Celebrazione d’azione di grazie: momento di preghiera

La celebrazione d’azione di grazie trova il suo centro nell’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione di Cristo, nel quale la Chiesa partecipa all’azione di grazie del Figlio al Padre. La preghiera di ringraziamento non è soltanto una formula pronunciata in particolari occasioni, ma un atteggiamento che deve permeare la persona e trasformare l’intera esistenza in un’eucaristia vivente.

La parola «Eucaristia», infatti, significa rendere grazie. Nella celebrazione eucaristica il credente riconosce l’amore gratuito di Dio, riceve il dono di Cristo e, unito a lui, offre al Padre la propria vita, le proprie gioie, le proprie fatiche e il desiderio di vivere secondo la sua volontà.

Assemblea raccolta nella celebrazione eucaristica

Il significato cristiano dell’azione di grazie

La Chiesa rende grazie a Dio incessantemente, soprattutto celebrando l’Eucaristia, in cui Cristo la fa partecipare alla sua azione di grazie al Padre. Ogni avvenimento diventa per il cristiano motivo d’azione di grazie.

Nell’episodio evangelico dei dieci lebbrosi guariti da Gesù a uno solo di loro sono rivolte le parole del Signore: “La tua fede ti ha salvato” (Lc 17,19); a colui che, vistosi guarito, ritorna indietro per ringraziare Gesù. Solo chi rende grazie fa l’esperienza della salvezza, cioè dell’azione di Dio nella propria vita.

E dato che la fede è relazione personale con Dio, la dimensione dell’azione di grazie non riguarda solo la forma esteriore di alcune preghiere, ma deve impregnare tutta la persona. È ciò che chiede Paolo: “Siate eucaristici!” (Col 3,15).

La fede cristiana è costitutivamente eucaristica, e l’intera vita del credente va vissuta “nel rendimento di grazie” (1Tm 4,4). L’azione di grazie scaturisce dall’evento centrale della fede cristiana: il dono del Figlio Gesù Cristo che il Padre, nel suo immenso amore, ha fatto all’umanità (cf. Gv 3,16).

È il dono salvifico che suscita nell’uomo il ringraziamento e fa dell’Eucaristia l’azione ecclesiale per eccellenza. “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, renderti grazie sempre e dovunque, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno, per Gesù Cristo nostro Signore”: queste parole che aprono i Prefazi del Messale Romano indicano bene il perenne movimento del ringraziamento cristiano.

Alla gratuità dell’agire di Dio verso l’uomo risponde il riconoscimento del dono e la riconoscenza, la gratitudine dell’uomo: i cristiani sono coloro che “rendono continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore Gesù Cristo” (cf. Ef 5,20).

Il culto cristiano consiste dunque essenzialmente in una vita capace di rispondere con gratitudine al dono preveniente di Dio: il cristiano risponde a tale dono facendo della propria vita un ringraziamento, un’eucaristia vivente.

La Messa come azione di grazie e memoriale della salvezza

La Chiesa ha ricevuto l’Eucaristia da Cristo suo Signore non come un dono, pur prezioso fra tanti altri, ma come il dono per eccellenza, perché dono di se stesso, della sua persona nella sua santa umanità, nonché della sua opera di salvezza.

Quando la Chiesa celebra l’Eucaristia, memoriale della morte e risurrezione del suo Signore, questo evento centrale di salvezza è reso realmente presente e «si effettua l’opera della nostra redenzione».

Questo sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano che Gesù Cristo l’ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come se vi fossimo stati presenti. Ogni fedele può così prendervi parte e attingerne i frutti inesauribilmente.

All’origine dell’Eucarestia c’è l’Ultima Cena di Gesù con i discepoli e il suo comando:”Fate questo in memoria di me“(Lc 22,19; I Cor 11,24).

Come la Chiesa fa l’Eucaristia, così l’Eucaristia costruisce la Chiesa; e questa verità è strettamente unita al mistero del Giovedì santo. Da quel momento sino alla fine dei secoli, la Chiesa si costruisce mediante la stessa comunione col Figlio di Dio, che è pegno di Pasqua eterna.

I quattro momenti della celebrazione eucaristica

La celebrazione eucaristica si articola in quattro momenti fondamentali: i riti d’ingresso, la liturgia della Parola, la liturgia eucaristica e i riti di congedo.

Riti d’ingresso

L’assemblea si raccoglie, prende forma e si unisce con il canto alla processione introitale del sacerdote, che rappresenta il popolo di Dio in cammino verso Cristo. Il celebrante, giunto all’altare, simbolo di Cristo, lo bacia in segno di venerazione.

