La Confessione è il sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo (Gv 20, 19-23). Dio perdona sempre, ha detto il Santo Padre; di più: Dio perdona tutto e dimentica, dimentica i nostri peccati.
Quando ci accostiamo alla confessione, dobbiamo essere pentiti e chiedere il perdono ma soprattutto, ha detto il Papa, consapevoli che non è una formalità: lì incontriamo il Signore che riconcilia e ci abbraccia. La confessione non è lo sfogo psicologico, per quello ci sono gli psicologi; la confessione non è una seduta di terapia a due, la confessione è un Sacramento, ed è una cosa seria!
Il significato della Confessione
Il sacramento della Penitenza fu istituito da Gesù Cristo quando disse agli Apostoli, e in essi ai loro successori: "Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno loro rimessi; e saranno ritenuti a chi li riterrete" .(Jn 20,22-23). Ministro della Penitenza è il sacerdote approvato dal Vescovo.
La confessione è l'accusa dei peccati fatta al sacerdote confessore, per averne l'assoluzione. L'assoluzione è la sentenza con cui il sacerdote, in nome di Gesù Cristo, rimette i peccati al penitente dicendo: Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliolo e dello Spirito Santo. Cosi sia.
“Prima di tutto, Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma Lui non si stanca di perdonare. Quando Pietro chiese a Gesù: “Quante volte io devo perdonare? Sette volte?” - “Non sette volte: settanta volte sette”. Cioè sempre. Così perdona Dio: sempre. Ma se tu hai vissuto una vita di tanti peccati, di tante cose brutte, ma alla fine, un po’ pentito, chiedi perdono, ti perdona subito! Lui perdona sempre”.
“Non c’è peccato che Lui non perdoni. Lui perdona tutto. ‘Ma, padre, io non vado a confessarmi perché ne ho fatte tante brutte, tante brutte, tante di quelle che non avrò perdono…’ No. Non è vero. Perdona tutto. Se tu vai pentito, perdona tutto. Quando… eh, tante volte non ti lascia parlare! Tu incominci a chiedere perdono e Lui ti fa sentire quella gioia del perdono prima che tu abbia finito di dire tutto”.
“Tante volte le confessioni sembrano una pratica, una formalità : ‘Po, po, po, po, po… Po, po, po… Vai”. Tutto meccanico! No! E l’incontro dov’è? L’incontro con il Signore che riconcilia, ti abbraccia e fa festa. E questo è il nostro Dio, tanto buono. Anche dobbiamo insegnare: che imparino i nostri bimbi, i nostri ragazzi a confessarsi bene, perché andare a confessarsi non è andare alla tintoria perché ti tolgono una macchia. No! E’ andare a incontrare il Padre, che riconcilia, che perdona e che fa festa”.
Che cos’è il peccato
Il peccato è «una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna» (sant'Agostino). È un'offesa a Dio, una disobbedienza a Lui, alla sua Legge d'amore. Esso ferisce la natura dell'uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua Misericordia.
Si distingue in peccato mortale (o grave) e veniale. Il peccato trascina al peccato, e la sua ripetizione genera il vizio.
Peccato mortale e peccato veniale
Si commette il peccato mortale quando ci sono nel contempo materia grave, piena consapevolezza e deliberato consenso. Questo peccato rompe l'amicizia con Dio, ci priva della grazia santificante, distrugge in noi la carità, ci conduce alla morte eterna dell'inferno se non ci si pente.
Viene perdonato in via ordinaria mediante i Sacramenti del Battesimo e della Penitenza o Riconciliazione (comunemente chiamato Sacramento della Confessione). Il peccato veniale, che si differenzia essenzialmente dal peccato mortale, si commette quando si ha materia leggera, piena consapevolezza e deliberato consenso, oppure quando si ha materia grave, ma senza piena consapevolezza o deliberato consenso.
Il peccato veniale non rompe l'amicizia con Dio, non priva della grazia santificante, ma indebolisce la carità, manifesta un affetto disordinato per i beni creati, ostacola i progressi dell'anima nell'esercizio delle virtù e nella pratica del bene. Il peccato veniale esige una purificazione temporale (pena temporale).
Vizi e responsabilità
I vizi, essendo il contrario delle virtù, sono cattive abitudini che ottenebrano la coscienza e inclinano al male. I vizi possono essere collegati ai sette peccati cosiddetti capitali, che sono: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, golosità, pigrizia spirituale o accidia.
Esiste una nostra responsabilità nei peccati commessi da altri quando vi cooperiamo: prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male.
