dio - radicalità legata anche al celibato - ad attrarre moltissimi uomini verso il sacerdozio.

Non a caso, oggigiorno gli ordini e i carismi che sono diventati “lassisti” sono in sofferenza, quando non in estrema crisi, mentre diversi cammini più radicali di consacrazione sono in crescita o comunque tengono numericamente (ovviamente purché si facciano conoscere).

Le argomentazioni a favore del matrimonio dei sacerdoti

Al di là di questa motivazione, peraltro discutibile - non potrebbe essere questa l’occasione per restituire ai laici le funzioni che loro competono dilatando gli spazi della partecipazione ecclesiale? - ne emergono, anche a livello gerarchico, altre più nobili, in primo luogo quella relativa alla libertà di scelta.

Non sussiste un legame indissolubile tra ministero ordinato e matrimonio - come è peraltro dimostrato dalla presenza nella Chiesa cattolica di una diversa disciplina: quella delle Chiese cristiane orientali, la quale consente la scelta del matrimonio anche per chi accede al ministero.

La motivazione è assai discutibile. È senz’altro migliore la situazione di chi esercita il ministero sacerdotale in una condizione di stabilità affettiva come quella matrimoniale rispetto alla situazione di chi ha scelto il ministero, perché sente di poter offrire questo servizio alla comunità cristiana, e si trova costretto per accedervi a dare il proprio consenso al celibato.

Quest’ultimo può vivere spesso con frustrazione tale condizione con evidenti ricadute negative anche sull’esercizio del ministero stesso. L'obbligatorietà del celibato è ritenuta da molti fedeli arcaica e anacronistica, poiché imponendo per legge una scelta che dovrebbe essere del tutto libera finisce per creare situazioni di disagio esistenziale.

Tali situazioni possono derivare dalla ricerca di compensazioni affettive logoranti e possono sminuire, dall’altro, lo stesso valore della verginità - in realtà a essere in gioco è il celibato (e tuttavia nella mentalità comune dei fedeli le due cose coincidono) - grazie a una perdita di credibilità dovuta alla contro-testimonianza di coloro che dovrebbero viverla.

La stabilità affettiva e l’esperienza familiare

La condizione celibataria del sacerdote nella società non gli permetterebbe di comprendere, nel lavoro pastorale, la vita affettivo-sessuale degli individui o l’esperienza coniugale delle coppie.

Il celibato ecclesiastico sembrerebbe creare una distanza tra il sacerdote e l’insieme dei membri della società. Egli non apparirebbe più come un segno di libertà per il servizio a Dio, dal momento che il matrimonio cristiano, al pari dell’impegno sacerdotale, costituisce anch’esso una vocazione al servizio del Vangelo.

La valorizzazione costante del matrimonio nella Chiesa, mentre la società tende invece a sottovalutarlo, evidenzia in quale stima sia tenuta la vita coniugale nell’Istituzione ecclesiale, che lo considera come un fattore di realizzazione e come uno dei segni dell’alleanza di Dio con l’umanità; perché, allora, in tali condizioni non permetterlo ai sacerdoti?

Si pensi soltanto a quanto è importante l’esperienza familiare per affrontare, in modo efficace, questioni di vita quotidiana che coinvolgono la maggior parte dei fedeli.

Il disagio psicologico e la solitudine affettiva

Il celibato sacerdotale, in quanto impegno in uno stile di vita da singolo, viene talvolta contestato perché sottoporrebbe a violenza la persona nella sua espressione sessuale e sarebbe così fonte di squilibrio e quindi di nevrosi.

L'uomo, per riconoscersi come tale e per realizzarsi, avrebbe bisogno di vivere se stesso tramite il godimento sessuale. Privarlo di tale realtà significherebbe mutilarlo della sua umanità, impedendogli di amare una donna e di diventare genitore.

Le conseguenze di una tale scelta produrrebbero delle personalità frustrate e poco realizzate. La necessità di inquadrare la propria vita affettivo-sessuale nel celibato tradurrebbe anch'essa la paura di esprimersi sessualmente.