Il segno di croce, fatto nel nome della Trinità santa e indivisa, è memoria e professione di fede battesimale di tutta l’assemblea. L’Amen dell’assemblea dei credenti vuol dire: “Sì! Credo che Cristo è tra noi. Ne sono certo!”.

Il saluto del celebrante esprime la presenza della Grazia: la comunione in Dio con i fratelli. La parola di saluto è accompagnata dal gesto delle mani e delle braccia che si allargano e si richiudono: segno d’accoglienza e di pace offerta.

Il “Confesso” è l’invito a riflettere sulla propria vita e a chiedere perdono a Dio dei peccati commessi, verificando se non ci siano colpe mortali che impediscono, senza aver celebrato prima il sacramento della Riconciliazione, di accedere alla S. Comunione.

Riscoperta la bontà e la misericordia del Signore, possiamo cantare con gioia l’inno iniziato dagli angeli la notte santa di Natale, che esprime adorazione, gioia, ringraziamento.

Il celebrante alza e allarga le braccia nel gesto dell’orante. Nella pausa di silenzio, ogni fedele rivolge a Dio mente e cuore formulando le sue richieste. Poi il celebrante raccoglie ‑ da cui il nome colletta (raccolta) ‑ i pensieri e i desideri di tutti.

Liturgia della Parola

Dio, tramite la voce del lettore, istruisce il suo popolo con la sua Parola. Le esortazioni finali “Parola di Dio” indicano che Dio stesso ha parlato ai suoi. Per ascoltare la Parola bisogna creare il silenzio interiore.

Dopo la lettura dall’Antico Testamento, l’assemblea risponde con gioia, lodando con i versi che Dio stesso ci ha consegnato, attraverso scrittori da lui ispirati, per pregarlo nella maniera più degna.

È rispondere a Dio con la sua stessa Parola eterna e incorruttibile; sarebbe una grande presunzione volerla sostituire con parole nostre che si disgregano col tempo.

È Cristo risorto, rappresentato dal sacerdote o dal diacono, che adesso parla al suo popolo. Nella Parola di Dio si annuncia la divina alleanza, nuova ed eterna, che è riproposta nell’Eucaristia.

Il Vangelo si ascolta in piedi e in profondo silenzio. Ci si segna sulla fronte, sulle labbra e sul cuore per esprimere il desiderio che la Parola pianti solide radici nell’intelligenza e nel cuore e che le nostre labbra la proclamino.

L’omelia è la proclamazione, fatta con calore interiore, della Parola. Il silenzio che segue dà modo alla Parola proclamata di penetrare in profondità ed acquistare efficacia.

Il Credo è la risposta corretta alla Parola ascoltata e segno di riconoscimento tra i credenti nell’unico Signore e Salvatore.

La Preghiera dei fedeli è la risposta del popolo cristiano al Signore che ha parlato e in cui abbiamo detto di credere. Chiamata anche “Preghiera universale“, è una supplica per le necessità di tutto il mondo: il popolo sacerdotale intercede per l’umanità intera, per implorare su di essa la benevolenza divina.

Liturgia eucaristica

Il pane e il vino che offriamo significano tutta la nostra vita: lavoro, pene, gioie, desiderio d’amare Dio e i fratelli, offerta in sacrificio al Signore.

Nell’offerta dei doni affermiamo che tutto ciò che abbiamo è dono gratuito di Dio. Alcune gocce d’acqua nel vino sono segno della nostra unione con Cristo che ha voluto assumere la nostra natura umana.

Il Signore Gesù nella Comunione ci trasformerà in lui, senza però annullare la nostra specificità personale. Il pane e il vino sono offerti e innalzati verso Dio dal celebrante.

Nella consacrazione, lo Spirito Santo, invocato su questi doni, li trasformerà nel Cristo stesso. La lavanda delle mani è un gesto di purificazione del sacerdote, che esprime il desiderio d’essere meno indegno di celebrare l’Eucaristia: “Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”.

La Preghiera eucaristica, cuore della celebrazione

Ha inizio il momento centrale e culminante dell’intera celebrazione, cioè la preghiera di azione di grazie e di santificazione. La comunità radunata attorno all’altare eleva a Dio Padre un discorso orante attraverso il ministro che presiede.

La Preghiera eucaristica esige che tutti l’ascoltino con rispetto e in silenzio e vi partecipino con le acclamazioni previste nel rito. Il significato di questa preghiera è che tutta l’assemblea dei fedeli si unisce insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il sacrificio.

La struttura di questa preghiera ha origini molto antiche. Il modo in cui la Chiesa si rivolge a Dio in preghiera ricorda il modo in cui già il popolo d’Israele si rivolgeva a lui, come dimostrano alcune preghiere riportate nelle pagine dell’Antico Testamento.