I peccati più gravi
I sei peccati contro lo Spirito Santo
- Disperare di salvarsi.
- Presunzione di salvarsi senza merito.
- Impugnare la verità conosciuta.
- Invidia della grazia altrui.
- Ostinazione nei peccati.
- Impenitenza finale.
I quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio
- Omicidio volontario.
- Peccato impuro contro natura.
- Oppressione dei poveri.
- Defraudare del giusto salario gli operai.
Le cinque condizioni per una buona Confessione
Per fare una buona Confessione si richiedono cinque cose: 1° l'esame di coscienza; 2° il dolore dei peccati; 3° il proponimento di non commetterne più; 4° la confessione; 5° la soddisfazione o penitenza.
| Elemento | Significato |
|---|---|
| Esame di coscienza | Richiamare alla mente i peccati commessi |
| Pentimento o dolore | Provare dispiacere dei peccati commessi |
| Proposito | Volontà risoluta di non commettere più peccati |
| Accusa | Manifestare i peccati al sacerdote confessore |
| Soddisfazione o penitenza | Compiere gli atti di penitenza indicati dal confessore |
L’esame di coscienza
L'esame di coscienza si fa richiamando alla mente i peccati commessi in pensieri, parole, opere ed omissioni, contro i Comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa e gli obblighi del proprio stato (per esempio, gli obblighi di sposo, di genitore, di figlio, di lavoratore, di studente, etc.), a cominciare dall'ultima confessione ben fatta.
Nell'esame dobbiamo ricercare con diligenza anche il numero dei peccati mortali. Occorre considerare i Dieci Comandamenti, i precetti della Chiesa e gli obblighi del proprio stato.
I Dieci Comandamenti
- Non avrai altro Dio fuori di me.
- Non nominare il nome di Dio invano.
- Ricordati di santificare le feste.
- Onora il padre e la madre.
- Non uccidere.
- Non commettere atti impuri.
- Non rubare.
- Non dire falsa testimonianza.
- Non desiderare la donna d'altri.
- Non desiderare la roba d'altri.
I cinque precetti della Chiesa
- Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate e rimanere liberi da lavori e da altre attività che potrebbero impedire la santificazione di tali giorni.
- Confessare i propri peccati almeno una volta all'anno.
- Ricevere il sacramento dell'Eucaristia almeno a Pasqua.
- Astenersi dal mangiare carne e osservare il digiuno nei giorni stabiliti dalla Chiesa.
- Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa stessa, secondo le proprie possibilità.
Il pentimento e la contrizione
Il pentimento è il dispiacere o dolore dei peccati commessi, che ci fa proporre di non peccare più. Può essere perfetto o imperfetto.
Il pentimento perfetto o contrizione è il dispiacere dei peccati commessi, perché sono offesa a Dio nostro Padre, infinitamente buono e amabile, e causa della Passione e Morte di Gesù Cristo, Figlio di Dio e nostro Redentore.
La contrizione è dolore perfetto, perchè nasce da un motivo perfetto, cioè dall'amore filiale di Dio o carità, e perchè ci ottiene subito il perdono dei peccati, sebbene resti l'obbligo di confessarli.
Il pentimento imperfetto o attrizione è il dispiacere dei peccati commessi, per il timore della pena eterna (Inferno) e delle pene temporali, o anche per la bruttezza del peccato.
L'attrizione è dolore imperfetto, perchè nasce da motivi meno perfetti e propri di servi anzichè di figli, e perchè non ci ottiene il perdono dei peccati se non mediante il sacramento.
È necessario aver dolore di tutti i peccati mortali commessi, senza eccezione; e conviene averlo anche dei veniali. È necessario aver dolore di tutti i peccati mortali, perchè con qualunque di essi si è gravemente offeso Dio, se ne è perduta la grazia, e si merita di restare separati da Lui in eterno.
Il proposito di non peccare più
Il proposito è la volontà risoluta di non commettere mai più peccati e di fuggirne le occasioni. L'occasione del peccato è ciò che ci mette in pericolo di peccare.
Siamo obbligati a fuggire le occasioni dei peccati, perché siamo obbligati a fuggire il peccato: chi non le fugge, finisce per cadere, poiché "chi ama il pericolo in esso si perderà" (Sir 3, 27).
Il proponimento di non peccare più non vuol dire che poi tu il giorno dopo non fai più i peccati, ovviamente, ma vuol dire che tu in confessionale, davanti a Gesù Cristo, tu dici: «Io mi impegno con tutto me stesso a fare qualunque cosa mi venga richiesta, pur di dimostrare che io sono veramente pentito».