Sarebbe ora di abrogare l'obbligo del celibato per evitare le difficoltà che incontrano taluni sacerdoti. Essi sarebbero turbati da un'eccessiva solitudine affettiva, che li porta, talvolta, ad intrecciare relazioni amorose, a lasciare l'esercizio del ministero pastorale, a sposarsi, a mettere in atto diverse pratiche sessuali, a praticare l'omosessualità, a deprimersi o a consolarsi con l'alcool.

Il celibato e la maturità della persona

La possibilità di una vita celibe non coincide necessariamente con l’immaturità affettiva. Cionondimeno, l'esperienza dimostra che ci sono diversi modi di realizzarsi e di svilupparsi, in particolare nel celibato, senza tuttavia vivere attraverso una relazione coniugale e senza che questa scelta rappresenti un rifiuto della sessualità.

Esistono diverse forme di celibato. Alcune sono finalizzate ed altre non lo sono. Il celibato sacerdotale è di fatto finalizzato ad un obiettivo poiché esso è, per la Chiesa cattolica, il segno del dono totale della propria persona a Dio per il servizio della sua Chiesa.

Il celibe ha sempre rappresentato una provocazione per coloro che sono impegnati in una relazione di coppia, e non solo per loro. Egli appare libero e disponibile e, a volte, è considerato come colui che può, da un momento all’altro, destabilizzare la relazione amorosa.

Ora esiste una solitudine inerente alla persona stessa in quanto individuo distinto e singolare, che rappresenta un universo che gli è proprio, che deve essere assunto come tale. La paura della solitudine, che non ha niente a che vedere con la desocializzazione rappresentata dall’isolamento, è significativa della paura di sé e del vivere con se stessi.

In questo caso, ed in particolare nel periodo della post-adolescenza (24-30 anni), il soggetto corre il rischio di eludere lo sviluppo del proprio self, vale a dire la capacità di essere se stesso, di assicurare la propria continuità psichica e di essere stabile nelle proprie scelte.

Quando l'individuo non riesce a realizzare questo compito psichico, cerca delle relazioni di appoggio, come si osserva in certe relazioni di coppia, che gli servono da "stampelle". In questo sistema, l'altro gioca il ruolo di un self che lo protegge interiormente dalle sue pulsioni, dalle sue emozioni, dai suoi desideri, che egli non riesce ad assumere da solo.

La relazione di coppia non ha capacità riparatrici ed ancor meno terapeutiche quando la capacità psichica non è al meglio. In questi casi il miglior modo di aiutare è esattamente quello di non aiutare e di non entrare in queste relazioni di coppia, sia che si tratti di rapporti di amicizia, sia che si tratti di rapporti amorosi.

Il celibe è, perciò, indipendentemente dalle sue capacità personali, il simbolo di una solitudine, di un’autonomia e di una sessualità che desta in coloro che gli rimproverano il suo celibato ciò che può restare di conflittuale e ciò che riguarda l’appoggiarsi, ovvero il bisogno di essere sostenuti.

Si trovano, evidentemente, dei celibi che sono tali a motivo delle proprie inibizioni e del bisogno di mettersi da parte per mantenere un'autosufficienza o per evitare l'impegno in una relazione amorosa che implica un certo «abbandono» di sé all'altro.

La paura di perdersi nell'altro quando l'individuo non è sufficientemente assicurato nella sua identità sessuale o l'idealizzazione della coppia parentale predispongono a questo celibato d'isolamento.

Il modello del doppio ministero

La proposta che viene da più parti sollevata è allora quella di accedere a una duplice tipologia di ministero: quello celibatario e quello uxorato.

Non si deve certo bandire il ministero celibatario, laddove è espressione di una libera scelta frutto di una autentica vocazione alla verginità. Ma questo non esclude la plausibilità della presenza di un sacerdozio uxorato, che ha, a sua volta, notevoli chances anche dal punto di vista pastorale.

La questione è allora: come concepire il rapporto tra le due tipologie di ministero? In altre parole, come delineare una prassi pastorale che assuma l’apporto differenziato di esse, rendendo in questo modo trasparenti le due dimensioni costitutive del mistero cristiano, l’istanza incarnatoria e la tensione escatologica?