Anche Gesù ha fatto suo questo modo di pregare il Padre e lo ha trasmesso a noi. La preghiera eucaristica è composta di due grandi parti - le distinguiamo solo per motivi didattici e di comprensione - che sono strettamente congiunte da formare un’unica solenne preghiera.

La prima parte si apre con un dialogo iniziale e il Prefazio, ed è caratterizzata dalla memoria, dal rendimento di grazie e dalla lode; la seconda dalla supplica e intercessione. Al suo interno c’è il racconto della istituzione dell’Eucaristia da parte di Gesù durante l’Ultima Cena.

Il dialogo iniziale e il Prefazio

Colui che presiede, prima di iniziare a parlare a Dio, si rivolge a tutti i presenti, invitandoli a unirsi a lui nella preghiera, con parole molto chiare e ricche di significato.

Dopo aver rivolto il saluto: «Il Signore sia con voi», a tutti dice: «In alto i nostri cuori». L’invito a elevare i cuori è molto forte e la sua importanza è rafforzata dalla risposta di tutta l’assemblea: «Sono rivolti al Signore».

Siamo invitati ad allontanare da noi ogni preoccupazione, distrazione o altri pensieri per le cose terrene. In questo momento importante della celebrazione dobbiamo orientare il cuore, cioè tutto noi stessi, verso l’alto, verso Dio.

Egli prosegue dicendo: «Rendiamo grazie al Signore nostro Dio». Tutti rispondono: «È cosa buona e giusta!». Sì, è proprio giusto, buono e bello lodare il Padre, ricordando quanto di meraviglioso ha fatto e fa per noi.

Rendere grazie è molto di più del semplice ringraziare, significa confessare, cioè riconoscere l’amore infinito di Dio, che supera il nostro peccato e, per questo, lodarlo.

Così si dovrebbe connotare sempre la nostra preghiera e tutta la nostra vita: davanti all’amore gratuito e infinito del Padre cantiamo la gratitudine e impariamo ad amare nel suo stesso modo.

Il Prefazio apre questa grande preghiera, innalzata attraverso la voce del sacerdote che presiede, ricordando a Dio quanto ha già fatto per il suo popolo. Celebrando il suo amore di Padre, che culmina nel sacrificio di Cristo Gesù, nato, morto e risorto per noi, si giunge a cantare Dio per la sua Santità.

Il canto del Santo

Questa acclamazione, che è parte della grande preghiera, riprende due testi biblici: il canto dei Serafini rivolto a Dio, tre volte Santo (cfr. Is 6,3), e quello dei Cherubini che acclamano al Benedetto (cfr. Ez 3,12).

Gli angeli, e con loro i santi, riconoscono la grandezza e la santità di Dio, e cantano a lui. In questo momento della celebrazione eucaristica la preghiera ci invita a unire alle loro voci le nostre, come fossimo un unico coro e una sola assemblea, creando una comunione che supera il tempo e la distanza.

Il canto del Santo indica l’unità tra terra e cielo, contesto nel quale è operata la Preghiera Eucaristica. Anche i più piccoli, non meno degli adulti, devono essere aiutati a gustare la bellezza della comunione che questo canto realizza.

Dialogo del prefazio e canto del Santo

Le otto parti della Preghiera eucaristica

ParteSignificato
L’azione di grazieIl sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche aspetto particolare.
L’acclamazioneL’assemblea, unendosi alle creature celesti, canta o recita il Santo.
L’epiclesiLa Chiesa invoca lo Spirito Santo perché i doni offerti vengano consacrati e diventino il Corpo e il Sangue di Cristo.
Il racconto dell’Istituzione e la ConsacrazioneMediante le parole e i gesti di Cristo si compie il sacrificio istituito nell’Ultima Cena.
L’anamnesiLa Chiesa celebra la memoria della Passione, della Risurrezione e dell’Ascensione di Cristo.
L’offertorioLa Chiesa offre al Padre, nello Spirito Santo, la vittima immacolata e invita i fedeli a offrire se stessi.
Le intercessioniL’Eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa, celeste e terrestre, per i vivi e per i defunti.
La dossologia finaleIl sacerdote glorifica il Padre per Cristo, con Cristo e in Cristo, e l’assemblea risponde “Amen”.

L’azione di grazie

Il sacerdote, a nome di tutto il popolo santo, glorifica Dio Padre e gli rende grazie per tutta l’opera della salvezza o per qualche aspetto particolare, a seconda della diversità del giorno, della Festa o del Tempo.

Il sacerdote invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell’azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo.