L’accusa dei peccati
L'accusa dei peccati è la manifestazione dei peccati fatta al Sacerdote confessore, per ricevere l'assoluzione. Siamo obbligati ad accusarci di tutti i peccati mortali (con numero e circostanze) non ancora confessati o confessati male.
La Chiesa raccomanda vivamente di confessare anche i peccati veniali per formare la propria coscienza, lottare contro le cattive inclinazioni, lasciarsi guarire da Cristo e progredire nella vita dello Spirito. I peccati veniali non sono materia necessaria di accusa, ma libera.
L'accusa dei peccati deve essere umile, intera, sincera, prudente e breve. Perché l'accusa sia intera, si devono manifestare le circostanze che mutano la specie del peccato: 1. quelle per le quali un'azione peccaminosa da veniale diventa mortale; 2. quelle per le quali un'azione peccaminosa contiene due o più peccati mortali.
Chi non ricorda precisamente il numero dei suoi peccati mortali, deve accusarne il numero, perlomeno, approssimativo. Dobbiamo accusare i peccati mortali pienamente, senza farci vincere da una falsa vergogna a tacerne alcuno, dichiarandone la specie, il numero e anche le circostanze che aggiungessero una nuova grave malizia.
Perché non bisogna tacere un peccato grave
Non dobbiamo farci vincere dalla vergogna e tacere qualche peccato mortale, perché ci confessiamo a Gesú Cristo nella persona del confessore, e questi non può rivelare nessun peccato, a costo anche della vita (sigillo sacramentale); e perché, altrimenti, non ottenendo il perdono saremo condannati.
Chi per vergogna tacesse un peccato mortale, non farebbe una buona Confessione, ma commetterebbe un sacrilegio. Il sacrilegio consiste nel profanare o nel trattare indegnamente i sacramenti e le altre azioni liturgiche, come pure le persone, gli oggetti e i luoghi consacrati a Dio.
Chi per vergogna o per altro motivo non giusto tacesse un peccato mortale, non farebbe una buona confessione, ma commetterebbe un sacrilegio. Chi sa di non essersi confessato bene, deve rifare le confessioni fatte male e accusarsi dei sacrilegi commessi.
Chi senza colpa ha tralasciato o dimenticato un peccato mortale (o grave), ha fatto una buona Confessione. Qualora se ne ricordasse, gli resta l'obbligo di accusarsene nella Confessione seguente.
Vergogna, paura e rispetto umano
La vergogna può diventare un ostacolo alla sincerità, ma il sacerdote non è il giudice umano davanti al quale difendersi: nella fede cattolica, il penitente si presenta a Cristo nella persona del confessore. Il Prete è un povero diavolo come te, ha fatto i peccati come te, e magari li fa ancora come te, e come te deve andare a confessarsi ogni volta, e come te si deve convertire, e come te deve pregare, ma devi avere vergogna di che cosa?
Se sono pentito, vado; se non sono pentito, sto a casa mia e prego Dio di darmi lo spirito di pentimento. Lo spirito di pentimento cosa vuole dire? Vuol dire che io, quando vado, dico tutti i peccati.
Con l’accusa dei peccati si consegue la giustificazione. Chi si accusa d'essere cattivo dispiace a se stesso; e provando dispiacere per la sua cattiveria, già comincia ad essere buono, dal momento che più non gli piace d'essere cattivo.
L’insegnamento di Sant’Agostino
La parola di Dio così ci esorta: Confessate al Signore perché è buono. Confessate, afferma, al Signore. E come se tu ne chiedessi la ragione soggiunge: Perché è buono. Il reo non tema la severità del giudice: la bontà di Colui che lo ascolta lo rassicura nel confessare.
Quando ti ascolta un uomo, si ripromette di conoscere dalla tua confessione lo stato in cui ti trovi; Dio invece ti giudica già dal tuo pensiero. Confessa dunque per propiziarti Dio, poiché anche se non volessi farlo, non riusciresti a nasconderti a lui.
Quando Dio ti invita a confessare, non si attende da te una mancanza di rispetto nei suoi riguardi ma un atto di umiltà da parte tua. La confessione dei peccati è quella usuale e a voi nota; quindi non è necessario esporne le motivazioni ma inculcarne l'uso.
Chi si accusa d'essere cattivo dispiace a se stesso; e provando dispiacere per la sua cattiveria, già comincia ad essere buono, dal momento che più non gli piace d'essere cattivo. È questo l'inizio del ravvicinamento del nostro cuore alla legge di Dio.