Si tratta - è questa la proposta che mi permetto di avanzare - di dare vita alla presenza all’interno della Chiesa di due ruoli diversi di esercizio del ministero ordinato.

Il ministero uxorato

La prima (e la più diffusa) - quella del ministero uxorato - dovrebbe proporsi come una forma di servizio residenziale offerto ai fedeli che vivono sul territorio da parte di persone che vengono riconosciute come leader spirituali capaci di far crescere la comunione (non era forse questa la funzione dei presbiteri nella primitiva comunità cristiana?).

La possibilità di ordinare dei diaconi sposati e la richiesta di ordinare degli uomini sposati farebbe probabilmente coesistere due tipi di clero, rispetto ai quali ciascuno potrebbe orientarsi.

Il ministero celibatario

La seconda modalità - quella celibataria - dovrebbe invece svolgere una funzione più missionaria, nel senso di dedita allo sviluppo di forme di presenza in ambiti nei quali è sempre più urgente un’opera di evangelizzazione.

Essa potrebbe essere rivolta alla cura di aree specifiche nelle quali si svolge la vita familiare, professionale e lavorativa in genere; aree che richiedono un intervento più mirato e specialistico.

L’abbandono dell’attuale disciplina celibataria, lungi dal dover essere pertanto considerato come un cedimento allo «spirito del tempo», diventerebbe l’occasione per un vero e proprio arricchimento dell’azione pastorale della Chiesa.

La possibilità di accesso al sacerdozio in ambedue le condizioni di vita, oltre a costituire un atto di rispetto della libertà personale e a dare luogo a scelte umanamente più solide perché più serene, favorirebbe la realizzazione di una complementarità nell’esercizio del ministero sacerdotale oggi necessaria per interpretare correttamente la complessità delle situazioni.

Celibato, potere e vulnerabilità

In quinto luogo, e questa motivazione è di ordine pratico, un sacerdote sposato è molto più influenzabile e/o ricattabile.

È possibile minacciarlo di rivelare eventuali reati o peccati della moglie e dei figli, è possibile, per ottenere da lui qualcosa, minacciarlo di torturare o uccidere i suoi cari o promettergli benefici per loro.

Peraltro, la trasformazione, in certi casi la rinuncia, ai legami familiari conduce il celibe per Dio ad intrattenere una serie di relazioni profonde e costanti con altri discepoli di Gesù.

Celibato e abusi: una questione distinta

È poi erroneo pensare che il celibato sacerdotale sia una causa della pedofilia nel clero. A parte il fatto che i casi di vera pedofilia sono numericamente molto inferiori rispetto alla percezione dell’opinione pubblica (il che non toglie che anche un solo caso sia esecrabile), a parte il fatto che spesso i dati sono clamorosamente falsi.

La smentita si trova nelle ricerche di Philip Jenkins: le condanne, per pedofilia accertata, nei riguardi di uomini in gran parte sposati come pastori protestanti, maestri di scuola e di asilo, sono percentualmente analoghe in numero o maggiori rispetto a quelle dei sacerdoti cattolici e, in generale, il 90 % dei pedofili è composto da sposati.

Vocazione, libertà e scelta di vita

D’altra parte, la vocazione al sacerdozio e l’esercizio del ministero sono un dono, non un diritto, come è un dono anche la vocazione al matrimonio: «Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro» (1 Cor 7, 7).

Quindi, anche coloro che scelgono il matrimonio ricevono da Dio «il proprio dono», il dono del coniuge e il dono di vivere nella via del matrimonio.

Il dibattito contemporaneo ruota dunque attorno alla domanda se il celibato debba restare una condizione obbligatoria per l’accesso al sacerdozio nella Chiesa latina oppure se debba diventare una possibilità accanto al matrimonio.

La questione non riguarda soltanto l’organizzazione del clero, ma il rapporto tra libertà personale, vocazione, sessualità, vita familiare, disponibilità pastorale, tradizione ecclesiale e conservazione del patrimonio della Chiesa.

Concilio Lateranense e celibato sacerdotale

Perché il celibato ecclesiastico? Origini e significato del celibato sacerdotale

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