L’epiclesi e la consacrazione

Con l’invocazione dello Spirito Santo, la Chiesa implora la potenza divina, affinché i doni offerti dagli uomini vengano consacrati, cioè diventino il Corpo e il Sangue di Cristo, e perché la vittima immacolata, che si riceve nella comunione, giovi per la salvezza di coloro che vi parteciperanno.

È il momento culminante della messa: mediante le parole e i gesti di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’Ultima Cena, quando offrì il suo Corpo e il Suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, lo diede a mangiare e a bere agli Apostoli e lasciò loro il mandato di perpetuare tale mistero.

Il pane e il vino offerti diventano realmente il Corpo e il Sangue del Cristo stesso morto e risorto. Chi può si inginocchia in adorazione.

L’anamnesi e l’offertorio

L’intera storia dell’umanità è condensata in poche parole: la Chiesa celebra la memoria di Cristo, ricordando la Sua Beata Passione, la Gloriosa Risurrezione e l’Ascensione al cielo.

Nel corso di questa stessa memoria la Chiesa, in modo particolare quella radunata in quel momento e in quel luogo, offre al Padre, nello Spirito Santo, la vittima immacolata.

La Chiesa desidera che i fedeli non solo offrano la vittima immacolata, ma anche imparino a offrire se stessi e così portino a compimento, ogni giorno di più, per mezzo di Cristo Mediatore, la loro unione con Dio e con i fratelli, perché finalmente Dio sia tutto in tutti.

Le intercessioni e la dossologia

Nelle intercessioni si esprime che l’Eucaristia viene celebrata in comunione con tutta la Chiesa, sia celeste che terrestre, e che l’offerta è fatta per essa e per tutti i suoi membri, vivi e defunti, che sono stati chiamati alla salvezza acquistata per mezzo del Corpo e Sangue di Cristo.

A questa stupenda glorificazione del Padre per mezzo di Cristo, l’unico mediatore tra Dio e l’umanità, l’assemblea risponde “Amen”. È la solenne adesione di fede al Signore che dovrebbe essere gridato come gli urrà dei tifosi nello stadio.

Tutto viene dal Padre attraverso Cristo e tutto è destinato a ritornare a lui per la medesima via.

La preparazione e il ringraziamento del sacerdote

Nella vita del sacerdote la S. Messa quotidiana segna l’apice della sua giornata e del suo essere consacrato in Cristo per la Chiesa. L’intera esistenza sacerdotale dovrebbe essere scandita da due momenti solenni: la preparazione e il ringraziamento alla S. Messa.

Quel prezioso suggerimento che S. Pier Giuliano Eymard dava a tutti i cristiani, di dividere la giornata in due parti: la prima parte per prepararsi all’Eucaristia e la seconda per ringraziare il Signore del suo grande dono, potrebbe diventare anche una regola spirituale del presbitero.

Si tratta di vivere in vista della celebrazione eucaristica e nel rendimento di grazie al Padre per aver celebrato i misteri della nostra salvezza. Così la S. Messa segna quotidianamente il ritmo della vita sacerdotale, degli impegni pastorali, offrendo una misura altissima al ministero sacro: la ricerca, sopra ogni cosa, della santità della vita.

La preparazione alla Messa

Anzitutto prepararsi con la preghiera alla celebrazione della S. Messa. Le stesse preghiere recitate durante la liturgia offrono notevoli e preziosi spunti di meditazione per entrare nel mistero che si sta per compiere sull’altare.

Al momento della presentazione delle offerte, che saranno trasformate, dalla potenza di Dio, nel Corpo e Sangue del Figlio, prima di recitare la preghiera sul calice, il sacerdote aggiunge poche gocce d’acqua al vino e prega rivolto a Dio, creatore e redentore dell’umana natura: «Per huius acquae et vini mysterium, eius divinitatis esse consortes, qui humanitatis nostrae fieri dignatus est particeps».

Il sacerdote prega perché, per il mistero dell’acqua, aggiunta simbolicamente al vino, possano essere partecipi della natura divina di colui che si è degnato di assumere la nostra natura umana.

L’acqua significa la nostra umanità, assunta da Cristo nell’incarnazione, dal seno purissimo della Vergine Maria, mentre il vino è segno della natura divina del Figlio, consustanziale al Padre e allo Spirito Santo.

Nella S. Messa, al momento offertoriale, il sacerdote, e per mezzo di lui tutto il popolo di Dio presente all’actio liturgica, prega di poter divenire consorte della natura divina di Cristo e così essere introdotto dal Figlio nel seno di Dio.