In accordo con Dio tu cominci ad odiare il peccato, e siccome tu cominci ad odiare te stesso in accordo con Dio, Dio comincia ad amarti. Il peccato infatti non può restare impunito. Se non vuoi che ti punisca lui, punisciti da te stesso.
Osserva al riguardo il motivo per cui ottenne la giustificazione il pubblicano anziché il fariseo. Come si meritò il perdono se non perché non pretese di discolparsi da se stesso? Teneva gli occhi rivolti a terra e volgeva il cuore verso l'alto; si batteva il petto e guariva la coscienza.
Riconoscere la propria colpa
Dovendoti presentare dinanzi al Giudice, sii tu stesso il tuo giudice. Previeni Colui che ti dovrà giudicare e lo incontrerai tuo liberatore. Prima che ti punisca lui, punisciti da te stesso.
Osserva quindi cosa dice nel salmo uno che, pentito, accusa se stesso: Distogli il tuo sguardo dai miei peccati. Per quale merito vuole che Dio distolga lo sguardo, non da lui ma dai suoi peccati, affinché non vedendo quelli posi su di lui il suo sguardo?
Dice infatti nel medesimo salmo: Poiché io riconosco la mia colpa. Per questo tu perdona. E prosegue: Il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Rimprovera quei tali che si pongono davanti i peccati degli altri e dietro le spalle i propri: quelli degli altri davanti a sé per criticarli spietatamente, i propri dietro le spalle per difenderli con tolleranza.
Coloro che si pongono dietro le spalle i propri peccati, non vogliono vederli e con finzione si esimono dal riconoscerli. Per questo motivo il Signore rivolge al peccatore queste parole minacciose: Tu hai fatto questo, e io ho taciuto.
Vedi dunque quanto ti giova il provar dispiacere per la tua colpa. Con questo infatti cominci ad essere simile a Dio, non coltivando l'assurda pretesa di rendere Dio simile a te.
Fallo dunque tu, affinché non debba farlo lui: poni te dinanzi a te, e di' con sicurezza: "Riconosco la mia colpa, e il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Non sia davanti a te, perché è davanti a me. Distogli lo sguardo da quella colpa da cui io non lo distolgo. Perdona il peccato che io riconosco".
Accusare se stessi e lodare Dio
Poiché nella confessione del peccato ti sei dispiaciuto di te, nella confessione di lode piacerà a te Dio. Ti dispiaccia ciò che tu hai fatto in te, ti piaccia Colui che ti ha fatto.
Opera tua è il peccato; tu sei opera di Dio. Ora Dio odia l'opera da te compiuta nell'opera sua. Convertiti dunque a lui e a lui confessa: accusando te e lodando lui sarai nel giusto.
Hai peccato? Accusa te stesso. Hai agito bene? Loda Dio. Sarai sulla strada giusta se confesserai i tuoi peccati e la lode di Dio, le tue opere cattive e i beni da lui ricevuti.
Quando sei in peccato, ripeti l'invocazione del salmo: Io ho detto: Signore, abbi pietà di me; risana la mia anima perché ho peccato contro di te. Qui devi dire: "Io". Quando confessi: Ho peccato contro di te, allora devi dire: "Io".
Non il destino, la sorte, e nemmeno tu o lo stesso diavolo, poiché se io non l'avessi voluto, non vi avrei acconsentito. Ed effettivamente non è cosa ben fatta accusare il diavolo per discolpare noi stessi.
In conclusione, quando pecchi di': "Io"; quando invece ti comporti bene di' quel che diceva l'Apostolo: Non certo io ma la grazia di Dio con me. Davanti al Signore tu confessi che egli è buono; e se tu così gli confessi, egli ti userà misericordia, e non per un po' di tempo, poiché la sua misericordia dura in eterno.
Le confessioni mal fatte
Per “confessioni mal fatte” non si intendono solo quelle costellate da omissioni volontarie, ma anche quelle fatte con poca fede, con nessuna intenzione di cambiare vita o, perlomeno, cambiare quei piccoli aspetti del carattere che andrebbero modificati.
A questi si potrebbero aggiungere i pensieri che falsamente inducono a farci credere santi, come se non peccassimo mai o come se lo facessimo sempre e solo venialmente. In questo caso la Confessione si tramuta - come dice espressamente Gesù - da medicina a veleno per l’anima.
Affinché una confessione sia valida è necessario che ci sia il dolore dei peccati e il proponimento di non peccare più. Se ti vai a confessare, tu devi essere disposto a tutto, pur di avere il perdono di Dio!
In confessionale tu sei lì in ginocchio, col corpo, e con l’anima hai la superbia come il demonio, che arriva fino a chissà dove?! Uno in confessionale è prostrato dal dolore, uno quando sente di aver offeso, mortalmente Dio, perché ha fatto un peccato mortale, è trafitto, non ha diritti da vantare, non ha ragioni da mostrare, è un peccatore!
Le testimonianze sulla gravità delle omissioni
Alcune testimonianze di carattere spirituale insistono sull’importanza di fare bene la Confessione e non nascondere nulla. Il loro scopo è richiamare alla sincerità, al pentimento e alla fiducia nella misericordia di Dio.
La testimonianza attribuita alla beata Caterina Emmerick
Beata Caterina Anna Katharina Emmerick: “Ieri, 27 ottobre 1821, fui portata da una donna che era sul punto di perdersi. Lottai con Satana davanti al letto della malata, ma il demonio mi buttò fuori. Era troppo tardi…questa donna era sposata e aveva tre figli.
Era considerata molto bella e viveva secondo il mondo e la moda. Aveva un rapporto illecito con un sacerdote, e aveva taciuto in confessione questo peccato. Aveva ricevuto i santi sacramenti e tutti facevano grandi elogi della sua buona preparazione e disposizione per ben morire.
Tutti i miei sforzi risultarono vani. Era troppo tardi, non mi fu possibile avvicinarmi a lei e morì. Era atroce vedere Satana che si portava via quell’anima.”
La visione di San Giovanni Bosco
San Giovanni Bosco: “Vidi certi giovani di un aspetto tetro avevano attorcigliato al collo un gran serpente, che con la coda scendeva fino al cuore e sporgeva in avanti la testa e la posava vicino alla bocca del meschino, come per mordergli la lingua se mai aprisse le labbra.
La faccia di quei giovani era così brutta che mi faceva paura; gli occhi erano stravolti, la loro bocca era storta ed erano in posizione da mettere spavento.
Tutto tremante domandai nuovamente che cosa significasse e mi fu detto: “Non vedi? Il serpente antico stringe la gola con doppio giro a quegli infelici per non lasciarli parlare in confessione e con le fauci avvelenate sta attento per morderli se aprono la bocca.
Poveretti! Se parlassero, farebbero una buona confessione e il demonio non potrebbe più niente contro di loro. Ma per rispetto umano non parlano, tengono i loro peccati sulla coscienza e tornano più e più volte a confessarsi senza osare mai metter fuori il veleno che racchiudono nel cuore”
Il racconto del padre Giovan Battista Ubanni
Padre Giovan Battista Ubanni, gesuita, raccontava che una donna per anni, confessandosi, aveva taciuto un peccato di impurità. Arrivati in quel luogo due Sacerdoti domenicani, lei che da tempo aspettava un confessore forestiero, pregò uno di questi di ascoltare la sua Confessione.
Usciti di Chiesa, il compagno narrò al confessore di aver osservato che, mentre quella donna si confessava, uscivano dalla sua bocca molti serpenti, però un serpente più grosso era uscito solo col capo, ma poi era rientrato di nuovo. Allora anche tutti i serpenti che erano usciti rientrarono.
Ovviamente il confessore non parlò di ciò che aveva udito in Confessione, ma sospettando quel che poteva essere successo fece di tutto per ritrovare quella donna. Quando arrivò presso la sua abitazione, venne a sapere che era morta appena rientrata in casa.
Saputa la cosa, quel buon Sacerdote si rattristò e pregò per la defunta. Questa gli apparve in mezzo alle fiamme e gli disse: “Io sono quella donna che si è confessata questa mattina; ma ho fatto un sacrilegio.
Avevo un peccato che non mi sentivo di confessare al sacerdote del mio paese; Dio mi mandò te, ma anche con te mi lasciai vincere dalla vergogna e subito la Divina Giustizia mi ha colpito con la morte mentre entravo in casa. Giustamente sono condannata all’inferno!”.
Dopo queste parole si aprì la terra e fu vista precipitare e sparire.
Altre testimonianze
Sant’Alfonso de Orozco (1500 - 1591) descrisse un episodio simile che riguardava la figlia d’un illustre nobile la quale, per aver omesso un grave peccato persino in punto di morte, venne inesorabilmente condannata eternamente.
Natuzza Evolo (1924 - 2009), parlando d’un suo contemporaneo da poco deceduto, affermò che egli, nonostante l’apparente vita esemplare che conduceva, era stato dannato per aver dimenticato volontariamente dei peccati gravi.