Richiamando l’insegnamento della 2Pt 1,4: «divinae consortes naturae», il ministro supplica il Signore di poter partecipare al mistero dell’Incarnazione del Verbo, che ora nel suo sacrificio, ripresentato nel pane, che diventa Corpo, e nel vino, che diventa Sangue, si comunica agli uomini, rinnovando profondamente l’intera creazione e la loro stessa vita.

Possiamo essere partecipi, nella nostra povera umanità, della sua divinità. Nella S. Messa si accede a questo divino consorzio: ciò che è fragile e umano viene assunto dal Verbo e trasformato in ciò che è perenne; in una parola, diventiamo partecipi dell’eternità, comunicando al mistero del Figlio di Dio.

L’offerta della propria vita

La vita del sacerdote diventa come quell’acqua infusa nel vino: è riofferta a Cristo, perché la assume nell’atto in cui si offre al Padre, per la santificazione del mondo.

Prepararsi alla celebrazione del divino sacrificio, allora, significa meditare attentamente su quello che si sta per compiere: la mia vita sta per essere assunta da Cristo Sacerdote e con Lui divento strumento di trasformazione per il mondo; col Signore partecipo della vita divina che redime l’umanità.

Questo richiede, nel ministro di Cristo, consapevolezza e cooperazione, offerta di sé. Con le oblate il sacerdote offre soprattutto se stesso, il suo corpo, la sua intera esistenza.

È in ragione di questo mistica unione tra Cristo, il sacro ministro e tutti gli altri fedeli, che il sacerdote si prepara a divenire offerta viva, santa e gradita a Dio (cfr. Rm 12,1).

Il sacerdote diventa, con Gesù, e rende possibile ciò anche ai fedeli, oblazione vivente, propriamente un «rationabile obsequium», che è il vero culto spirituale, che sale al Padre per mezzo del Figlio.

Questo può risuonare nella giornata sacerdotale: mi offrirò in sacrificio col Signore. «Questo è il mio corpo questo è il mio sangue» indicherà la disposizione interiore del ministro ad essere uno con Cristo, unendo all’offerta del sacrificio il proprio corpo, se stesso, per la salvezza dei fratelli.

La mediazione sacerdotale, dal livello ministeriale deve passare a quello esistenziale, sì che questa dimensione completi quella, mostrando, nella propria carne, l’unione del Figlio con la sua Chiesa.

Il raccoglimento e le vesti liturgiche

Qui è il preludio di quello che l’Apocalisse definisce “le nozze mistiche dell’Agnello” (cf. Ap 19,9): ci si prepara a celebrare l’unione col Signore entrando già nella stanza interiore del suo mistero, del suo cuore.

Con questi sentimenti il sacerdote si prepara a salire all’altare di Dio. Il suo raccoglimento, infine, nell’indossare le sacre vesti, recitando le preghiere corrispondenti che ne spiegano l’intimo significato, fa sì che il ministro si rivesta completamente di Cristo, indossi la sua dolce Croce e si avvii all’altare.

Il ringraziamento dopo la Messa

Mentre la preparazione alla S. Messa vuole accompagnare il ministro di Cristo ad entrare progressivamente nella stanza più interna del Gran Re, per usare un’espressione di S. Teresa d’Avila, il suo costato aperto sulla Croce, il ringraziamento, che segue all’azione liturgica, vuole essere l’omaggio della lode e dell’amore, che salgono al Padre per aver ripresentato il sacrificio memoriale del Figlio.

Siamo al secondo grande aspetto della giornata sacerdotale, dell’esistenza sacerdotale. Ringraziamo Dio per l’offerta compiuta in persona del Figlio, a favore della Chiesa e dell’umanità da salvare.

Abbiamo offerto il Signore. Il suo santo sacrificio, che fa nuove tutte le cose, è stato rinnovato per mezzo della nostra azione sacramentale.

Un nuovo Fiat d’amore e d’obbedienza è salito a Dio per mezzo di Cristo, per mezzo del sacerdote, che nel Figlio dice al Padre: si compia la tua volontà di salvezza.

Il sacerdote ha offerto Gesù e, come aveva preannunciato nella commistione dell’acqua e del vino, ha offerto anche se stesso, fino a divenire, nella comunione col sacrificio di Cristo una sola cosa con il Signore.

La liturgia è viva nella misura in cui ci trasforma nel Signore. Ora, partecipi di Lui, siamo totalmente suoi. Le nozze dell’Agnello di Dio si sono compiute.

Solo il silenzio e la preghiera possono permettere di entrare in questo mistero. Nuovamente con la preghiera della liturgia il sacerdote può ringraziare il Padre, per il dono del Figlio e per l’azione memoriale che ha celebrato.

Il silenzio dopo la Comunione

Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale.

Il celebrante si prepara con una preghiera silenziosa a ricevere con frutto il Corpo e il Sangue di Cristo. Lo stesso fanno i fedeli pregando in silenzio.

Dopo la comunione, si lascia uno spazio di tempo in silenzio affinché in preghiera si possa assimilare, con riconoscenza, il dono ricevuto.

Il sacerdote raccoglie le suppliche e il ringraziamento dei fedeli e chiede che nella vita maturino i frutti del mistero celebrato. Il popolo fa sua l’orazione con l’acclamazione “Amen”.

Il Corpo di Cristo nella vita del sacerdote

Dopo essersi comunicato e aver comunicato i fedeli, mentre è intento alla purificazione dei sacri vasi, la forma straordinaria del Rito romano fa pregare il sacerdote con queste parole: «Corpus tuum Domine, quod sumpsi, et Sanguis, quem potavi, adhaereat visceribus meis et praesta; ut in me non remaneat scelerum macula, quem pura et sancta refecerunt sacramenta».

Si esprime, con accenti di elevata mistica, il desiderio che il Corpo del Signore e il suo Sangue aderiscano alle viscere del ministro, perché non rimanga in lui alcuna macchia, dopo essere stato reso puro e santo da quei divini misteri.

Il sacerdote è diventato una sola cosa col Signore. Può veramente essere con Lui un solo spirito (cf. 1Cor 6,17), essendo diventato con Lui un solo corpo: il Corpo di Cristo lo trasforma in Lui, lo fa vivere di Lui.

L’agere sacerdotale in persona Christi s’innesta nel vivere in Christo: è un consequenziale sbocco della vita consacrata del ministro.

Ancora una volta la mediazione sacerdotale-sacramentale deve trasfondersi nella persona del ministro e nella sua intera esistenza, così da “vivere” in modo prolungato in persona Christi.

Vivere di Lui perché si è mangiato di Lui (cf. Gv 6,57). «Questo è il mio corpo» dovrà risuonare di un accento nuovo, dopo l’offerta sacramentale: questo mio corpo deve essere il Corpo di Cristo.

Eucaristia e vita celibataria

Qui il sacro celibato ha tutto il suo nutrimento. Non si tratta solo di una sorta di “agevolazione pastorale”, di una libertà da una famiglia umana per dedicarsi ad una famiglia spirituale.

Il sacerdote, dall’Eucaristia, attinge la vera misura del proprio essere celibe: agisce nella persona del suo Signore e perciò vive come il suo Signore; ne ripresenta il munus salvifico nella vita, così che chi vede il sacerdote possa vedere veramente Cristo Servo, il quale dona la sua vita in riscatto di molti.

Inoltre, ringraziare Iddio dopo la S. Messa, con la preghiera personale, ritagliandosi un sufficiente spazio di dialogo e d’amore con il Signore glorificato, è davvero indispensabile: è il rendimento di grazie del sacerdote al Signore, come il Figlio rende grazie al Padre, nella S. Messa.

Il ringraziamento prolunga il mistero dell’Eucaristia nella vita del sacerdote. La S. Messa infatti è propriamente un’azione memoriale sacrificale, in forma di ringraziamento al Padre.

Il sacerdote, con la sua personale preghiera, ringrazia il Padre per quanto ha potuto compiere a favore di tutta la Chiesa. Questa preghiera diventa un sacrificio di lode, di adorazione, che nell’amore sale a Dio quale risposta sacerdotale all’offerta del Figlio.

Così i frutti della S. Messa, soprattutto la carità e lo zelo pastorali, possono maturare nel sacerdote e trasformare tutta la sua vita in un ringraziamento al Padre per il Figlio nello Spirito Santo.

La partecipazione dei fedeli alla preghiera eucaristica

È molto bello e importante seguire la Preghiera eucaristica, dall’inizio alla fine, con grande attenzione, senza distrazioni e senza concentrarsi solo su una parte di essa, pensando che il resto sia una preghiera del sacerdote che non riguarda tutti noi.

In piedi, gli occhi e gli orecchi di tutti rivolti all’altare, dobbiamo sentirci rappresentati dal sacerdote che, per noi e a nome nostro, si rivolge a Dio Padre. Le risposte che diamo all’invito di chi presiede devono esprimere l’attenzione dei nostri cuori e il desiderio di tutti di rivolgerci al Padre.

La Preghiera Eucaristica è il momento in cui l’intera assemblea, insieme con Cristo, magnifica le grandi opere di Dio e offre il sacrificio. Per questo richiede ascolto, riverenza, silenzio e partecipazione consapevole alle acclamazioni previste.