La visione attribuita a Santa Teresa d’Avila
Santa Teresa d’ Avila (1515 - 1582), tramite una visione, ricevette un monito urgente da diffondere ai fedeli riguardo la pericolosità di questo tipo di sacrilegio.
“Ed ecco, ad un tratto, spalancarsi innanzi agli occhi una voragine profondissima tutta ripiena di fuoco e di fiamma, e laggiù cadere abbondantissime, come la neve d’ inverno, le povere anime.
Spaventata, santa Teresa alza gli occhi al cielo e dice: «Mio Dio, mio Dio! Che cosa vedo mai? Chi sono tutte quelle anime che vanno perdute? Saranno certamente anime di poveri infedeli…».
«No, Teresa - rispose Gesù - no! Sappi: quelle anime che vedi in questo momento andare all’ inferno per mia permissione, sono tutte anime di cristiani come te».
Teresa ancora più stipita intervenne: «Ma saranno anime di gente che non credevano, che non praticavano la religione, che non frequentavano i Sacramenti…».
«No, Teresa, no! Sappi che sono anime di cristiani battezzati come te, che come te credevano e praticavano…».
«Ma allora non si saranno confessati mai, neppure in punto di morte».
«No, sono anime che si confessavano e si sono confessate anche in punto di morte…», dice Gesù.
«Come, o mio Dio, vanno dannate?».
«Vanno dannate perchè si confessano male!…Và, o Teresa, racconta a tutti questa visione e scongiura Vescovi e Sacerdoti di non stancarsi mai di predicare sul rischio delle confessioni mal fatte, onde i miei cari cristiani non abbiano a convertire la medicina in veleno e servirsi in male di questo sacramento, che è il sacramento della misericordia e del perdono».
La Santa volle in seguito precisare che per “confessioni mal fatte” non si intendono solo quelle costellate da omissioni volontarie, ma anche quelle fatte con poca fede, nessuna intenzione di cambiare vita o, perlomeno, cambiare quei piccoli aspetti del carattere che andrebbero modificati.
Come comportarsi quando si è omesso un peccato
Chi senza colpa tralasciò o dimenticò un peccato mortale, ha fatto una buona confessione; ma gli resta l'obbligo di accusarsene in seguito. Se l’omissione è stata involontaria, non equivale alla volontà di occultare un peccato.
In una prossima confessione si può dire al sacerdote: “Qualche tempo fa ho fatto una confessione che ha cambiato la mia vita: ho rivelato un peccato grave che nelle rare confessioni precedenti avevo taciuto, perché l’avevo rimosso dalla mia vita, anche se qualche volta tornava a tormentarmi.
Conseguentemente ho fatto anche la santa Comunione. Nella confessione in cui ho rivelato finalmente quel peccato, poiché emotivamente sconvolto, in buona fede non ho parlato delle confessioni e comunioni mal fatte”.
Il Sacerdote sarà molto comprensivo e non ti chiederà di rivelare il peccato di cui sei già assolto, perché l’omissione dell’accusa non fu volontaria.
Quando la Confessione viene interrotta o gestita frettolosamente
Come metodo per fare una buona confessione vanno confessati sempre per primi i peccati mortali. Perché di questi l’accusa è necessaria. I peccati veniali non sono materia necessaria di accusa, ma libera.
Se c’è poco tempo e se si vede che c’è molta gente che attende la confessione, è necessario essere solleciti. È un atto di carità verso gli altri.
Se una persona deve confessare peccati gravi, è opportuno che li annunci subito, senza iniziare con una lunga accusa di peccati veniali. Se il penitente ha cominciato l’accusa e il sacerdote lo interrompe, può dire con chiarezza che deve confessare un peccato grave.
La confessione può essere gestita male anche dal sacerdote. Anziché pilotare la confessione con qualche domanda generale, avrebbe potuto dire: “C’è fretta. C’è molta gente che attende. Hai qualche peccato grave da confessare?”.
In sede di confessione non è prevista la recita dell’Ave Maria, ma dell’atto di dolore. L’atto di dolore aiuta un fedele a pentirsi dei propri peccati.
Dice infatti: “non solo perché peccando ho meritato i tuoi castighi, ma molto più perché ho offeso te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”. E poi aiuta a formulare bene il proposito di non più peccare: “Propongo col tuo santo aiuto di non offenderti mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato”. Infine ti stimola un’ultima volta a domandare perdono: “Signore, misericordia perdonami”.