I riti di Comunione

Poiché la celebrazione eucaristica è un convito pasquale, conviene che, secondo il comando del Signore, i fedeli ben disposti ricevano il suo Corpo e il suo Sangue come cibo spirituale.

Il Padre nostro e la pace

L’assemblea si rivolge al Padre con gli stessi sentimenti di Cristo. Sono sette le richieste espresse, legate soprattutto alla necessità del cibo spirituale della Parola e dell’Eucaristia, che sostengono la nostra fedeltà nel rapporto con Dio.

Sviluppando l’ultima domanda del Padre nostro, la richiesta di liberazione da ogni male chiede per tutti i fedeli la liberazione dal potere del male. Si conclude con la dossologia, riconoscendo l’onnipotenza e la gloria di Dio.

Gesù risorto, la sera di Pasqua, offre la pace agli apostoli come primo dono. Con il rito della pace i fedeli implorano la pace e l’unità per la Chiesa e per l’intera famiglia umana, ed esprimono fra di loro l’amore vicendevole, prima di partecipare all’unico pane.

Questo gesto è segno del nostro proposito di dimenticare qualsiasi rancore. Il gesto può essere considerato conclusione dell’atto penitenziale e risposta alla preghiera del Padre Nostro.

La frazione del pane e l’Agnello di Dio

Il gesto della frazione del pane, compiuto da Cristo nell’ultima Cena, sin dal tempo apostolico ha dato il nome a tutta l’azione eucaristica.

Questo rito non ha soltanto una ragione pratica, ma significa che noi, pur essendo molti, diventiamo un solo corpo nella comunione a un solo pane di vita, che è Cristo (1 Cor 10,17).

Mentre si compiono la frazione del pane e l’immixtio, i fedeli, consapevoli della propria inadeguatezza e indegnità a comunicarsi del Signore, chiedono ancora perdono con l’invocazione ripetuta due volte. L’ultima invocazione termina con le parole “dona a noi la pace”.

Il sacerdote presenta l’Eucaristia ai fedeli e li invita al banchetto di Cristo; poi, insieme con essi, esprime sentimenti di umiltà, servendosi delle parole del Vangelo, ricordando che solo il Signore toglie i peccati del mondo, perché li ha presi su di sé inchiodandoli sulla croce.

La Comunione e il ringraziamento

Per accedere all’Eucaristia bisogna essere in grazia di Dio, confessati quindi di recente, essere digiuni da almeno un’ora e consapevoli di chi si va a ricevere.

Può essere accolta sulla mano, con il palmo cavo, dicendo “Amen” e inchinando il capo in segno di rispetto, e assumendola con devozione davanti al sacerdote. Infatti i doni si ricevono, non si prendono.

Il silenzio dopo la Comunione permette di assimilare con riconoscenza il dono ricevuto. La preghiera personale diventa così uno spazio di dialogo e d’amore con il Signore glorificato.

I riti di congedo: la Messa continua nella vita

Come all’inizio il celebrante richiama la presenza del Signore, dono ricevuto, che ora i fedeli porteranno nel mondo.

Nel nome e con la benedizione della SS. Trinità, siamo inviati a donare a tutti l’amore di Dio. In alcuni giorni e in certe circostanze si può arricchire e sviluppare con l’“orazione sul popolo” o con un’altra formula più solenne.

Si scioglie l’assemblea, perché ognuno ritorni alle sue occupazioni lodando e benedicendo il Signore.

In realtà la messa continua; la testimonianza della vita è strettamente collegata all’Eucaristia perché non diamo qualcosa di nostro, ma comunichiamo il dono ricevuto: Cristo morto e risorto per la nostra salvezza.

Una preghiera personale di azione di grazie

La preghiera di ringraziamento può essere semplice e concreta. Può raccogliere la memoria dei doni ricevuti, il riconoscimento dell’amore di Dio, la domanda di perdono, l’offerta della propria vita e l’impegno a vivere nella carità.

Signore, grazie perché ci ami sempre; grazie per il tuo amore, grazie per la mano che continuamente ci tendi; grazie perché ci ami, nonostante le nostre miserie e la nostra ingratitudine; grazie perché ci perdoni, quando rifiutiamo il tuo amore.

Grazie per tutti i doni, e, fra tutti, il dono del tuo figlio Gesù, che si è fatto uomo per ridarci la tua amicizia; grazie perché egli ha voluto restare con noi nel sacramento dell’Eucarestia.

Grazie per la vita eterna che hai seminato in noi; grazie per tutti i tuoi doni, Signore.