La confessione non è un atto di lode a Maria, ma un’accusa dei propri peccati fatta a Dio. Come vedi, ogni cosa deve essere al suo posto.
Confessione ed Eucaristia
La Chiesa raccomanda ai fedeli che partecipano alla santa Messa di ricevere con le dovute disposizioni anche la santa Comunione, prescrivendone l'obbligo almeno a Pasqua.
Per ricevere la santa Comunione si deve essere pienamente incorporati alla Chiesa Cattolica ed essere in stato di grazia, cioè senza peccati mortali. Chi è consapevole di aver commesso un peccato mortale (o grave) deve accostarsi al Sacramento della Confessione prima di ricevere la santa Comunione.
Importanti sono anche lo spirito di raccoglimento e di preghiera, l'osservanza del digiuno prescritto dalla Chiesa e l'atteggiamento umile e modesto del corpo (nei gesti e nell'abbigliamento), in segno di rispetto a Gesù Cristo.
Secondo una risposta sacerdotale, chi si è astenuto dalla Comunione per il dubbio riguardante una confessione incompleta deve accusare i peccati non ancora confessati. Il sacerdote dà l’assoluzione dai peccati accusati; quelli che non sono stati accusati rimangono ancora da confessare.
La soddisfazione o penitenza
La soddisfazione, o penitenza sacramentale, é il compimento di certi atti di penitenza che il confessore impone al penitente per riparare il danno causato dal peccato commesso e per soddisfare alla giustizia di Dio.
Nella Confessione s'impone la penitenza perché l'assoluzione toglie il peccato, ma non porta rimedio a tutti i disordini che il peccato ha causato. Molti peccati recano offesa al prossimo. Bisogna fare il possibile per riparare (ad esempio, restituire cose rubate, ristabilire la reputazione di chi è stato calunniato, risanare le ferite).
La semplice giustizia lo esige. Ma, in più, il peccato ferisce e indebolisce il peccatore stesso, come anche le sue relazioni con Dio e con il prossimo.
Risollevato dal peccato, il peccatore deve ancora recuperare la piena salute spirituale. Deve dunque fare qualcosa di più per riparare le proprie colpe: deve "soddisfare" in maniera adeguata o "espiare" i suoi peccati.
Se il confessore non ha prescritto alcun tempo, la penitenza si deve fare al più presto. La penitenza sacramentale non basta, d'ordinario, a liberarci da tutta la pena temporanea meritata col peccato, e percio conviene supplire con altre opere di penitenza e di pietà e con indulgenze.
Le opere di penitenza e di pietà
Le opere di penitenza e di pietà sono: i digiuni, le mortificazioni, gli atti di misericordia spirituale e corporale, le preghiere, e l'uso pio di quelle cose benedette e di quelle cerimonie sacre che si chiamano sacramentali, come l'acqua santa e le varie benedizioni.
Le sette opere di misericordia corporale sono:
- Dar da mangiare agli affamati.
- Dar da bere agli assetati.
- Vestire gli ignudi.
- Alloggiare i pellegrini.
- Visitare gli infermi.
- Visitare i carcerati.
- Seppellire i morti.
Le sette opere di misericordia spirituale sono:
- Consigliare i dubbiosi.
- Insegnare agli ignoranti.
- Ammonire i peccatori.
- Consolare gli afflitti.
- Perdonare le offese.
- Sopportare pazientemente le persone moleste.
- Pregare Dio per i vivi e per i morti.
Le conseguenze del peccato e il senso della penitenza
Il peccato ha una duplice conseguenza. Il peccato mortale (o grave) ci priva della comunione con Dio e perciò ci rende incapaci di conseguire la vita eterna, la cui privazione è chiamata la "pena eterna" del peccato.
D'altra parte, ogni peccato, anche veniale, provoca un attaccamento malsano alle creature, che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte, nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta "pena temporale" del peccato.
Queste due pene non devono essere concepite come una specie di vendetta, che Dio infligge dall'esterno, bensì come derivanti dalla natura stessa del peccato. Una conversione, che procede da una fervente carità, può arrivare alla totale purificazione del peccatore, così che non sussista più alcuna pena.
Il perdono del peccato e la restaurazione della comunione con Dio comportano la remissione delle pene eterne del peccato. Rimangono, tuttavia, le pene temporali del peccato.
Il cristiano deve sforzarsi, sopportando pazientemente le sofferenze e le prove di ogni genere e, venuto il giorno, affrontando serenamente la morte, di accettare come una grazia queste pene temporali del peccato.