Non potrò mai ringraziarti abbastanza, Padre, per la grandezza del tuo amore. Hai moltiplicato le tue attenzioni, le tue delicatezze in ciascuna delle mie giornate.

Non posso rendermi conto di tutto quello che mi doni; molto spesso i segni della tua bontà rimangono sconosciuti. Ma lo so che mi ami senza limiti, e che mai si interrompe la tua sollecitudine.

Da parte tua mi sono venute tante gioie, così profonde e così vere! Nel mio grazie vorrei mettere tutto il mio cuore, questo cuore che è tuo.

Vorrei fare della mia vita un inno di gratitudine, che mi porti interamente verso te. Aiutami a rimanere in azione di grazie, a esprimerti il mio grazie nella preghiera e nell’Eucaristia.

Aiutami anche a trovare più coraggio, nel ricordo di tanto amore, per offrirti volentieri le mie fatiche e conservare la gioia nel sacrificio.

Ringraziare Dio nella vita quotidiana

Signore, ti ringrazio di tutto ciò che fai per me. Ti ringrazio di darmi la salute, una famiglia, una casa e dei buoni amici, insieme ad ogni altro dono.

Ti ringrazio per l’aiuto che mi porgi nei momenti di difficoltà, per la mano che mi tendi, quando affondo nel caos di ogni giorno.

Grazie, perché non mi abbandoni, neanche quando la mia fede in te è scarsa. Spesso quando sono in difficoltà, mi prendono il dubbio e l’angoscia, per questo desidero chiederti la grazia di riuscire a non staccarmi mai da te.

Anzi, desidero ricorrere più spesso alla preghiera, non solo per ottenere, ma soprattutto per ringraziarti di ciò che fai per me.

La fiducia filiale

Mio Dio, come sei buono, tu che ci permetti di chiamarti «Padre nostro»! Chi sono io, perché il mio Creatore, il mio Re, il mio sommo Signore mi permetta di chiamarlo «Padre mio»?

E non soltanto me lo permetta, ma me lo ordini? Mio Dio, quanto sei buono! Quale riconoscenza, quale gioia, quale amore, ma soprattutto quale fiducia deve ispirarmi.

Poiché tu sei mio Padre, o mio Dio, quanto devo sperare sempre in te! E poiché tu sei così buono verso di me, quanto devo essere buono verso gli altri!

Posso, con la mia riconoscenza, il mio amore, la mia obbedienza, essere davvero il tuo figlio fedele, un figlio che piaccia al tuo cuore.

Maria, donna dell’offerta e del rendimento di grazie

In conclusione, nella preparazione alla S. Messa e poi nel successivo ringraziamento bisogna rivolgere un pensiero speciale alla Vergine Maria.

Lei è la Vergine offerente al Tempio (cf. Lc 2,22,36) e poi in modo sommo e culminante, al Calvario, dove stava accanto al Figlio (cf. Gv 19,25-27), una con Lui.

La Vergine Maria insegna al sacerdote a offrire all’altare la Vittima divina con sentimenti materni, a offrire il suo divino Figlio e se stessi con Gesù, proprio come fece lei.

Per le mani immacolate di Maria - il sacerdote offre nel modo più degno Cristo, «ostia immacolata», e si offre in ringraziamento a Dio per la salvezza di tutti gli uomini.

La sua presenza richiama il legame tra l’offerta di Cristo, l’offerta della Chiesa e l’offerta personale di ogni credente. Accostarsi all’Eucaristia con Maria significa imparare a ricevere il dono di Dio con umiltà, a offrirsi con amore e a trasformare il rendimento di grazie in vita donata.

L’azione di grazie come forma dell’esistenza

Davvero la preghiera di ringraziamento non è solo risposta puntuale a eventi in cui si discerne la presenza di Dio, ma è l’atteggiamento radicale di chi apre la quotidiana trama dell’esistenza all’azione di Dio in lui.

Nella sua sapienza la chiesa ha condensato tutto questo nella preghiera consegnata al cristiano come primo atto della giornata: “Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e conservato in questa notte”.

Sì, ogni giorno, fino a quello della nostra morte, è per noi un dono dell’amore di Dio, che precede, accompagna e segue la nostra vita.

Se offrissimo solo noi non offriremmo nulla; ma offriamo noi con Lui; innestiamo la nostra morte alla Sua Vita e diventiamo viventi. “Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo”. E noi mangiamo quel pane che uccide la morte.

L’infinito penetra, così, nel finito; il finito si dilata, splendendo, nell’Infinito. Il Creatore, riabbassandosi, eucaristicamente, fino alla creatura, si dà a lei, celebra con essa le nozze.

Giraudo_La Preghiera eucaristica questa sconosciuta_PrimaParte

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