Deve impegnarsi, attraverso le opere di misericordia e di carità, come pure mediante la preghiera e varie pratiche di penitenza, a spogliarsi completamente dell’«uomo vecchio» e a rivestire l’uomo nuovo».
La misericordia del Padre nella parabola del figlio prodigo
Ascoltando questa bellissima e famosa parabola, chiamata “del Figliol prodigo”, dobbiamo anche considerare che è la parabola “del Padre buono”, non solo “del Figliol prodigo”. È vero che il figlio torna, ma c’è un padre che lo aspetta da sempre.
Questa parabola è stata detta per due generi di persone: per i pubblicani e i peccatori, che andavano da Gesù e con i quali Gesù stava, che si convertivano, pensiamo alla prostituta, a Zaccheo, a Matteo, alle tante persone che si sono convertite incontrando Gesù; per gli scribi e i farisei, che vedono in Gesù sempre qualcosa da ridire.
In questa parabola gli scribi e i farisei sono rappresentati dal fratello maggiore, che è una persona con un cuore gretto, che misura il padre su quello che gli dà, che non considera minimamente la bellezza della paternità e dell’essere figlio, ma che semplicemente sta a vedere se gli ha dato il capretto o non gli ha dato il capretto per fare festa e giudica il fratello minore, che il padre non giudica.
Il fratello minore che cosa fa? Chiede al padre metà dell’eredità, cioè la parte che gli spetta, prende e va, sperpera tutto in vizi e piaceri, cose terribili, brutte, immonde, immorali, con le prostitute, poi, ad un certo punto, rientra in se stesso e capisce di aver peccato, capisce che ha fatto il male, capisce che è in una situazione brutta, si pente, torna da suo padre.
«Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”».
Sentite che umiltà: «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, trattami come uno dei tuoi salariati, basta che mi prendi, non lasciarmi in mezzo ai porci».
Quando ci andiamo a confessare meditiamo bene questa parabola, insieme alle otto beatitudini, al magnifico Monte delle Beatitudini, alle beatitudini che dice Gesù! Meditiamo questi testi, che sono proprio quelli che ci aiutano a maturare il vero senso del peccato e della Misericordia di Dio!
Umiltà davanti a Dio
Mi dici che non sei degno di rivolgerti a me. Le tue parole mi rimandano al centurione che ha detto al Signore: “Non sono degno che tu entri nella mia casa…” (Mt 8,8).
Mi dici che hai sbagliato gravemente… Ma Cristo ti ha redento. Ha versato tutto il suo sangue per te. L’avrebbe versato tutto anche se nel mondo fossi esistito solo tu.
Dal momento che sei stato ricomprato a così caro prezzo, in virtù dei meriti di Cristo tu sei degno non solo di parlare con me, che sono un ministro di Cristo, ma sei degno e hai addirittura diritto di parlare con Dio!
Con questo però ti dico: conservati nell’umiltà, e cioè nella consapevolezza che - dipendentemente da te - non sei degno di… Ognuno di noi, in base solo a se stesso, deve dire sempre quello che dici tu: non sono degno… Diventiamo degni solo per i meriti di Nostro Signore.
La Confessione come liberazione
Quel giorno, incontrandoti con Gesù che libera da ogni male, sei stato liberato. Quante volte ho visto anch’io nell’esercizio del sacramento della Confessione le lacrime liberatorie sul volto di tante persone.
Alcune mi hanno detto: “Questo è il giorno più bello della mia vita”. Un giovane una volta mi ha detto: “Adesso posso anche morire!”. Alla mia domanda: “E perché?”, ha risposto: “Perché sono adesso sono a posto!”.
La misericordia di Dio non spinge a nascondere il peccato, ma rende possibile riconoscerlo senza disperazione. La sincerità dell’accusa, il dolore e il proposito aprono il cuore all’azione del Sacramento.
Preghiera
Signore, la partecipazione a' tuoi sacramenti ci salvi e ci confermi nella luce della tua verità.
Questi Sacramenti, o Signore, ci mondino con la loro potente virtù e ci facciano giungere puri a te che ne sei l'autore.
Chiedete e vi sarà dato cercate e troverete; picchiate, e vi si aprirà. (Lc 9,9). In verità, in verità vi dico: quanto domanderete al Padre in nome mio, ve lo concederà. (Jn 16,23).
Si deve pregare riflettendo che stiamo alla presenza dell'infinita maestà di Dio e abbiamo bisogno della sua misericordia; percio dobbiamo essere umili, attenti e devoti.
